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Numero 7, aprile - maggio 2008

 

Polemos

 

Violenza alla Thyssenkrupp

L'ipocrisia della legge e dei media nella lotta contro le morti sul lavoro
Nel corso del 2006, 1302 persone sono morte sul posto di lavoro, nella sola Italia; un dato da considerarsi “provvisorio e destinato a implementarsi nei prossimi mesi” – specifica l’Inail nell’ultimo rapporto annuale presentato il 30 aprile 2007 – “a causa dei tempi tecnici di accertamento”; è ipotizzabile, secondo l’ente, sulla base di proiezioni statistiche, che il numero sia “destinato a riposizionarsi su livelli prossimi ai 1350 casi”. Denunciati, occorre sottolineare.
1338 sono state le vittime nel 2007, secondo i primi dati disponibili, destinati anch’essi ad aumentare visibilmente. Dati che non tengono conto dei decessi per malattia professionale, 250 i casi accertati nel 2006.
Sono numeri che hanno visto un lento e progressivo calo dal 2002 al 2005 (rispettivamente, 1478 morti nel 2002, 1449 nel 2003, 1328 nel 2004, 1274 nel 2005), per poi invertire la tendenza. Eppure, quando i media si occupavano di morti sul lavoro, la notizia veniva trattata nella forma di una rapida citazione statistica e nulla più. Il caso della ThyssenKrupp sembra aver segnato l’inizio di un approccio mediatico differente: un coro unanime di giornalisti, opinionisti, industriali e politici, si è levato in indignate e affrante dichiarazioni. A scatenarle, è stato il numero delle vittime in un unico evento: ben sette.
Morire sul lavoro è improvvisamente diventato un caso da prima pagina e argomento di dibattito televisivo. Eppure nulla è cambiato: oggi come ieri, ogni giorno in Italia perdono la vita, lavorando, più di quattro persone (è sufficiente fare un banale calcolo matematico); ma se non muoiono ‘in gruppo’ non sembrano essere reali.
La realtà è qualcosa che elaboriamo attraverso il linguaggio; un atto di violenza è percepito come tale in base a un ipotetico standard di ciò che l’intera collettività percepisce come una normale situazione non violenta, situazione i cui confini, in una società mediatica, sono tracciati dai mezzi d’informazione. Cani da guardia – quando non docili cani da passeggio al guinzaglio dei padroni – della classe dirigente politica ed economica, i media, attraverso l’uso sapiente del linguaggio, investono simbolicamente l’atto di morire sul lavoro del significato di normalità, di evento non violento. Quanto accaduto alla ThyssenKrupp e, soprattutto, l’avvio della campagna elettorale, non mutano di fatto la considerazione nella quale i poteri economico, politico e mediatico tengono le morti sul lavoro.
Normale è ciò che è nella norma, ciò che segue una regola solita; ciò che non si discosta da una consuetudine, ciò che è ordinario, abituale, solito, usuale, comune, ciò che non ha nulla di particolare né di eccezionale né di allarmante; ciò che è inevitabile, naturale, spontaneo, fino a crederlo frutto dell’ambiente e del sistema in cui si vive. Questo torneranno a essere, dopo le elezioni di aprile, le morti sul lavoro: normalmente congenite al lavoro stesso.
Il linguaggio, da sempre considerato il mezzo pacifico del confronto tra differenti posizioni, nella società mediatica è divenuto strumento per imporre dall’alto un determinato universo di significati, veicolo violento di un pensiero unico. E l’indignazione davanti a sette morti è strumentale ipocrisia. Il burattinaio (la classe dirigente politica ed economica) tira i fili (il linguaggio mediatico) e il burattino (il cittadino) s’indigna; percepisce (a comando…) la violenza visibile delle morti, ma non quella invisibile del linguaggio, e tanto meno la presenza del soggetto che, coscientemente, lo utilizza.
Quale impostura nasconde la costruzione di un simile concetto di normalità?

Il 4 dicembre dello scorso anno l’acciaieria ThyssenKrupp ha presentato il bilancio dell’esercizio fiscale 2006/2007 – chiuso al 30 settembre – definendolo “il migliore dalla fusione” tra i due colossi Thyssen e Krupp, avvenuta nel 1998: un fatturato di 51,7 miliardi di euro, aumentato del 10% rispetto al bilancio precedente, e un utile, al lordo delle imposte, pari a 3,3 miliardi di euro, anch’esso lievitato del 7%. Occorre tenere a mente questi dati nel momento in cui ci si trova davanti un altro numero: almeno 116 le violazioni in materia di sicurezza accertate dai magistrati inquirenti ai primi rilevamenti nello stabilimento di Torino, non considerando il reparto della linea 5 nel quale sono morti i sette operai.
Il processo di produzione capitalistica è finalizzato al profitto, non alla salvaguardia dei bisogni umani. La sicurezza non produce reddito: non è né capitale costante (macchinari, strutture di produzione, materie prime) né capitale variabile (forza lavoro), entrambi indispensabili al processo produttivo. L’aumento continuo e progressivo del capitale investito si attua attraverso due fasi: la produzione e la circolazione. Solo la prima produce reddito, la seconda si limita a realizzarlo, cioè a trasformarlo – grazie alla vendita – in denaro. È nella prima fase, dunque, che i costi devono essere contenuti il più possibile, e dato che il capitale costante ha un prezzo di mercato sul quale l’imprenditore può incidere solo marginalmente, è sul costo del lavoro e in ciò a esso legato che egli agisce per ottenere il proprio profitto. Dal punto di vista delproprietario dei mezzi di produzione, investire parte degli utili nei corsi di formazione per i dipendenti, nell’assunzione di figure lavorative quale quella del manutentore, nel mantenere gli standard di sicurezza sugli impianti e nell’ambiente di lavoro, è un investimento a perdere; denaro mal speso, perché non produce reddito.

Geremia è capomastro. Ha esperienza, ha costruito tanti grattacieli in terra americana, dove è emigrato in cerca di lavoro. I suoi figli parleranno inglese e Paolino, il maggiore, “Paolino mio lo fo studiare sui libri, diventerà ‘nu celebre costruttore. Mi par di vederlo... Quello si farà onore. Nessun figlio di Geremia poserà mai mattoni, v’ ‘o dich’io”. Pietro Di Donato ambienta il suo romanzo Cristo fra i muratori – pubblicato nel 1944 da Bompiani e oggi, purtroppo, introvabile – negli anni Venti del Novecento. “Mi piace poco” pensa Geremia. “Fa presto il padrone a gridare: Avanti col lavoro, avanti col lavoro. Non sa dir altro quell’americano dei miei... Ho un bel da dirgli che la base dovrebb’essere il doppio più spessa, un bel cantargli che quei pilastri vecchi andrebbero demoliti; lui macché, paga da bere all’ispettore e sbraita: Via di là, bastardo, non toccarmi quel pilone, sta bene com’è, non toccarlo”. Ma Geremia non è persona da mollare: “«Volevo dire, Mister Murdin, che le fondamenta, per essere sicure...» «Oh sentite, pezzo di scimunito, se non vi piaccion le cose come le voglio io, sapete cosa vi resta da fare». [...] Ma la casa che s’era comprata e il pupo che stava per arrivare e tutto il suo passato concorsero a tener lontano dalla bocca di Geremia il calice amaro dell’umiliazione patita e gli fecero piegare la testa. Nunziatina parlava di rovistare tra i secchi dei rifiuti, per nutrire i bimbi, caso mai dovesse restar disoccupato...”
Il capomastro ci riprova ancora, ma il padrone nemmeno lo fa parlare. “Sconcertato, Geremia si voltò a osservare con apprensione le membrature, e il suo occhio esperto annotò nella mente le molte violazioni ch’eran già state commesse contro la sicurezza dell’edificio. Sotto l’acuto senso di disagio, curvò le spalle come un vecchio”. E poi accade.
“[...] l’impiantito ondeggiò sotto i suoi piedi e lo slittamento della base si ripercosse rombando su per le membrature ancora instabili dell’edificio. [...] Gli uomini restarono stecchiti sul posto. Le loro gole volevano gridare, urlare, ma non osavano. Per qualche secondo tutta la squadra fu un corteo d’anime impietrite e tese. Poi la base del loro mondo crollò. Un fremito violento scosse tutto il palazzo, i pilastri rovinarono con lo schianto degli alberi d’una foresta in fiamme, le fondamenta rigurgitarono. [...] Con la velocità della luce, il mondo traballò da far nausea e uomini impietriti dallo spavento furono proiettati in aria. Il palazzo si abbatté furioso su di loro. Muri impalcature macigni rotaie divennero onde, vortici, girandole di schegge che esplodevano in detonazioni assordanti e maciullavano uomini e materiali”.
Geremia, Giacomo, Nicola detto Quaresima, Tommaso, Giulio detto Proboscide, vengono sepolti vivi dal palazzo. Perché quasi sempre, morire sul lavoro, è anche morire di una morte atroce.
I sette operai deceduti alla ThyssenKrupp avevano riportato ustioni su tutto il corpo, al punto che i primi medici soccorritori hanno dichiarato che “sarebbe stato meglio per tutti loro morire, più che vivere” (per lunghi giorni di agonia prima di arrivare comunque alla morte). Il direttore sanitario Mauro Pierri del Centro ustionati dell’ospedale di Genova ha dichiarato a Il manifesto (20 dicembre 2007) che “non si può combattere uno shock che causa contemporaneamente vomito persistente, convulsioni, abbassamento della pressione arteriosa, ipotermia, insufficienza coronarica e cardiaca, emorragie estese sia della mucosa del naso che dei bronchi. Ancora, albuminuria (ovvero insufficienza renale: i due organi smettono di filtrare le urine) ed ematuria (perdita di sangue con le urine). A questo si accompagnano lesioni gravi degli organi vitali e, soprattutto, le complicazioni infettive, ovvero la temibile setticemia che preannuncia quasi sempre l’arrivo della morte. Non meno gravi e importanti sono le lesioni profonde delle mani, dei piedi, delle regioni periarticolari. Che possono provocare un’invalidità permanente che non si potrà correggere completamente con la riabilitazione neuromotoria, anche se continua. Questo tipo di ustioni deturpano orribilmente il viso delle persone colpite e nascono quasi sempre gravissimi problemi di estetica” (sempre che si sopravviva). “La pelle che brucia emana, inoltre, un odore insopportabile, e quanti dei sopravvissuti a questo rogo potranno poter dimenticare la scena dei compagni bruciati?”
Forse un bollettino medico è in grado di farli ritornare uomini, da numeri dentro una statistica che sono diventati.

L’approccio alla sicurezza della ThyssenKrupp non è un’anomalia né una degenerazione, dovuta al fatto che la fabbrica di Torino era in via di dismissione, prevista per il settembre di quest’anno: “Spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile […] negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”, recitava una direttiva impartita nel 1977 dal servizio centrale di manutenzione a tutti gli stabilimenti del gruppo Montedison, documento scovato dall’allora pm Felice Casson nel corso dell’inchiesta contro il petrolchimico di Porto Marghera. Il sistema non è cambiato.
Indubbiamente, oggi esistono leggi specifiche in materia di sicurezza, un tempo impensabili; leggi strappate dalle dure lotte operaie. Ma, paradossalmente, esse fungono da specchietto per le allodole – e il decreto sulla sicurezza recentemente approvato dal Parlamento non è altro che uno specchio a figura intera – e contribuiscono a tenere in piedi la mistificazione, nascondendo la violenza sistemica insita nel processo produttivo. Sanzioni pecuniarie, per quanto più gravose rispetto al passato e, per la prima volta in un procedimento in materia infortunistica, la contestazione del reato di “omicidio volontario” da parte di un singolo e coraggioso procuratore aggiunto, non mutano i rapporti di sfruttamento in una società in cui la politica – prolungamento legislativo della struttura economica – si guarda bene dall’intaccare il sistema capitalista nella sua ragione d’essere: l’accumulazione del profitto.
Il cittadino-allodola si appella al rispetto delle leggi, dimostrando in tal modo che il linguaggio mediatico è riuscito nel proprio intento: modificare la sua percezione del reale. Il sistema capitalistico è l’ambiente naturale normale entro cui si muove; in quanto ambiente naturale è subìto e accettato e considerato solo parzialmente modificabile; non è messo in discussione, è buono: cattive sono le morti; morti che, di conseguenza, egli percepisce in parte come congenite al sistema – qualcosa di simile a un terremoto, un evento aleatorio e naturale, l’inevitabile risvolto cattivo di madre natura buona – e in parte come conseguenza di un’aberrazione del sistema stesso solo e soltanto quando esso non rispetta le leggi sulla sicurezza. L’universo simbolico è creato; il cittadino – classe lavoratrice – non riflette in merito al soggetto che tale struttura economica pone al centro: non l’uomo, bensì il capitale.
Manipolata ad arte, la società civile subisce dunque, e fa propria, la definizione mediatica di ‘morti bianche’, quando ‘morti bianche’ sono quelle che colpiscono i neonati in culla durante il sonno, morti per le quali nessuno ha responsabilità; subisce e fa propria la definizione di ‘incidenti’, quando il vocabolario della lingua italiana definisce incidente un “fatto casuale, imprevisto o estraneo ad altro avvenimento più importante, nel quale esso si inserisce, come interrompendolo” (differente quindi, dal significato di “ragionevole rischio”); subisce e – ahimè – fa in parte addirittura proprie, le parole di patron Riva dell’Ilva di Taranto (ma la medesima ipocrita mistificazione è portata avanti dai vertici aziendali della ThyssenKrupp e dalla Confindustria tutta) quando afferma che le morti sul lavoro sono da imputare agli stessi singoli operai, rei di una certa “confidenza e noncuranza”; non si interroga sulle ragioni che stanno dietro alla ‘stanchezza e incapacità’ delle quali, al limite, possono essere incolpati i lavoratori, la prima dovuta ai turni massacranti e agli straordinari – anche defiscalizzati dall’ultimo protocollo sul welfare – e la seconda alla mancata formazione dei precari, sempre più numerosi grazie alla legge 30.

Una realtà differente, quella di Paolino, sopraffatto dalla violenza del capitalismo ma non da quella del linguaggio; Paolino non è vittima della falsa separazione morale – buono e cattivo – tra sistema produttivo e morti sul lavoro; Paolino è in grado di riconoscerle per quello che sono: “ragionevoli rischi” calcolati.
Nessun futuro da costruttore per lui, condannato dalla morte del padre (per il quale la fossa, è “il suo primo bene immobiliare”) a posar mattoni a sua volta per mantenere la madre, rimasta vedova, e i fratelli, rimasti orfani.
“«Dobbiamo pur vivere… nessuno ci aiuta»” ribatte a un amico che lo esorta a continuare ad andare a scuola, “«Il lavoro è libertà, per noi»”. “«Il lavoro non è libertà»” gli risponde Louis. E Paolino si presenta al cantiere; fatemi lavorare, chiede implorante, ma non è facile. Il padrone lo squadra: troppo mingherlino, troppo inesperto, poco redditizio. Paolino si mette a lavorare, ugualmente. E al sabato, carico di dolore, i palmi sanguinanti e la schiena spezzata, tende la mano e il capo cantiere gli consegna una busta con dentro cinque dollari; un quinto della paga settimanale di un muratore. Cinque dollari con i quali è impossibile sfamare otto bocche, dieci contando la propria e quella della madre. Ma Paolino non ha scelta e il lunedì successivo è ancora lì, a farsi sfruttare, e quando gocce di sangue gli cadono addosso, dalla mano di un operaio che lavora un piano sopra di lui, e vede il moncherino privo di quattro dita tagliate via di netto, schiacciate contro la ruota del montacarichi dal cavo che si era messo improvvisamente in moto, Paolino prega: “Gesù proteggimi. Non che abbia paura… ma ho tanto bisogno… non devo mai farmi male… devo lavorare illeso, sempre, pregando e ringraziandoti, Gesù”.
Diventa bravo, Paolino. “Un piccolo muratore in gamba”, lo definisce il capo cantiere. A cinque dollari la settimana. E quando vince il ‘premio’ messo in palio dai padroni per il muratore più produttivo, un premio con il quale notte e giorno gli operai vivono, senza menzionarlo mai, carne d’uomini che “sentivano di posar mattoni e segar legna e batter ferri per l’eternità, senza smettere mai” diventando tra loro “degli estranei, rispettosi ma saturi tutti di un acre, salutare odio”, Paolino e tutti gli operai vengono “adunati in uno spiazzo al secondo piano. Su una piattaforma in legno stava il comitato: il sindaco dagli occhi vivaci, un gruppetto di autorità, una stenografa, alcuni giornalisti e tre signore eleganti […]. Furono tenuti discorsi, e Paolo non distolse gli occhi dalle rosee facce e dai vestiti di lusso dei signori sulla piattaforma. Anche quando sentì chiamare il suo nome, e si vide consegnare un certificato e udì gli applausi dei suoi compagni, stentava a credere che quei signori dalle dita così bianche, dalla pelle così morbida e liscia, che parevano donne baffute vestite da uomo, fossero padroni del grande edificio e magari della città. Quel pomeriggio, mentre posava mattoni, continuava a rivedere le facce di bambole profumate dei signori che gli avevano consegnato il premio parlando un linguaggio stanco e affettato. Erano, non l’avrebbe mai dimenticato, i padroni”.
Anche Vincenzo, detto Nasone, muore; il suo padrino, l’uomo che gli ha insegnato il mestiere e gli ha fasciato la mani quando sanguinavano e l’ha tenuto accanto a sé per coprire, con la propria agilità nel lavoro, la sua ancora acerba destrezza. Il caposquadra, inveendo contro di lui – “«Sfaticato, oggi sei più tardo dell’avvento del Messia…»” – inciampa in un secchio, gli cade addosso, e Vincenzo si abbatte supino sul davanzale di una finestra rimbalzando nel vuoto. “Ai suoi piedi giaceva Nasone, polpa di un rosso vivo ed umido schizzata sulla terracotta in pezzi. […] Le braccia aperte erano stritolate, e incollata nel palmo destro stava la cazzuola. […] Un manovale distese sui resti di Nasone un telone d’autocarro. […] «Basta lavorare, oggi.» […] Ma il sovraintendente si cacciò indietro il cappello, si mise i pugni sui fianchi e disse, con labbra che stentavano ad articolare: «Beh, ragazzi, bisogna pur utilizzare la calce ch’è rimasta nelle mescolatrici. Ho più di cento muratori, una sessantina di manovali, e un mucchio di spese generali.» Guardò l’orologio e rifletté. «Torneremo dopo mangiato. Sui palchi, si sa, ognuno deve badare a sé, e tenere gli occhi aperti». Ma Paolino non poteva staccarsi dal povero corpo dilaniato. Una fiamma gli balenò nel cervello. «Eccolo, tuo padre» gridava. «È tuo padre! Sei tu!».
Paolino capisce: “I palchi non sono sicuri perché il boss deve guadagnare di più”. È talmente semplice da comprendere, ora, davanti alla morte. “Papà, papà” grida Paolino, soffocando dentro di sé l’urlo, “perché siamo qui? Il babbo guarda il muro e non gli dà retta. Papà, adesso so che Mister Murdin è nostro nemico. Il babbo sorride e gli strizza l’occhio”.

Mister Murdin, oggi, non è più considerato il nemico; la violenza del linguaggio ha pacificato la società. Nonostante nessun diritto si sia mai ottenuto senza scendere in piazza, il cittadino ritiene l’aver superato la fase dello scontro aperto di classe - gli scioperi generali, le grandi manifestazioni operaie - una conquista positiva, quando a trarre vantaggio da una società civile condiscendente e disposta al compromesso è solo la borghesia industriale, alla quale la politica ha offerto i propri servigi. Concertazione, è la parola buona, sciopero, quella cattiva. Il padrone è divenuto ‘l’imprenditore’ e il capitalismo – definizione abbandonata, ché le lotte operaie hanno contribuito (negativamente, per il sistema) ad associare al concetto di ‘sfruttamento’ – è diventato il ‘libero mercato’.
“Solo i poveri avevano visitato la povera”; solo altri muratori si erano stretti intorno alla famiglia rimasta orfana del muratore Geremia. Coscienza di classe e solidarietà tra lavoratori tenevano in piedi vite e legami. Il 10 dicembre, appena pochi giorni dopo la strage, a scendere in piazza a denunciare quanto accaduto alla ThyssenKrupp sono stati solo operai e pensionati ex operai; le strade di Torino, città dalla lunga, caparbia e fortemente simbolica storia di conflitti di classe, non si sono riempite dei suoi cittadini (che qualche giorno prima, a comando, si erano indignati, ma l’indignazione - come afferma Marco Paolini - è uguale all’orgasmo: dura un attimo, e poi procura sonnolenza) i quali, al contrario, il 26 gennaio del 2003 si misero in migliaia, a testa china, pazienti e rispettosi, in coda, per rendere l’ultimo omaggio al re Gianni Agnelli; perfino le serrande abbassate dei negozi in quel 10 dicembre non erano una silenziosa partecipazione al lutto e alla denuncia; il lunedì mattina, a Torino, per la maggior parte dei negozi è turno di chiusura infrasettimanale.
Non è solo Torino.
Nessun lavoratore italiano, oggi, si sente ‘Cristo fra i muratori’, convinto com’è che i diritti acquisiti non gli potranno più essere tolti e perfino che sia giusto modificarli in parte, per l’avvenuta mutazione di ciò che ormai percepisce come ambiente naturale; manipolato al punto da accollarsi consenziente il peso della sopraggiunta crisi di redditività del capitalismo, per sovrabbondanza di merci e penuria di mercati di vendita. Il sistema economico ha bisogno di tornare a sfruttare la forza lavoro a condizioni come quelle rappresentate da Di Donato, anche nei Paesi occidentali, ché in quelli del Sud e dell’Est del mondo, in cui le industrie delocalizzano la produzione, la realtà lavorativa è ancora quella e anche peggiore. In questa direzione vanno le recenti politiche sul lavoro: la legge 30, l’ultimo protocollo sul welfare, la rincorsa alla ‘produttività’ come (falsa) panacea di tutti i mali, al punto che sindacati e Confindustria concordano sulla necessità di abolire – di fatto – i Contratti Collettivi di Lavoro Nazionali a favore della contrattazione di secondo livello.
Il numero delle vittime è destinato ad aumentare.
(Falsamente) in discussione continua a essere posta la violenza visibile della realtà delle morti sul lavoro, e non quella sistemica del reale: l’inesorabile logica del capitale.
Mentre la società civile, violentata anche dal linguaggio, guarda il dito e non la luna.

Giovanna Cracco

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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