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Violenza alla Thyssenkrupp
di Giovanna Cracco
L'ipocrisia della legge e dei media nella lotta contro le morti sul lavoro

Nel corso del 2006, 1302 persone sono morte sul posto di lavoro, nella sola Italia; un dato da considerarsi “provvisorio e destinato a implementarsi nei prossimi mesi” – specifica l’Inail nell’ultimo rapporto annuale presentato il 30 aprile 2007 – “a causa dei tempi tecnici di accertamento”; è ipotizzabile, secondo l’ente, sulla base di proiezioni statistiche, che il numero sia “destinato a riposizionarsi su livelli prossimi ai 1350 casi”. Denunciati, occorre sottolineare.
1338 sono state le vittime nel 2007, secondo i primi dati disponibili, destinati anch’essi ad aumentare visibilmente. Dati che non tengono conto dei decessi per malattia professionale, 250 i casi accertati nel 2006.

Sono numeri che hanno visto un lento e progressivo calo dal 2002 al 2005 (rispettivamente, 1478 morti nel 2002, 1449 nel 2003, 1328 nel 2004, 1274 nel 2005), per poi invertire la tendenza; tuttavia, prima del 6 dicembre dello scorso anno, quando i media si occupavano di morti sul lavoro trattavano la notizia sotto forma di una rapida citazione statistica e nulla più. Il caso della ThyssenKrupp sembra aver segnato l’inizio di un approccio mediatico differente: un coro unanime di giornalisti, opinionisti, industriali e politici si è levato in indignate e affrante dichiarazioni. A scatenarle, è stato il numero delle vittime: ben sette. Morire sul lavoro è improvvisamente diventato un evento 'reale'.
Tuttavia la realtà è qualcosa che elaboriamo attraverso il linguaggio; un atto di violenza è percepito come tale in base a un ipotetico standard di ciò che l’intera collettività percepisce come una 'normale' situazione non violenta, situazione i cui confini, in una società mediatica, sono tracciati dai mezzi d’informazione. Salvo eventi particolarmente drammatici come quello della ThyssenKrupp, scordiamoci di vedere ancora puntati i riflettori sulle morti sul lavoro; esse rientreranno ben presto nei silenziosi spazi della normalità, rivestiranno i panni della 'norma', di ciò che segue una regola solita; di ciò che non si discosta da una consuetudine, di ciò che è ordinario, abituale, solito, usuale, comune, di ciò che non ha nulla di particolare né di eccezionale né di allarmante; di ciò che è inevitabile, naturale, spontaneo, fino a crederlo frutto dell’ambiente e del sistema in cui si vive: congenito al lavoro stesso.
La costruzione di un simile concetto di normalità non può che nascondere un'impostura.

Il 4 dicembre dello scorso anno l’acciaieria ThyssenKrupp ha presentato il bilancio dell’esercizio fiscale 2006/2007 – chiuso al 30 settembre – definendolo “il migliore dalla fusione” tra i due colossi Thyssen e Krupp, avvenuta nel 1998: un fatturato di 51,7 miliardi di euro, aumentato del 10% rispetto al bilancio precedente, e un utile, al lordo delle imposte, pari a 3,3 miliardi di euro, anch’esso lievitato del 7%. Occorre tenere a mente questi dati nel momento in cui ci si trova davanti un altro numero: almeno 116 le violazioni in materia di sicurezza accertate dai magistrati inquirenti ai primi rilevamenti nello stabilimento di Torino, non considerando il reparto della linea 5 nel quale sono morti i sette operai.
Il processo di produzione capitalistica è finalizzato al profitto, non alla salvaguardia dei bisogni umani. La sicurezza non produce reddito: non è né capitale fisso né capitale variabile, entrambi indispensabili al processo produttivo. E dato che il primo, oltre una certa misura, non è sfruttabile, è sul secondo, il costo del lavoro e in ciò a esso legato, che l'imprenditore agisce per ottenere il proprio profitto. Dal suo punto di vista, investire parte degli utili nei corsi di formazione per i dipendenti, nell’assunzione di figure lavorative quale quella del manutentore, nel mantenere gli standard di sicurezza sugli impianti e nell’ambiente di lavoro, è un investimento a perdere; denaro mal speso, perché non produce reddito.

L’approccio alla sicurezza della ThyssenKrupp non è un’anomalia né una degenerazione, dovuta al fatto che la fabbrica di Torino era in via di dismissione, prevista per il settembre di quest’anno: “Spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile […] negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”, recitava una direttiva impartita nel 1977 dal servizio centrale di manutenzione a tutti gli stabilimenti del gruppo Montedison, documento scovato dall’allora pm Felice Casson nel corso dell’inchiesta contro il petrolchimico di Porto Marghera. Il sistema non è cambiato. Al punto che un romanzo ambientato negli anni Venti del Novecento – Cristo fra i muratori di Pietro Di Donato, pubblicato nel 1944 da Bompiani e oggi, purtroppo, introvabile – offre ancora la chiave di lettura di tale sistema.

Geremia è capomastro. Ha esperienza, ha costruito tanti grattacieli in terra americana, dove è emigrato in cerca di lavoro. Osserva il cantiere e pensa: “Mi piace poco. Fa presto il padrone a gridare: Avanti col lavoro, avanti col lavoro. Non sa dir altro quell’americano dei miei... Ho un bel da dirgli che la base dovrebb’essere il doppio più spessa, un bel cantargli che quei pilastri vecchi andrebbero demoliti; lui macché, paga da bere all’ispettore e sbraita: Via di là, bastardo, non toccarmi quel pilone, sta bene com’è, non toccarlo”. Ma Geremia non è persona da mollare: “«Volevo dire, Mister Murdin, che le fondamenta, per essere sicure...» «Oh sentite, pezzo di scimunito, se non vi piaccion le cose come le voglio io, sapete cosa vi resta da fare». [...] Ma la casa che s’era comprata e il pupo che stava per arrivare e tutto il suo passato concorsero a tener lontano dalla bocca di Geremia il calice amaro dell’umiliazione patita e gli fecero piegare la testa. Nunziatina parlava di rovistare tra i secchi dei rifiuti, per nutrire i bimbi, caso mai dovesse restar disoccupato...”
E poi accade.
“[...] l’impiantito ondeggiò sotto i suoi piedi e lo slittamento della base si ripercosse rombando su per le membrature ancora instabili dell’edificio. [...] Gli uomini restarono stecchiti sul posto. Le loro gole volevano gridare, urlare, ma non osavano. Per qualche secondo tutta la squadra fu un corteo d’anime impietrite e tese. Poi la base del loro mondo crollò”. Geremia, Giacomo, Nicola detto Quaresima, Tommaso, Giulio detto Proboscide, vengono sepolti vivi dal palazzo.

Indubbiamente, oggi esistono leggi specifiche in materia di sicurezza un tempo impensabili; leggi strappate dalle dure lotte operaie. Ma, paradossalmente, esse fungono da specchietto per le allodole – e il decreto sulla sicurezza recentemente approvato dal Parlamento non è altro che uno specchio a figura intera – e contribuiscono a tenere in piedi la mistificazione, nascondendo la violenza sistemica insita nel processo produttivo. Sanzioni pecuniarie, per quanto più gravose rispetto al passato e, per la prima volta in un procedimento in materia infortunistica, la contestazione del reato di “omicidio volontario” da parte di un singolo e coraggioso procuratore aggiunto, non mutano i rapporti di sfruttamento in una società in cui la politica – prolungamento legislativo della struttura economica – si guarda bene dall’intaccare il sistema capitalista nella sua ragione d’essere: l’accumulazione del profitto.

Il cittadino-allodola si appella al rispetto delle leggi, dimostrando in tal modo che il linguaggio mediatico è riuscito nel proprio intento: modificare la sua percezione del reale. Il sistema capitalistico è l’ambiente naturale normale entro cui si muove; in quanto ambiente naturale è subìto e accettato e considerato solo parzialmente modificabile; non è messo in discussione, è buono: cattive sono le morti; morti che, di conseguenza, egli percepisce in parte come congenite al sistema – qualcosa di simile a un terremoto, un evento aleatorio e naturale, l’inevitabile risvolto cattivo di madre natura buona – e in parte come conseguenza di un’aberrazione del sistema stesso solo e soltanto quando esso non rispetta le leggi sulla sicurezza. L’universo simbolico è creato; il cittadino – classe lavoratrice – non riflette in merito al soggetto che tale struttura economica pone al centro: non l’uomo, bensì il capitale.

Manipolata ad arte, la società civile subisce dunque, e fa propria, la definizione mediatica di ‘morti bianche’, quando ‘morti bianche’ sono quelle che colpiscono i neonati in culla durante il sonno, morti per le quali nessuno ha responsabilità; subisce e fa propria la definizione di ‘incidenti’, quando il vocabolario della lingua italiana definisce incidente un “fatto casuale, imprevisto o estraneo ad altro avvenimento più importante, nel quale esso si inserisce, come interrompendolo” (differente quindi, dal significato di “ragionevole rischio”); subisce e – ahimè – fa in parte addirittura proprie, le parole di patron Riva dell’Ilva di Taranto (ma la medesima ipocrita mistificazione è portata avanti dai vertici aziendali della ThyssenKrupp e dalla Confindustria tutta) quando afferma che le morti sul lavoro sono da imputare agli stessi singoli operai, rei di una certa “confidenza e noncuranza”; non si interroga sulle ragioni che stanno dietro alla ‘stanchezza e incapacità’ delle quali, al limite, possono essere incolpati i lavoratori, la prima dovuta ai turni massacranti e agli straordinari – anche defiscalizzati dall’ultimo protocollo sul welfare – e la seconda alla mancata formazione dei precari, sempre più numerosi grazie alla legge 30.

Una realtà differente, quella di Paolino, figlio di Geremia, sopraffatto dalla violenza del capitalismo ma non da quella del linguaggio; Paolino non è vittima della falsa separazione morale – buono e cattivo – tra sistema produttivo e morti sul lavoro; Paolino è in grado di riconoscerle per quello che sono: “ragionevoli rischi” calcolati.
Condannato dalla morte del padre a posar mattoni a sua volta per mantenere la madre, rimasta vedova, e i fratelli, rimasti orfani, si presenta al cantiere. Il padrone lo squadra: troppo mingherlino, troppo inesperto, poco redditizio. Ma Paolino si mette a lavorare ugualmente, e diventa bravo. Quando vince il ‘premio’ messo in palio dai padroni per il muratore più produttivo, tutti gli operai vengono “adunati in uno spiazzo al secondo piano. Su una piattaforma in legno stava il comitato: il sindaco dagli occhi vivaci, un gruppetto di autorità, una stenografa, alcuni giornalisti e tre signore eleganti […]. Furono tenuti discorsi, e Paolino non distolse gli occhi dalle rosee facce e dai vestiti di lusso dei signori sulla piattaforma. Anche quando sentì chiamare il suo nome, e si vide consegnare un certificato e udì gli applausi dei suoi compagni, stentava a credere che quei signori dalle dita così bianche, dalla pelle così morbida e liscia, che parevano donne baffute vestite da uomo, fossero padroni del grande edificio e magari della città. Quel pomeriggio, mentre posava mattoni, continuava a rivedere le facce di bambole profumate dei signori che gli avevano consegnato il premio parlando un linguaggio stanco e affettato. Erano, non l’avrebbe mai dimenticato, i padroni”.
Anche Vincenzo, detto Nasone, muore; il suo padrino, l’uomo che gli ha insegnato il mestiere e gli ha fasciato la mani quando sanguinavano e l’ha tenuto accanto a sé per coprire, con la propria agilità nel lavoro, la sua ancora acerba destrezza. E davanti al suo corpo dilaniato, una fiamma gli balena nel cervello. «Eccolo, tuo padre» grida. «È tuo padre! Sei tu!»
Paolino capisce: “I palchi non sono sicuri perché il boss deve guadagnare di più”. È talmente semplice da comprendere, ora, davanti alla morte. “Papà, adesso so che Mister Murdin è nostro nemico”.

Mister Murdin, oggi, non è più considerato il nemico; la violenza del linguaggio ha pacificato la società. Nonostante nessun diritto si sia mai ottenuto senza scendere in piazza, il cittadino ritiene l’aver superato la fase dello scontro aperto di classe – gli scioperi generali, le grandi manifestazioni operaie – una conquista positiva, quando a trarre vantaggio da una società civile condiscendente e disposta al compromesso è solo la borghesia industriale, alla quale la politica ha offerto i propri servigi. Concertazione, è la parola buona, sciopero, quella cattiva. Il padrone è divenuto ‘l’imprenditore’ e il capitalismo è diventato il ‘libero mercato’.

Ai tempi del romanzo di Di Donato, coscienza di classe e solidarietà tra lavoratori tenevano in piedi vite e legami. Il 10 dicembre, appena pochi giorni dopo la strage, a scendere in piazza a denunciare quanto accaduto alla ThyssenKrupp sono stati solo operai e pensionati ex operai; le strade di Torino, città dalla lunga, caparbia e fortemente simbolica storia di conflitti di classe, non si sono riempite dei suoi cittadini (che qualche giorno prima si erano anche indignati ma l’indignazione - come afferma Marco Paolini - è uguale all’orgasmo: dura un attimo, e poi procura sonnolenza) i quali, al contrario, il 26 gennaio del 2003 si misero in migliaia, a testa china, pazienti e rispettosi, in coda, per rendere l’ultimo omaggio al re Gianni Agnelli; perfino le serrande abbassate dei negozi in quel 10 dicembre non erano una silenziosa partecipazione al lutto e alla denuncia; il lunedì mattina, a Torino, per la maggior parte dei negozi è turno di chiusura infrasettimanale.
Non è solo Torino.
Nessun lavoratore italiano, oggi, si sente ‘Cristo fra i muratori’, convinto com’è che i diritti acquisiti non gli potranno più essere tolti e perfino che sia giusto modificarli in parte, per l’avvenuta mutazione di ciò che ormai percepisce come ambiente naturale; manipolato al punto da accollarsi consenziente il peso della sopraggiunta crisi strutturale del capitalismo. Il sistema economico ha bisogno di tornare a sfruttare la forza lavoro a condizioni come quelle rappresentate da Di Donato, anche nei Paesi occidentali, ché in quelli del Sud e dell’Est del mondo, in cui le industrie delocalizzano la produzione, la realtà lavorativa è ancora quella e anche peggiore. In questa direzione vanno le recenti politiche sul lavoro: la legge 30, l’ultimo protocollo sul welfare, la rincorsa alla ‘produttività’ come (falsa) panacea di tutti i mali, al punto che sindacati e Confindustria concordano sulla necessità di abolire – di fatto – i Contratti Collettivi di Lavoro Nazionali a favore della contrattazione di secondo livello.
Il numero delle vittime è destinato ad aumentare.
(Falsamente) in discussione continua a essere posta la violenza visibile della realtà delle morti sul lavoro, e non quella sistemica del reale: l’inesorabile logica del capitale.
Mentre la società civile, violentata anche dal linguaggio, guarda il dito e non la luna.

Giovanna Cracco

 

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