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Inchiesta

 

Balcani
Uranio impoverito: una storia di polvere

di Mauro Prandelli

La scia di morti dell’uranio impoverito: gli Usa sapevano? Dopo vent’anni i territori sono ancora contaminati e le popolazioni continuano a morire di tumore, e i proiettili creati con materiale tossico di scarto sono ancora utilizzati; e se report militari americani dimostrano che tutto questo si conosceva in anticipo?

“Questo e morto di cancro, questo e morto di leucemia e anche quello. Gran parte delle persone in questo lato del cimitero sono morte di tumore, e il cimitero ha dovuto essere ingrandito” racconta Vido Banduca, personaggio politico di spicco che fin dall’inizio ha portato avanti le indagini sui decessi per tumore, indicando le lapidi del cimitero di Bratunac che ricoprono la collina. Sullo sfondo gli scheletri delle case abbandonate dai musulmani, mentre il cielo scuro e le nuvole pesanti rendono ancora piu opprimente questo paese situato a est della Bosnia al confine con la Serbia.

Qui, dopo la guerra e il Trattato di Dayton del 14 dicembre 1995, hanno trovato rifugio molti serbi bosniaci in fuga dai territori occupati da musulmani, e viceversa, molti musulmani si sono spostati in zone a maggioranza bosniaca musulmana. Bratunac, pero, ha una particolarita: molte delle persone che vi si sono trasferite sono morte di tumore.

Hadzici, localita natale di una parte degli abitanti di Bratunac, e un paese a pochi chilometri a ovest di Sarajevo. Li, durante la guerra era stanziato uno dei piu grandi centri di riparazione di armi e mezzi blindati dell’esercito iugoslavo. Nel corso dell’operazione Nato Deliberate Force, messa in atto dal 28 agosto 1995 al 20 settembre dello stesso anno a seguito della strage del mercato di Sarajevo (Markale 2, 28 agosto ’95), gli aerei militari presero di mira la fabbrica e la colpirono con proiettili contenenti uranio impoverito (UI). Dopo il bombardamento i lavoratori tornarono per sistemare lo stabile e alcuni di loro, trascorsi pochi mesi, cominciarono a morire di tumore. L’area e attualmente interdetta ai giornalisti.

All’inizio del 2001, che come vedremo e l’anno in cui la Nato ha confermato l’utilizzo di uranio impoverito nella guerra dei Balcani, un articolo della ABC News intitolato “Hundreds died of cancer after DU bombing” riporta la dichiarazione di un dottore del Dipartimento di Medicina forense dell’esercito jugoslavo, Zoran Stankovic: “Quattrocento persone sono morte a causa di svariate tipologie di tumore negli ultimi cinque anni. Erano parte della comunita di Hadzici formata da 4.000 serbi che si e spostata a Bratunac”.

Un caso analogo e stato riscontrato anche a Kalinovic, paese fra le montagne nel sud della Bosnia, dove nel 1995 furono colpite le caserme, destinate ai rifornimenti dell’esercito jugoslavo, e la cisterna dell’acqua. I tecnici che per primi accorsero per riparare la cisterna completamente sventrata morirono dopo pochi mesi di leucemia. Le caserme di Kalinovic, abbandonate dall’esercito, vengono tuttora utilizzate come stalle per le greggi di pecore, e gli animali spesso si ammalano e muoiono durante i primi giorni di vita.

Jelina Durkovic, relatore della prima Commissione di Sarajevo sull’uranio impoverito, riporta che nel 2005 alcuni studiosi avevano trovato tracce di contaminazione radioattiva nei corsi d’acqua di Hadzici, ma nessuno ha fatto niente per arginare il problema. Afferma, riferendosi alla Nato: “Hanno aspettato sei anni per dirci che tipo di armi avevano usato, nel frattempo il terreno si e cambiato, l’acqua ha trasportato le particelle di uranio e chissa dove sono finite. Alcuni studi condotti dai militari greci, che acquistano l’acqua dalla Bosnia, hanno rilevato strane contaminazioni anche nell’acqua imbottigliata”. Purtroppo il report della Commissione di Sarajevo e stato screditato da molti politici bosniaci ed e finito chiuso in un cassetto.


L’uranio impoverito
L’uranio impoverito e lo scarto del processo di produzione dell’uranio arricchito utilizzato comunemente nelle centrali nucleari. L’uranio naturale e composto per il 99,27% da uranio impoverito e dallo 0,72% di uranio arricchito. Da dieci chili di uranio naturale si ottengono cosi 72 grammi di uranio arricchito e 9 chili, esattamente 9.927 grammi, di uranio impoverito. Parte di questo materiale viene usato per scopi civili, come le barriere che dividono i laboratori dei centri radiologici e i contrappesi per gli aerei, ma il restante deve essere trattato come rifiuto pericoloso.

Negli anni Sessanta, in piena guerra fredda, nei laboratori dell’esercito americano si studia un proiettile in grado di fermare una possibile avanzata dei tank russi. Dapprima si testa il tungsteno, materiale molto resistente ma con il difetto di essere costoso e reperibile principalmente nelle miniere cinesi. Si testa quindi l’uranio impoverito, che offre caratteristiche superiori anche al tungsteno.

Da un punto di vista bellico si rivela il materiale perfetto. Ha un’alta capacita di penetrazione, e piroforico, cioe ha la capacita di incendiarsi, ed e reperibile in gran quantita sul territorio americano e canadese. In pratica viene utilizzato uno scarto tossico per creare proiettili. Il funzionamento e molto semplice: una volta che il proiettile impatta con il bersaglio buca la corazza, e dopo averla attraversata sprigiona un calore pari a 3.000°C che brucia tutto quello che c’e nelle vicinanze. Esplodendo il proiettile crea un aerosol formato da nanoparticelle che si depositano sul terreno circostante.

Nel 1978 vengono testati presso la base U.S. Air Force di Eglin i proiettili all’uranio impoverito, utilizzando un cannone automatico Gatling GAU-8 che sara poi montato sugli aerei anticarro A-10 utilizzati anche nei Balcani. Il test, riportato nel documento “Morfological Characteristics of Particular Material Formed from High Velocity Impact with Depleted Uranium Projectiles with Armor Targets” (1), evidenzia la formazione di nanoparticelle originate dalle alte temperature di combustione del diametro tra 0,1 e 0,01 µm, e avvisa: “Sono necessarie ulteriori ricerche per capire meglio la natura fisiologica e chimica dei frammenti generati da proiettili a uranio impoverito nelle armi militari.

Particolare attenzione deve essere focalizzata sulla potenziale diffusione nell’ambiente e l’inserimento nel sistema biologico, specialmente dell’uomo”. E continua: “Specifiche conoscenze sono necessarie per poter determinare i potenziali rischi per la salute associati all’inalazione e il deposito nei polmoni di aerosol generato da uranio impoverito. Le particelle nella gamma tra 0,1 e 0,5 µm destano molta preoccupazione a causa della capacita di depositarsi nei polmoni”.

Dopo questo esperimento si susseguono diversi studi mirati alla bonifica delle aree in cui i proiettili UI sono stati usati. Gia nel 1980, un documento intitolato “Recycling/Disposal Alternatives for Depleted Uranium Wastes” (2) analizza come debbano essere smaltiti gli arsenali inutilizzati e la sabbia contaminata nei poligoni della base di Eglin, e prevede che “da 20 a 25 milioni di proiettili (ognuno contiene circa 0,299g [3] di uranio impoverito quindi 7.500 tonnellate in totale, n.d.a.) verranno prodotti negli anni Ottanta. Una piccola parte verra utilizzata nei test dei poligoni delle basi militari. La maggior parte verra usata come riserva militare”. “Il problema dello smaltimento di UI – sottolinea la relazione – aumentera negli anni futuri.

I tre stati (South Carolina, Nevada e Washington) che hanno a disposizione siti commerciali per lo smaltimento continuano a restringere la quantita e le tipologie di rifiuti accettate”. Il documento mette a confronto le diverse soluzioni, dalla creazione di bunker sottomarini per lo stoccaggio al riutilizzo del materiale in processi alternativi; e guardando al futuro ipotizza un utilizzo tra i cento e i centocinquanta mila proiettili di GAU-8 impiegati annualmente nei poligoni per essere testati, pari a una quantita tra le 30 e le 45 tonnellate di uranio impoverito.

I test militati proseguono, e un documento del 1987, “Selective dissolution and recovery of Depleted Uranium from armor plate” (4), indaga su un sistema per decontaminare le piastre blindate utilizzate nei poligoni di tiro e cosi facilitare lo smaltimento. Nel 1988 un altro report, “Filtration System for Removal of Depleted Uranium From Water” (5), si occupa di trovare una soluzione per la rimozione di uranio impoverito dall’acqua.

Leggendo tutti questi documenti, liberamente consultabili sui siti governativi americani, e evidente quanto la preoccupazione per un possibile inquinamento ambientale fosse ben presente all’interno dell’esercito statunitense, e vi fossero anche dubbi (report del 1978) sui rischi per la salute umana. Cio nonostante nel 1991 i proiettili UI vengono usati in dose massiccia nella Guerra del Golfo, e subito dopo l’operazione Desert Storm i militari rientrati in patria cominciano ad ammalarsi. Stanchezza cronica, cefalea, problemi di memoria, nausea e dissenteria, problemi respiratori e poi leucemie, linfomi e carcinomi sono solo alcuni dei sintomi presentati dai veterani della guerra in Iraq che si inquadrano in quella che viene chiamata Gulf War Syndrome, Sindrome del Golfo.

In un primo momento il governo americano nega la correlazione tra le patologie e l’utilizzo di armi UI, ma le linee guida per il trattamento di questi proiettili si fanno piu scrupolose. Un articolo del 2010 della National Academies of Science (6) stima che dei 700.000 militari americani impegnati nella Guerra in Iraq, almeno 250.000 soffrirebbero di sintomi riconducibili alla Sindrome del Golfo.

Nel frattempo gli studi continuano, e quello della U.S. Army Environmental Policy Institute (AEPI) del giugno 1995, “Health and environmental consequences of depleted uranium use in U.S. Army: Technical Report” (7), condotto su richiesta del Consiglio del Governo americano, produce interessanti considerazioni. Portato avanti, come altri in precedenza, in alcuni poligoni dove sono stati testati i proiettili UI, tratta sia l’effetto sui militari che sull’ambiente.

Per quanto riguarda le possibili patologie, lo studio riporta, dopo aver sottolineato: “Non ci sono dati sufficienti per definire la pericolosita dell’uranio impoverito”, che “come l’uranio naturale, anche l’uranio impoverito possiede rischi tossici e radioattivi. Tossicologicamente, l’uranio impoverito e pericoloso quando entra nel corpo umano. Radiologicamente il rischio per la salute e rappresentato da un’esposizione esterna e interna, anche se i rischi connessi all’esposizione esterna sono molto bassi. L’intensita dei rischi tossici e radiologici sono proporzionati alla quantita, la forma chimica e la via con cui l’uranio impoverito entra nel corpo umano. L’uranio impoverito puo entrare nel corpo umano attraverso l’inalazione, l’ingestione e le ferite. Sia le situazioni di combattimento che di non-combattimento possono portare a rischi per la salute [...] Non e possibile identificare se una specifica tipologia di cancro o di problemi ereditari siano causati naturalmente o dall’esposizione alle radiazioni”.

Relativamente all’ambiente e la sua bonifica, il rapporto sottolinea come debba essere operata, cioe attraverso “escavazioni e movimento del terreno, separazione fisica, separazione chimica e stabilizzazione in loco”, procedure, come vedremo, di difficile attuazione soprattutto sui campi di battaglia. Viene inoltre prestata attenzione a come le particelle generate dai proiettili possono essere veicolate: “L’acqua e il meccanismo principale per il trasporto di tutti i metalli, compreso l’uranio impoverito che si puo veicolare sia attraverso corsi d’acqua superficiali che falde sotterranee”; viene inoltre fatto notare che “la risospensione delle particelle puo essere pericolosa poiche le polveri contaminate da uranio impoverito potrebbero essere ingerite o inalate”.

In merito all’inquinamento ambientale, vi si legge: “Utilizzare UI sul campo di battaglia puo creare potenziali conseguenze sull’ambiente. La questione e come proteggerlo riducendo cosi i rischi per i soldati e le popolazioni locali. Si stanno facendo sforzi per comprendere il destino e gli effetti dell’uranio impoverito sull’ambiente. Anche una decisione unilaterale degli Stati Uniti per bandire le armi contenenti UI non eliminera quest’arma dai campi di battaglia: Gran Bretagna, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Thailandia, Israele, Francia e altri Stati, hanno sviluppato o stanno sviluppando armi contenenti uranio impoverito, e le munizioni sono anche disponibili sul mercato mondiale”.

AEPI sottolinea infine come sia da prendere in considerazione non solo il costo di produzione degli armamenti ma quello relativo all’intero ciclo vitale, fino allo smaltimento e alla bonifica dei territori. Come riportato in molti studi, la pericolosita radiologica e inferiore a quella dell’uranio arricchito, e i limiti annuali di esposizione alle radiazioni sono rispettati; il problema si presenta quando le particelle di UI o l’aerosol generato dall’esplosione dei proiettili entra a contatto con gli organi interni. Una serie di slide, “A Review of Depleted Uranium Biological Effects: In vitro studies” (8) pubblicate a novembre 2010 da Alexandra C. Miller, PhD Uniformed Services University, Armed Forces Radiobiology Research Institute, illustra come le cellule umane vengono influenzate dalle radiazioni emesse dalle nanoparticelle ingerite.

Lo studio in vitro, quindi in ambiente controllato e isolato, ha dimostrato che le particelle UI, a contatto con le cellule, “inducono trasformazioni neoplastiche (creazione di carcinomi), mutagenicita e genotossicita in vitro. L’UI e coinvolto in instabilita genomica uranio-indotta (alterazione del genoma). Le particelle Alpha sono sufficienti a trasformare le cellule. Gli effetti delle radiazioni sono coinvolti nelle trasformazioni neoplastiche e instabilita genomica uranio-indotta”. Anche in vitro quindi, viene confermata la pericolosita dell’uranio impoverito.

Nonostante tutti questi numerosi studi, facilmente reperibili in rete su portali specializzati o negli archivi statunitensi, anche le Nazioni Unite hanno recentemente affermato l’insufficienza di prove per poter stabilire che l’uranio impoverito e dannoso per la salute. Nella risoluzione A/RES/ 71/70 (9) redatta il 14 dicembre 2016 si legge: “Considerato che gli studi condotti finora da istituti di rilevanza internazionale non hanno fornito una sufficiente e dettagliata misura del pericolo a lungo termine per la salute umana e l’ambiente connesso all’uso di armamenti e munizioni contenenti uranio impoverito”, e necessario approfondire lo studio dei rischi connessi, e “prendendo in considerazione i potenziali effetti nocivi dell’uso di armamenti e munizioni contenenti uranio impoverito sulla salute umana e sull’ambiente, e le preoccupazioni degli Stati interessati e delle comunita, gli esperti in tema di salute e la societa civile su tali effetti [...] [si] invita il Segretario Generale a richiedere alle organizzazioni internazionali l’aggiornamento e il completamento degli studi e delle ricerche inerenti gli effetti sulla salute umana e sull’ambiente connessi all’utilizzo di armamenti contenenti uranio impoverito”.

E infine: “Si invitano gli Stati che hanno fatto uso di armamenti UI a fornire informazioni agli Stati colpiti [...] quanto piu accurate possibili, indicando luogo e quantita degli armamenti utilizzati”. La risoluzione e stata approvata dalla maggioranza dei Paesi membri, con l’astensione di alcuni Stati europei e il voto contrario di Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Israele (10).

La posizione delle Nazioni Unite purtroppo non stupisce: nelle risoluzioni inerenti l’utilizzo di armi che possono avere un effetto a lungo termine sulla salute e sull’ambiente, non viene infatti preso in considerazione l’uranio impoverito.


Bonifica e screening

Nel 1995, nei Balcani, la Nato impiego armamenti UI in sedici localita bosniache e qualche anno dopo, nel 1999, durante la guerra in Kosovo, furono presi di mira sei siti nel sud della Serbia, 89 in Kosovo, uno in Montenegro. Solo nel 2001 ammise di aver usato questo tipo di arma, dopo che i militari, tra cui quelli italiani, al rientro dalle missioni cominciarono a morire di tumore. Un video del 1995 dell’esercito americano, reperibile in rete (11), illustra come approcciarsi a un campo di battaglia contaminato con uranio impoverito; il video fu pero tenuto riservato, lasciando che i soldati alleati gestissero la situazione senza le adeguate protezioni e gli abitanti dei siti colpiti continuassero a vivere come se niente fosse accaduto.

Nello stesso anno, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) predispone screening e bonifica nelle aree contaminate da UI. Parte della bonifica era gia stata effettuata dall’esercito jugoslavo. I report UNEP, disponibili online, prendono in considerazione il livello radioattivo dei detriti rinvenuti sul campo, ma non considerano il pericolo tossicologico. Visitando alcuni siti colpiti, ci si rende conto che non e possibile portare a termine una bonifica accurata. La stessa UNEP nelle sue relazioni azzarda scenari ipotetici sul numero di proiettili sparati e sulla loro dispersione nell’ambiente: se un proiettile non colpisce il bersaglio, infatti, puo penetrare nel terreno per piu di 80 cm, divenendo difficilmente recuperabile, oppure puo impattare sulle rocce, polverizzandosi.

Un altro aspetto che l’UNEP prende in considerazione e la rapida ossidazione in natura: questo procedimento porta alla dissoluzione del proiettile molto piu velocemente rispetto ad altri materiali, e l’ossido di uranio si disperderebbe cosi nel terreno, potendo intaccare le falde acquifere. La bonifica inoltre e particolarmente difficoltosa perche il terreno bosniaco e rigoglioso e coperto in parte da boschi. Cosi ad Han Piezac, dove fu presa di mira una delle piu grandi caserme dell’esercito jugoslavo; l’edificio e situato a bordo della boscaglia, ed e ormai abbandonato, mentre quest’ultima e disseminata di cluster bomb e mine, e un cartello rosso ne proibisce l’accesso. C’e dunque da chiedersi come sia possibile addentrarsi in questi territori per recuperare i proiettili, e attuare un programma di bonifica come suggerisce l’AEPI nel report del 1995.

L’UNEP conclude le sue analisi consigliando di recintare alcune delle aree prese in esame, e segnalare il pericolo di una possibile contaminazione. Precauzioni che non verranno mai attuate.
Secondo le direttive, i proiettili inesplosi rinvenuti dall’UNEP dovrebbero essere depositati presso il Centro di stoccaggio di Vinca, nei pressi di Belgrado (Serbia). Stando pero alle analisi fin qui fatte, e logico domandarsi come sia possibile che migliaia di chilometri quadrati di terreno contaminato possano essere immagazzinati in un hangar nei pressi della capitale serba. Secondo alcuni testimoni incontrati non sempre e stato attuato un piano di bonifica, e quando e stato fatto ci si e limitati a prelevare la superficie del terreno, caricarla su rimorchi non sigillati e depositarla nei fiumi o in altre zone lontane dai paesi abitati. Occorre pero sottolineare che queste testimonianze non sono state confermate dai comandanti dell’esercito jugoslavo contattati, i quali si occuparono della bonifica a inizio degli anni 2000.

In merito ai danni per la salute umana, la dottoressa Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere che da anni si occupa di studiare gli effetti delle nanoparticelle, collaborando anche con la Commissione Uranio impoverito, sottolinea che cercare solo la contaminazione radiologica e superfluo. Le nanoparticelle che ha riscontrato durante alcune autopsie fatte su militari deceduti per cancro hanno dimostrato che spesso non e possibile rinvenire tracce di uranio impoverito; la maggior parte delle nanoparticelle sono composte da leghe sconosciute formatesi durante la combustione al momento dell’esplosione del proiettile. Le particelle sono molto simili per dimensione, formazione e forma a quelle riscontrate nei test presso la base di Eglin nel 1978. La dottoressa specifica che e potenzialmente sufficiente una sola particella respirata o ingerita che non viene espulsa dall’organismo per dare inizio a una patologia.

Uno studio durato vent’anni e pubblicato nel giugno 2016 dalla European Hematology Association (EHA) (12) conclude che “i parametri clinici mostrano un’incidenza maggiore di leucemia mieloide acuta presso i siti contaminati con uranio impoverito. Sono necessarie ulteriori indagini per chiarire le possibili cause di forte aumento di neoplasie mieloidi in zona Hadzici”.

Il primo ottobre 2016 un nuovo progetto di screening e stato avviato dalla dottoressa Lamija Tanovic, docente presso l’Universita di Scienze e Tecnologie di Sarajevo. Lo studio, supportato da un team di biologi, chimici e fisici, mira ad approfondire la situazione dell’inquinamento nel territorio di Hadzici. “Questa ricerca e preparatoria per poter accedere ai fondi europei del programma Horizon 2020. Il nostro obiettivo e capire se lo stato di salute della popolazione e messo a rischio dalla radioattivita dei proiettili all’uranio impoverito o, come sostiene la dottoressa Gatti, dalla formazione di nanoparticelle durante l’esplosione del proiettile”, afferma la dottoressa Tanovic.

E prosegue: “Vogliamo analizzare l’influenza sugli animali che abitano quelle zone e sulle mutazioni genetiche vegetali che potremmo trovare. Inoltre vogliamo condurre degli studi sugli abitanti di Hadzici e su chi ha vissuto in quelle zone durante la guerra, poiche le particelle che possono venire inalate si fermano nel corpo per anni, e possiamo analizzarle nei reni, nel fegato, nella vescica e nei polmoni”. Studio che potrebbe essere utile anche per far maggior chiarezza sulla situazione del poligono militare di Quirra, in Sardegna, dove si verificano incidenze di patologie simili a quelle riscontrate nei Balcani.

Nonostante la mole di studi e analisi a oggi prodotti, non e tuttavia ancora possibile collegare scientificamente l’utilizzo di UI con i decessi dei militari e dei civili che abitavano nei pressi dei siti colpiti, e il silenzio delle istituzioni non facilita la ricerca. Molte persone contattate si sono rifiutate di parlare per paura di ritorsioni; il governo bosniaco ha inibito l’accesso alla zona di Hadzici ai giornalisti, e la Serbia protegge i report sui decessi di tumori spostando i referti dagli ospedali civili agli archivi militari. La situazione politica che si sta venendo a creare mira a proteggere l’immagine della Nato, dato che e prevista per i prossimi anni l’entrata di Bosnia e Serbia nell’Alleanza Atlantica e nell’Unione europea.

Le certezze sono che ci troviamo davanti a un disastro ambientale incalcolabile, e che le armi all’uranio impoverito continuano a essere utilizzate indiscriminatamente. L’ultimo caso documentato e la guerra in Siria dove il Pentagono (13), tra conferme e smentite, afferma di aver usato proiettili UI durante gli attacchi di novembre 2016. Domandarsi perche questo tipo di armamento non sia stato messo al bando o non sia considerato un’arma di distruzione di massa – visto le patologie che si riscontrano per anni sulle popolazioni vicine ai siti di battaglia – rischia purtroppo di rivelarsi un peccato di ingenuita (l’unico tribunale ad aver condannato George W. Bush per crimini contro l’umanita in relazione all’invasione dell’Afghanistan e all’utilizzo di proiettili UI e quello di Tokyo, che essendo un tribunale popolare non ha alcun valore giuridico).

L’uso di uranio impoverito per scopi bellici risponde alla pura logica capitalistica, ottenere il risultato prefissato al costo minore; in questo caso utilizzando materiale di scarto tossico, senza curarsi delle conseguenze sugli esseri umani e sull’ambiente. Con il beneplacito dei governi dei Paesi, senza distinzione tra quelli che bombardano e quelli che vengono bombardati.

 

Mauro Prandelli

 

1) Air Force Armament Laboratory, AFATL-TR-78-117, novembre 1978
2) AFATL-TR-81-4 del periodo giugno/settembre 1980
3) Cfr. FAS, Military Analisys Network, https://fas.org/man/dod-101/sys/land/pgu-14.htm
4) Air Force Armament Laboratory, SBIR A86-177, 5 maggio 1987
5) Air Force Armament Laboratory, AFATL-TR-87-66, febbraio 1988
6) The National Academies of Science, Engineering, and Medicine, Gulf War Service Linked to Post-Traumatic Stress Disorder, Multisymptom Illness, Other Health Problems, But Causes Are Unclear, 9 aprile 2010, http://www8.nationalacademies.org/onpinews/newsitem.aspx?RecordID=12835
7)https://www.researchgate.net/profile/Francisco_Tomei_Torres/publication/263890814_Health_and_Environmental_Consequences_
of_Depleted_Uranium_Use_in_the_US_Army/links/54bf9f4a0cf2acf661ce1caf.pd
f
8) http://www.dtic.mil/get-tr-doc/pdf?AD=ADA539809
9) http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/71/70
10) Cfr. International Coalition to Ban Uranium Weapons, UN General Assembly recognises ongoing concerns over health risks from depleted uranium, 5 dicembre 2016, http://www.bandepleteduranium. org/en/un-general-assembly-recognises-duhealth-concerns
11) https://www.youtube.com/watch?v=YYwZyjR6dDY
12) http://learningcenter.ehaweb.org/eha/2016/21st/132490/amina.kozaric.clinical.characteristics.of.acute.myeloid.leukemia.-patients.from.html?f=m2s430367
13) Cfr. International Coalition to Ban Uranium Weapons, United States confirms that it has fired depleted uranium in Syria, 21 October 2016, http://www.bandepleteduranium.org/en/united-states-confirms-fired-du-syria

 

 

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