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Inchiesta

 

Tempi difficili
di Giovanna Baer
30 agosto 2010
Il popolo rom: l’origine, la storia, le migrazioni, la presenza in Italia, le leggi europee che ne chiedono la tutela come minoranza linguistica e culturale, le leggi italiane che la negano

La storia
C’era una volta un popolo che viveva nelle vaste pianure dell’India. Era un popolo pacifico e di povera gente, perché la sua cultura non dava importanza al potere o al denaro. Credeva in un dio grande e misericordioso, che amava gli umili e i derelitti più di ogni cosa, di nome Devel (Yahveh), nella Natura in cui Dio si manifestava, e soprattutto nell’Uomo, il livello più alto della creazione. L’uomo, per questo popolo strano, non poteva avere né capi né padroni, e il suo ordinamento non prevedeva distinzioni di classe o censo: ogni membro era a capo della propria famiglia, e le controversie venivano risolte dalla saggezza dei membri anziani e dalle indicazioni della tradizione. Storia, miti, leggende venivano tramandate a voce, di padre in figlio, perché nessuno conosceva la scrittura. Un giorno in quelle vaste pianure arrivarono gli invasori mongoli e arabi, portando devastazione e morte. Il popolo pacifico fu costretto a fuggire, e da più di mille anni si sposta fra l’Europa, l’Africa e l’America, senza trovare pace. I gangé, ossia tutti quelli che non appartengono alla loro stirpe, li chiamano zingari (dal greco athinganoi che significa intoccabili, proprio lo stesso appellativo dei loro cugini indiani) oppure gitani (egiziani), tratti in inganno dalla loro pelle scura e dalla loro strana lingua. Loro chiamano se stessi rom, che significa uomo.

L’origine indiana del popolo rom è stata dimostrata fin dal XVIII secolo: la loro lingua, il romanì o romanés (lingua dell’uomo) ha chiarissime analogie con il sanscrito, mentre solo in anni recenti è stato possibile accertare nel loro patrimonio genetico la presenza del cromosoma Y di tipo H-M82 e, nei mitocondri, i filamenti di DNA di tipo M, tipici delle popolazioni indiane. La loro migrazione va fatta risalire alle invasioni del IX secolo, quando dalle zone nord occidentali dell’India si spostarono verso la Persia e da qui verso la Turchia e la Grecia, da dove poi si diffusero in tutta Europa.

I rom non piacciono a nessuno: anche gli strenui difensori della political correctness con tutto quel che segue si trovano in imbarazzo nel sostenere la causa di questa strana minoranza. Ma loro non sono stranieri come gli altri. A dirla tutta, non sono nemmeno stranieri: sono presenti stabilmente in Italia da più di 600 anni.
La loro presenza nel nostro Paese è infatti accertata fin dal XIV secolo: nei documenti erano spesso indicati come “egiziani volgarmente detti zingari” e Terra Gizia era detta una zona dell’attuale Molise, segno di profondo radicamento. Se il loro arrivo non ha fatto notizia è perché i primi giunsero nell’ambito dei normali rapporti trasfusionali, da sempre esistenti, fra Italia e Grecia, e in seguito gruppi più numerosi si unirono probabilmente ai flussi migratori di albanesi e croati (che ancora oggi costituiscono con i greci le minoranze linguistiche dell’Italia centro-meridionale), a causa dell’invasione turca dei Balcani. Dai Balcani, attraverso i territori germanici, arrivarono i Sinti, un gruppo dal nome differente, ma dalle stesse origini, lingua e tradizioni, che si stabilì nelle nostre regioni del nord, dal Friuli fino al Piemonte e alla Francia.

Spinti da circostanze diverse, ma sempre legate a guerre, persecuzioni e altri episodi di intolleranza, nuove ondate migratorie rom hanno successivamente interessato la nostra penisola: alla fine del 1800 quella dei rom vlah (valacchi) provenienti dalla Romania, Paese in cui erano stati, fino ad allora, utilizzati come schiavi; dopo la prima guerra mondiale, quella di altri gruppi provenienti dalla Russia, dalla Serbia e dalla Croazia; dopo la seconda guerra mondiale, in cui anche gli zingari hanno avuto la loro porajmos (termine romanì equivalente alla shoah ebraica) nei campi di sterminio nazisti e in quelli di deportazioni italiani (Agnone, Tossicia, Tremiti), giunsero nel nostro Paese nuove famiglie provenienti dalla Slovenia; infine, a causa della guerra del Kossovo e della crisi economica conseguente al crollo del blocco sovietico, si è andata intensificando l’emigrazione di rom da tutti i Paesi dell’est europeo.

I numeri
Secondo i dati censiti al 2007, gli zingari in Italia sono circa 140.000, di cui più della metà ha meno di quattordici anni, il che equivale a poco più dello 0,2% della popolazione totale: una persona su 400, un adulto su 800. Circa 70.000 (quasi il 60%!) sono cittadini italiani, e lo sono iure sanguinis sin dal 1400. Stranieri sono i 30.000 zingari ex jugoslavi, ma sono presenti nel nostro Paese ormai da tre generazioni: sono stranieri nati in Italia da genitori stranieri, essi stessi nati in Italia. Infine, vi sono 30-40.000 zingari, rumeni o di altre nazionalità europee, con passaporto comunitario e quindi non soggetti alle leggi che riguardano l’espulsione. La situazione più penosa è quella degli zingari provenienti dall’ex federazione jugoslava, con noi da quasi vent’anni: pur essendo stranieri essi non appartengono più, di fatto, allo Stato di origine, e risultano d’altra parte esclusi dalle nuove leggi repubblicane in materia di cittadinanza. Non possedendo i requisiti etnici e residenziali per l’acquisto o il riconoscimento dello status civitas, risultano dunque apolidi di fatto. Tuttavia la domanda per essere riconosciuti apolidi non viene accettata dal ministero dell’Interno se il richiedente non esibisce, oltre a ragionevoli prove della sua condizione, anche il permesso di soggiorno e l’iscrizione anagrafica. Ma la legge sull’immigrazione prevede che il permesso di soggiorno non possa essere rilasciato, fra l’altro, in mancanza di un passaporto in corso di validità, condizione che un apolide può ben difficilmente soddisfare. Un percorso degno della miglior burocrazia kafkiana, dunque: per ottenere il permesso di soggiorno nel nostro Paese i rom jugoslavi dovrebbero ottenere il permesso di soggiornare nel nostro Paese, lex dixit, e banali considerazioni logiche non arrivano a turbare il sonno di parlamentari e pubblici funzionari, come sempre in altre e più importanti faccende affaccendati.

La legge
Le minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano sono tutelate per dettato costituzionale fin dal 1948, anno dell’entrata in vigore della Costituzione. Gli articoli che concorrono alla tutela sono l’art. 2, che riconosce e garantisce, in linea generale, i diritti inviolabili dell’uomo; l’art. 3, che afferma la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la loro uguaglianza davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali; e soprattutto l’art. 6, nel quale si dichiara esplicitamente che la Repubblica tutela le minoranze linguistiche. A rafforzare ulteriormente questo principio, già di per sé molto chiaro, concorrono altri articoli che mirano alla conformità dell’ordinamento giuridico italiano alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Tuttavia ci sono voluti cinquant’anni perché il Parlamento varasse, con la legge n. 482 del 15 dicembre 1999, un provvedimento che riconosca e tuteli le specificità linguistico-culturali a valenza storica presenti nel nostro Paese. Sulla base dei criteri etnico, linguistico, storico e della localizzazione in un territorio definito sono state identificate dodici minoranze: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda. Nel disegno di legge era evidentemente compresa, fra le minoranze storiche, anche quella zingara, che soddisfa tre criteri su quattro: sono presenti in Italia da seicento anni (storicità); hanno un’origine etnica (etnicità); e hanno una propria lingua denominata romanés e riconosciuta dagli organismi internazionali e dai linguisti come ‘lingua minoritaria’ (criterio linguistico). Sono tuttavia rimasti esclusi dal provvedimento di legge a causa della difficoltà di applicazione alla popolazione zingara delle norme dell’articolato che riguardano il criterio della localizzazione, ossia dell’ancoraggio a un territorio definito. Si decise quindi di prevedere per essa un altro, specifico provvedimento, ma come capita spesso nei casi che riguardano i diritti umani (e quasi mai in quelli che riguardano la tutela del capitale), questa legge speciale non ha mai visto la luce. Il popolo rom, dunque, pur essendo in possesso dei titoli per beneficiare dello status di minoranza etnico-linguistica protetta, non trova nel nostro ordinamento alcuna norma a supporto.

Gli organismi europei richiedono da tempo il riconoscimento e la tutela della minoranza zingara. Il Consiglio d’Europa se ne è occupato fin dal 1969 e ha creato un apposito gruppo di esperti. Anche il Parlamento europeo e, infine, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) si sono interessati alla stessa tematica.
La Risoluzione 13, sottoscritta dal Comitato dei ministri d’Europa il 22 maggio 1975 (ministro italiano degli Interni Luigi Gui), dichiarava che “il patrimonio linguistico e l’identità dei nomadi saranno salvaguardati”, e la Risoluzione 125 del 1981 (ministro degli Interni Virgilio Rognoni) invitava i 23 Stati membri del Consiglio d’Europa a “riconoscere come minoranza etnica gli zingari e gli altri gruppi nomadi quali i Sami, ad accordare loro il medesimo statuto e i medesimi vantaggi delle altre minoranze, soprattutto per ciò che concerne la tutela della loro cultura e della loro lingua”.

Il Comitato dei ministri dell’Educazione dell’Unione europea nella Risoluzione 153 del 1989 (ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni) sosteneva che si dovesse tener conto, a proposito della scolarizzazione dei bimbi zingari, del fatto che “la loro cultura e la loro lingua fanno parte da più di mezzo millennio del patrimonio culturale e linguistico europeo”, affermazione ribadita anche dal Parlamento europeo nella Risoluzione sulla situazione degli zingari nella comunità, del 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi), in cui si riconosce che “il popolo rom è una delle minoranze più importanti dell’Unione europea”, per cui vanno tutelate “la lingua e gli altri aspetti della cultura zingara come parte integrante del patrimonio culturale europeo”: si raccomanda agli Stati membri di completare la Convenzione europea dei diritti umani con un protocollo aggiuntivo sulle minoranze nel quale la definizione di minoranze possa comprendere gli zingari in forma esplicita, attraverso il riferimento alle minoranze sprovviste di un proprio territorio. L’inserimento degli zingari nel discorso più ampio riguardante le minoranze europee trova espressione anche nel documento approvato dal Parlamento europeo il 9 febbraio 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi): “considerando che la diversità linguistica dell’Europa comunitaria costituisce un elemento fondamentale della sua ricchezza culturale esorta tutti gli enti competenti ad applicare per analogia le raccomandazioni della presente Risoluzione alle lingue minoritarie non autoctone (per esempio le lingue degli zingari rom e sinti)”.

Ancora più esplicito suona il rapporto della Commissione europea sulla Situazione dei rom nell’Unione europea allargata, del 2004 (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ministro degli Interni Giuseppe Pisanu): “il modo in cui vengono trattati i rom nell’Unione europea e al di là dei suoi confini attuali è diventato un test determinante di una società umana. Il trattamento dei rom si trova oggi fra le questioni più urgenti riguardanti i diritti politici, sociali e umani con i quali l’Europa si deve confrontare”.
Nel dicembre 2005 l’Italia è stata condannata dal Comitato europeo per i Diritti sociali (CESD) per la violazione del diritto all’abitare delle comunità rom e sinte (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ministro degli Interni Giuseppe Pisanu).

Le domande
A partire da tutte queste considerazioni, le vicende di cronaca e il dibattito politico, insieme alle misure di pubblica sicurezza ipotizzate da alcuni sindaci per arginare il ‘problema rom’ appaiono, quanto meno, incongrue e incomprensibili: le autorità criminalizzano chi dovrebbero, per dettato costituzionale e per risoluzioni comunitarie (sottoscritte dal nostro Paese), tutelare, lasciando sgombro il campo ad abusi e soprusi di chiaro stampo razzista. Che i nostri nuovi rappresentanti nelle istituzioni non siano a conoscenza di disposizioni di una tale rilevanza normativa? Oppure l’emergenza criminalità è così forte da giustificare prese di posizione incostituzionali? O altro bolle in pentola, all’insaputa dei (buoni) cittadini?

La risposta alla prima domanda non può che essere negativa: tutte le informazioni storiche sul popolo rom e la sua cultura e tutti i riferimenti alle leggi, nazionali ed europee, che impongono la necessità di una loro rapida inclusione nelle minoranze tutelate riportati in questo articolo (insieme a molte altre considerazioni di carattere legale, filosofico e sociale) sono state tratte da La pubblicazione delle minoranze senza territorio, redatto dal ministero degli Interni e pubblicato sul sito www.interni.it: perciò, ogni ignoranza a questo proposito da parte di sindaci, prefetti e ministri non può che essere considerata colpevole e, al limite, dolosa.
Giustificata da una sorta di emergenza-criminalità zingara, forse?
Proviamo a verificare, dati alla mano, il caso esemplare della criminalità minorile.

Come abbiamo già avuto modo di notare, i rom nel nostro Paese sono lo 0,2% della popolazione, e la metà di loro sono italiani. Sempre la metà di loro ha meno di quattordici anni. Stiamo parlano dunque di 60.000 minorenni rom di cui metà con cittadinanza italiana. Dai dati forniti dal ministero di Grazia e Giustizia relativamente al 2006, risultano segnalati agli uffici dei servizi sociali, su un totale di 19.920 minori, 2.424 zingari, cioè lo 0,4% dei minori zingari (circa uno su 250) e il 12% del totale dei minori segnalati, mentre i minori italiani risultano essere il 74% e i minori stranieri il 54%. I numeri non sono quindi abbastanza gravi per giustificare misure d’emergenza. Tuttavia, solo il 37% dei segnalati zingari viene preso in carico dai servizi sociali e inserito in programmi di rieducazione e reinserimento sociale, contro il 54% degli stranieri e il 74% degli italiani.
Il professor Paolo Morozzo della Rocca, titolare della cattedra di Diritto civile dell’Università di Urbino, commenta il fenomeno in questi termini: “È un dato significativo, perché la mancata presa in carico è probabilmente motivata dalla impossibilità o particolare problematicità dell’intervento, dovuto alle condizioni di arrivo del minore. Accade per esempio che minori non ancora imputabili, trovati più volte a rubare, vengano ricondotti alle loro famiglie dalle forze dell’ordine senza che il giudice minorile o i servizi sociali adottino progetti di intervento per recuperarli o eventualmente proteggerli: semplicemente si aspetta che quei minori, compiuti i 14 anni d’età, entrino nel circuito della giustizia penale minorile e li si persegue per i reati successivamente compiuti”. Di fronte a questi dati, contenuti rispetto alla percezione collettiva ma ugualmente preoccupanti, bisogna guardarsi da letture antropologiche di bassa lega, che tendono ad annullare le responsabilità personali e ad affermare l’esistenza di un inevitabile destino collettivo: “Negli anni Cinquanta i giudici minorili svizzeri aprirono un pacato dibattito sull’esagerato coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali; ci si chiese se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto: un’idea avvalorata a quei tempi da molta letteratura europea. Il dibattito si esaurì man mano che gli italiani immigrati in Svizzera diventavano gelatai e aprivano pizzerie, mentre la giustizia minorile doveva passare a occuparsi dei figli dei nuovi immigrati, portoghesi prima, jugoslavi e turchi poi. Ma per aprire pizzerie bisogna avere il permesso di soggiorno” (1).
È l’integrazione nel tessuto sociale, dunque, che permette ai comportamenti devianti di rientrare, e l’integrazione passa attraverso il nodo centrale del lavoro. Ma quale lavoro, e in che termini? E come mai le istituzioni rendono così problematico per il popolo rom l’accesso alla precondizione del lavoro legale, cioè il permesso di soggiorno?

Lavoro nero
Senza dubbio la scomparsa delle occupazioni tradizionali zingare (mercante di cavalli, giostraio, calderaio, fabbro ferraio, ombrellaio, esperto nella lavorazione del rame, stagnino, musicista, acrobata ecc.) ha un ruolo centrale per la comprensione del fenomeno. Come sottolinea la relazione del ministero degli Interni, “ha modificato in senso negativo i ruoli tradizionali, affidando il sostentamento economico della famiglia soprattutto a donne e bambini, sospinti verso attività improprie, e svuotando di valore la figura maschile. La scomparsa del vecchio mondo rurale ha chiuso gli spazi propri della vita e del lavoro rom e, con questi, una rete preziosa di scambi funzionali”.

Non si può fare a meno di notare che la situazione che vede oggi protagonisti i popoli zingari sia la stessa che hanno vissuto migliaia di immigrati meridionali, costrette ad abbandonare le campagne per cercare lavoro nelle grandi città del nord, a partire dagli anni Cinquanta. A questo proposito Stefano Gallo di Africa Insieme, l’associazione pisana, laica, che si batte, sul territorio locale e regionale, per i diritti dei migranti e per una piena e universale cittadinanza (nata nel 1987, è stata una delle prime associazioni italiane impegnate su questi temi, e dopo l’approvazione della prima legge organica in materia – la legge Martelli del 1990 – ha denunciato, assieme ad altre realtà locali e nazionali, la conversione poliziesca delle politiche migratorie), afferma: “Avvalendosi di una legge fascista emanata alla vigilia della guerra, la n.1092 del 1939, i comuni non iscrivevano nel registro dei residenti i cittadini meridionali sprovvisti di un contratto di lavoro, proprio come oggi le amministrazioni comunali si rifiutano di rilasciare ai rom la residenza anagrafica. La ragione del rifiuto era quella di evitare di dover riconoscere loro l’accesso ai servizi sociali locali, primo fra tutti l’inserimento nelle liste di attesa per l’assegnazione di un alloggio popolare. Così facendo però ne impedivano anche l’iscrizione al collocamento, per il quale era necessaria la residenza nel comune. I risultati di questo circolo vizioso, che oggi si ripete, furono la marginalizzazione in abitazioni improvvisate e autocostruite e la permanenza nei settori sommersi del mercato del lavoro. Il boom economico del secondo dopoguerra si è basato in larga parte, come è ormai riconosciuto dagli storici, sull’utilizzo di questa manodopera illegale e a buon mercato” (2).

Ma questo meccanismo perverso, che consiste nel trasformare degli individui ben inseriti nel contesto sociale d’origine (come erano sia i contadini meridionali che i rom italiani) in fuorilegge relegati ai margini della società, con l’utilissimo effetto collaterale di creare forza lavoro a bassissimo costo, è un meccanismo casuale all’interno delle dinamiche del nostro sistema economico oppure ne è una delle caratteristiche fondamentali? Detto in altri termini: il capitalismo crea povertà, malessere sociale e sradicamento per caso o per necessità?

Disintegrazione e Capitale
Marx chiama ‘accumulazione originaria del capitale’ quel processo che dura in Inghilterra dal XV fino al XVIII secolo e che costituisce la precondizione della nascita del capitalismo: il fenomeno delle enclosures (3).
La trasformazione dei contadini da proprietari del proprio lavoro a salariati non fu né rapida, né naturale, né indolore: una volta cacciati dalle campagne, si tramutarono in schiere di vagabondi che, mendicando e vivendo di espedienti, percorrevano le strade rurali o si affollavano nelle città, in condizioni miserevoli di povertà. La loro devianza non era dunque una caratteristica endemica, ma indotta dal violento sradicamento di tutto un sistema economico e sociale: furono trascinati a forza (di riforme!) in una condizione deprecabile a cui risultava impossibile sottrarsi. La rappresentazione di questa situazione storica è frequente in moltissimi romanzi dell’epoca, ma due capolavori ne danno ancora oggi una indimenticabile testimonianza: Notre Dame de Paris e Tempi difficili.
Non a caso l’elemento di conflitto in entrambe le vicende è rappresentato da una zingara, Sissy per Charles Dickens ed Esmeralda per Victor Hugo. Gli zingari – in una società che deve necessariamente dividersi in due classi distinte, una che possiede il capitale e l’altra che, attraverso lo sfruttamento di cui è vittima, lo fa rendere – rappresentano una sorta di corpo estraneo al sistema, una condizione al limite dell’anarchia. Acrobati e trapezisti, come i circensi di Dickens, o ballerine e cantanti, come la ragazzina di Hugo, non vogliono appartenere né all’una né all’altra classe. Hanno valori diversi da quelli ufficiali, una lingua diversa, vestiti e sorrisi diversi: per questo, sempre, il loro destino è di essere, con la forza, ricondotti allo schema: Sissy sarà riportata alla ferrea geometria dei fatti di Mr. Gradgrind, obbligata, un giorno dopo l’altro, ad apprenderne le logiche quadrate, ed Esmeralda sarà processata come strega e impiccata per un omicidio che non è mai avvenuto, colpevole solo di non arrendersi alla passione malvagia di don Claude.

Tuttavia, i veri protagonisti dei due capolavori non sono, a ben vedere, né Sissy né Esmeralda: nel romanzo di Dickens sono le Mani, esseri umani che non sono più tali, ridotti a null’altro che a fattori di produzione, come la pressa o il telaio che fanno funzionare; e in quello di Hugo i loro progenitori del Cinquecento, la folla che si assiepa a notte fonda nella Corte dei miracoli: vagabondi, mendicanti, ladri, prostitute, la peggiore feccia di Francia. Gente disperata, arrivata in città senza nessuna risorsa, vittima di cambiamenti il cui portato è ancora vago, ma che a Londra, nell’Ottocento, si manifesterà nelle città appestate dal carbone (Coketown, le chiama Dickens); nell’urlo delle sirene che, due volte al giorno, chiama le Mani al lavoro; nelle catapecchie tutte uguali in grovigli di strade tutte uguali, dove si muore giovani, di fatica o di malattia, di fame o di freddo.

E che al destino della Corte dei miracoli e degli operai Hugo e Dickens affianchino i destini di Sally ed Esmeralda non stupisce. Il Capitale si ingrossa sempre con la vita dei più deboli: contadini senza terra trasformati in mendicanti nel 1500, donne e bambini nel 1800, africani, asiatici, sudamericani per tutto il periodo coloniale, e ancora oggi polacchi, rumeni, indiani, coreani, cinesi, magrebini, senegalesi, ivoriani, zingari… Un elenco senza fine, perché cambiano i nomi ma non il sistema che genera fame e disperazione. A chi toccherà la prossima volta?

Disperazione evoluta
Ma oggi la condizione dei miserabili è, se possibile, ancora peggiore di quanto non fosse agli albori della rivoluzione industriale e nelle fasi iniziali del capitalismo. La Corte dei miracoli regnava su Parigi un giorno all’anno, in occasione della Festa dei folli, e in tutti gli altri nessuno osava varcarne i confini; le Mani di Dickens avevano dalla loro Marx, la perfetta lucidità della sua analisi e la forza trascinante del suo pensiero, che cent’anni dopo avrebbe fornito un’alternativa al capitalismo, ma già allora scuoteva il Capitale con la nascita dei sindacati.

Negli anni Cinquanta, nel nostro Paese – come ricorda anche Stefano Gallo – si articolò lentamente, ma in maniera ampia e condivisa, un processo di riconoscimento pubblico dell’ingiustizia subita dai lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord, ingiustizia che contraddiceva la nozione stessa di cittadinanza. Luigi Einaudi denunciava dalle pagine del Corriere il carattere antiliberale della vecchia legge fascista, l’Istat protestava contro l’applicazione di misure che escludevano dalle statistiche persone effettivamente presenti in città, Il Pci (tra le altre cose) promuoveva la formazione di gruppi organizzati fra le borgate di Roma per ottenere dal comune la libertà di residenza. Le ragioni del suo interessamento erano evidenti: la causa dei lavoratori era la sua causa, il rovesciamento dello stato capitalista per via democratica il suo obiettivo (quello dichiarato, almeno), e questa linea politica gli permetteva di raccogliere milioni di voti.

Oggi, invece, la trasformazione degli esseri umani in salariati è compiuta, e la giustizia proletaria non scalda più nessun cuore con diritto di voto: di conseguenza non c’è più nessuno che faccia davvero propria la causa dei diseredati. Certo, tante associazioni, governative e non, cercano di mettere toppe ai calzoni bucati della nostra società, ma è un’impresa vana, perché per ogni rammendo si apre un nuovo strappo. Qualche gruppo politico dichiara ancora di volere riformare, dimenticando il fatto che privilegio e disuguaglianza, come abbiamo visto, non sono tratti emendabili, pena il collasso del Sistema stesso. E il Sistema, nelle sedi istituzionali, genera una chiara soddisfazione bipartisan. E così rom, extracomunitari e miserabili in genere diventano i nemici da combattere e i perfetti capri espiatori per distogliere l’attenzione del ceto medio dalla propria pauperizzazione, e se è vero che oggi è la Lega Nord il partito che meglio si destreggia nel cavalcare la politica securitaria, non bisogna dimenticare che la campagna della tolleranza zero ha visto, ai suoi albori nel 2007, non pochi esponenti nelle fila del Pd, come i sindaci Sergio Cofferati e Leonardo Domenici. Sono tempi difficili, ma il Capitale oggi può dormire sonni tranquilli tra due guanciali.

Giovanna Baer

 


(1) intervento presso la Comunità di Sant’Egidio, giornata di studio “Il caso Zingari”, 27 giugno 2007
(2) Rumeni, “terroni”, Stefano Gallo, 7 settembre 2007, dal sito di Africa Insieme
(3) Cfr. Tolleranza zero, Nicola Loda, PaginaUno n. 5/2007

 

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