| Quarant’anni fa, esattamente
nel 1967, venivano pubblicati due libri che avrebbero potuto cambiare
molte cose e destinati, invece, a non cambiare niente. Proprio così.
Non per loro inettitudine: tutt’altro. Proprio perché il
loro contenuto era talmente esplosivo, innovativo e diverso da tutto
ciò che veniva stampato e ristampato, in quegli anni, da fare
paura.
Il '67 e gli anni immediatamente seguenti - va ricordato per i giovanissimi
- erano gli anni della contestazione, del Maggio francese, del dilagare
della rivolta studentesca da Parigi a Berlino e dall’Europa agli
Stati Uniti.
Negli USA i motivi del malcontento studentesco vero e proprio si innestarono,
come è noto, sui temi della guerra in Vietnam e assunsero, perciò,
caratteristiche molto diverse dai temi dibattuti in Europa.
Ma anche in Europa le cose assunsero ben presto toni e connotati molto
diversi da quelli che avevano in origine, sia in Francia sia in Italia.
Il Maggio francese fu innescato dai déragés e dai situazionisti,
due gruppi che ebbero più di un travaso dall’uno all’altro,
pur essendo sostanzialmente diversi, ma che furono, certamente, i veri
artefici delle parole d’ordine della rivolta transalpina.
I temi dell’immaginazione al potere, la lotta che oppose frontalmente
il movimento ai sindacati istituzionali, lo scherno con il quale venivano
investiti i partiti della sinistra storica nascono tutti da lì.
E sono, tutti, nelle pagine dei due libri a cui stiamo pensando, che
sono La société du spéctacle di
Guy Debord e il Traité de savoir-vivre à l’usage
des jeunes générations di Raoul Vaneigem, francese
il primo, belga trapiantato in Francia il secondo.
Del primo testo si è molto parlato solo in anni recenti, quando
è diventato praticamente impossibile non citarlo, almeno per
il titolo che suona ormai da tempo come una definizione precisa e perfetta
di quanto ci circonda: cosa sono oggi le società occidentali
nelle quali viviamo se non società dello spettacolo?
Nessuno può negarlo, naturalmente: tutto, attorno a noi, è
spettacolo. Le uniche notizie che fanno notizia, gli unici eventi politici
di cui si parla sono quelli notiziabili in chiave spettacolare, le persona
stesse vengono prese in considerazione solo se si rinviene in loro un
aspetto che faccia spettacolo, ed esse stesse riescono ormai a sentirsi
esistere solo se spettacolarizzate attraverso i media Tv e stampa.
Era questo ciò che Debord intendeva con il termine Societé
du spéctacle? Non proprio.
C’era in quel libro molto di più: c’era qualcosa
di più radicale e di più profondo. E di più disperante.
C’era la constatazione della riduzione dell’uomo a merce,
una merce di nessun valore in una società dove a contare non
erano più i desideri e le aspirazioni dell’uomo - e cioè
ciò che fa di un uomo un uomo - ma le ragioni e il valore degli
scambi di merci fra società produttrici di cose.
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto
sociale fra individui mediato dalle immagini”.
Vale la pena considerare che Debord conduceva queste analisi in anni
nei quali Tv e cinema e media in genere erano ben lontani dalla pervasività
ossessiva di oggi, nei quali il termine globalizzazione non aveva ancora
fatto la propria apparizione e la liberalizzazione degli scambi e l’abolizione
delle frontiere (per lo scambio delle merci) era ancora là da
venire.
Ma chiunque abbia letto quel libro sapeva che così sarebbe stato
perché così - in parte - già era. Le parole adatte
a definire il fenomeno sarebbero arrivate in seguito, ma questo è
fisiologico.
In quelle pagine c’era molto di più, c’era qualcosa
di assolutamente nuovo: c’era l’utilizzo del metodo di analisi
sociale di Marx come puro strumento. In altri termini, di Marx non si
prendevano, pedissequamente, come molti altri facevano, e fanno, conclusioni
e previsioni. Ma si prendevano gli strumenti analitici, il modello di
ragionamento e lo si applicava a una realtà che Marx era ben
lungi dall’aver osservato.
Chi altri, in quei giorni, faceva qualcosa di simile? Nessuno.
La più parte dei movimentisti era salita precisamente sul carro
degli inconsapevoli artefici della société du spectacle,
cioè di tutti coloro che del patrimonio analitico del socialcomunismo
mondiale prendevano solo e semplicemente le icone spettacolari e le
opponevano alle icone del più classico capitalismo.
Da lì, da questo atteggiamento, vengono le immaginette di Mao,
di HoChiMin, di Stalin e di Lenin che molti in Europa hanno visto sfilare
nei cortei cittadini e appese nelle stanze dei teenager e perfino ridotte
a gadget di un’industria consumistica scopertasi all’improvviso
movimentista e rivoluzionaria pronta a stampare libretti rossi e cartoline
di Mao come un tempo le cartoline delle star di Hollywood.
Debord no, lui fece tutt’altro. Capì prima di ogni altro
che ciò che Marx aveva scritto era ancora utile, anzi indispensabile,
se utilizzato come schema e modello interpretativo del rapporto delle
forze in campo. E così vide ciò che altri hanno dovuto
aspettare trent’anni per intravedere.
Per esempio che, scelto il suo modello interpretativo, non c’era
alcuna differenza fra il livello di alienazione della vita quotidiana
e di allontanamento dell’uomo dall’umano presenti nella
società capitalistica occidentale e nella società cosiddetta
socialista dell’Europa dell’est e della Cina. Con buona
pace di chi, inneggiando al maggio francese e alla liberazione dell’uomo,
sventolava, in processione, le sacre icone.
Ma anche il Traité di Vaneigem diceva qualcosa di assolutamente
nuovo, e in forma altrettanto radicale. E ancora più esauriente
e più diretta. Diceva, per esempio, che l’origine di tutti
i mali e di ogni possibile riscatto, passava attraverso il recupero
della propria individualità. Chi non è felice non farà
felice nessun altro. Nessuno che non si sia riappropriato di se stesso
e dei propri desideri e delle proprie aspirazioni potrà battersi
perché altri possano farlo.
Nessun pensatore moderno è sceso nel dettaglio quanto Vaneigem
che non si occupò, nel suo Trattato, soltanto dei massimi sistemi
ma soprattutto dei minimi dettagli che consentono di uscire da un sistema
ossessivo di condizionamenti, fino a scrivere cose per quei tempi impensabili,
o peggio lasciate in rendita al solo mondo cattolico, che ne ha sempre
fatto l’uso che tutti sanno e possono vedere testimoniato anche
in questi giorni di coppie di fatto e di Pacs.
Scrive Vaneigem: “Non è forse giunto il tempo di stabilirsi
talmente nell'amore di sé che (.....) ci si affezioni agli altri
per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per
il favore di amare che dispensano a se stessi?”.
E ancora: “Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione,
il carattere, l'istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò
che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l'obbligo di
essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista?”.
Certo, oggi gli chiederemmo di abbandonare il tono messianico che adopera
ma credo che nessuno potrebbe dissentire da ciò che dice (L’unico
italiano che dice cose simili, pur partendo da presupposti e cultura
diversi è Umberto Galimberti, nelle sue riflessioni sulla società
della tecnica che riduce l’uomo a pura funzione e lo spinge a
ignorare lo scopo della sua funzione sociale e personale).
Se pensiamo che buona parte dei protagonisti del Sessantotto, italiano,
francese e tedesco, hanno accettato di buon (buonissimo) grado di interpretare
per anni la parte (la rappresentazione, direbbe Vaneigem ) dei leaderini
alla guida di masse più o meno ideologizzate, risulta chiaro
perché Vaneigem - e con lui Debord che la pensava esattamente
alla stessa maniera - sono stati non solo ignorati ma detestati dall’establishment
pseudo rivoluzionario e dalla cultura cosiddetta di sinistra italiani
(basti ricordare che i pochi studenti situazionisti italiani dovettero,
a pochi giorni dall’esplosione delle rivolte studentesche, abbandonare
le università in cui trozkisti, stalinisti e maoisti facevano
scempio della libertà e della non violenza che erano i capisaldo
del pensiero situazionista).
Ma perché occuparsi, oggi, di due pensatori ignorati allora e
negli anni seguenti? Perché è uscito un terzo libro che
oggi più che mai vale la pena leggere, non tanto per farsene
convincere - ognuno lo giudicherà come crede - ma per la suggestione
che è già nel titolo “Niente è sacro, tutto
si può dire”.
Il libro non è uscito oggi e neanche ieri, è stato stampato
in Italia nel maggio (alle volte, le coincidenze!) 2004 da Ponte alle
Grazie e ignorato esattamente come i precedenti libri di cui abbiamo
parlato.
Come mai, in un momento in cui tanto si dibatte su leggi sì/leggi
no da creare o da non creare per colpire chi nega eventi storici come
l’olocausto, a nessuno (nessun pensatore, nessun intellettuale)
viene in mente di dare un’occhiata (e di far dare un’occhiata)
a un testo come questo?
Anche in questo caso, come nel caso de La Société du spectacle
il titolo dice tutto. Dice, infatti, che tutto si può dire. Quindi
anche l’apparentemente inaccettabile.
“Nessuna idea è inaccettabile, nemmeno la più aberrante,
nemmeno la più odiosa” e, citando, Scutenaire: “Ci
sono cose con cui non si scherza. Mai abbastanza!”.
Si tratta di affermazioni che non dovrebbero stupire, o allarmare, più
di tanto. Nella costituzione italiana non si difende, forse, la libera
espressione di qualunque pensiero?
Eppure, si dedicano tempo e fatica per fare leggi che proibiscono il
negazionismo storico che è, solo e semplicemente, un punto di
vista (forse idiota ma questo conta poco).
Non sarebbe meglio, suggerisce Vaneigem, lasciare che i fessi facciano
la figura da fessi invece di trasformare le loro sciocchezze in merce
censurata e, perciostesso, ghiotta?
E come mai, si chiede, ci sentiamo in dovere di chiudere la bocca, con
la legge e con l’ostracismo più violento e intollerante,
a chi nega i lager ma non avvertiamo lo stesso insopprimibile sdegno
nei confronti di chi nega le violenze del regime castrista?
Non si tratta di essere né di destra né di sinistra, poiché
è appurata la posizione libertaria e radicale dei situazionisti,
ma semplicemente di definire una volta per tutte il concetto di libertà
e poi di applicarlo - o meglio di lasciarlo dispiegare nell’aria
- senza utilizzarlo solo in un verso perché ci fa più
piacere, o più comodo, di un altro. O perché è
più popolare e più largamente accettato.
Ecco perché Vaneigem esprime chiaramente il proprio pensiero
a proposito dell’abolizione del reato di opinione. Perché,
sintetizzando, reprimere un pensiero, non permettere a chi lo pensa
di esprimerlo, è dannoso soprattutto quando quel pensiero è
ripugnante - nel senso che ci ripugna.
Il pensiero (che ci ripugna) c’è comunque, esiste nella
mente di chi lo pensa ed è certamente “il pus di una sensibilità
ferita” come l’ottusità, l’infamia, la stupidità,
l’aggressività. Lasciarlo esporre ci dà la possibilità
di comprenderne i perché e l’origine.
“Impedire che scorra significa infettare la ferita anziché
diagnosticarne le cause al fine di guarirla. Se non vogliamo che un’aberrazione
finisca con l’infettare il tessuto sociale come un tumore maligno,
dobbiamo riconoscerla per quello che è: il sintomo di un male
nell’individuo e nella società. Il sintomo non è
condannabile; condannabile è la nostra poca prontezza nello sradicare
le condizioni che propagano il prurito, l’ascesso, la peste. Al
desiderio di schiacciare l’infame è preferibile nutrire
il desiderio di vivere meglio...”.
Quanto ce ne sarebbe bisogno, oggi.
Oggi che si approvano leggi che non servono, e non serviranno a niente
perché sono inutili e perché saranno bellamente disattese.
Oggi che qualcuno muore ai bordi di un campo da gioco per la stupidità
e l’ottusità e l’aggressività di una massa
di persone ignobili, ma soprattutto ignoranti, nel senso che - esattamente
come chi crede che reprimere serva a qualcosa - ignora le cause dei
proprio disagio che si propaga nella società e crea morte e dolore.
Solo chi non ha nessuna fiducia nelle capacità degli altri di
capire, e quindi di guarire dai propri mali , sceglie le vie che vengono
scelte oggi da chi governa e non sa che governare gli eventi significa
tutt’altro che schiacciarli per non doverli pensare. E capire.
Antonio Sfeffenoni
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