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Inchiesta |
| Tempi difficili di Giovanna Baer |
30 agosto 2010 |
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Il popolo
rom: l’origine, la storia, le migrazioni, la presenza in Italia,
le leggi europee che ne chiedono la tutela come minoranza linguistica
e culturale, le leggi italiane che la negano |
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La storia L’origine indiana del popolo rom è stata dimostrata fin dal XVIII secolo: la loro lingua, il romanì o romanés (lingua dell’uomo) ha chiarissime analogie con il sanscrito, mentre solo in anni recenti è stato possibile accertare nel loro patrimonio genetico la presenza del cromosoma Y di tipo H-M82 e, nei mitocondri, i filamenti di DNA di tipo M, tipici delle popolazioni indiane. La loro migrazione va fatta risalire alle invasioni del IX secolo, quando dalle zone nord occidentali dell’India si spostarono verso la Persia e da qui verso la Turchia e la Grecia, da dove poi si diffusero in tutta Europa. I rom non piacciono a nessuno: anche gli strenui
difensori della political correctness con tutto quel che segue si
trovano in imbarazzo nel sostenere la causa di questa strana minoranza.
Ma loro non sono stranieri come gli altri. A dirla tutta, non sono
nemmeno stranieri: sono presenti stabilmente in Italia da più
di 600 anni. Spinti da circostanze diverse, ma sempre legate a guerre, persecuzioni e altri episodi di intolleranza, nuove ondate migratorie rom hanno successivamente interessato la nostra penisola: alla fine del 1800 quella dei rom vlah (valacchi) provenienti dalla Romania, Paese in cui erano stati, fino ad allora, utilizzati come schiavi; dopo la prima guerra mondiale, quella di altri gruppi provenienti dalla Russia, dalla Serbia e dalla Croazia; dopo la seconda guerra mondiale, in cui anche gli zingari hanno avuto la loro porajmos (termine romanì equivalente alla shoah ebraica) nei campi di sterminio nazisti e in quelli di deportazioni italiani (Agnone, Tossicia, Tremiti), giunsero nel nostro Paese nuove famiglie provenienti dalla Slovenia; infine, a causa della guerra del Kossovo e della crisi economica conseguente al crollo del blocco sovietico, si è andata intensificando l’emigrazione di rom da tutti i Paesi dell’est europeo. I numeri La legge Gli organismi europei richiedono da tempo il riconoscimento
e la tutela della minoranza zingara. Il Consiglio d’Europa
se ne è occupato fin dal 1969 e ha creato un apposito gruppo
di esperti. Anche il Parlamento europeo e, infine, l’Organizzazione
per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) si sono interessati
alla stessa tematica. Il Comitato dei ministri dell’Educazione dell’Unione europea nella Risoluzione 153 del 1989 (ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni) sosteneva che si dovesse tener conto, a proposito della scolarizzazione dei bimbi zingari, del fatto che “la loro cultura e la loro lingua fanno parte da più di mezzo millennio del patrimonio culturale e linguistico europeo”, affermazione ribadita anche dal Parlamento europeo nella Risoluzione sulla situazione degli zingari nella comunità, del 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi), in cui si riconosce che “il popolo rom è una delle minoranze più importanti dell’Unione europea”, per cui vanno tutelate “la lingua e gli altri aspetti della cultura zingara come parte integrante del patrimonio culturale europeo”: si raccomanda agli Stati membri di completare la Convenzione europea dei diritti umani con un protocollo aggiuntivo sulle minoranze nel quale la definizione di minoranze possa comprendere gli zingari in forma esplicita, attraverso il riferimento alle minoranze sprovviste di un proprio territorio. L’inserimento degli zingari nel discorso più ampio riguardante le minoranze europee trova espressione anche nel documento approvato dal Parlamento europeo il 9 febbraio 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi): “considerando che la diversità linguistica dell’Europa comunitaria costituisce un elemento fondamentale della sua ricchezza culturale esorta tutti gli enti competenti ad applicare per analogia le raccomandazioni della presente Risoluzione alle lingue minoritarie non autoctone (per esempio le lingue degli zingari rom e sinti)”. Ancora più esplicito suona il rapporto
della Commissione europea sulla Situazione dei rom nell’Unione
europea allargata, del 2004 (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
ministro degli Interni Giuseppe Pisanu): “il modo in cui vengono
trattati i rom nell’Unione europea e al di là dei suoi
confini attuali è diventato un test determinante di una società
umana. Il trattamento dei rom si trova oggi fra le questioni più
urgenti riguardanti i diritti politici, sociali e umani con i quali
l’Europa si deve confrontare”. Le domande La risposta alla prima domanda non può
che essere negativa: tutte le informazioni storiche sul popolo rom
e la sua cultura e tutti i riferimenti alle leggi, nazionali ed
europee, che impongono la necessità di una loro rapida inclusione
nelle minoranze tutelate riportati in questo articolo (insieme a
molte altre considerazioni di carattere legale, filosofico e sociale)
sono state tratte da La pubblicazione delle minoranze senza territorio,
redatto dal ministero degli Interni e pubblicato sul sito www.interni.it:
perciò, ogni ignoranza a questo proposito da parte di sindaci,
prefetti e ministri non può che essere considerata colpevole
e, al limite, dolosa. Come abbiamo già avuto modo di notare,
i rom nel nostro Paese sono lo 0,2% della popolazione, e la metà
di loro sono italiani. Sempre la metà di loro ha meno di
quattordici anni. Stiamo parlano dunque di 60.000 minorenni rom
di cui metà con cittadinanza italiana. Dai dati forniti dal
ministero di Grazia e Giustizia relativamente al 2006, risultano
segnalati agli uffici dei servizi sociali, su un totale di 19.920
minori, 2.424 zingari, cioè lo 0,4% dei minori zingari (circa
uno su 250) e il 12% del totale dei minori segnalati, mentre i minori
italiani risultano essere il 74% e i minori stranieri il 54%. I
numeri non sono quindi abbastanza gravi per giustificare misure
d’emergenza. Tuttavia, solo il 37% dei segnalati zingari viene
preso in carico dai servizi sociali e inserito in programmi di rieducazione
e reinserimento sociale, contro il 54% degli stranieri e il 74%
degli italiani. Lavoro nero Non si può fare a meno di notare che la situazione che vede oggi protagonisti i popoli zingari sia la stessa che hanno vissuto migliaia di immigrati meridionali, costrette ad abbandonare le campagne per cercare lavoro nelle grandi città del nord, a partire dagli anni Cinquanta. A questo proposito Stefano Gallo di Africa Insieme, l’associazione pisana, laica, che si batte, sul territorio locale e regionale, per i diritti dei migranti e per una piena e universale cittadinanza (nata nel 1987, è stata una delle prime associazioni italiane impegnate su questi temi, e dopo l’approvazione della prima legge organica in materia – la legge Martelli del 1990 – ha denunciato, assieme ad altre realtà locali e nazionali, la conversione poliziesca delle politiche migratorie), afferma: “Avvalendosi di una legge fascista emanata alla vigilia della guerra, la n.1092 del 1939, i comuni non iscrivevano nel registro dei residenti i cittadini meridionali sprovvisti di un contratto di lavoro, proprio come oggi le amministrazioni comunali si rifiutano di rilasciare ai rom la residenza anagrafica. La ragione del rifiuto era quella di evitare di dover riconoscere loro l’accesso ai servizi sociali locali, primo fra tutti l’inserimento nelle liste di attesa per l’assegnazione di un alloggio popolare. Così facendo però ne impedivano anche l’iscrizione al collocamento, per il quale era necessaria la residenza nel comune. I risultati di questo circolo vizioso, che oggi si ripete, furono la marginalizzazione in abitazioni improvvisate e autocostruite e la permanenza nei settori sommersi del mercato del lavoro. Il boom economico del secondo dopoguerra si è basato in larga parte, come è ormai riconosciuto dagli storici, sull’utilizzo di questa manodopera illegale e a buon mercato” (2). Ma questo meccanismo perverso, che consiste nel trasformare degli individui ben inseriti nel contesto sociale d’origine (come erano sia i contadini meridionali che i rom italiani) in fuorilegge relegati ai margini della società, con l’utilissimo effetto collaterale di creare forza lavoro a bassissimo costo, è un meccanismo casuale all’interno delle dinamiche del nostro sistema economico oppure ne è una delle caratteristiche fondamentali? Detto in altri termini: il capitalismo crea povertà, malessere sociale e sradicamento per caso o per necessità? Disintegrazione e Capitale Tuttavia, i veri protagonisti dei due capolavori non sono, a ben vedere, né Sissy né Esmeralda: nel romanzo di Dickens sono le Mani, esseri umani che non sono più tali, ridotti a null’altro che a fattori di produzione, come la pressa o il telaio che fanno funzionare; e in quello di Hugo i loro progenitori del Cinquecento, la folla che si assiepa a notte fonda nella Corte dei miracoli: vagabondi, mendicanti, ladri, prostitute, la peggiore feccia di Francia. Gente disperata, arrivata in città senza nessuna risorsa, vittima di cambiamenti il cui portato è ancora vago, ma che a Londra, nell’Ottocento, si manifesterà nelle città appestate dal carbone (Coketown, le chiama Dickens); nell’urlo delle sirene che, due volte al giorno, chiama le Mani al lavoro; nelle catapecchie tutte uguali in grovigli di strade tutte uguali, dove si muore giovani, di fatica o di malattia, di fame o di freddo. E che al destino della Corte dei miracoli e degli operai Hugo e Dickens affianchino i destini di Sally ed Esmeralda non stupisce. Il Capitale si ingrossa sempre con la vita dei più deboli: contadini senza terra trasformati in mendicanti nel 1500, donne e bambini nel 1800, africani, asiatici, sudamericani per tutto il periodo coloniale, e ancora oggi polacchi, rumeni, indiani, coreani, cinesi, magrebini, senegalesi, ivoriani, zingari… Un elenco senza fine, perché cambiano i nomi ma non il sistema che genera fame e disperazione. A chi toccherà la prossima volta? Disperazione evoluta Negli anni Cinquanta, nel nostro Paese – come ricorda anche Stefano Gallo – si articolò lentamente, ma in maniera ampia e condivisa, un processo di riconoscimento pubblico dell’ingiustizia subita dai lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord, ingiustizia che contraddiceva la nozione stessa di cittadinanza. Luigi Einaudi denunciava dalle pagine del Corriere il carattere antiliberale della vecchia legge fascista, l’Istat protestava contro l’applicazione di misure che escludevano dalle statistiche persone effettivamente presenti in città, Il Pci (tra le altre cose) promuoveva la formazione di gruppi organizzati fra le borgate di Roma per ottenere dal comune la libertà di residenza. Le ragioni del suo interessamento erano evidenti: la causa dei lavoratori era la sua causa, il rovesciamento dello stato capitalista per via democratica il suo obiettivo (quello dichiarato, almeno), e questa linea politica gli permetteva di raccogliere milioni di voti. Oggi, invece, la trasformazione degli esseri umani
in salariati è compiuta, e la giustizia proletaria non scalda
più nessun cuore con diritto di voto: di conseguenza non
c’è più nessuno che faccia davvero propria la
causa dei diseredati. Certo, tante associazioni, governative e non,
cercano di mettere toppe ai calzoni bucati della nostra società,
ma è un’impresa vana, perché per ogni rammendo
si apre un nuovo strappo. Qualche gruppo politico dichiara ancora
di volere riformare, dimenticando il fatto che privilegio e disuguaglianza,
come abbiamo visto, non sono tratti emendabili, pena il collasso
del Sistema stesso. E il Sistema, nelle sedi istituzionali, genera
una chiara soddisfazione bipartisan. E così rom, extracomunitari
e miserabili in genere diventano i nemici da combattere e i perfetti
capri espiatori per distogliere l’attenzione del ceto medio
dalla propria pauperizzazione, e se è vero che oggi è
la Lega Nord il partito che meglio si destreggia nel cavalcare la
politica securitaria, non bisogna dimenticare che la campagna della
tolleranza zero ha visto, ai suoi albori nel 2007, non pochi esponenti
nelle fila del Pd, come i sindaci Sergio Cofferati e Leonardo Domenici.
Sono tempi difficili, ma il Capitale oggi può dormire sonni
tranquilli tra due guanciali.
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