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Il welfare ai tempi della sussidiarietà neoliberista:
privato e clericale
di Giovanna Cracco

Comunione e liberazione e l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà

L’economia reale è in crisi. Dopo aver dirottato dal settore manifatturiero al mercato finanziario i propri investimenti, contribuendo a fare esplodere la bolla speculativa, oggi si ritrova al palo della recessione. Per uscirne e tornare a fare profitti, ha bisogno di due cose: il ripristino dello sfruttamento lavorativo pre diritti del lavoro – licenziamenti facili e bassi salari – e un nuovo mercato di sbocco – oltre gli spazi che si verranno a creare nei mercati già esistenti per il fallimento di molte imprese, conseguenza rigenerante per il sistema e ontologica alle crisi del capitalismo. In altre parole, ha necessità che il progetto neoliberista avviato in Europa nei primi anni Novanta, finalmente si completi.

Se infatti gli Stati della Comunità europea erano socialdemocratici, l’Unione europea è neoliberista. Crollati il Muro e l’Urss, e sconfitto sul piano politico e culturale lo spettro del comunismo, i Paesi del vecchio continente sono stati finalmente liberi di virare a destra e seguire
l’ideologia neoliberista americana, come già aveva fatto l’Inghilterra thatcheriana negli anni Ottanta. Espansione dell’economia finanziaria, libero mercato e privatizzazioni, in nome del dogma ‘meno Stato più mercato’, sono le radici del trattato firmato a Maastricht nel 1992.
Scrive la Corte dei Conti nella relazione del 2010 su “Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche”, che “nel Regno Unito l’intero processo fu implementato su un periodo di tre legislature consecutive del Partito Conservatore (dal 1979 al 1991), con il fine ultimo di de-nazionalizzare l’economia inglese, limitare il potere del sindacato e incentivare il capitalismo popolare”, ossia la diffusione della proprietà azionaria; situazione che avrebbe portato con sé il non secondario effetto di generare uno spostamento a destra nell’elettorato: “Nelle future elezioni la nuova classe di azionisti creatasi con le privatizzazioni sarebbe stata più incline a supportare partiti che dichiarassero idee di libero mercato” (1).

Nel progetto neoliberista, la privatizzazione dell’economia a controllo pubblico doveva riguardare non solo i settori bancario, industriale e delle utility (acqua, luce, gas ecc.), in gran parte già attuata, ma anche l’area del welfare: il tassello ancora oggi mancante.
Con solerzia, l’Unione europea, armata dalla speculazione finanziaria, sta ora agendo rapidamente per dare al capitalismo in crisi ciò di cui ha bisogno, vincolando i prestiti in denaro concessi ai vari Paesi, e destinati al salvataggio del sistema bancario, a ‘piani di riforme’ basati su tagli al lavoro e sulla modifica dello stato sociale.

Tuttavia, se attaccare il mondo del lavoro non necessita di ‘giustificazione’ – il conflitto di classe è insito al capitalismo, anche se il Capitale l’ha sempre bene a mente, mentre la maggioranza dei lavoratori l’ha dimenticato, indottrinata dal pensiero unico della produttività e della concertazione – smantellare il welfare, dopo averlo sostenuto per cinquant’anni, rappresenta un cambio di rotta che abbisogna di una forte e indiscutibile ragione da portare sul proscenio mediatico. E così è stato rispolverato quel there is no alternative con cui Margaret Thatcher importò in Europa le politiche neoliberiste reaganiane: non c’è alternativa, la spesa per lo stato sociale non è più sostenibile, ripete, mentendo, il Ministero della Verità di stampo orwelliano all’interno del quale siedono le élite economiche e politiche internazionali ed europee.

Nell’aprile scorso, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ribadisce, per l’ennesima volta, il dogma della privatizzazione del sistema pensionistico. Scrive nel Global financial stability report che i bilanci degli Stati sono a rischio, a causa dell’allungamento della vita della popolazione: per evitare il default finanziario “serve una combinazione di aumento dell’età pensionabile di pari passo con l’aumento dell’aspettativa di vita,” suggerisce il Fmi, “più alti contributi pensionistici e una riduzione dei benefit (leggi pensioni, n.d.a.) da pagare”; contemporaneamente, i governi devono mettere a punto strategie in campo pensionistico e sanitario per “condividere i rischi con il settore privato e gli individui”.

A febbraio Mario Draghi, presidente della Bce, dichiara al Wall Street Journal che “il modello sociale europeo è morto quando vediamo i tassi di disoccupazione giovanile prevalenti in alcuni Paesi. Le riforme strutturali sono necessarie per aumentare l’occupazione, specialmente giovanile, e, quindi, i consumi e la spesa. In alcuni Paesi bisogna rendere il mercato del lavoro più flessibile e anche più equo di quanto non sia oggi. In questi Paesi c’è un mercato del lavoro a due velocità: molto flessibile per i giovani che hanno contratti di tre o sei mesi che possono venire rinnovati per anni, e altamente inflessibile per la parte protetta della popolazione, dove i salari riflettono più l’anzianità che la produttività”.
Più abile del Fmi, con strabiliante acrobazia il banchiere europeo riesce a mettere insieme le due richieste del Capitale, collegando la dipartita del welfare all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, e suggerendo di estendere la precarietà.
Alla battuta del giornalista: “Lavoro per tutta la vita...”, Draghi risponde: “C’è stato un tempo in cui l’economista Rudi Dornbusch diceva che gli europei sono così ricchi che possono permettersi di pagare tutti per non lavorare. Questo è andato” (2).

A cascata, il pensiero unico sull’insostenibilità dello stato sociale diviene mantra anche nelle dichiarazioni dei politici europei: uno per tutti, Yannis Stournaras, ministro greco delle Finanze, ad agosto afferma (non dicendo il vero, come mostrano i dati Ocse riassunti nella tabella 1): “Abbiamo il sistema di welfare più costoso nell’eurozona. Non possiamo più mantenerlo con denaro preso a prestito” (3). Nel frattempo, lo smantellamento dello stato sociale diviene azione
nelle politiche di governo, in Italia (i tagli alla sanità della spending review, alle pensioni e agli ammortizzatori sociali delle ‘riforme’ Fornero), in Spagna, Irlanda, Grecia ecc.

 

 

È indubbio che la spesa per il welfare sia progressivamente aumentata negli anni, nei Paesi europei come negli Stati anglosassoni (vedi tabella 1). Secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha continuato a crescere in percentuale sul Pil fino al 2010, per poi iniziare quella progressiva diminuzione dovuta ai tagli attuati dai governi. Tuttavia, sia essa il 30% della Danimarca o il 20% degli Stati Uniti, il dato non la rende insostenibile in sé. Così come non esiste alcuna teoria economica, nemmeno quella liberista, che fissa il rapporto debito pubblico/Pil oltre il quale un Paese rischia il fallimento, ma è solo questione di politica monetaria (4) – come dimostra empiricamente il Giappone, il cui debito raggiungerà nel 2012 il 235% del Pil, secondo stime del Fmi – non esiste, di conseguenza, nemmeno una teoria economica che stabilisca se e quale percentuale di spesa sociale sia insostenibile per un bilancio pubblico; si tratta esclusivamente di scelte politiche, che vanno a costruire l’architettura sociale di un Paese. Decisioni che hanno conseguenze anche sulla struttura economica.

E difatti in Europa, nonostante il neoliberismo compia oggi vent’anni, il mercato del welfare privato non è decollato. I dati Ocse rivelano che l’andamento della spesa sociale privata volontaria è rimasta praticamente stazionaria dal 2000 al 2007 nell’eurozona (ultimi dati disponibili), mentre è salita del 1,5% negli Stati Uniti (vedi tabella 2). In parte per ragioni economiche – occorre un salario adeguato per poter sottoscrivere un’assicurazione privata pensionistica, sanitaria o contro il rischio di licenziamento (quest’ultima rappresenta un nuova frontiera per l’Italia, per ora diffusa soprattutto in Lombardia e Veneto) – in parte per ragioni culturali. Tuttavia la recessione non consente di aspettare oltre: quel 25-30% di spesa sociale fino a oggi pubblica presente nei Paesi europei rappresenta, per un capitalismo sempre più strozzato dalle proprie crisi cicliche, quel nuovo mercato di sbocco con cui tornare a fare profitti; le verdi praterie di un far west da colonizzare.

 

 

E quanto il progetto di privatizzazione del welfare non sia affatto dettato dalla crisi attuale, come recita la propaganda, ma faccia parte del corso neoliberista, lo dimostra il fatto che i confini legislativi per la conquista del nuovo territorio sono stati tracciati nei primi anni Novanta, con l’inserimento nel Trattato di Maastricht della parola ‘sussidiarietà’.

Il termine compare tra i princìpi fondativi del Trattato (“Decisi a portare avanti il processo di creazione di un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese il
più vicino possibile ai cittadini, conformemente al principio della sussidiarietà”), e nell’art. G-B5, che va a integrare il Trattato della Comunità europea: “La Comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal presente trattato. Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario”.

A una prima superficiale lettura, può sembrare che la parola sussidiarietà significhi semplicemente ‘federalismo’: trasferire dal livello centrale a quello locale tutta una serie di servizi pubblici. Il principio comprende senz’altro il concetto federale, tuttavia significa anche altro.
Innanzitutto introduce l’aspetto del ‘sussidio’ (ossia ‘soccorso’, ‘aiuto’, dal latino subsidium), stabilendo che lo Stato non fornisca più direttamente i servizi di sua competenza, come il welfare, ma aiuti economicamente gli enti locali a sostenerli, nel caso in cui questi ultimi non siano in grado di farvi fronte autonomamente.

In seconda battuta, esiste la sussidiarietà verticale e quella orizzontale. La prima indica la struttura federalista – dallo Stato alle Regioni, Province, Comuni ecc. – e difatti in ambito italiano il termine è stato inserito nella Costituzione nel 2001, con la modifica della Carta in senso federalista, dopo che già nel 1997 la riforma Bassanini aveva ampliato compiti e funzioni di Regioni ed enti locali; la seconda rivela la logica neoliberista – dal pubblico al privato. L’art. 118 della Costituzione, introdotto con la modifica del 2001, stabilisce infatti che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Il privato può dunque sostituirsi allo Stato, incassare il ‘sussidio’ ed erogare al cittadino quei servizi fino a oggi gestiti dal sistema pubblico.
Con i tagli al welfare, quindi, l’Unione europea mira da una parte a comprimere lo stato sociale, che non sarà più né gratuito né universalistico, dall’altra alla creazione di un mercato protetto, dove pochi imprenditori faranno profitti con i soldi pubblici.

Vale la pena dare uno sguardo a come l’Italia si sia preparata per tempo al nuovo corso, e come questo si inserisca nella tradizione del sistema economico del Paese: un capitalismo chiuso, feudale e in odor di incenso, luogo ideale per mazzette e corruzione.
Nel Parlamento italiano, oltre 300 tra deputati e senatori fanno parte del trasversale “Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà”, nato nel 2003 su iniziativa di Maurizio Lupi, Angelino Alfano, Gianfranco Blasi, Luigi Casero e Grazia Sestini (Forza Italia), Enrico Letta ed Ermete Realacci (Margherita) e Pierluigi Bersani (Ds). Secondo Lupi, il gruppo ha l’obiettivo di “promuovere l’iniziativa privata dei cittadini in forme di auto-organizzazione per sperimentare un rapporto più evoluto fra programmazione statale e soggetti privati”.

Un anno prima, nel 2002, vide la luce la Fondazione per la sussidiarietà, che ha nel “tema del welfare e dei servizi di pubblica utilità alla persona” la sua mission fondativa: “Liberi di scegliere. Dal welfare state alla welfare society” è stata la sua prima pubblicazione (5).
La fondazione è ufficialmente “segreteria scientifica” dell’omonimo Intergruppo parlamentare, nato per sua diretta sollecitazione, e al quale fornisce ricerche, studi, consulenze e strumenti di lavoro. Giorgio Vittadini, fondatore e presidente fino al 2003 della Compagnia delle opere (Cdo), braccio imprenditoriale di Comunione e liberazione, è fondatore e attuale presidente della Fondazione per la sussidiarietà. In poche parole, l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, dove oggi Bersani siede accanto a Lupi e ad altri 300 parlamentari di ogni schieramento politico, è un’emanazione di Comunione e liberazione, movimento fondamentalista
cattolico e, oggi, forse la più potente lobby in Italia.

Che Cielle stia scalando lo Stato dall’interno è evidente dal parterre di nomi, provenienti dal mondo economico e politico, che accorrono annualmente sempre più numerosi al Meeting di Rimini, legittimando la convention ciellina come un importante palcoscenico programmatico.
Solo quest’anno si sono visti il presidente Mario Monti e ben cinque ministri (Passera, Ornaghi, Clini, Fornero, Terzi) di quel governo che in nome del libero mercato dichiara di voler combattere l’influenza dei gruppi di potere, e poi Mauro Moretti, Paolo Scaroni e Fulvio Conti, amministratori delegati rispettivamente di Ferrovie dello Stato, Eni ed Enel.
Non diserta il raduno annuale nemmeno l’Intergruppo parlamentare, che non fa dunque mistero della sua radice ciellina, per quanto la grande informazione si guardi bene dall’evidenziarlo.
Nell’agosto scorso sono saliti sul palco Vannino Chiti, Enrico Letta e Tiziano Treu (Pd), Gian Luca Galletti (Udc), Maurizio Lupi e Raffaello Vignali (Pdl), a parlare di ‘riforme condivise’ (6). Mentre Vittadini ha aperto il Meeting a fianco di Monti e ha presenziato a numerosi altri incontri, accanto a Mauro Moretti e al ministro Passera.

In quanto ‘segreteria scientifica’ la Fondazione suggerisce all’Intergruppo parlamentare i temi di cui occuparsi, organizzando incontri e dibattiti. “Credito, fondi pensione, mercato, risorse pubbliche e utili di impresa: come finanziare lo sviluppo oggi?”, “Welfare e sussidiarietà”, “La sussidiarietà fiscale”, “Sussidiarietà e cooperazione internazionale”, “Bipolarismo mite e sussidiarietà”, sono alcuni degli argomenti affrontati dal 2003 a oggi.

Dietro la farsa democratica del pluralismo o bipolarismo che dir si voglia, è quindi evidente come la classe politica italiana ha trasversalmente deciso di interpretare quella sussidiarietà neoliberista che consegna ai privati lo stato sociale: la rete della Compagnia delle Opere – 34.000 imprese associate, un fatturato complessivo stimato in almeno 70 miliardi di euro l’anno, 40 sedi nella penisola e 15 nel mondo, una fiera, il Matching, che riunisce ogni anno a Milano migliaia di imprenditori dei più diversi settori – farà la parte del leone all’interno del regime di oligopolio privato. Una situazione che al di là dell’aspetto economico (profitti privati con soldi pubblici), riporterà la società italiana indietro di più di cent’anni, nell’Ottocento, quando lo stato sociale era nelle mani della Chiesa, con tutto ciò che questo comporta in termini etici.

Non lo nasconde Vittadini, che in un’intervista al quotidiano cattolico Avvenire spiega quello che chiama “welfare della responsabilità. Un modello che si basa sulla collaborazione tra i soggetti sociali, come le famiglie, e gli erogatori dei servizi, sia che si tratti di enti pubblici o privati, nati in seno alla società civile e portatori di un’identità e di una missione con forti connotati ideali”. “Un modello dove cadono gli steccati ideologici” incalza il giornalista, “e nel quale il privato sociale e il non profit non sono più considerati semplici supplenti dello Stato, ma protagonisti che lo Stato deve sostenere (leggi sussidio, n.d.a.) creando le condizioni per una effettiva libertà di scelta”. “Non è più una questione di destra o sinistra, di pubblico o privato”, afferma ancora Vittadini, “lo scopo di iniziative di questo tipo è migliorare le condizioni della scuola o della sanità” (7).

E ancora dalle pagine de L’Unità, ex quotidiano comunista oggi organo di stampa del Pd, che di Vittadini ospita addirittura un articolo, l’esponente ciellino dichiara che “solo la sussidiarietà, intesa come la valorizzazione dell’azione di realtà senza fine di lucro messe in piedi da persone unite da un comune vincolo ideale, può permettere oggi di continuare a godere di una qualità della vita che né il pubblico né il privato a fini di lucro possono assicurare da soli. La natura non profit e la connotazione ideale di questi enti (non solo di volontariato ma, come nella tradizione anglosassone, anche di grandi dimensioni, con patrimonio e reddito), fa sì che essi eroghino servizi in modo efficace reinvestendo gli eventuali utili nell’attività stessa, senza l’obbligo di dividerli tra gli azionisti” (8).

Su quanto gli utili saranno eventuali, e quanto non finiranno nelle tasche degli imprenditori ciellini e dei politici amici, rassicura la storia italiana della corruzione, dei fondi neri e degli appalti gonfiati, e le recenti inchieste giudiziarie che hanno coinvolto in Lombardia Rossano Breno, presidente della Compagnia delle opere di Bergamo, accusato di corruzione, e il San Raffaele, la Maugeri e i faccendieri di Comunione e liberazione; in Calabria, l’impresa Obiettivo lavoro e Antonio Saladino, presidente della Cdo del Meridione.

Un’idea di quanto la Fondazione per la sussidiarietà sia già ben radicata nella società italiana, e più che pronta a sostenere l’entrata della Compagnia delle opere nel business del welfare privato, la dà la struttura tentacolare che ha messo in piedi nel corso degli anni nel settore educativo e dell’informazione (vedi box).

 

FONDAZIONE PER LA SUSSIDIARIETÀ

Scuole e Master
Scuola di Sussidiarietà, avviata nel 2003 in Lombardia, Piemonte e Lazio e poi estesa a tutto il territorio nazionale, che si rivolge “a chi riveste ruoli di responsabilità nei servizi di pubblica utilità alla persona sia privati che pubblici” (1); Scuola d’Impresa per Pmi (Piccole e medie imprese), organizzata in collaborazione con la Compagnia delle opere; Scuola per opere di carità, anch’essa in collaborazione con Cdo, rivolta “a chi è impegnato in organizzazioni non profit, sia come volontario sia come professionista”; Scuola Internazionale di Sussidiarietà, nata grazie al rapporto aperto con la London School of Economics and Political Science; Euro-Mediterranean School, realizzata insieme ad Altis-Università Cattolica, ICeSD (International Center for Subsidiarity and Development) e alle Camere di Commercio di Milano, Napoli e Venezia, che ha “lo scopo di formare all’attività imprenditoriale giovani manager e neo-laureati provenienti dai Paesi del bacino del Mediterraneo”; Master in Governance Pubblica per dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione, realizzato in collaborazione con la Camera di Commercio di Napoli, con le Regioni Campania, Lombardia, Sicilia, Calabria, con la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione Locale e con alcuni dipartimenti dell’Università Federico II; Master universitario per manager di Pmi, organizzato in collaborazione con Altis-Università Cattolica; Corso di Alta formazione per Manager delle Onp (Organizzazioni non profit) e imprese sociali, rivolto “a chi ricopre ruoli di responsabilità nel non profit”, organizzato con Altis-Università Cattolica e Cometa-formazione; Master di secondo livello Managment e leadership delle istituzioni educative, realizzato insieme a Università Alma Mater di Bologna, Università Cattolica di Milano, Università di Napoli Federico II, Università di Padova e Università di Udine.

Informazione
Nel 2005 nasce il trimestrale della Fondazione: Atlantide. All’interno del comitato scientifico troviamo, tra gli altri, Ferruccio De Bortoli, attuale direttore del Corriere della Sera; Oscar Giannino, giornalista presente anche all’ultimo Meeting di Rimini e recentemente promotore del movimento politico neoliberista “Fermare il declino”, che propone tagli alla spesa, diminuzione delle tasse e privatizzazioni; Pietro Ichino, senatore Pd e membro della direzione nazionale del partito, fervente sostenitore della precarietà del lavoro; Lorenzo Ornaghi, attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali ed ex rettore dell’Università Cattolica di Milano; Antonio Polito, ex senatore della Margherita (2006-2008), ex direttore del quotidiano Il Riformista e oggi editorialista del Corsera.
Nel 2006 nasce Il Sussidiario, ospitato come inserto mensile ne Il Riformista, e divenuto un quotidiano online nel 2008.

 


(1) I virgolettati sono citazioni dal sito www.sussidiarieta.net

 

“Oggi è nato il governo di sussidiarietà nazionale!”. Nell’impeto dell’entusiasmo, con queste parole Enrico Letta ha concluso il suo intervento al seminario dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà svoltosi nell’abbazia di Spineto, a Sarteano, nell’ottobre 2011. Tra gli ascoltatori anche Mario Draghi, che dopo quattro mesi dichiarerà defunto il modello sociale europeo, e che ha aperto il convegno accanto a Giorgio Vittadini.

Tutto questo mentre la politica italiana manda in scena il copione delle primarie, preludio alla grande recita delle elezioni politiche di primavera; mentre il circuito della grande informazione, in
mano a industriali e banchieri, si fa naturale strumento di propaganda e replica senza soluzione di continuità there is no alternative, si tiene ben lontana dal denunciare l’unipolarismo politico ed economico ormai compiuto e alza le barricate contro la legge sulla diffamazione, come se ‘libertà di stampa’ non significasse, innanzitutto, svolgere in piena autonomia la funzione di watch dog, cane da guardia, dei diritti della collettività; mentre commissari europei, politici, imprenditori e rappresentanti del potere finanziario, che non mancano una riunione del Bilderberg da anni (9) – come gli stessi Draghi e Monti – indisturbati portano a compimento il progetto neoliberista europeo. Che in Italia avrà l’aggravante di connotarsi con i valori ideali di Comunione e liberazione: il cattolicesimo più retrivo.

Giovanna Cracco

 

 

(1) Cfr. Privatizzazioni: il Sabba della finanza, Giovanna Cracco, Paginauno n. 27/2012
(2) Cfr. Q&A: ECB President Mario Draghi, Wall Street Journal, 23 febbraio 2012, http://blogs.wsj.com/eurocrisis/2012/02/23/qa-ecb-president-mario-draghi/
(3) Cfr. Berlino in pressing su Atene. La Grecia: resteremo nell’euro, La Stampa, 19 agosto 2012
(4) Cfr. Europa: le menzogne sul debito pubblico e la costruzione di un nuovo modello di Stato, Giovanna Cracco, Paginauno n. 29/2012
(5) I virgolettati relativi alla Fondazione per la sussidiarietà sono citazioni dal sito www.sussidiarieta.net
(6) Cfr. Incontro al Meeting di Rimini, Sono ancora possibili riforme condivise? Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, 24 agosto 2012
(7) Cfr. Una grande intesa su welfare e bene comune, Massimo Calvi, Avvenire, 25 settembre 2012
(8) Cfr. Il welfare possibile: più società meno mercato, Giorgio Vittadini, L’Unità, 27 marzo 2012
(9) Cfr. Per l’elenco dei partecipanti ufficiali alle riunioni del gruppo Bilderberg degli ultimi tre anni: http://www.bilderbergmeetings.org/meetings.html. Tra le new entry del 2012, la giornalista Lilli Gruber ed Enrico Letta

 

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