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dicembre 2011- gennaio 2012
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Buone nuove |
| La tragedia del potere di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Gli uomini che non si voltano, Gaetano
Savatteri |
|
Pur trascurando quel “da poco” sul
quale ci sarebbe molto da dire, mi sembra che Gli uomini che non
si voltano affronti qualcosa di meno circoscritto nel tempo, qualcosa
di più profondo – e per questo ancora più sconsolante
– di un’attualità politica. Anche il registro
della tragedia è molto meno superficiale di quanto non suggerisca
il commento sul risvolto di copertina. Inoltre i tempi e i ritmi
della narrazione, il linguaggio attuale, pervaso di umorismo e intessuto
con leggerezza di continui sicilianismi che lo rendono ancora più
incisivo, ne fanno sì un libro dalla lettura veloce e estremamente
godibile quanto quella di un buon poliziesco ma non è certo
un romanzo da confinare nella categoria dei noir. Placido, Silvestre e Aurelio, erano amici all’università
di Palermo, ai tempi del Movimento della Pantera, l’ultimo
importante movimento studentesco tra la fine degli anni ’80
e l’inizio del ’90. I rapporti, interrotti alla fine
dell’università, si riannodano oggi a Roma perché
Aurelio, onorevole a Montecitorio, riceve lettere minatorie. Silvestre,
suo collaboratore, chiede a Placido di svolgere un’indagine
privata. Placido alla fine dell’università,
assordato dal bisogno di giustizia che la Sicilia sembrava reclamare,
ha scelto di entrare in polizia; lo troviamo oggi condannato in
primo grado e in attesa del ricorso in appello dopo che il suo nome
è emerso in una telefonata tra mafiosi sottoposti a intercettazione,
con un matrimonio finito alle spalle, una figlia adolescente per
la quale non è abbastanza presente e una relazione “dalla
funzione lenitiva e terapeutica” con la sua dentista. Aurelio ha ereditato il potere. Istradato dal padre, politico locale nelle fila della democrazia cristiana, “ha avuto la fortuna,” dice di lui un avversario, “di trovarsi a fare politica proprio mentre tutti andavano gridando che ci volevano facce nuove, giovani nuovi, classe dirigente nuova,” salvo poi, alla morte del padre, restare “come un tronzo che manco sapeva dove erano i cessi di Montecitorio con tutto che da dieci anni stava lì,” almeno fino a quando una figura pseudo-genitoriale, il presidente Casesa, non è tornata a mostrargli la direzione. Sposato con Gialuce, ex ragazza di Placido, ha due figli piccoli e un’amante francese di cui è innamorato. Sintomo ulteriore, questo, di debolezza, di inadeguatezza al ruolo che gli è stato imposto, perché i politici non possono innamorarsi, “fottono, fanno figli, si sposano. Ma non si innamorano. Perché il potere reclama un amore esclusivo, devastante ed esigente”. Anche dalle parole degli altri personaggi, Aurelio
emerge come un debole, incapace di dominare gli eventi se privo
di una guida. Ma più che una guida, nella figura del padre
prima e del presidente Casesa poi, possiamo intravedere il burattinaio
dalla cui abilità dipende la conservazione del potere. E
Aurelio obbedisce ai comandi trasmessi attraverso tirate di fili,
più o meno determinate, finché la decisione del proprio
direttivo di affossarlo nuovamente a Monserrato, suo paese natale
in Sicilia, come candidato sindaco, e la sequela di lettere anonime
attraverso le quali scoprirà tutto il peso e il disgusto
dell’eredità ricevuta non lo costringono a voltarsi.
Anche Placido, indagando, arriverà a intuire
ciò che Aurelio ha scoperto e a intravedere i meccanismi
perversi che muovono l’apparato politico. Ma è Aurelio
il personaggio costretto a fronteggiare il conflitto fra libertà
personale e necessità, cioè il protagonista della
tragedia. Niente di così strettamente attuale come
promesso in copertina, dunque. Più che la disperazione dell’oggi
troviamo quella eternamente generata dal conflitto tra umanità
e potere. Da sempre quest'ultimo, quando è colpito, trova
il modo di difendersi e quando questa sua accanita controffensiva
richiede il sacrificio di chi del potere ha cura, è pronto
a rigenerarsi come un’idra, secondo dinamiche valide e collaudate
che, da sempre, ne garantiscono la salvezza. Epilogo che sarebbe potuto rimanere, con il suo
corsivo e l'uso della prima persona, un intervento a sé da
parte dell'autore, una sorta di postfazione del quale ha l'aspetto.
Savatteri, invece, ribalta il ruolo del narratore esterno per assumere
a pieno titolo quello di io narrante fornendoci, come in uno scorrere
di titoli di coda, un veloce prosieguo delle vite dei personaggi.
Un artificio per dirci che ciò che abbiamo letto non è
invenzione, per arrivare a trasmettere la sostanza del suo scrivere:
il desiderio di impegno tra quel pessimismo e quell'ottimismo che
Sciascia aveva sottolineato e sostenuto, divertendosi poi a sconfessarlo
con l'ultima frase.
Gli uomini che non si voltano, Gaetano Savatteri, Sellerio Editore, 2006 |