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rom, la sua storia e i suoi diritti |
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La cronaca Livorno, 11 agosto 2007. Nella notte quattro bambini
rom rumeni muoiono carbonizzati nell’incendio divampato nella
loro baracca sotto il cavalcavia di Pian di Rota mentre i genitori
erano assenti. Per ben due giorni la stampa parla della tragedia
senza nemmeno dare un nome ai piccoli cadaveri, che sono Lenuca,
di 6 anni; Danchiu, di 8 anni; Eva, di 11 anni; e Menji, di 4 anni.
Le cause del rogo sono incerte, forse all’origine del disastro
c’è un fuoco di sterpaglie sfuggito al controllo o
una candela rovesciata, perché nella baracca dei nomadi mancavano
tutti i servizi fondamentali: acqua potabile, luce elettrica, riscaldamento.
L’Unione Europea contesta l’Italia: ci sono regole,
come quella del diritto ad abitare delle popolazioni rom, che il
Belpaese non rispetta, e per cui è da tempo ripreso dagli
organismi comunitari. Livorno è sotto shock. I genitori dei
piccoli carbonizzati vengono arrestati per incendio colposo e abbandono
di minore seguito da morte. Il 19 agosto il rogo viene rivendicato
da un gruppo sconosciuto, il Gape (Gruppo Armato di Pulizia Etnica)
che minaccia attentati a cadenza mensile negli altri campi nomadi,
ma gli Inquirenti non sono convinti dell’attendibilità
della rivendicazione e i quattro zingari rimangono in carcere: non
avendo una casa, non possono chiedere gli arresti domiciliari, nonostante
la disponibilità ad ospitarli offerta dalle molte associazioni
umanitarie locali e nazionali che si interessano del caso. Il 9
settembre indiscrezioni dalla Procura sostengono l’ipotesi
dell’incendio doloso: l’ingegnere chimico (Roberto Tartarelli
dell’Università di Pisa) chiede l’incidente probatorio,
dal momento che i materiali presenti nelle baracche non avrebbero
potuto produrre un fuoco così devastante; Il perito è
pertanto convinto che l’accelerazione delle fiamme sia da
attribuire a un “fattore esterno”. Il giorno dopo la
Procura smentisce le indiscrezioni. Agli inizi di ottobre vengono
resi noti agli Inquirenti i risultati definitivi della perizia,
da cui risulta una versione completamente opposta rispetto a quella
precedentemente ipotizzata: il rogo è stato incidentale e
non colposo, causato da una candela accesa rovesciata dai movimenti
di un topo o di un altro fra gli animali che infestano le abitazioni
di fortuna in cui le autorità locali, Sindaci e Prefetti,
relegano i nomadi. Il 12 ottobre 2007 le due coppie vengono scarcerate.
Hanno patteggiato una pena che varia da un anno e quattro mesi a
un anno e sei mesi per abbandono di minore seguito da morte, con
il beneficio della condizionale perché incensurate. Fine
del caso giudiziario, ma non del caso sociale. Pavia, 26 luglio 2007. Il Sindaco DS della città, Piera Capitelli, ordina la distruzione degli impianti fatiscenti ex SNIA con l’obiettivo di sgomberare i 260 rom che ci vivono. Ai giornalisti dichiara: “Non voglio campi nomadi nella mia città.” L’edificio viene sgomberato il 10 agosto, i vecchi ingressi dello stabile vengono sigillati e i rom si trasferiscono nel piazzale della fabbrica; il prefetto Buffoni annuncia l’imminenza della loro cacciata, che avviene in effetti il 31 agosto. Separati in gruppi più piccoli con destinazioni diverse, la Protezione civile prepara la loro accoglienza, ma i cittadini dei comuni, sindaci in testa, dove gli zingari dovrebbero trovare alloggio si ribellano: “I rom nel nostro paese non li vogliamo!”. Tutto comincia a Torre d’Isola, dove si impedisce la sistemazione di un centinaio di persone nel ex poligono, dichiarato ‘edificio pericolante’ dal Ministero degli Interni. Chiusi nei pullman, i nomadi sono fatti oggetto di insulti e minacce, e gli abitanti si stendono sull’asfalto per impedire loro di raggiungere la destinazione stabilita. La tensione sale; il prefetto requisisce capannoni a destra e a manca, ma tutti i paesini interessati bloccano l’arrivo dei rom. Un vicesindaco inneggia alle ‘camere a Gas’ e ai ‘forni crematori. Il 6 settembre giungono a Pavia militanti di Forza Nuova a supportare la protesta bipartisan e i rom della Snia vengono trasferiti in località segrete per non rischiare la reazione delle amministrazioni e delle popolazioni interessate. Si sa solo che 48 persone verranno sistemate in una comunità alloggio a est del capoluogo; due famiglie hanno firmato un regolare contratto d’affitto garantito dalla Prefettura e dieci persone verranno trasportate in una struttura della Caritas. Per quanto riguarda gli altri, il prefetto ha disposto il sequestro di un cascinale disabitato, sempre in provincia, e di due case coloniche a Pavia, nella zona di San Pietro. Ma qualcuno non rispetta la consegna del riserbo e nel rione, feudo dei Ds che controllano la giunta, scatta la protesta. Il pullman del comune che accompagna i rom alle loro nuove case si trova di fronte Adelio Locardi (DS), presidente del comitato di quartiere, che con una piccola delegazione di cittadini è fermamente deciso a impedire la sistemazione dei nuovi arrivati: la polizia è costretta a intervenire. L’8 settembre il prefetto Buffoni si ritrova a ospitare alcuni nomadi negli appartamenti della prefettura, e rivolge appelli per altri aiuti umanitari. Il 9 settembre vengono proposti ai rom mille euro per tornare in Romania, e 25 di loro li accettano. Il 15 settembre tredici sindaci del pavese sfiduciano il prefetto, e in tutta la provincia è psicosi rom: cascinali disabitati, fabbriche abbandonate, campi sportivi vengono sbarrati, o occupati in vario modo, per evitare che la comunità ex Snia possa trovarvi rifugio. Milziade Caprilli, di Rifondazione Comunista, dichiara: “i rom non li vuole nessuno”, ma il 18 settembre il suo partito esce dalla giunta Capitelli. Il 24 settembre, nella zona di Pieve Porto Morone, dove alloggia un gruppo di rom reduce dallo sgombero, i cancelli vengono incatenati e lucchettati, costringendo uomini, donne e bambini a una incarcerazione tanto sui generis quanto illegale: le forze dell’ordine, deputate a presidiare la zona, vedono tutto ma non intervengono. La storia L’origine indiana del popolo rom è
stata dimostrata fin dal XVIII secolo: la loro lingua, il romanì
o romanés (lingua dell’uomo) ha chiarissime analogie
con il sanscrito, mentre solo in anni recenti è stato possibile
accertare nel loro patrimonio genetico la presenza del cromosoma
Y di tipo H-M82 e, nei mitocondri, i filamenti di DNA di tipo M,
tipici delle popolazioni indiane. La loro migrazione va fatta risalire
alle invasioni del IX secolo, quando dalle zone nord occidentali
dell’India si spostarono verso la Persia e da qui verso la
Turchia e la Grecia, da dove poi si diffusero in tutta Europa. Spinti da circostanze diverse, ma sempre legate a guerre, persecuzioni e altri episodi di intolleranza, nuove ondate migratorie rom hanno successivamente interessato la nostra penisola: alla fine del 1800 quella dei rom vlah (valacchi) provenienti dalla Romania, paese in cui erano stati, fino ad allora, utilizzati come schiavi; dopo la prima guerra mondiale, quella di altri gruppi provenienti dalla Russia, dalla Serbia e dalla Croazia; dopo la seconda guerra mondiale, in cui anche gli zingari hanno avuto la loro porajmos (termine romanì equivalente alla shoah ebraica) nei campi di sterminio nazisti e in quelli di deportazioni italiani (Agnone, Tossicia, Tremiti), giunsero nel nostro Paese nuove famiglie provenienti dalla Slovenia; infine, a causa della guerra del Kossovo e della crisi economica conseguente al crollo del blocco sovietico si è andata intensificando l’emigrazione di rom da tutti i paesi dell’est europeo. I numeri La legge Gli organismi europei richiedono da tempo il riconoscimento
e la tutela della minoranza zingara. Il Consiglio d’Europa
se ne è occupato fin dal 1969 e ha creato un apposito gruppo
di esperti. Anche il Parlamento europeo e, infine, l’Organizzazione
per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) si sono interessati
alla stessa tematica. Il Comitato dei ministri dell’Educazione dell’Unione europea nella Risoluzione 153 del 1989 (ministro della Pubblica istruzione Giovanni Galloni) sosteneva che si dovesse tener conto, a proposito della scolarizzazione dei bimbi zingari, del fatto che “la loro cultura e la loro lingua fanno parte da più di mezzo millennio del patrimonio culturale e linguistico europeo”, affermazione ribadita anche dal Parlamento europeo nella Risoluzione sulla situazione degli zingari nella comunità, del 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi), in cui si riconosce che “il popolo rom è una delle minoranze più importanti dell’Unione europea”, per cui vanno tutelate “la lingua e gli altri aspetti della cultura zingara come parte integrante del patrimonio culturale europeo”: si raccomanda agli Stati membri di completare la Convenzione europea dei diritti umani con un protocollo aggiuntivo sulle minoranze nel quale la definizione di minoranze possa comprendere gli zingari in forma esplicita, attraverso il riferimento alle minoranze sprovviste di un proprio territorio. L’inserimento degli zingari nel discorso più ampio riguardante le minoranze europee trova espressione anche nel documento approvato dal Parlamento europeo il 9 febbraio 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi): “considerando che la diversità linguistica dell’Europa comunitaria costituisce un elemento fondamentale della sua ricchezza culturale esorta tutti gli enti competenti ad applicare per analogia le raccomandazioni della presente Risoluzione alle lingue minoritarie non autoctone (per esempio le lingue degli zingari rom e sinti)”. Ancora più esplicito suona il rapporto
della Commissione europea sulla Situazione dei rom nell’Unione
europea allargata, del 2004 (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
ministro degli Interni Giuseppe Pisanu): “il modo in cui vengono
trattati i rom nell’Unione europea e al di là dei suoi
confini attuali è diventato un test determinante di una società
umana. Il trattamento dei rom si trova oggi fra le questioni più
urgenti riguardanti i diritti politici, sociali e umani con i quali
l’Europa si deve confrontare”. Le domande Come abbiamo già avuto modo di notare,
i rom nel nostro paese sono lo 0,2% della popolazione, e la metà
di loro sono italiani. Sempre la metà di loro ha meno di
quattordici anni. Stiamo parlano dunque di 60.000 minorenni rom
di cui metà con cittadinanza italiana. Dai dati forniti dal
ministero di Grazia e Giustizia relativamente al 2006, risultano
segnalati agli uffici dei servizi sociali, su un totale di 19.920
minori, 2.424 zingari, cioè lo 0,4% dei minori zingari (circa
uno su 250) e il 12% del totale dei minori segnalati, mentre i minori
italiani risultano essere il 74% ed i minori stranieri il 54%. I
numeri non sono quindi abbastanza gravi per giustificare misure
d’emergenza. Tuttavia, solo il 37% dei segnalati zingari viene
preso in carico dai servizi sociali e inserito in programmi di rieducazione
e reinserimento sociale, contro il 54% degli stranieri e il 74%
degli italiani. Il professor Paolo Morozzo della Rocca, titolare
della cattedra di Diritto civile dell’Università di
Urbino, commenta il fenomeno in questi termini: “E’
un dato significativo, perché la mancata presa in carico
è probabilmente motivata dalla impossibilità o particolare
problematicità dell’intervento, dovuto alle condizioni
di arrivo del minore. Accade per esempio che minori non ancora imputabili,
trovati più volte a rubare, vengano ricondotti alle loro
famiglie dalle forze dell’ordine senza che il giudice minorile
o i servizi sociali adottino progetti di intervento per recuperarli
o eventualmente proteggerli: semplicemente si aspetta che quei minori,
compiuti i 14 anni d’età, entrino nel circuito della
giustizia penale minorile e li si persegue per i reati successivamente
compiuti”. Di fronte a questi dati, contenuti rispetto alla
percezione collettiva ma ugualmente preoccupanti, bisogna guardarsi
da letture antropologiche di bassa lega, che tendono ad annullare
le responsabilità personali e ad affermare l’esistenza
di un inevitabile destino collettivo: “Negli anni Cinquanta
i giudici minorili svizzeri aprirono un pacato dibattito sull’esagerato
coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali; ci si
chiese se non vi fosse una propensione culturale della popolazione
italiana al furto: un’idea avvalorata a quei tempi da molta
letteratura europea. Il dibattito si esaurì man mano che
gli italiani immigrati in Svizzera diventavano gelatai e aprivano
pizzerie, mentre la giustizia minorile doveva passare a occuparsi
dei figli dei nuovi immigrati, portoghesi prima, jugoslavi e turchi
poi. Ma per aprire pizzerie bisogna avere il permesso di soggiorno”.
Lavoro nero Non si può fare a meno di notare che la
situazione che vede oggi protagonisti i popoli zingari sia la stessa
che hanno vissuto migliaia di immigrati meridionali, costretti ad
abbandonare le campagne per cercare lavoro nelle grandi città
del nord, a partire dagli anni Cinquanta. A questo proposito Stefano
Gallo di Africa Insieme, l’associazione pisana, laica, che
si batte, sul territorio locale e regionale, per i diritti dei migranti
e per una piena e universale cittadinanza (nata nel 1987, è
stata una delle prime associazioni italiane impegnate su questi
temi, e dopo l’approvazione della prima legge organica in
materia – la legge Martelli del 1990 – ha denunciato,
assieme ad altre realtà locali e nazionali, la conversione
poliziesca delle politiche migratorie), afferma: “Avvalendosi
di una legge fascista emanata alla vigilia della guerra, la n.1092
del 1939, i Comuni non iscrivevano nel registro dei residenti i
cittadini meridionali sprovvisti di un contratto di lavoro, proprio
come oggi le amministrazioni comunali si rifiutano di rilasciare
ai rom la residenza anagrafica. La ragione del rifiuto era quella
di evitare di dover riconoscere loro l’accesso ai servizi
sociali locali, primo fra tutti l’inserimento nelle liste
di attesa per l’assegnazione di un alloggio popolare. Così
facendo però ne impedivano anche l’iscrizione al collocamento,
per il quale era necessaria la residenza nel comune. I risultati
di questo circolo vizioso, che oggi si ripete, furono la marginalizzazione
in abitazioni improvvisate e autocostruite e la permanenza nei settori
sommersi del mercato del lavoro. Il boom economico del secondo dopoguerra
si è basato in larga parte, come è ormai riconosciuto
dagli storici, sull’utilizzo di questa manodopera illegale
e a buon mercato”. Disintegrazione e Capitale Tuttavia, i veri protagonisti dei due capolavori
non sono, a ben vedere, né Sissy né Esmeralda: nel
romanzo di Dickens sono le Mani, esseri umani che non sono più
tali, ridotti a null’altro che a fattori di produzione, come
la pressa o il telaio che fanno funzionare; e in quello di Hugo
i loro progenitori del Cinquecento, la folla che si assiepa a notte
fonda nella Corte dei miracoli: vagabondi, mendicanti, ladri, prostitute,
la peggiore feccia di Francia. Gente disperata, arrivata in città
senza nessuna risorsa, vittima di cambiamenti il cui portato è
ancora vago, ma che a Londra, nell’Ottocento, si manifesterà
nelle città appestate dal carbone (Coketown, le chiama Dickens);
nell’urlo delle sirene che, due volte al giorno, chiama le
Mani al lavoro; nelle catapecchie tutte uguali in grovigli di strade
tutte uguali, dove si muore giovani, di fatica o di malattia, di
fame o di freddo. Disperazione evoluta
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