È uscito il numero
25
dicembre 2011- gennaio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Polemos |
| Violenza alla Thyssenkrupp di Giovanna Cracco |
|
L'ipocrisia
della legge e dei media nella lotta contro le morti sul lavoro |
|
Nel corso del 2006, 1302 persone sono morte sul posto di lavoro,
nella sola Italia; un dato da considerarsi “provvisorio e
destinato a implementarsi nei prossimi mesi” – specifica
l’Inail nell’ultimo rapporto annuale presentato il 30
aprile 2007 – “a causa dei tempi tecnici di accertamento”;
è ipotizzabile, secondo l’ente, sulla base di proiezioni
statistiche, che il numero sia “destinato a riposizionarsi
su livelli prossimi ai 1350 casi”. Denunciati, occorre sottolineare. Sono numeri che hanno visto un lento e progressivo calo dal 2002
al 2005 (rispettivamente, 1478 morti nel 2002, 1449 nel 2003, 1328
nel 2004, 1274 nel 2005), per poi invertire la tendenza; tuttavia,
prima del 6 dicembre dello scorso anno, quando i media si occupavano
di morti sul lavoro trattavano la notizia sotto forma di una rapida
citazione statistica e nulla più. Il caso della ThyssenKrupp
sembra aver segnato l’inizio di un approccio mediatico differente:
un coro unanime di giornalisti, opinionisti, industriali e politici
si è levato in indignate e affrante dichiarazioni. A scatenarle,
è stato il numero delle vittime: ben sette. Morire sul lavoro
è improvvisamente diventato un evento 'reale'. Il 4 dicembre dello scorso anno l’acciaieria
ThyssenKrupp ha presentato il bilancio dell’esercizio fiscale
2006/2007 – chiuso al 30 settembre – definendolo “il
migliore dalla fusione” tra i due colossi Thyssen e Krupp, avvenuta
nel 1998: un fatturato di 51,7 miliardi di euro, aumentato del 10%
rispetto al bilancio precedente, e un utile, al lordo delle imposte,
pari a 3,3 miliardi di euro, anch’esso lievitato del 7%. Occorre
tenere a mente questi dati nel momento in cui ci si trova davanti
un altro numero: almeno 116 le violazioni in materia di sicurezza
accertate dai magistrati inquirenti ai primi rilevamenti nello stabilimento
di Torino, non considerando il reparto della linea 5 nel quale sono
morti i sette operai. L’approccio alla sicurezza della ThyssenKrupp non è un’anomalia né una degenerazione, dovuta al fatto che la fabbrica di Torino era in via di dismissione, prevista per il settembre di quest’anno: “Spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile […] negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”, recitava una direttiva impartita nel 1977 dal servizio centrale di manutenzione a tutti gli stabilimenti del gruppo Montedison, documento scovato dall’allora pm Felice Casson nel corso dell’inchiesta contro il petrolchimico di Porto Marghera. Il sistema non è cambiato. Al punto che un romanzo ambientato negli anni Venti del Novecento – Cristo fra i muratori di Pietro Di Donato, pubblicato nel 1944 da Bompiani e oggi, purtroppo, introvabile – offre ancora la chiave di lettura di tale sistema. Geremia è capomastro. Ha esperienza, ha costruito
tanti grattacieli in terra americana, dove è emigrato in cerca
di lavoro. Osserva il cantiere e pensa: “Mi piace poco. Fa presto
il padrone a gridare: Avanti col lavoro, avanti col lavoro. Non sa
dir altro quell’americano dei miei... Ho un bel da dirgli che
la base dovrebb’essere il doppio più spessa, un bel cantargli
che quei pilastri vecchi andrebbero demoliti; lui macché, paga
da bere all’ispettore e sbraita: Via di là, bastardo,
non toccarmi quel pilone, sta bene com’è, non toccarlo”.
Ma Geremia non è persona da mollare: “«Volevo dire,
Mister Murdin, che le fondamenta, per essere sicure...» «Oh
sentite, pezzo di scimunito, se non vi piaccion le cose come le voglio
io, sapete cosa vi resta da fare». [...] Ma la casa che s’era
comprata e il pupo che stava per arrivare e tutto il suo passato concorsero
a tener lontano dalla bocca di Geremia il calice amaro dell’umiliazione
patita e gli fecero piegare la testa. Nunziatina parlava di rovistare
tra i secchi dei rifiuti, per nutrire i bimbi, caso mai dovesse restar
disoccupato...” Indubbiamente, oggi esistono leggi specifiche in materia di sicurezza un tempo impensabili; leggi strappate dalle dure lotte operaie. Ma, paradossalmente, esse fungono da specchietto per le allodole – e il decreto sulla sicurezza recentemente approvato dal Parlamento non è altro che uno specchio a figura intera – e contribuiscono a tenere in piedi la mistificazione, nascondendo la violenza sistemica insita nel processo produttivo. Sanzioni pecuniarie, per quanto più gravose rispetto al passato e, per la prima volta in un procedimento in materia infortunistica, la contestazione del reato di “omicidio volontario” da parte di un singolo e coraggioso procuratore aggiunto, non mutano i rapporti di sfruttamento in una società in cui la politica – prolungamento legislativo della struttura economica – si guarda bene dall’intaccare il sistema capitalista nella sua ragione d’essere: l’accumulazione del profitto. Il cittadino-allodola si appella al rispetto delle leggi, dimostrando in tal modo che il linguaggio mediatico è riuscito nel proprio intento: modificare la sua percezione del reale. Il sistema capitalistico è l’ambiente naturale normale entro cui si muove; in quanto ambiente naturale è subìto e accettato e considerato solo parzialmente modificabile; non è messo in discussione, è buono: cattive sono le morti; morti che, di conseguenza, egli percepisce in parte come congenite al sistema – qualcosa di simile a un terremoto, un evento aleatorio e naturale, l’inevitabile risvolto cattivo di madre natura buona – e in parte come conseguenza di un’aberrazione del sistema stesso solo e soltanto quando esso non rispetta le leggi sulla sicurezza. L’universo simbolico è creato; il cittadino – classe lavoratrice – non riflette in merito al soggetto che tale struttura economica pone al centro: non l’uomo, bensì il capitale. Manipolata ad arte, la società civile subisce dunque, e fa propria, la definizione mediatica di ‘morti bianche’, quando ‘morti bianche’ sono quelle che colpiscono i neonati in culla durante il sonno, morti per le quali nessuno ha responsabilità; subisce e fa propria la definizione di ‘incidenti’, quando il vocabolario della lingua italiana definisce incidente un “fatto casuale, imprevisto o estraneo ad altro avvenimento più importante, nel quale esso si inserisce, come interrompendolo” (differente quindi, dal significato di “ragionevole rischio”); subisce e – ahimè – fa in parte addirittura proprie, le parole di patron Riva dell’Ilva di Taranto (ma la medesima ipocrita mistificazione è portata avanti dai vertici aziendali della ThyssenKrupp e dalla Confindustria tutta) quando afferma che le morti sul lavoro sono da imputare agli stessi singoli operai, rei di una certa “confidenza e noncuranza”; non si interroga sulle ragioni che stanno dietro alla ‘stanchezza e incapacità’ delle quali, al limite, possono essere incolpati i lavoratori, la prima dovuta ai turni massacranti e agli straordinari – anche defiscalizzati dall’ultimo protocollo sul welfare – e la seconda alla mancata formazione dei precari, sempre più numerosi grazie alla legge 30. Una realtà differente, quella di Paolino,
figlio di Geremia, sopraffatto dalla violenza del capitalismo ma non
da quella del linguaggio; Paolino non è vittima della falsa
separazione morale – buono e cattivo – tra sistema produttivo
e morti sul lavoro; Paolino è in grado di riconoscerle per
quello che sono: “ragionevoli rischi” calcolati. Mister Murdin, oggi, non è più considerato il nemico; la violenza del linguaggio ha pacificato la società. Nonostante nessun diritto si sia mai ottenuto senza scendere in piazza, il cittadino ritiene l’aver superato la fase dello scontro aperto di classe – gli scioperi generali, le grandi manifestazioni operaie – una conquista positiva, quando a trarre vantaggio da una società civile condiscendente e disposta al compromesso è solo la borghesia industriale, alla quale la politica ha offerto i propri servigi. Concertazione, è la parola buona, sciopero, quella cattiva. Il padrone è divenuto ‘l’imprenditore’ e il capitalismo è diventato il ‘libero mercato’. Ai tempi del romanzo di Di Donato, coscienza di
classe e solidarietà tra lavoratori tenevano in piedi vite
e legami. Il 10 dicembre, appena pochi giorni dopo la strage, a scendere
in piazza a denunciare quanto accaduto alla ThyssenKrupp sono stati
solo operai e pensionati ex operai; le strade di Torino, città
dalla lunga, caparbia e fortemente simbolica storia di conflitti di
classe, non si sono riempite dei suoi cittadini (che qualche giorno
prima si erano anche indignati ma l’indignazione - come afferma
Marco Paolini - è uguale all’orgasmo: dura un attimo,
e poi procura sonnolenza) i quali, al contrario, il 26 gennaio del
2003 si misero in migliaia, a testa china, pazienti e rispettosi,
in coda, per rendere l’ultimo omaggio al re Gianni
Agnelli; perfino le serrande abbassate dei negozi in quel 10 dicembre
non erano una silenziosa partecipazione al lutto e alla denuncia;
il lunedì mattina, a Torino, per la maggior parte dei negozi
è turno di chiusura infrasettimanale.
Altri articoli sull'argomento: Se si
continua a emigrare e morire di lavoro di Simona Baldanzi,
Paginauno n. 21/2011 I morti
del profitto nell’era dell’azienda totale
di Claudio Vainieri, Paginauno n. 20/2010
Leggi altri articoli sul tema lavoro e conflitto sociale |