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dicembre 2011- gennaio 2012
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| Violenza alla Thyssenkrupp di Giovanna Cracco |
| L'ipocrisia
della legge e dei media nella lotta contro le morti sul lavoro |
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Nel corso del 2006, 1302 persone sono morte sul posto di lavoro,
nella sola Italia; un dato da considerarsi “provvisorio e
destinato a implementarsi nei prossimi mesi” – specifica
l’Inail nell’ultimo rapporto annuale presentato il 30
aprile 2007 – “a causa dei tempi tecnici di accertamento”;
è ipotizzabile, secondo l’ente, sulla base di proiezioni
statistiche, che il numero sia “destinato a riposizionarsi
su livelli prossimi ai 1350 casi”. Denunciati, occorre sottolineare. Sono numeri che hanno visto un lento e progressivo calo dal 2002
al 2005 (rispettivamente, 1478 morti nel 2002, 1449 nel 2003, 1328
nel 2004, 1274 nel 2005), per poi invertire la tendenza. Eppure,
quando i media si occupavano di morti sul lavoro, la notizia veniva
trattata nella forma di una rapida citazione statistica e nulla
più. Il caso della ThyssenKrupp sembra aver segnato l’inizio
di un approccio mediatico differente: un coro unanime di giornalisti,
opinionisti, industriali e politici, si è levato in indignate
e affrante dichiarazioni. A scatenarle, è stato il numero
delle vittime in un unico evento: ben sette. La realtà è qualcosa che elaboriamo attraverso il
linguaggio; un atto di violenza è percepito come tale in
base a un ipotetico standard di ciò che l’intera collettività
percepisce come una normale situazione non violenta, situazione
i cui confini, in una società mediatica, sono tracciati dai
mezzi d’informazione. Cani da guardia – quando non docili
cani da passeggio al guinzaglio dei padroni – della classe
dirigente politica ed economica, i media, attraverso l’uso
sapiente del linguaggio, investono simbolicamente l’atto di
morire sul lavoro del significato di normalità, di evento
non violento. Quanto accaduto alla ThyssenKrupp e, soprattutto,
l’avvio della campagna elettorale, non mutano di fatto la
considerazione nella quale i poteri economico, politico e mediatico
tengono le morti sul lavoro. Il linguaggio, da sempre considerato il mezzo pacifico del confronto
tra differenti posizioni, nella società mediatica è
divenuto strumento per imporre dall’alto un determinato universo
di significati, veicolo violento di un pensiero unico. E l’indignazione
davanti a sette morti è strumentale ipocrisia. Il burattinaio
(la classe dirigente politica ed economica) tira i fili (il linguaggio
mediatico) e il burattino (il cittadino) s’indigna; percepisce
(a comando…) la violenza visibile delle morti, ma non quella
invisibile del linguaggio, e tanto meno la presenza del soggetto
che, coscientemente, lo utilizza. Il 4 dicembre dello scorso anno l’acciaieria ThyssenKrupp ha presentato il bilancio dell’esercizio fiscale 2006/2007 – chiuso al 30 settembre – definendolo “il migliore dalla fusione” tra i due colossi Thyssen e Krupp, avvenuta nel 1998: un fatturato di 51,7 miliardi di euro, aumentato del 10% rispetto al bilancio precedente, e un utile, al lordo delle imposte, pari a 3,3 miliardi di euro, anch’esso lievitato del 7%. Occorre tenere a mente questi dati nel momento in cui ci si trova davanti un altro numero: almeno 116 le violazioni in materia di sicurezza accertate dai magistrati inquirenti ai primi rilevamenti nello stabilimento di Torino, non considerando il reparto della linea 5 nel quale sono morti i sette operai. Il processo di produzione capitalistica è finalizzato al profitto, non alla salvaguardia dei bisogni umani. La sicurezza non produce reddito: non è né capitale costante (macchinari, strutture di produzione, materie prime) né capitale variabile (forza lavoro), entrambi indispensabili al processo produttivo. L’aumento continuo e progressivo del capitale investito si attua attraverso due fasi: la produzione e la circolazione. Solo la prima produce reddito, la seconda si limita a realizzarlo, cioè a trasformarlo – grazie alla vendita – in denaro. È nella prima fase, dunque, che i costi devono essere contenuti il più possibile, e dato che il capitale costante ha un prezzo di mercato sul quale l’imprenditore può incidere solo marginalmente, è sul costo del lavoro e in ciò a esso legato che egli agisce per ottenere il proprio profitto. Dal punto di vista delproprietario dei mezzi di produzione, investire parte degli utili nei corsi di formazione per i dipendenti, nell’assunzione di figure lavorative quale quella del manutentore, nel mantenere gli standard di sicurezza sugli impianti e nell’ambiente di lavoro, è un investimento a perdere; denaro mal speso, perché non produce reddito. Geremia è capomastro. Ha esperienza, ha costruito
tanti grattacieli in terra americana, dove è emigrato in cerca
di lavoro. I suoi figli parleranno inglese e Paolino, il maggiore,
“Paolino mio lo fo studiare sui libri, diventerà ‘nu
celebre costruttore. Mi par di vederlo... Quello si farà onore.
Nessun figlio di Geremia poserà mai mattoni, v’ ‘o
dich’io”. Pietro Di Donato ambienta il suo romanzo Cristo
fra i muratori – pubblicato nel 1944 da Bompiani e
oggi, purtroppo, introvabile – negli anni Venti del Novecento.
“Mi piace poco” pensa Geremia. “Fa presto il padrone
a gridare: Avanti col lavoro, avanti col lavoro. Non sa dir altro
quell’americano dei miei... Ho un bel da dirgli che la base
dovrebb’essere il doppio più spessa, un bel cantargli
che quei pilastri vecchi andrebbero demoliti; lui macché, paga
da bere all’ispettore e sbraita: Via di là, bastardo,
non toccarmi quel pilone, sta bene com’è, non toccarlo”.
Ma Geremia non è persona da mollare: “«Volevo dire,
Mister Murdin, che le fondamenta, per essere sicure...» «Oh
sentite, pezzo di scimunito, se non vi piaccion le cose come le voglio
io, sapete cosa vi resta da fare». [...] Ma la casa che s’era
comprata e il pupo che stava per arrivare e tutto il suo passato concorsero
a tener lontano dalla bocca di Geremia il calice amaro dell’umiliazione
patita e gli fecero piegare la testa. Nunziatina parlava di rovistare
tra i secchi dei rifiuti, per nutrire i bimbi, caso mai dovesse restar
disoccupato...” I sette operai deceduti alla ThyssenKrupp avevano
riportato ustioni su tutto il corpo, al punto che i primi medici soccorritori
hanno dichiarato che “sarebbe stato meglio per tutti loro morire,
più che vivere” (per lunghi giorni di agonia prima di
arrivare comunque alla morte). Il direttore sanitario Mauro Pierri
del Centro ustionati dell’ospedale di Genova ha dichiarato a
Il manifesto (20 dicembre 2007) che “non si può combattere
uno shock che causa contemporaneamente vomito persistente, convulsioni,
abbassamento della pressione arteriosa, ipotermia, insufficienza coronarica
e cardiaca, emorragie estese sia della mucosa del naso che dei bronchi.
Ancora, albuminuria (ovvero insufficienza renale: i due organi smettono
di filtrare le urine) ed ematuria (perdita di sangue con le urine).
A questo si accompagnano lesioni gravi degli organi vitali e, soprattutto,
le complicazioni infettive, ovvero la temibile setticemia che preannuncia
quasi sempre l’arrivo della morte. Non meno gravi e importanti
sono le lesioni profonde delle mani, dei piedi, delle regioni periarticolari.
Che possono provocare un’invalidità permanente che non
si potrà correggere completamente con la riabilitazione neuromotoria,
anche se continua. Questo tipo di ustioni deturpano orribilmente il
viso delle persone colpite e nascono quasi sempre gravissimi problemi
di estetica” (sempre che si sopravviva). “La pelle che
brucia emana, inoltre, un odore insopportabile, e quanti dei sopravvissuti
a questo rogo potranno poter dimenticare la scena dei compagni bruciati?”
L’approccio alla sicurezza della ThyssenKrupp
non è un’anomalia né una degenerazione, dovuta
al fatto che la fabbrica di Torino era in via di dismissione, prevista
per il settembre di quest’anno: “Spendere solo quando
è assolutamente e comprovatamente indispensabile […]
negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”, recitava
una direttiva impartita nel 1977 dal servizio centrale di manutenzione
a tutti gli stabilimenti del gruppo Montedison, documento scovato
dall’allora pm Felice Casson nel corso dell’inchiesta
contro il petrolchimico di Porto Marghera. Il sistema non è
cambiato. Il cittadino-allodola si appella al rispetto delle
leggi, dimostrando in tal modo che il linguaggio mediatico è
riuscito nel proprio intento: modificare la sua percezione del reale.
Il sistema capitalistico è l’ambiente naturale
normale entro cui si muove; in quanto ambiente naturale è subìto
e accettato e considerato solo parzialmente modificabile; non è
messo in discussione, è buono: cattive sono le morti; morti
che, di conseguenza, egli percepisce in parte come congenite al sistema
– qualcosa di simile a un terremoto, un evento aleatorio e naturale,
l’inevitabile risvolto cattivo di madre natura buona –
e in parte come conseguenza di un’aberrazione del sistema stesso
solo e soltanto quando esso non rispetta le leggi sulla sicurezza.
L’universo simbolico è creato; il cittadino – classe
lavoratrice – non riflette in merito al soggetto che tale struttura
economica pone al centro: non l’uomo, bensì il capitale. Una realtà differente, quella di Paolino,
sopraffatto dalla violenza del capitalismo ma non da quella del linguaggio;
Paolino non è vittima della falsa separazione morale –
buono e cattivo – tra sistema produttivo e morti sul lavoro;
Paolino è in grado di riconoscerle per quello che sono: “ragionevoli
rischi” calcolati. Diventa bravo, Paolino. “Un piccolo muratore in gamba”, lo definisce il capo cantiere. A cinque dollari la settimana. E quando vince il ‘premio’ messo in palio dai padroni per il muratore più produttivo, un premio con il quale notte e giorno gli operai vivono, senza menzionarlo mai, carne d’uomini che “sentivano di posar mattoni e segar legna e batter ferri per l’eternità, senza smettere mai” diventando tra loro “degli estranei, rispettosi ma saturi tutti di un acre, salutare odio”, Paolino e tutti gli operai vengono “adunati in uno spiazzo al secondo piano. Su una piattaforma in legno stava il comitato: il sindaco dagli occhi vivaci, un gruppetto di autorità, una stenografa, alcuni giornalisti e tre signore eleganti […]. Furono tenuti discorsi, e Paolo non distolse gli occhi dalle rosee facce e dai vestiti di lusso dei signori sulla piattaforma. Anche quando sentì chiamare il suo nome, e si vide consegnare un certificato e udì gli applausi dei suoi compagni, stentava a credere che quei signori dalle dita così bianche, dalla pelle così morbida e liscia, che parevano donne baffute vestite da uomo, fossero padroni del grande edificio e magari della città. Quel pomeriggio, mentre posava mattoni, continuava a rivedere le facce di bambole profumate dei signori che gli avevano consegnato il premio parlando un linguaggio stanco e affettato. Erano, non l’avrebbe mai dimenticato, i padroni”. Anche Vincenzo, detto Nasone, muore; il suo padrino,
l’uomo che gli ha insegnato il mestiere e gli ha fasciato la
mani quando sanguinavano e l’ha tenuto accanto a sé per
coprire, con la propria agilità nel lavoro, la sua ancora acerba
destrezza. Il caposquadra, inveendo contro di lui – “«Sfaticato,
oggi sei più tardo dell’avvento del Messia…»”
– inciampa in un secchio, gli cade addosso, e Vincenzo si abbatte
supino sul davanzale di una finestra rimbalzando nel vuoto. “Ai
suoi piedi giaceva Nasone, polpa di un rosso vivo ed umido schizzata
sulla terracotta in pezzi. […] Le braccia aperte erano stritolate,
e incollata nel palmo destro stava la cazzuola. […] Un manovale
distese sui resti di Nasone un telone d’autocarro. […]
«Basta lavorare, oggi.» […] Ma il sovraintendente
si cacciò indietro il cappello, si mise i pugni sui fianchi
e disse, con labbra che stentavano ad articolare: «Beh, ragazzi,
bisogna pur utilizzare la calce ch’è rimasta nelle mescolatrici.
Ho più di cento muratori, una sessantina di manovali, e un
mucchio di spese generali.» Guardò l’orologio e
rifletté. «Torneremo dopo mangiato. Sui palchi, si sa,
ognuno deve badare a sé, e tenere gli occhi aperti».
Ma Paolino non poteva staccarsi dal povero corpo dilaniato. Una fiamma
gli balenò nel cervello. «Eccolo, tuo padre» gridava.
«È tuo padre! Sei tu!». Mister Murdin, oggi, non è più considerato il nemico; la violenza del linguaggio ha pacificato la società. Nonostante nessun diritto si sia mai ottenuto senza scendere in piazza, il cittadino ritiene l’aver superato la fase dello scontro aperto di classe - gli scioperi generali, le grandi manifestazioni operaie - una conquista positiva, quando a trarre vantaggio da una società civile condiscendente e disposta al compromesso è solo la borghesia industriale, alla quale la politica ha offerto i propri servigi. Concertazione, è la parola buona, sciopero, quella cattiva. Il padrone è divenuto ‘l’imprenditore’ e il capitalismo – definizione abbandonata, ché le lotte operaie hanno contribuito (negativamente, per il sistema) ad associare al concetto di ‘sfruttamento’ – è diventato il ‘libero mercato’. “Solo i poveri avevano visitato la povera”;
solo altri muratori si erano stretti intorno alla famiglia rimasta
orfana del muratore Geremia. Coscienza di classe e solidarietà
tra lavoratori tenevano in piedi vite e legami. Il 10 dicembre, appena
pochi giorni dopo la strage, a scendere in piazza a denunciare quanto
accaduto alla ThyssenKrupp sono stati solo operai e pensionati ex
operai; le strade di Torino, città dalla lunga, caparbia e
fortemente simbolica storia di conflitti di classe, non si sono riempite
dei suoi cittadini (che qualche giorno prima, a comando, si erano
indignati, ma l’indignazione - come afferma Marco Paolini -
è uguale all’orgasmo: dura un attimo, e poi procura sonnolenza)
i quali, al contrario, il 26 gennaio del 2003 si misero in migliaia,
a testa china, pazienti e rispettosi, in coda, per rendere l’ultimo
omaggio al re Gianni Agnelli; perfino le serrande abbassate dei negozi
in quel 10 dicembre non erano una silenziosa partecipazione al lutto
e alla denuncia; il lunedì mattina, a Torino, per la maggior
parte dei negozi è turno di chiusura infrasettimanale. Nessun lavoratore italiano, oggi, si sente ‘Cristo
fra i muratori’, convinto com’è che i diritti acquisiti
non gli potranno più essere tolti e perfino che sia giusto
modificarli in parte, per l’avvenuta mutazione di ciò
che ormai percepisce come ambiente naturale; manipolato al punto da
accollarsi consenziente il peso della sopraggiunta crisi di redditività
del capitalismo, per sovrabbondanza di merci e penuria di mercati
di vendita. Il sistema economico ha bisogno di tornare a sfruttare
la forza lavoro a condizioni come quelle rappresentate da Di Donato,
anche nei Paesi occidentali, ché in quelli del Sud e dell’Est
del mondo, in cui le industrie delocalizzano la produzione, la realtà
lavorativa è ancora quella e anche peggiore. In questa direzione
vanno le recenti politiche sul lavoro: la legge 30, l’ultimo
protocollo sul welfare, la rincorsa alla ‘produttività’
come (falsa) panacea di tutti i mali, al punto che sindacati e Confindustria
concordano sulla necessità di abolire – di fatto –
i Contratti Collettivi di Lavoro Nazionali a favore della contrattazione
di secondo livello.
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di Claudio Vainieri, Paginauno n. 20/2010
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