| Nel corso del 2006, 1302 persone
sono morte sul posto di lavoro, nella sola Italia; un dato da considerarsi
“provvisorio e destinato a implementarsi nei prossimi mesi”
– specifica l’Inail nell’ultimo rapporto annuale presentato
il 30 aprile 2007 – “a causa dei tempi tecnici di accertamento”;
è ipotizzabile, secondo l’ente, sulla base di proiezioni
statistiche, che il numero sia “destinato a riposizionarsi su
livelli prossimi ai 1350 casi”. Denunciati, occorre sottolineare.
1338 sono state le vittime nel 2007, secondo i primi dati disponibili,
destinati anch’essi ad aumentare visibilmente. Dati che non tengono
conto dei decessi per malattia professionale, 250 i casi accertati nel
2006.
Sono numeri che hanno visto un lento e progressivo calo dal 2002 al
2005 (rispettivamente, 1478 morti nel 2002, 1449 nel 2003, 1328 nel
2004, 1274 nel 2005), per poi invertire la tendenza. Eppure, quando
i media si occupavano di morti sul lavoro, la notizia veniva trattata
nella forma di una rapida citazione statistica e nulla più. Il
caso della ThyssenKrupp sembra aver segnato l’inizio di un approccio
mediatico differente: un coro unanime di giornalisti, opinionisti, industriali
e politici, si è levato in indignate e affrante dichiarazioni.
A scatenarle, è stato il numero delle vittime in un unico evento:
ben sette.
Morire sul lavoro è improvvisamente diventato un caso da prima
pagina e argomento di dibattito televisivo. Eppure nulla è cambiato:
oggi come ieri, ogni giorno in Italia perdono la vita, lavorando, più
di quattro persone (è sufficiente fare un banale calcolo matematico);
ma se non muoiono ‘in gruppo’ non sembrano essere reali.
La realtà è qualcosa che elaboriamo attraverso il linguaggio;
un atto di violenza è percepito come tale in base a un ipotetico
standard di ciò che l’intera collettività percepisce
come una normale situazione non violenta, situazione i cui
confini, in una società mediatica, sono tracciati dai mezzi d’informazione.
Cani da guardia – quando non docili cani da passeggio al guinzaglio
dei padroni – della classe dirigente politica ed economica, i
media, attraverso l’uso sapiente del linguaggio, investono simbolicamente
l’atto di morire sul lavoro del significato di normalità,
di evento non violento. Quanto accaduto alla ThyssenKrupp e, soprattutto,
l’avvio della campagna elettorale, non mutano di fatto la considerazione
nella quale i poteri economico, politico e mediatico tengono le morti
sul lavoro.
Normale è ciò che è nella norma, ciò che
segue una regola solita; ciò che non si discosta da una consuetudine,
ciò che è ordinario, abituale, solito, usuale, comune,
ciò che non ha nulla di particolare né di eccezionale
né di allarmante; ciò che è inevitabile, naturale,
spontaneo, fino a crederlo frutto dell’ambiente e del sistema
in cui si vive. Questo torneranno a essere, dopo le elezioni di
aprile, le morti sul lavoro: normalmente congenite al lavoro
stesso.
Il linguaggio, da sempre considerato il mezzo pacifico del confronto
tra differenti posizioni, nella società mediatica è divenuto
strumento per imporre dall’alto un determinato universo di significati,
veicolo violento di un pensiero unico. E l’indignazione davanti
a sette morti è strumentale ipocrisia. Il burattinaio (la classe
dirigente politica ed economica) tira i fili (il linguaggio mediatico)
e il burattino (il cittadino) s’indigna; percepisce (a comando…)
la violenza visibile delle morti, ma non quella invisibile del linguaggio,
e tanto meno la presenza del soggetto che, coscientemente, lo utilizza.
Quale impostura nasconde la costruzione di un simile concetto di normalità?
Il 4 dicembre dello scorso anno l’acciaieria
ThyssenKrupp ha presentato il bilancio dell’esercizio fiscale
2006/2007 – chiuso al 30 settembre – definendolo “il
migliore dalla fusione” tra i due colossi Thyssen e Krupp, avvenuta
nel 1998: un fatturato di 51,7 miliardi di euro, aumentato del 10% rispetto
al bilancio precedente, e un utile, al lordo delle imposte, pari a 3,3
miliardi di euro, anch’esso lievitato del 7%. Occorre tenere a
mente questi dati nel momento in cui ci si trova davanti un altro numero:
almeno 116 le violazioni in materia di sicurezza accertate
dai magistrati inquirenti ai primi rilevamenti nello stabilimento di
Torino, non considerando il reparto della linea 5 nel quale sono morti
i sette operai.
Il processo di produzione capitalistica è finalizzato al profitto,
non alla salvaguardia dei bisogni umani. La sicurezza non produce reddito:
non è né capitale costante (macchinari, strutture di produzione,
materie prime) né capitale variabile (forza lavoro), entrambi
indispensabili al processo produttivo. L’aumento continuo e progressivo
del capitale investito si attua attraverso due fasi: la produzione e
la circolazione. Solo la prima produce reddito, la seconda si limita
a realizzarlo, cioè a trasformarlo – grazie alla vendita
– in denaro. È nella prima fase, dunque, che i costi devono
essere contenuti il più possibile, e dato che il capitale costante
ha un prezzo di mercato sul quale l’imprenditore può incidere
solo marginalmente, è sul costo del lavoro e in ciò a
esso legato che egli agisce per ottenere il proprio profitto. Dal punto
di vista delproprietario dei mezzi di produzione, investire parte degli
utili nei corsi di formazione per i dipendenti, nell’assunzione
di figure lavorative quale quella del manutentore, nel mantenere gli
standard di sicurezza sugli impianti e nell’ambiente di lavoro,
è un investimento a perdere; denaro mal speso, perché
non produce reddito.
Geremia è capomastro. Ha esperienza, ha costruito
tanti grattacieli in terra americana, dove è emigrato in cerca
di lavoro. I suoi figli parleranno inglese e Paolino, il maggiore, “Paolino
mio lo fo studiare sui libri, diventerà ‘nu celebre costruttore.
Mi par di vederlo... Quello si farà onore. Nessun figlio di Geremia
poserà mai mattoni, v’ ‘o dich’io”. Pietro
Di Donato ambienta il suo romanzo Cristo fra i muratori
– pubblicato nel 1944 da Bompiani e oggi, purtroppo, introvabile
– negli anni Venti del Novecento. “Mi piace poco”
pensa Geremia. “Fa presto il padrone a gridare: Avanti col lavoro,
avanti col lavoro. Non sa dir altro quell’americano dei miei...
Ho un bel da dirgli che la base dovrebb’essere il doppio più
spessa, un bel cantargli che quei pilastri vecchi andrebbero demoliti;
lui macché, paga da bere all’ispettore e sbraita: Via di
là, bastardo, non toccarmi quel pilone, sta bene com’è,
non toccarlo”. Ma Geremia non è persona da mollare: “«Volevo
dire, Mister Murdin, che le fondamenta, per essere sicure...»
«Oh sentite, pezzo di scimunito, se non vi piaccion le cose come
le voglio io, sapete cosa vi resta da fare». [...] Ma la casa
che s’era comprata e il pupo che stava per arrivare e tutto il
suo passato concorsero a tener lontano dalla bocca di Geremia il calice
amaro dell’umiliazione patita e gli fecero piegare la testa. Nunziatina
parlava di rovistare tra i secchi dei rifiuti, per nutrire i bimbi,
caso mai dovesse restar disoccupato...”
Il capomastro ci riprova ancora, ma il padrone nemmeno lo fa parlare.
“Sconcertato, Geremia si voltò a osservare con apprensione
le membrature, e il suo occhio esperto annotò nella mente le
molte violazioni ch’eran già state commesse contro la sicurezza
dell’edificio. Sotto l’acuto senso di disagio, curvò
le spalle come un vecchio”. E poi accade.
“[...] l’impiantito ondeggiò sotto i suoi piedi e
lo slittamento della base si ripercosse rombando su per le membrature
ancora instabili dell’edificio. [...] Gli uomini restarono stecchiti
sul posto. Le loro gole volevano gridare, urlare, ma non osavano. Per
qualche secondo tutta la squadra fu un corteo d’anime impietrite
e tese. Poi la base del loro mondo crollò. Un fremito violento
scosse tutto il palazzo, i pilastri rovinarono con lo schianto degli
alberi d’una foresta in fiamme, le fondamenta rigurgitarono. [...]
Con la velocità della luce, il mondo traballò da far nausea
e uomini impietriti dallo spavento furono proiettati in aria. Il palazzo
si abbatté furioso su di loro. Muri impalcature macigni rotaie
divennero onde, vortici, girandole di schegge che esplodevano in detonazioni
assordanti e maciullavano uomini e materiali”.
Geremia, Giacomo, Nicola detto Quaresima, Tommaso, Giulio detto Proboscide,
vengono sepolti vivi dal palazzo. Perché quasi sempre, morire
sul lavoro, è anche morire di una morte atroce.
I sette operai deceduti alla ThyssenKrupp avevano riportato ustioni
su tutto il corpo, al punto che i primi medici soccorritori hanno dichiarato
che “sarebbe stato meglio per tutti loro morire, più che
vivere” (per lunghi giorni di agonia prima di arrivare comunque
alla morte). Il direttore sanitario Mauro Pierri del Centro ustionati
dell’ospedale di Genova ha dichiarato a Il manifesto (20 dicembre
2007) che “non si può combattere uno shock che causa contemporaneamente
vomito persistente, convulsioni, abbassamento della pressione arteriosa,
ipotermia, insufficienza coronarica e cardiaca, emorragie estese sia
della mucosa del naso che dei bronchi. Ancora, albuminuria (ovvero insufficienza
renale: i due organi smettono di filtrare le urine) ed ematuria (perdita
di sangue con le urine). A questo si accompagnano lesioni gravi degli
organi vitali e, soprattutto, le complicazioni infettive, ovvero la
temibile setticemia che preannuncia quasi sempre l’arrivo della
morte. Non meno gravi e importanti sono le lesioni profonde delle mani,
dei piedi, delle regioni periarticolari. Che possono provocare un’invalidità
permanente che non si potrà correggere completamente con la riabilitazione
neuromotoria, anche se continua. Questo tipo di ustioni deturpano orribilmente
il viso delle persone colpite e nascono quasi sempre gravissimi problemi
di estetica” (sempre che si sopravviva). “La pelle che brucia
emana, inoltre, un odore insopportabile, e quanti dei sopravvissuti
a questo rogo potranno poter dimenticare la scena dei compagni bruciati?”
Forse un bollettino medico è in grado di farli ritornare uomini,
da numeri dentro una statistica che sono diventati.
L’approccio alla sicurezza della ThyssenKrupp
non è un’anomalia né una degenerazione, dovuta al
fatto che la fabbrica di Torino era in via di dismissione, prevista
per il settembre di quest’anno: “Spendere solo quando è
assolutamente e comprovatamente indispensabile […] negli altri
casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”, recitava una direttiva
impartita nel 1977 dal servizio centrale di manutenzione a tutti gli
stabilimenti del gruppo Montedison, documento scovato dall’allora
pm Felice Casson nel corso dell’inchiesta contro il petrolchimico
di Porto Marghera. Il sistema non è cambiato.
Indubbiamente, oggi esistono leggi specifiche in materia di sicurezza,
un tempo impensabili; leggi strappate dalle dure lotte operaie. Ma,
paradossalmente, esse fungono da specchietto per le allodole –
e il decreto sulla sicurezza recentemente approvato dal Parlamento non
è altro che uno specchio a figura intera – e contribuiscono
a tenere in piedi la mistificazione, nascondendo la violenza sistemica
insita nel processo produttivo. Sanzioni pecuniarie, per quanto più
gravose rispetto al passato e, per la prima volta in un procedimento
in materia infortunistica, la contestazione del reato di “omicidio
volontario” da parte di un singolo e coraggioso procuratore aggiunto,
non mutano i rapporti di sfruttamento in una società in cui la
politica – prolungamento legislativo della struttura economica
– si guarda bene dall’intaccare il sistema capitalista nella
sua ragione d’essere: l’accumulazione del profitto.
Il cittadino-allodola si appella al rispetto delle leggi, dimostrando
in tal modo che il linguaggio mediatico è riuscito nel proprio
intento: modificare la sua percezione del reale. Il sistema capitalistico
è l’ambiente naturale normale entro cui si muove;
in quanto ambiente naturale è subìto e accettato e considerato
solo parzialmente modificabile; non è messo in discussione, è
buono: cattive sono le morti; morti che, di conseguenza, egli percepisce
in parte come congenite al sistema – qualcosa di simile a un terremoto,
un evento aleatorio e naturale, l’inevitabile risvolto cattivo
di madre natura buona – e in parte come conseguenza di un’aberrazione
del sistema stesso solo e soltanto quando esso non rispetta le leggi
sulla sicurezza. L’universo simbolico è creato; il cittadino
– classe lavoratrice – non riflette in merito al soggetto
che tale struttura economica pone al centro: non l’uomo, bensì
il capitale.
Manipolata ad arte, la società civile subisce dunque, e fa propria,
la definizione mediatica di ‘morti bianche’, quando ‘morti
bianche’ sono quelle che colpiscono i neonati in culla durante
il sonno, morti per le quali nessuno ha responsabilità; subisce
e fa propria la definizione di ‘incidenti’, quando il vocabolario
della lingua italiana definisce incidente un “fatto casuale, imprevisto
o estraneo ad altro avvenimento più importante, nel quale esso
si inserisce, come interrompendolo” (differente quindi, dal significato
di “ragionevole rischio”); subisce e – ahimè
– fa in parte addirittura proprie, le parole di patron Riva dell’Ilva
di Taranto (ma la medesima ipocrita mistificazione è portata
avanti dai vertici aziendali della ThyssenKrupp e dalla Confindustria
tutta) quando afferma che le morti sul lavoro sono da imputare agli
stessi singoli operai, rei di una certa “confidenza e noncuranza”;
non si interroga sulle ragioni che stanno dietro alla ‘stanchezza
e incapacità’ delle quali, al limite, possono essere incolpati
i lavoratori, la prima dovuta ai turni massacranti e agli straordinari
– anche defiscalizzati dall’ultimo protocollo sul welfare
– e la seconda alla mancata formazione dei precari, sempre più
numerosi grazie alla legge 30.
Una realtà differente, quella di Paolino, sopraffatto
dalla violenza del capitalismo ma non da quella del linguaggio; Paolino
non è vittima della falsa separazione morale – buono e
cattivo – tra sistema produttivo e morti sul lavoro; Paolino è
in grado di riconoscerle per quello che sono: “ragionevoli rischi”
calcolati.
Nessun futuro da costruttore per lui, condannato dalla morte del padre
(per il quale la fossa, è “il suo primo bene immobiliare”)
a posar mattoni a sua volta per mantenere la madre, rimasta vedova,
e i fratelli, rimasti orfani.
“«Dobbiamo pur vivere… nessuno ci aiuta»”
ribatte a un amico che lo esorta a continuare ad andare a scuola, “«Il
lavoro è libertà, per noi»”. “«Il
lavoro non è libertà»” gli risponde Louis.
E Paolino si presenta al cantiere; fatemi lavorare, chiede implorante,
ma non è facile. Il padrone lo squadra: troppo mingherlino, troppo
inesperto, poco redditizio. Paolino si mette a lavorare, ugualmente.
E al sabato, carico di dolore, i palmi sanguinanti e la schiena spezzata,
tende la mano e il capo cantiere gli consegna una busta con dentro cinque
dollari; un quinto della paga settimanale di un muratore. Cinque dollari
con i quali è impossibile sfamare otto bocche, dieci contando
la propria e quella della madre. Ma Paolino non ha scelta e il lunedì
successivo è ancora lì, a farsi sfruttare, e quando gocce
di sangue gli cadono addosso, dalla mano di un operaio che lavora un
piano sopra di lui, e vede il moncherino privo di quattro dita tagliate
via di netto, schiacciate contro la ruota del montacarichi dal cavo
che si era messo improvvisamente in moto, Paolino prega: “Gesù
proteggimi. Non che abbia paura… ma ho tanto bisogno… non
devo mai farmi male… devo lavorare illeso, sempre, pregando e
ringraziandoti, Gesù”.
Diventa bravo, Paolino. “Un piccolo muratore in gamba”,
lo definisce il capo cantiere. A cinque dollari la settimana. E quando
vince il ‘premio’ messo in palio dai padroni per il muratore
più produttivo, un premio con il quale notte e giorno gli operai
vivono, senza menzionarlo mai, carne d’uomini che “sentivano
di posar mattoni e segar legna e batter ferri per l’eternità,
senza smettere mai” diventando tra loro “degli estranei,
rispettosi ma saturi tutti di un acre, salutare odio”, Paolino
e tutti gli operai vengono “adunati in uno spiazzo al secondo
piano. Su una piattaforma in legno stava il comitato: il sindaco dagli
occhi vivaci, un gruppetto di autorità, una stenografa, alcuni
giornalisti e tre signore eleganti […]. Furono tenuti discorsi,
e Paolo non distolse gli occhi dalle rosee facce e dai vestiti di lusso
dei signori sulla piattaforma. Anche quando sentì chiamare il
suo nome, e si vide consegnare un certificato e udì gli applausi
dei suoi compagni, stentava a credere che quei signori dalle dita così
bianche, dalla pelle così morbida e liscia, che parevano donne
baffute vestite da uomo, fossero padroni del grande edificio e magari
della città. Quel pomeriggio, mentre posava mattoni, continuava
a rivedere le facce di bambole profumate dei signori che gli avevano
consegnato il premio parlando un linguaggio stanco e affettato. Erano,
non l’avrebbe mai dimenticato, i padroni”.
Anche Vincenzo, detto Nasone, muore; il suo padrino, l’uomo che
gli ha insegnato il mestiere e gli ha fasciato la mani quando sanguinavano
e l’ha tenuto accanto a sé per coprire, con la propria
agilità nel lavoro, la sua ancora acerba destrezza. Il caposquadra,
inveendo contro di lui – “«Sfaticato, oggi sei più
tardo dell’avvento del Messia…»” – inciampa
in un secchio, gli cade addosso, e Vincenzo si abbatte supino sul davanzale
di una finestra rimbalzando nel vuoto. “Ai suoi piedi giaceva
Nasone, polpa di un rosso vivo ed umido schizzata sulla terracotta in
pezzi. […] Le braccia aperte erano stritolate, e incollata nel
palmo destro stava la cazzuola. […] Un manovale distese sui resti
di Nasone un telone d’autocarro. […] «Basta lavorare,
oggi.» […] Ma il sovraintendente si cacciò indietro
il cappello, si mise i pugni sui fianchi e disse, con labbra che stentavano
ad articolare: «Beh, ragazzi, bisogna pur utilizzare la calce
ch’è rimasta nelle mescolatrici. Ho più di cento
muratori, una sessantina di manovali, e un mucchio di spese generali.»
Guardò l’orologio e rifletté. «Torneremo dopo
mangiato. Sui palchi, si sa, ognuno deve badare a sé, e tenere
gli occhi aperti». Ma Paolino non poteva staccarsi dal povero
corpo dilaniato. Una fiamma gli balenò nel cervello. «Eccolo,
tuo padre» gridava. «È tuo padre! Sei tu!».
Paolino capisce: “I palchi non sono sicuri perché il boss
deve guadagnare di più”. È talmente semplice da
comprendere, ora, davanti alla morte. “Papà, papà”
grida Paolino, soffocando dentro di sé l’urlo, “perché
siamo qui? Il babbo guarda il muro e non gli dà retta. Papà,
adesso so che Mister Murdin è nostro nemico. Il babbo sorride
e gli strizza l’occhio”.
Mister Murdin, oggi, non è più considerato
il nemico; la violenza del linguaggio ha pacificato la società.
Nonostante nessun diritto si sia mai ottenuto senza scendere in piazza,
il cittadino ritiene l’aver superato la fase dello scontro aperto
di classe - gli scioperi generali, le grandi manifestazioni operaie
- una conquista positiva, quando a trarre vantaggio da una società
civile condiscendente e disposta al compromesso è solo la borghesia
industriale, alla quale la politica ha offerto i propri servigi. Concertazione,
è la parola buona, sciopero, quella cattiva. Il padrone è
divenuto ‘l’imprenditore’ e il capitalismo –
definizione abbandonata, ché le lotte operaie hanno contribuito
(negativamente, per il sistema) ad associare al concetto di ‘sfruttamento’
– è diventato il ‘libero mercato’.
“Solo i poveri avevano visitato la povera”; solo altri muratori
si erano stretti intorno alla famiglia rimasta orfana del muratore Geremia.
Coscienza di classe e solidarietà tra lavoratori tenevano in
piedi vite e legami. Il 10 dicembre, appena pochi giorni dopo la strage,
a scendere in piazza a denunciare quanto accaduto alla ThyssenKrupp
sono stati solo operai e pensionati ex operai; le strade di Torino,
città dalla lunga, caparbia e fortemente simbolica storia di
conflitti di classe, non si sono riempite dei suoi cittadini (che qualche
giorno prima, a comando, si erano indignati, ma l’indignazione
- come afferma Marco Paolini - è uguale all’orgasmo: dura
un attimo, e poi procura sonnolenza) i quali, al contrario, il 26 gennaio
del 2003 si misero in migliaia, a testa china, pazienti e rispettosi,
in coda, per rendere l’ultimo omaggio al re Gianni Agnelli; perfino
le serrande abbassate dei negozi in quel 10 dicembre non erano una silenziosa
partecipazione al lutto e alla denuncia; il lunedì mattina, a
Torino, per la maggior parte dei negozi è turno di chiusura infrasettimanale.
Non è solo Torino.
Nessun lavoratore italiano, oggi, si sente ‘Cristo fra i muratori’,
convinto com’è che i diritti acquisiti non gli potranno
più essere tolti e perfino che sia giusto modificarli in parte,
per l’avvenuta mutazione di ciò che ormai percepisce come
ambiente naturale; manipolato al punto da accollarsi consenziente il
peso della sopraggiunta crisi di redditività del capitalismo,
per sovrabbondanza di merci e penuria di mercati di vendita. Il sistema
economico ha bisogno di tornare a sfruttare la forza lavoro a condizioni
come quelle rappresentate da Di Donato, anche nei Paesi occidentali,
ché in quelli del Sud e dell’Est del mondo, in cui le industrie
delocalizzano la produzione, la realtà lavorativa è ancora
quella e anche peggiore. In questa direzione vanno le recenti politiche
sul lavoro: la legge 30, l’ultimo protocollo sul welfare, la rincorsa
alla ‘produttività’ come (falsa) panacea di tutti
i mali, al punto che sindacati e Confindustria concordano sulla necessità
di abolire – di fatto – i Contratti Collettivi di Lavoro
Nazionali a favore della contrattazione di secondo livello.
Il numero delle vittime è destinato ad aumentare.
(Falsamente) in discussione continua a essere posta la violenza visibile
della realtà delle morti sul lavoro, e non quella sistemica del
reale: l’inesorabile logica del capitale.
Mentre la società civile, violentata anche dal linguaggio, guarda
il dito e non la luna.
Giovanna Cracco |