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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Quando il verbo si fa carne di Luciana Viarengo |
| Recensione
de La messa dell'uomo disarmato, Luisito
Bianchi |
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Il sostentamento, Luisito Bianchi, anzi Don Luisito
Bianchi, l’ha cercato altrove, in fabbrica come operaio, in
ospedale come infermiere, nei libri come studioso e traduttore;
mai nel suo ministero. E forse proprio da questo nasce la sua capacità
di trovare e trasmettere il divino che alberga nell’essere
umano e nelle sue azioni, una capacità che trova ne La messa
dell’uomo disarmato uno straordinario strumento di espressione.
Ma se il fulcro narrativo è rappresentato
da ciò che l’autore chiama “il grande Avvenimento”,
la vera tematica sottesa è la ricerca della Parola, come
rivelazione del divino – parte essenziale del destino dell’uomo
– e come divino che si fa umano, permeando di sé ogni
evento, “che è in tutto e che viene a noi spezzata
come tanti bocconi di pane”. Con lo svolgersi degli eventi e delle loro stesse
azioni divengono sempre maggiori la credibilità e la concretezza
di queste figure legate alla terra, alle tradizioni, ma soprattutto
ai valori che il fascismo non può soffocare. Tanto che anche
i rappresentanti delle istituzioni, appena abbozzati come il maresciallo
dei carabinieri, il podestà o la guardia comunale, sembrano
stemperare il nero con il loro agire, finendo per apparire, secondo
le parole del vecchio mugnaio Giuliano, “come i fichi, neri
di fuori e rossi di dentro”. “La guerra scoppiò quando il frumento
cominciava ad avvolgersi della sua veste di grazia e le ultime more
sui gelsi morivano di troppa dolcezza”, racconta Franco che
assiste in piazza alla dichiarazione, attraverso la radio messa
sul balcone dal podestà, iconografico come “uno dei
vescovi portareliquie che si mettono sull’altare i giorni
di festa”. A sottolineare ulteriormente l’incapacità di udire la Parola, nel caos e nella violenza, c’è un notevole cambio stilistico: il periodare fin qui ampio e poetico acquista sintesi e asciuttezza, quasi che anche la parola umana si ritiri. Ciò nonostante, queste pagine riescono ad avere, se possibile, ancora più forza evocativa. Se gran parte di esse non possono essere citate senza svelare eventi importanti per lo svolgersi della trama, una fra tutte può essere significativa: quella della prima rappresaglia fascista seguita a un’azione partigiana. Nonostante i militari armati impediscano di rimuovere i sei ostaggi trucidati, un uomo sconosciuto ai paesani, ma ben noto al lettore, trasgredisce incurante delle armi spianate, si carica in spalla i morti e li depone in chiesa: “L’uomo sollevò tra le braccia il giovane ucciso che gli stava davanti e s’avviò verso la chiesa. Il prete sollevò un altro morto, un vecchio si fece largo piangendo: – Mio figlio è rimasto in Russia – e si chinò, ma non riuscì a sollevare il terzo cadavere. Due donne l’aiutarono. Li deposero tutti e sei nel presbiterio che già profumava delle pulizie di natale, con la faccia rivolta alla navata perché la gente li vedesse in volto. Il tappeto delle feste si macchiò di sangue. L’uomo baciò ad uno ad uno i volti di quei ragazzi, e muoveva le labbra come se parlasse. Il prete baciò ad uno ad uno i volti di quei ragazzi. Le donne si ricordarono della funzione del venerdì santo quando si bacia il Cristo morto. E cominciarono a sfilare inginocchiandosi davanti a ciascun giovane, chi baciando la fronte, chi il costato, chi i piedi, come al Cristo morto il venerdì santo. Il prete cercò con gli occhi l’uomo che li aveva baciati per primo, ma l’uomo era scomparso”. Quanto più scarno è lo stile tanto
più forte è l’impatto emozionale e le reiterazioni
ben rimarcano come solo i gesti, e non le parole, possano rispondere
all’orrore. A rendere queste pagine straordinarie è soprattutto la mancanza di ‘mitologia partigiana’. Il valore della comunità, il sentimento condiviso, l’aggregazione appaiono ancora più preziosi in quanto indotti non da figure trainanti di capi coraggiosi ma da una spinta intima e naturale dei singoli personaggi sotto l’egida di valori condivisi, di libertà e di democrazia ma, per molti di loro, soprattutto di uguaglianza e di benessere sociale. La lotta sulle montagne ha come scopo la fine di un’era di violenza ma anche di profonda ingiustizia sociale e in nome di questo scopo, nel nome di una società nuova, i partigiani offrono il proprio sacrificio anche se non a tutti è chiaro il fine ultimo del loro agire e a prescindere dalla lettura che di questo farà la Storia. Il libro si conclude con lo svelamento della Parola, la parte riservata a chi è sopravvissuto e alle nuove generazioni. Tornando voce narrante, Franco tira le fila della sua lunghissima ricostruzione, indispensabile per comprendere ciò che gli appare come un martirio e superare la crisi profonda provocata in lui dal non sentirsi parte attiva della Resistenza – nella quale include anche l’esperienza analoga del suo maestro. E il suo racconto diviene memoria viva, necessaria a entrambi, per portare il peso del ruolo di sopravvissuti che li accomuna, e per dare spazio, nelle ultime pagine, alla speranza che ciò per cui i morti hanno lottato sia ancora possibile. ‘L’homme armé’, è una melodia, un cantus firmus sul quale molti musicisti rinascimentali composero messe polifoniche, e il cui testo parla dell’uomo che “sarà temuto, perché armerà se stesso con un’armatura di ferro”. Ma quello della messa di Luisito Bianchi è un uomo disarmato. E se possiamo ravvisarlo, in modo diretto e immediato, nel monaco Dom Luca – che per scelta e autorizzato dal proprio abate, segue i partigiani sulle montagne rifiutandosi tuttavia di imbracciare le armi e limitandosi a portare con sé il moschetto di un amico caduto, rigorosamente scarico e per giunta appeso alla spalla sbagliata – al termine della narrazione sono altri gli uomini che ci appaiono davvero disarmati: sono i sopravvissuti, quelli che come Franco o Dom Placido, il suo maestro, hanno assistito al silenzio della Parola sentendo vacillare il senso stesso della vita; coloro ai quali il martirio della Resistenza ha rischiato di apparire vuoto e inutile perché i valori per i quali esso è accaduto sono stati disattesi e traditi da chi è venuto dopo. Nel superamento di questa crisi, nella capacità
di perdonarsi per non essere stati parte attiva, e di comprendere
che la partecipazione è anche perpetuare ciò che i
morti hanno avviato, sta la forza immensa del messaggio che Luisito
Bianchi affida al suo alter ego Franco: resistere. Opporsi con il
proprio agire alla sopraffazione di un potere che dimentica l’uomo,
a un finto vivere fatto di compromessi e di passiva accettazione,
all’oblio dei valori di libertà e di uguaglianza in
nome dei quali gli uomini della Resistenza hanno dato la loro vita.
È questo il credo connaturato a molti personaggi del libro.
Per alcuni mediato dall’ascolto della Parola, per altri semplicemente
da una scelta etica e politica.
La messa dell’uomo disarmato, Luisito Bianchi, Sironi Editore, 2003 |