| Pessima abitudine quella
di leggere i risvolti di copertina, a meno di non prenderli troppo
sul serio. Meglio sfogliare, annusare, assaggiare. Titolo, epigrafe,
incipit, parole sparse tra le pagine. Se deve chiamarci, il libro
lo farà. Perché il commento esterno, diviso fra la schizofrenica
necessità di essere esauriente e sintetico nello stesso momento,
e sottomesso alla funzione di specchietto per le allodole che l'industria
editoriale gli riserva, raramente riesce a cogliere l'essenza più
profonda e preziosa di un romanzo. Ha più o meno la funzione
dell'etichetta applicata sui barattoli esposti negli scaffali del
supermercato.
In questo caso, il risvolto presenta il libro come un romanzo nero,
più nero di un poliziesco, “sul nero della politica di
oggi”, e “su un modo dell'oggi che abbiamo da poco scoperto:
la disperazione della politica moderna”. Definisce inoltre “di
superficie” la chiave tragica suggerita dall'epigrafe.
Pur trascurando quel “da poco” sul quale ci sarebbe molto
da dire, mi sembra che Gli uomini che non si voltano affronti qualcosa
di meno circoscritto nel tempo, qualcosa di più profondo –
e per questo ancora più sconsolante – di un’attualità
politica. Anche il registro della tragedia è molto meno superficiale
di quanto non suggerisca il commento sul risvolto di copertina. Inoltre
i tempi e i ritmi della narrazione, il linguaggio attuale, pervaso
di umorismo e intessuto con leggerezza di continui sicilianismi che
lo rendono ancora più incisivo, ne fanno sì un libro
dalla lettura veloce e estremamente godibile quanto quella di un buon
poliziesco ma non è certo un romanzo da confinare nella categoria
dei noir.
La vicenda viene raccontata con un alternarsi di sequenze dinamiche
e brevi sequenze statiche, le prime affidate a un narratore esterno
che fa procedere il lettore nell'azione narrativa (ma attraverso una
focalizzazione interna che gli permette di seguire la vicenda con
gli occhi del personaggio), le altre consegnate a ciascuno dei personaggi
che nel libro compaiono, e che offrono al lettore, attraverso una
sorta di flusso di coscienza o di monologo, un punto di vista soggettivo,
in prima persona. Per assurdo, questo non sembra fornirci un’immagine
composita e sfaccettata della realtà ma solo molteplici e ulteriori
conferme di trovarci di fronte a una tragedia annunciata.
Placido, Silvestre e Aurelio, erano amici all’università
di Palermo, ai tempi del Movimento della Pantera, l’ultimo importante
movimento studentesco tra la fine degli anni ’80 e l’inizio
del ’90. I rapporti, interrotti alla fine dell’università,
si riannodano oggi a Roma perché Aurelio, onorevole a Montecitorio,
riceve lettere minatorie. Silvestre, suo collaboratore, chiede a Placido
di svolgere un’indagine privata.
Questa seconda opportunità non sfocia in un’amicizia
rinnovata, perché la vita li ha cambiati. Compaiono qua e là
scorci delle esperienze condivise, degli amori, dei reciproci disinganni,
ma nulla che si possa riannodare perché il tempo dei vent’anni,
quello in cui si è convinti di avere un credito illimitato
e altrettanto illimitate possibilità di cambiare il corso delle
cose, è definitivamente passato, sostituito dal tempo del fatalismo
e dell’ineluttabilità.
Placido alla fine dell’università, assordato dal bisogno
di giustizia che la Sicilia sembrava reclamare, ha scelto di entrare
in polizia; lo troviamo oggi condannato in primo grado e in attesa
del ricorso in appello dopo che il suo nome è emerso in una
telefonata tra mafiosi sottoposti a intercettazione, con un matrimonio
finito alle spalle, una figlia adolescente per la quale non è
abbastanza presente e una relazione “dalla funzione lenitiva
e terapeutica” con la sua dentista.
Silvestre, già attivo nel giornalismo ai tempi dell’università,
ha seguito la vocazione solo fino a un certo punto; ex cronista impegnato
in un giornale di sinistra, è saltato sul carro dei potenti:
“cuore a sinistra, portafoglio a destra, mente libera”.
Aurelio ha ereditato il potere. Istradato dal padre, politico locale
nelle fila della democrazia cristiana, “ha avuto la fortuna,”
dice di lui un avversario, “di trovarsi a fare politica proprio
mentre tutti andavano gridando che ci volevano facce nuove, giovani
nuovi, classe dirigente nuova,” salvo poi, alla morte del padre,
restare “come un tronzo che manco sapeva dove erano i cessi
di Montecitorio con tutto che da dieci anni stava lì,”
almeno fino a quando una figura pseudo-genitoriale, il presidente
Casesa, non è tornata a mostrargli la direzione. Sposato con
Gialuce, ex ragazza di Placido, ha due figli piccoli e un’amante
francese di cui è innamorato. Sintomo ulteriore, questo, di
debolezza, di inadeguatezza al ruolo che gli è stato imposto,
perché i politici non possono innamorarsi, “fottono,
fanno figli, si sposano. Ma non si innamorano. Perché il potere
reclama un amore esclusivo, devastante ed esigente”.
Anche dalle parole degli altri personaggi, Aurelio emerge come un
debole, incapace di dominare gli eventi se privo di una guida. Ma
più che una guida, nella figura del padre prima e del presidente
Casesa poi, possiamo intravedere il burattinaio dalla cui abilità
dipende la conservazione del potere. E Aurelio obbedisce ai comandi
trasmessi attraverso tirate di fili, più o meno determinate,
finché la decisione del proprio direttivo di affossarlo nuovamente
a Monserrato, suo paese natale in Sicilia, come candidato sindaco,
e la sequela di lettere anonime attraverso le quali scoprirà
tutto il peso e il disgusto dell’eredità ricevuta non
lo costringono a voltarsi.
Come già ci anticipa Savatteri con il titolo e la seconda epigrafe,
entrambi tratti da Forse un mattino andando in un aria di vetro, dalla
raccolta Ossi di seppia di Montale: a volte è possibile il
miracolo di chi, voltandosi, con un senso di vertigine profonda riesce
a vedere la realtà; a godere della rivelazione improvvisa del
nulla che sta alle spalle, subito cancellata dal ritorno della consueta
e ingannevole apparenza. Ma ormai è tardi, lui ha visto e se
ne andrà, zitto, tra gli uomini che non si voltano. Così
per Aurelio.
Anche Placido, indagando, arriverà a intuire ciò che
Aurelio ha scoperto e a intravedere i meccanismi perversi che muovono
l’apparato politico. Ma è Aurelio il personaggio costretto
a fronteggiare il conflitto fra libertà personale e necessità,
cioè il protagonista della tragedia.
Perché di tragedia si tratta, checché ne dica il risvolto
di copertina, quando il libero arbitrio si scontra con la predestinazione.
A questo rimanda il passaggio dell’Antigone di Sofocle –
che sotto forma di energia tematica sarà presente per tutto
il romanzo – scelto da Savatteri come prima epigrafe.
In questo caso la necessità è determinata dalla politica,
e come sostiene il presidente Casesa – ex presidente della regione
ex ministro ex deputato ex senatore, consulente politico presso la
presidenza del Consiglio “per sovrintendere ai destini delle
derelitte pecorelle siciliane” iscritte nelle liste dei partiti
di governo – “la politica è solo una via di accesso
al potere”.
E il potere, si sa, non è istanza circoscrivibile ai nostri
giorni, il potere è atemporale.
Niente di così strettamente attuale come promesso in copertina,
dunque. Più che la disperazione dell’oggi troviamo quella
eternamente generata dal conflitto tra umanità e potere. Da
sempre quest'ultimo, quando è colpito, trova il modo di difendersi
e quando questa sua accanita controffensiva richiede il sacrificio
di chi del potere ha cura, è pronto a rigenerarsi come un’idra,
secondo dinamiche valide e collaudate che, da sempre, ne garantiscono
la salvezza.
Infatti, nulla cambia dopo il sacrificio di Aurelio.
Detto questo, è inevitabile intuire Sciascia fra le pagine
del libro. Gli uomini che non si voltano è, infatti, un romanzo
a tinte fortemente sciasciane e Gaetano Savatteri non fa nulla per
nascondere il debito, anzi dissemina qua e là citazioni e rimandi:
dopo sole tre pagine, il cognome di uno dei protagonisti – Placido
Polizzi da Regalmare – viene erroneamente citato in un testo
come Regalpetra (paese inventato in un libro del 1956, Le parrocchie
di Regalpetra, appunto); la definizione usata da Aurelio per definire
i politici, “ominicchi” (dalla classifica di Don Mariano
Arena ne Il giorno della civetta); dallo stesso libro, ma questa volta
in dialetto, la citazione di un indovinello siciliano “bianca
campagna e nivura semenza, chi la fa sempre la penza” a proposito
della funzione dirompente della parola scritta; il nome di un altro
personaggio, politico meschino che manovra nell’ombra, Vella
(nome del frate maltese che progetta e realizza l’inganno del
manoscritto arabo nel Consiglio d’Egitto, 1989); per concludere
con lo stralcio di un articolo apparso sulla rivista Malgrado tutto,
fondata all’università dallo stesso Savatteri, riportato
nell'epilogo.
Epilogo che sarebbe potuto rimanere, con il suo corsivo e l'uso della
prima persona, un intervento a sé da parte dell'autore, una
sorta di postfazione del quale ha l'aspetto. Savatteri, invece, ribalta
il ruolo del narratore esterno per assumere a pieno titolo quello
di io narrante fornendoci, come in uno scorrere di titoli di coda,
un veloce prosieguo delle vite dei personaggi. Un artificio per dirci
che ciò che abbiamo letto non è invenzione, per arrivare
a trasmettere la sostanza del suo scrivere: il desiderio di impegno
tra quel pessimismo e quell'ottimismo che Sciascia aveva sottolineato
e sostenuto, divertendosi poi a sconfessarlo con l'ultima frase.
L'intento di ascrivere alla letteratura quel ruolo di denuncia, di
rivelazione dell’impostura, di sguardo sul reale che Sciascia
teorizzava e praticava con il proprio lavoro è certo la citazione
migliore, seppure implicita, che Savatteri potesse scegliere.
Tuttavia, resistere al tentativo di strizzare l'occhio al lettore
meno raffinato con un eccesso di storia personale dei protagonisti
(curiosamente, quando entrano in gioco i personaggi femminili) che
in alcuni casi finisce per diluire eccessivamente il vero nucleo tematico,
e focalizzare abusi di potere più recenti, meno storicamente
consolidati, avrebbe forse conferito maggiore forza al romanzo. Gli
uomini che non si voltano sarebbe entrato con peso diverso in quella
letteratura di impegno (saremo ormai costretti a chiamarla controletteratura?)
che Sciascia perseguiva e di cui tanto si sente la mancanza oggi.
Gli uomini che non si voltano, Gaetano
Savatteri, Sellerio Editore, 2006
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