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Polemos

 

Vivendi vs Mediaset: è il business, bellezza!
di Giovanna Baer
Dentro la battaglia Bolloré/Berlusconi, con ben poca italianità e molto mercato

La vicenda
L’8 aprile 2016 Mediaset ha annunciato un accordo con Vivendi, la società francese attiva nel settore dei media e delle comunicazioni e controllata dal gruppo Bolloré, per lo sviluppo congiunto di nuovi progetti industriali su scala internazionale. Secondo il comunicato stampa di Vivendi, “l’accordo con Mediaset conferma l’intenzione di Vivendi di costruirsi una posizione forte nell’Europa meridionale, un mercato che condivide comuni radici culturali latine. La presenza significativa di Mediaset in Italia e in Spagna, attraverso la televisione generalista e i canali tematici (gratis e a pagamento), rappresenta un’importante tappa verso il raggiungimento di questo obiettivo. Rappresenta anche un passo significativo di Vivendi verso la sua ambizione di divenire un grande gruppo internazionale con una natura europea nel settore dei media e dei contenuti” (1). L’intesa prevedeva che Mediaset cedesse a Vivendi azioni proprie per un importo
pari al 3,5% del capitale sociale e il 100% di Mediaset Premium (la tv a pagamento del Biscione gestita – molto male – da Piersilvio Berlusconi), in cambio del 3,5% del capitale sociale del gruppo francese.

Tutto sembrava funzionare nel migliore dei modi quando il 26 luglio Vivendi ha comunicato alla stampa di non volere più rispettare i termini del contratto: secondo quanto dichiarato dai francesi, in maggio i conti avevano evidenziato una perdita mai emersa prima di oltre 56 milioni (in proiezione oltre 200 milioni l’anno), e già il 21 giugno Arnaud de Puyfontaine, Ceo di Vivendi, aveva informato il management Mediaset di aver riscontrato differenze significative nelle analisi e nelle prospettive reddituali di Mediaset Premium rispetto ai dati su cui si era basato l’accordo. Pertanto, vista la situazione e in mancanza di una soluzione percorribile, il gruppo francese non si riteneva più tenuto a onorare il contratto.

Mediaset, ritenendo di aver trattato in piena trasparenza e che Vivendi fosse consapevole di ogni aspetto dell’accordo, si è rivolta alla magistratura per ottenerne l’esecuzione coattiva e il risarcimento dei danni (il 19 agosto), seguita a ruota da Fininvest in qualità di maggiore azionista (il 23 agosto). La vicenda si è trascinata per tutto l’autunno senza novità significative in attesa delle decisioni della magistratura, mentre i due contendenti sostenevano a mezzo stampa la propria campagna mediatica a colpi di accuse e controaccuse, finché lo scorso 12 dicembre, del tutto inaspettatamente (almeno per i diretti interessati), Vivendi ha iniziato a effettuare sul mercato massicci acquisti del titolo del Biscione, decuplicando in pochi giorni il proprio portafoglio di azioni Mediaset e arrivando a fine anno a detenere il 30% del capitale, soglia-limite oltre la quale scatterebbe l’obbligo di Opa (Offerta pubblica di acquisto di titoli, la mossa ostile per eccellenza per giungere al controllo di una società quotata in Borsa).

Vivendi ha speso in pochi giorni circa 1,2 miliardi di euro, raddoppiando quasi il corso dei titoli Mediaset, passati da 2,71 euro a 4,57 euro ad azione, mentre la famiglia Berlusconi, proprietaria di Fininvest, cercava di riorganizzare le proprie difese: dopo aver investito altri 120 milioni per giungere al 39,7% dei diritti di voto in Mediaset, quota massima stabilita per legge nel 2016 (da aprile prossimo potrà salire di un ulteriore 1,27% e a dicembre 2018 di un altro 3,5%), Fininvest si è rivolta alla Consob (la Commissione per le società e la Borsa), denunciando Vivendi per abuso di informazioni privilegiate (cioè, sostanzialmente, per aver fatto crollare di proposito le azioni Mediaset rompendo il contratto in luglio con l’obiettivo di rendere la società vulnerabile a una scalata). Sulla base della nota trasmessa alla Commissione si è attivata anche l’Agcom (l’Autorità di garanzia del settore delle comunicazioni), che il 21 dicembre, dopo aver avvertito Bolloré della possibilità di fermare l’eventuale concentrazione di potere determinato dall’accoppiata Mediaset-Telecom Italia (di cui Vivendi detiene il 24,19%), ha deciso di aprire un’istruttoria per verificare la possibile violazione delle norme sui servizi di media audiovisivi e radiofonici, basato sulla legge Gasparri.


Il gruppo Bolloré e Vivendi
Vincent Bolloré, classe 1952, è il primo azionista di Vivendi con il 20%. Nato a Boulogne-Billancourt, appartiene a una famiglia di industriali bretoni, ma ha iniziato la sua carriera nel settore finanziario, presso la Banque de l’Union européenne industrielle et financière (1970) prima, e nella Compagnie Financière Edmond de Rothschild (1975) poi. Nel 1981 ha preso in mano la gestione dell’azienda di famiglia, una cartiera in gravi difficoltà finanziarie, decidendo di uscire dal core business per investire inizialmente nel settore delle pellicole di plastica ultrafini, e in seguito diversificare nel comparto dell’energia, nell’agroalimentare (piantagioni di cacao e cotone in Africa e vino in Francia), nei trasporti e nella logistica, e infine nel settore media. Oggi il gruppo Bolloré è una delle 500 più grandi società del mondo, con più di 58.000 dipendenti, un fatturato di circa 10,8 miliardi di euro, reddito netto per 727 milioni e mezzi propri per 11,2 miliardi (2). Gli interessi del gruppo sono saldamente in mano alla famiglia Bolloré, e “il controllo stabile della maggioranza del capitale consente al gruppo di sviluppare una politica di investimento a lungo termine” (3).

Figura ricca di chiaroscuri, Bolloré è stato al centro di numerose polemiche, sia per i suoi interessi economici nella cosiddetta Françafrique (avrebbe avuto grandi privilegi da parte dei governi degli Stati africani grazie alle pressioni politiche e diplomatiche, a volte anche sfociate in interventi militari veri e propri, esercitate dal governo francese presieduto dall’amico Nicolas Sarkozy, a cui ha più volte messo a disposizione il proprio jet privato e lo yacht [4]), sia per il suo comportamento con i compagni d’affari: “Ha soffiato l’impero di famiglia a una delle più blasonate dinastie transalpine, sfilato una banca all’amico di papà, teso agguati in Borsa ai compagni di scuola. Ha scaricato senza troppe cerimonie – quando serviva – anche i consiglieri più fidati. Facendosi tanti nemici, va da sé, ma mettendo assieme quel tesoretto che gli consente oggi di tenere sotto scacco la Fininvest” (5).

A giocare duro Vincent ha iniziato nel 1991 quando, per salvaguardare una sua giovane società di trasporti marittimi contro la rivale Delmas, ha persuaso il conte Eduard de Ribes, amico di famiglia e presidente storico di Banque Rivaud, a finanziare il rastrellamento in Borsa del 5% delle azioni del rivale, mentre contattava personalmente tutti i membri della famiglia Vielijeux (i proprietari della Delmas) per convincerli a cedergli le azioni, giungendo infine a ottenere il controllo del gruppo. Stupito dalla spregiudicatezza e dalla tenacia dell’imprenditore, de Ribes ne invoca l’aiuto in occasione della scalata ostile da parte di Stern e Dumenil Léblé (quest’ultima di proprietà di Carlo De Benedetti) e, una volta scongiurato il pericolo, lo chiama ad affiancarlo nella gestione della Banque Rivaud.

Un bel gesto che il conte è destinato a pagare caro: nel 1996, quando un dipendente accusa la società di evasione fiscale, Bollo coglie al volo l’occasione per defenestrare de Ribes (che verrà indagato per “abus de biens sociaux et présentation de comptes inexacts”, letteralmente “abuso di beni societari e falsificazioni contabili”). Alleatosi con i soci belgi e incassato il beneplacito dell’establishment parigino della destra gaullista (cliente storico della banca), Vincent si è impossessato della ricchissima cassa dell’istituto di credito, ancora oggi controllata dal gruppo Bolloré tramite la Socfin (mentre de Ribes, assolto da tutte le accuse, è stato per molti anni amministratore del gruppo Bolloré, segno che negli affari i sentimenti lasciano il tempo che trovano).

In Italia il finanziere è entrato attraverso il ‘salotto buono’ di Mediobanca, di cui è ufficialmente socio dal 2002, ed è oggi secondo azionista (in Cda siede la sua ultimogenita Marie) con quasi l’8% del capitale vincolato al patto di sindacato: da notare che il primo azionista è il gruppo Unicredit, con una quota dell’8,56%, mentre il terzo azionista è Banca Mediolanum del binomio Doris-Berlusconi, con il 3,34% (6).

Da Mediobanca è arrivato in Generali (di cui l’istituto di piazzetta Cuccia è il principale azionista), dove ha ricoperto il ruolo di vicepresidente fino a ottobre 2013 (del Leone ha una piccola quota di azioni dirette, oltre quelle controllate attraverso Mediobanca), e in cui la sua influenza è ancora oggi decisiva: Philippe Donnet, il manager francese Ceo e Ad di Generali dal 17 marzo 2016, ha fatto parte dal 2008 fino alla nuova nomina del consiglio di sorveglianza di Vivendi, mentre Jean-René Fourtou, nel consiglio di amministrazione di Generali dal dicembre 2013, ne è stato Ceo dal 2002 al 2005 (e ne è tuttora presidente onorario).

Nel 2010 ha acquistato il 5% della holding Premafin di Salvatore Ligresti, ed è stato condannato dalla Consob a una multa di 3 milioni di euro e a 18 mesi di interdizione per aver gonfiato il prezzo delle azioni in vista della vendita della società (operazione in seguito naufragata), al gruppo Groupama. Nel libro soci di Telecom è entrato invece nell’estate 2015, quando Vivendi ha venduto la brasiliana Global Village Telecom (GVT) agli spagnoli di Telefonica per 7,6 miliardi e ha ricevuto, come parte del compenso, un pacchetto dell’8,3% di azioni della società italiana, diventandone primo azionista. In seguito Vivendi ha aumentato la sua quota in Telecom Italia con acquisti sul mercato borsistico e oggi ne possiede il 24,9%.

In Francia, nel maggio del 2016, malgrado le accuse di irregolarità e i ricorsi in tribunale, Vivendi ha conquistato Gameloft, società specializzata nei videogiochi per telefonini, soffiandola ai fondatori bretoni Guillemot, cui nel dicembre scorso ha tolto anche il gioiello di famiglia Ubisoft (Rayman, Prince of Persia, Assassin’s Creed, Far Cry, Just Dance).

Prima della rottura del contratto su Mediaset Premium e della scalata a Mediaset, Bolloré era considerato vicino a Silvio Berlusconi grazie ai legami con l’imprenditore e produttore cinematografico tunisino Tarak Ben Ammar, amico storico di Gheddafi e Sarkozy e rappresentante della finanza francese in Italia, che siede – tra gli altri – nei Cda di Mediaset, Mediobanca, Generali, Telecom e Vivendi.


Il problema Telecom
Il 17 gennaio l’Agcom ha fatto sapere, al termine dei lavori preliminari svolti dai commissari sull’affaire Vivendi-Mediaset (le conclusioni sono attese per il 21 aprile), che una eventuale Opa di Vivendi non sarebbe giuridicamente accettabile, ceteris paribus. In particolare l’Agcom fa riferimento al comma 11 dell’articolo 43 (Posizioni dominanti nel sistema integrato delle comunicazioni) del Testo Unico della Radiotelevisione (7), secondo il quale “le imprese, anche attraverso società controllate o collegate, i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai sensi dell’articolo 18 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, sono superiori al 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore, non possono conseguire nel sistema integrato delle comunicazioni ricavi superiori al 10 per cento del sistema medesimo”.

L’Agcom fa presente che la presenza di Vivendi in Telecom “potrebbe configurare violazione del citato articolo 43”, ma “è un condizionale superato dai fatti. Secondo i dati diffusi giovedì scorso dalla stessa Agcom, Telecom – da sola – detiene già il 44,7% del mercato delle comunicazioni elettroniche e Mediaset già rappresenta il 13,3% del Sic. Un solo soggetto, insomma, non può detenere il controllo delle due aziende. Una delle due andrebbe ceduta a un terzo soggetto”. Non solo: “Se si appurasse che l’investimento di Vivendi non è meramente finanziario ma si configurasse anche in questa fase (ossia senza avere il controllo di Mediaset) come abuso di posizione dominante, allora proprio in virtù dello stesso comma 11, la conseguenza sarebbe ancora più radicale. Si arriverebbe a sollecitare la rinuncia a un pacchetto di azioni. Un orientamento del genere, però, non è ancora definitivo e potrà essere formalizzato solo a conclusione dell’indagine” (8).

Evidentemente, di fronte a una scelta netta, Bolloré preferirebbe scaricare Telecom, con cui non ha ottenuto le sinergie sperate (soprattutto a causa del fallimento del progetto per la banda larga, naufragato per il tempo perso nella sostituzione del management e per l’ostilità del governo che ha preferito mettere in piedi l’operazione con Enel), e che sembra meno adatta di Mediaset per costruire il famoso “polo mediatico europeo”. Tanto più che esiste una comoda soluzione a portata di mano che, forse, gli permetterebbe di garantirsi comunque tutta la posta in gioco.

Non è un segreto infatti che Telecom Italia fa gola a Orange S.A. (la nuova denominazione sociale di France Télécom), la maggiore impresa di telecomunicazioni in Francia, che conta 170.000 dipendenti e 230,7 milioni di clienti nel mondo, una capitalizzazione di Borsa di circa 39 miliardi di euro, e la cui quota di controllo (23,16%) è in mano pubblica. Dopo le prossime elezioni presidenziali in Francia (previste per il 23 aprile), le due società di telecomunicazioni potrebbero decidere di fondersi, come fortemente voluto dall’amministratore delegato di Orange, Stéphane Richard.

Vivendi cederebbe dunque la sua partecipazione in Telecom, ma riceverebbe in cambio un pacchetto di azioni della controllante francese, e a quel punto potrebbe coinvolgere il colosso di Spagna, Telefonica, cui fa senz’altro gola un’alleanza con Mediaset Espana: “Una bella piramide in cima alla quale c’è Bolloré, saldamente al comando di Vivendi grazie all’alleanza con lo Stato francese […]. E sotto un impero che spazia dalla tv alle tlc, dai videogame alla pubblicità. Andrà così? Non lo sappiamo, anche se il gruppo Bolloré dispone della massa critica e del sostegno finanziario in Italia e in Francia per tentare l’impresa (9).

Esiste anche una seconda possibilità, tuttavia meno allettante: secondo il Testo Unico della Radiotelevisione, “l’operazione (il controllo contestuale di Mediaset e Telecom, n.d.a.) sarebbe possibile a condizione di rendere Mediaset più snella, più piccola come perimetro industriale. E per questo i francesi sono pronti a gettare in mare Mediaset Premium (con i suoi 558,8 milioni di ricavi). A facilitare i francesi di Vivendi è il fatto che, da quest’anno, il nostro Garante dovrà includere nel mercato editoriale classico (giornali, radio, tv) anche i colossi della Rete, come Facebook e Google”(10). Di conseguenza, in una definizione allargata di mercato editoriale, il peso specifico di Mediaset (senza Premium) si abbasserebbe sotto la quota limite del 10% del Sic.


La minoranza di blocco
Anche se al momento la scalata di Vivendi a Mediaset è congelata in attesa degli sviluppi legali, e nonostante Fininvest ne possegga ancora la quota di controllo, la famiglia Berlusconi non è più in grado di gestire in libertà il Biscione: “In casa Mediaset le regole prevedono che per il via libera ai punti all’ordine del giorno delle assemblee straordinarie, dove si sottopongono al voto le decisioni più importanti, un numero di azionisti pari a 1/3 dei presenti può bloccare qualsiasi decisione. E dato che le assemblee di Mediaset non registrano quasi mai il 100% delle presenze è evidente che la quota detenuta da Vivendi, attualmente al 26,7% in termini di diritti di voto, può bastare e addirittura avanzare per bloccare i desiderata dell’azionista di riferimento di Mediaset, cioè Fininvest.

Prendendo come riferimento una partecipazione media a un’assemblea di Mediaset, compresa tra il 60% e il 70%, a Vivendi basterebbe rispettivamente il 20% e il 23,3% per dire ‘no, signori, questo punto non passa’. Vivendi, tra l’altro, può richiedere la convocazione di un’assemblea in modo molto agevole visto che è necessario detenere almeno il 5% delle azioni. Nelle frecce dell’arco che Bolloré può ancora lanciare nei confronti di Fininvest ci potrebbe essere anche la decisione di far inserire all’ordine del giorno di un’assemblea l’estensione dell’attuale consiglio d’amministrazione. Secondo quanto spiegano le stesse fonti, infatti, entrare nella stanza dei bottoni per i francesi significherebbe «dare un ulteriore segnale di forza». È altrettanto vero, tuttavia, che per arrivare alla nomina di propri consiglieri a Vivendi servirebbe una quota molto alta di azionisti favorevoli in assemblea. Fininvest è salita al 39,7% in sede di voto e ha rafforzato la propria posizione. Certo è che se Bolloré dovesse arrivare al 29,9% (come è avvenuto, n.d.a.) e allo stesso tempo riuscire a raccogliere l’adesione di altri azionisti, la partita non sarebbe impossibile come sembrava solo una settimana fa” (11).


In difesa dell’italianità
Berlusconi, però, non sembra voler sottomettersi senza lottare, e alla presentazione del libro di Bruno Vespa, il 21 dicembre scorso, si è espresso senza mezzi termini contro Vivendi: “Ci hanno fatto un ricatto, un’estorsione e quindi siamo in una battaglia di fronte a questa scalata ostile e pensiamo di resistere. Non mantenere la parola è qualcosa che non si può accettare, noi crediamo che la magistratura debba dare seguito alle nostre cause” (12). Il Cavaliere ‘spara’ anche contro la norma che impedisce a Fininvest di acquistare azioni oltre il 5% all’anno e auspica di arrivare al 51% grazie “a quei comitati per la difesa dell’italianità di Mediaset” che possono portare a raccogliere il voto “di circa il 20% delle azioni che sono nelle mani di differenti azionisti” (13).

Sono stati diversi i commentatori e i politici che hanno invocato un intervento del governo per fermare la scalata di Vivendi in Mediaset in nome della difesa dell’italianità. Tuttavia la mossa suggerita, cioè l’esercizio della Golden Power (14), non è praticabile: le nuove norme permettono sì allo Stato di intervenire anche su società di cui non sia azionista, “ma soltanto nel caso siano messi a rischio gli interessi nazionali da operazioni di mercato che riguardano aziende operanti nei settori strategici della difesa e sicurezza nazionale o che possiedono asset di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni (ma in questo caso gli asset strategici che giustificano un intervento dello Stato sono solo le reti di trasmissione)”, e comunque porre il veto all’adozione di delibere da parte degli organi societari od opporsi all’acquisto di partecipazioni è escluso “nel caso il soggetto scalatore sia comunitario,
come la francese Vivendi” (15).

E, secondo le dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda in un’intervista a La Stampa, il parere negativo espresso dal governo “sui metodi” dell’operazione finanziaria di Vivendi “non vuol dire che intendiamo stravolgere le regole del mercato o che ci sarà un intervento pubblico” (16). Inoltre, come ha pubblicato Mentana sul suo profilo Facebook, “c’è una grande manfrina in corso attorno alla possibile scalata di Mediaset da parte dei francesi.

È chiaro a tutti che non si può dire ‘giù le mani’ dopo aver lasciate indifese Telecom, Tim, Omnitel, Wind, la Bnl, Parmalat, Alitalia, le maggiori società di calcio (solo per fare qualche esempio), aver fatto spazio in Mediobanca e Generali a chi bussava coi soldi in mano (sempre Bolloré, peraltro) e dopo aver lasciato, nello stesso settore dei media, che Sky avesse il monopolio della tv satellitare. Perché invece Mediaset va difesa? Altri gruppi, penso a Discovery, hanno potuto acquistare canali tv e aprirne altri.

Qual è l’eccezione del Biscione? La risposta disarmante, ma vera è: Berlusconi. Cioè la politica. Che quel gruppo faccia capo al patriarca del centro-destra continua a far comodo a lui e alla sua parte politica, com’è ovvio, ma anche ai suoi avversari, come punto di forza ma anche di debolezza, su cui far leva quando necessario. È il vero motivo, del resto, per cui fin da subito il centro sinistra ha agitato il conflitto di interessi, salvo dimenticarsi di regolarlo nei tanti anni in cui è stato al governo (e nell’ultimo governo Prodi il ministro delle comunicazioni era un omonimo
dell’attuale premier…)”.


Provincialismi
Arnaud De Puyfontaine, Ceo di Vivendi, ha dichiarato in una lettera aperta a La Repubblica il 13 gennaio scorso: “Siamo in Italia per realizzare un progetto ambizioso, di lungo termine, costruito su ciò che l’Italia e la Francia hanno in comune: la vicinanza della loro tradizione latina. L’Italia, poi, ha molto da offrire, cultura, storia, esperienza, talento, professionalità, creatività, bellezza. In altre parole, voglio sottolineare che è proprio l’italianità al centro del nostro progetto. In particolare, pensiamo che essa sia una risorsa formidabile per generare crescita sia in Italia, sia in Francia. Ecco perché vogliamo dare più importanza e valore all’italianità delle aziende di cui siamo azionisti, consolidando le loro radici. Un modo per farlo è quello di dare un contesto europeo alla loro azione. Raggiungere una dimensione europea è un’opportunità unica per cogliere al meglio le sfide che offre un mondo ormai globalizzato”. E ancora: “Rafforzandosi in sud Europa, Vivendi sta scommettendo sulla cultura europea per far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita dei colossi anglosassoni, americani e cinesi. È per questo che siamo interessati a un’alleanza con Mediaset, un’azienda con una forte notorietà, ricca di professionalità e di potenziali sinergie con Vivendi. Basti pensare quali risultati si potrebbero raggiungere se Francia e Italia collaborassero nel campo del cinema e delle serie televisive” (17).

La strategia di Vivendi è dunque perfettamente chiara. Piuttosto la domanda che sorge spontanea è: cosa vorrebbe invece fare Mediaset, da sola, nei prossimi anni?
Fra le dieci big media europee in termini di capitalizzazione Vivendi è al primo posto con 24 miliardi di euro, Sky seconda con 20 miliardi, mentre Mediaset è il fanalino di coda con soli 4 miliardi (18). Quali sono le sue prospettive future?

E le stesse considerazioni valgono per quasi tutte le grandi aziende italiane, o presunte tali, nei confronti delle omologhe francesi: per esempio Orange vale più di 39 miliardi di euro, Telecom Italia circa 16,5; Axa (cui interessa molto un’eventuale fusione con Generali) capitalizza 56,5 miliardi, il Leone sole 24 miliardi (19), e stiamo citando solamente le società in cui Bolloré ha specifici interessi. “La media company che nascerebbe dall’aver messo insieme Vivendi e Mediaset – dal punto di vista dei contenuti – e Orange e Telecom Italia – dal punto di vista invece dell’infrastruttura – ambirebbe a fronteggiare non solo l’avanzata europea dell’americana
Netflix, ma a fare concorrenza, sempre nel Vecchio Continente, anche allo strapotere di quella Sky di Rupert Murdoch che qualcuno, in un primo momento, ha tirato in ballo come potenziale alleato (interessato) della famiglia Berlusconi per stoppare sul nascere le velleità di Mr Vivendi. Oltre alle leve dell’entertainment, la media company avrebbe in mano anche il prezioso pallino
dei contenuti in grado di influenzare le dinamiche politiche non solo italiane e francesi, ma anche europee” (20).

La tanto conclamata difesa dell’italianità potrebbe in realtà rappresentare un ottuso provincialismo, che non crea valore a lungo termine e tanto meno posti di lavoro.
Come scrive Ettore Livini su Repubblica il 16 gennaio: “La Fininvest di Silvio Berlusconi è arrivata,
complice Vincent Bolloré, alla madre di tutte le battaglie: quella in cui dovrà decidere quale sarà il suo futuro. […] Ora la famiglia di Arcore ha davanti tre strade: la prima, impervia, è mettere l’elmetto e scendere in trincea difendendo, costi quel che costi, il cuore televisivo dell’impero di casa. La seconda – la soluzione che la Borsa dà per più probabile – è venire a patti con Bolloré. Sapendo che in ogni caso, vista la sproporzione di forze finanziarie in campo, sarà necessario fargli importanti concessioni. La terza – quella che forse qualcuno dei cinque figli di Silvio preferisce, oggi come nel ‘99 – è quella della svolta radicale: girare le tv a Vivendi, incassare i soldi (o una quota nel gruppo francese) e cambiare faccia alla Fininvest. Trasformandola da holding industriale in cui i soci – come tradizione dell’imprenditoria di casa nostra – si occupano pure della gestione del business in un ‘contenitore’ di investimenti affidati a terzi.

Dove l’unico dovere degli azionisti è passare al bancomat una volta l’anno e incassare dividendi. La strada, va detto, imboccata negli ultimi anni da gran parte delle dinastie del Vecchio Continente (Agnelli in primis) per far fronte alla massa critica richiesta dalla globalizzazione” (21).

E infatti Piersilvio Berlusconi, amministratore delegato del Biscione, in un meeting tenutosi a Londra due giorni più tardi per spiegare agli analisti il piano 2017-2020 di Mediaset, ha dichiarato che la famiglia Berlusconi è aperta “a qualsiasi proposta che crei valore e abbia senso industriale” (22).

In fondo, come chiosa argutamente Livini su Repubblica, se Silvio è disposto a rinunciare al Milan tutto può essere possibile: “L’addio a Cologno, su cui evidentemente Piersilvio avrebbe qualcosa da ridire, trasformerebbe il Biscione. Mondadori, guidata da Marina, rimarrebbe l’unica partecipazione industriale. E i soldi in cassa potrebbero consentire di risolvere una volta per tutte il dilemma della gestione (lunga vita a lui) di un eventuale dopo-Silvio. Il piatto, senza rossoneri e tv, sarebbe più che appetitoso. Tra riserve non distribuiti e plusvalenze, Fininvest – al netto delle partecipazioni che rimarrebbero in pancia – avrebbe un tesoretto da 4 miliardi nel portafoglio, quanto basta per far felice diverse generazioni di figli su entrambi i rami di casa con un maxi-dividendo straordinario.

Lasciando poi il resto del patrimonio a maturare cedole annuali per l’argent de poche. In fondo solo Mediolanum – brillantemente gestita dai veri amici della famiglia Doris – garantisce qualche decina di milioni di cedole ogni dodici mesi. E le utopie, davanti ai freddi conti delle convenienze, possono sempre diventare realtà”.
Staremo a vedere.


Giovanna Baer

 

 

1) Comunicato stampa Vivendi, 8 aprile 2016, http://www.vivendi.com/press/press-releases/vivendi-forms-a-strategic-and-industrial-partnership-with-mediaset/
2) Dati dal sito www.bollore.com
3) Ibidem
4) Cfr. C’era una volta. La Francia in nero, documentario Rai, 13 settembre 2012; Sarkozy è arrivato a Luxor con Carla Bruni, L’OBS, 10 gennaio 2008
5) E. Livini, Bolloré, il serial-raider anti-Berlusconi col vizio di tradire gli amici in Borsa, La Repubblica, 29 dicembre 2016
7) Decreto legislativo, 31/07/2005 n. 177, G.U. 07/09/2005
8) C. Tito, L’assalto di Bolloré a Mediaset, Agcom pronta a un nuovo stop: «L’Opa Vivendi sarebbe nulla», La Repubblica, 17 gennaio 2017
9) U. Bertone, Ecco i veri progetti anti Murdoch di Bolloré (Vivendi) su Mediaset e Telecom, www.formiche.net, 15 dicembre 2016
10) La mossa di Agcom per bloccare Vivendi «Se prende Mediaset deve lasciare Telecom», La Repubblica, 16 dicembre 2016
11) G. Colombo, Mediaset, Vincent Bolloré punta sulla minoranza di blocco per commissariare Silvio Berlusconi durante le assemblee, L’Huffington Post, 21 dicembre 2016
12) Mediaset, Berlusconi. Vivendi ci ha fatto un ricatto. Agcom sulla scalata, www.agenpress.it
13) Ibidem
14) Cfr. http://www.dt.mef.gov.it/it/faq/faq_privatizzazioni.html#faq_0002.html
15) M. Follis e A. Satta, Mediaset, Il governo sta con Berlusconi, Milano Finanza, 15 dicembre 2016
16) M. Zatterin, Calenda: «Il 2017 sarà decisivo per sconfiggere i populismi», La Stampa, 28 dicembre 2016
17) De Puyfontaine (Vivendi): «Non siamo invasori. Con Mediaset intesa per un polo europeo», La Repubblica, 13 gennaio 2017
18) Dati da Il Sole 24 ore, 15 dicembre 2016
19) Prezzi di borsa del 25 gennaio 2017
20) A. Deugeni, Bollorè attacca il Salotto da UniCredit. I piani della finanza francese. Rumors, www.affaritaliani.it, 23 dicembre 2016
21) E. Livini, Mediaset-Vivendi, l’ultima battaglia di Silvio tra voci di intesa e resistenza a oltranza, La Repubblica, 16 gennaio 2017
22) M. Silvia Sacchi, «Da Vivendi nessuna nuova proposta ma pronti a valutarla se crea valore», Il Corriere della Sera, 18 gennaio 2017

 

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