| La cronaca
Milano, 14 dicembre 2006. Settanta zingari (tutti regolari), per la
maggior parte donne e bambini, sono sgomberati dal campo abusivo di
via Ripamonti. Le baracche vengono rase al suolo dalle ruspe, e i
loro occupanti trasferiti a Opera, dopo un accordo fra la Prefettura,
le amministrazioni locali, il Comune e la Provincia di Milano. La
Protezione civile inizia a montare le tende riscaldate, ma in pochissimo
tempo cresce la rivolta dei cittadini, organizzata da Lega Nord, Forza
Nuova e Alleanza Nazionale. Le auto della Protezione civile vengono
danneggiate, i rom insultati, 400 persone si ammassano per contestare
il Comune e la Caritas. La sera del 21 dicembre il rogo, sul modello
di quelli del Ku Klux Klan, proprio come in Alabama: sei tende bruciate
e sette divelte con la forza. La Procura apre un’inchiesta,
e il 1 marzo 2007 rende noti i nomi delle quindici persone indagate
per l’incendio al campo nomadi. Ettore Fusco, capogruppo al
consiglio comunale della Lega Nord, e Antonio Pino Bozzoli, capogruppo
di An, sono accusati di istigazione a delinquere, danneggiamento aggravato
e interruzione di pubblico servizio. Ma la situazione non migliora,
e a luglio i rom sono costretti ad andarsene. Gli assedianti razzisti,
di centrodestra e centrosinistra, hanno bivaccato impuniti per settimane
davanti al campo, insultando i bambini che vanno a scuola, i volontari
della Casa della Carità, le donne e i loro mariti. “Non
ce la facciamo più, abbiamo paura” raccontano ai pochi
giornalisti che si prendono la briga di documentare quanto succede.
Ad agosto, a conclusione delle indagini, Bozzoli verrà scagionato,
Fusco no: in attesa del rinvio a giudizio per incendio e istigazione
a delinquere, è a piede libero. Ma ormai i rom non ci sono
più.
Livorno, 11 agosto 2007. Nella notte quattro bambini
rom rumeni muoiono carbonizzati nell’incendio divampato nella
loro baracca sotto il cavalcavia di Pian di Rota mentre i genitori
erano assenti. Per ben due giorni la stampa parla della tragedia senza
nemmeno dare un nome ai piccoli cadaveri, che sono Lenuca, di 6 anni;
Danchiu, di 8 anni; Eva, di 11 anni; e Menji, di 4 anni. Le cause
del rogo sono incerte, forse all’origine del disastro c’è
un fuoco di sterpaglie sfuggito al controllo o una candela rovesciata,
perché nella baracca dei nomadi mancavano tutti i servizi fondamentali:
acqua potabile, luce elettrica, riscaldamento. L’Unione Europea
contesta l’Italia: ci sono regole, come quella del diritto ad
abitare delle popolazioni rom, che il Belpaese non rispetta, e per
cui è da tempo ripreso dagli organismi comunitari. Livorno
è sotto shock. I genitori dei piccoli carbonizzati vengono
arrestati per incendio colposo e abbandono di minore seguito da morte.
Il 19 agosto il rogo viene rivendicato da un gruppo sconosciuto, il
Gape (Gruppo Armato di Pulizia Etnica) che minaccia attentati a cadenza
mensile negli altri campi nomadi, ma gli Inquirenti non sono convinti
dell’attendibilità della rivendicazione e i quattro zingari
rimangono in carcere: non avendo una casa, non possono chiedere gli
arresti domiciliari, nonostante la disponibilità ad ospitarli
offerta dalle molte associazioni umanitarie locali e nazionali che
si interessano del caso. Il 9 settembre indiscrezioni dalla Procura
sostengono l’ipotesi dell’incendio doloso: l’ingegnere
chimico (Roberto Tartarelli dell’Università di Pisa)
chiede l’incidente probatorio, dal momento che i materiali presenti
nelle baracche non avrebbero potuto produrre un fuoco così
devastante; Il perito è pertanto convinto che l’accelerazione
delle fiamme sia da attribuire a un “fattore esterno”.
Il giorno dopo la Procura smentisce le indiscrezioni. Agli inizi di
ottobre vengono resi noti agli Inquirenti i risultati definitivi della
perizia, da cui risulta una versione completamente opposta rispetto
a quella precedentemente ipotizzata: il rogo è stato incidentale
e non colposo, causato da una candela accesa rovesciata dai movimenti
di un topo o di un altro fra gli animali che infestano le abitazioni
di fortuna in cui le autorità locali, Sindaci e Prefetti, relegano
i nomadi. Il 12 ottobre 2007 le due coppie vengono scarcerate. Hanno
patteggiato una pena che varia da un anno e quattro mesi a un anno
e sei mesi per abbandono di minore seguito da morte, con il beneficio
della condizionale perché incensurate. Fine del caso giudiziario,
ma non del caso sociale.
Pavia, 26 luglio 2007. Il Sindaco DS della città,
Piera Capitelli, ordina la distruzione degli impianti fatiscenti ex
SNIA con l’obiettivo di sgomberare i 260 rom che ci vivono.
Ai giornalisti dichiara: “Non voglio campi nomadi nella mia
città.” L’edificio viene sgomberato il 10 agosto,
i vecchi ingressi dello stabile vengono sigillati e i rom si trasferiscono
nel piazzale della fabbrica; il prefetto Buffoni annuncia l’imminenza
della loro cacciata, che avviene in effetti il 31 agosto. Separati
in gruppi più piccoli con destinazioni diverse, la Protezione
civile prepara la loro accoglienza, ma i cittadini dei comuni, sindaci
in testa, dove gli zingari dovrebbero trovare alloggio si ribellano:
“I rom nel nostro paese non li vogliamo!”. Tutto comincia
a Torre d’Isola, dove si impedisce la sistemazione di un centinaio
di persone nel ex poligono, dichiarato ‘edificio pericolante’
dal Ministero degli Interni. Chiusi nei pullman, i nomadi sono fatti
oggetto di insulti e minacce, e gli abitanti si stendono sull’asfalto
per impedire loro di raggiungere la destinazione stabilita. La tensione
sale; il prefetto requisisce capannoni a destra e a manca, ma tutti
i paesini interessati bloccano l’arrivo dei rom. Un vicesindaco
inneggia alle ‘camere a Gas’ e ai ‘forni crematori.
Il 6 settembre giungono a Pavia militanti di Forza Nuova a supportare
la protesta bipartisan e i rom della Snia vengono trasferiti in località
segrete per non rischiare la reazione delle amministrazioni e delle
popolazioni interessate. Si sa solo che 48 persone verranno sistemate
in una comunità alloggio a est del capoluogo; due famiglie
hanno firmato un regolare contratto d’affitto garantito dalla
Prefettura e dieci persone verranno trasportate in una struttura della
Caritas. Per quanto riguarda gli altri, il prefetto ha disposto il
sequestro di un cascinale disabitato, sempre in provincia, e di due
case coloniche a Pavia, nella zona di San Pietro. Ma qualcuno non
rispetta la consegna del riserbo e nel rione, feudo dei Ds che controllano
la giunta, scatta la protesta. Il pullman del comune che accompagna
i rom alle loro nuove case si trova di fronte Adelio Locardi (DS),
presidente del comitato di quartiere, che con una piccola delegazione
di cittadini è fermamente deciso a impedire la sistemazione
dei nuovi arrivati: la polizia è costretta a intervenire. L’8
settembre il prefetto Buffoni si ritrova a ospitare alcuni nomadi
negli appartamenti della prefettura, e rivolge appelli per altri aiuti
umanitari. Il 9 settembre vengono proposti ai rom mille euro per tornare
in Romania, e 25 di loro li accettano. Il 15 settembre tredici sindaci
del pavese sfiduciano il prefetto, e in tutta la provincia è
psicosi rom: cascinali disabitati, fabbriche abbandonate, campi sportivi
vengono sbarrati, o occupati in vario modo, per evitare che la comunità
ex Snia possa trovarvi rifugio. Milziade Caprilli, di Rifondazione
Comunista, dichiara: “i rom non li vuole nessuno”, ma
il 18 settembre il suo partito esce dalla giunta Capitelli. Il 24
settembre, nella zona di Pieve Porto Morone, dove alloggia un gruppo
di rom reduce dallo sgombero, i cancelli vengono incatenati e lucchettati,
costringendo uomini, donne e bambini a una incarcerazione tanto sui
generis quanto illegale: le forze dell’ordine, deputate a presidiare
la zona, vedono tutto ma non intervengono.
La storia
C’era una volta un popolo che viveva nelle vaste pianure dell’India.
Era un popolo pacifico e di povera gente, perché non aveva
mai dato importanza al potere o al denaro. Credeva in un Dio grande
e misericordioso, che amava gli umili e i derelitti più di
ogni cosa, di nome Devel (Yahveh), nella Natura in cui Dio si manifestava,
e soprattutto nell’Uomo, il livello più alto della creazione.
L’uomo, per questo popolo strano, non poteva avere né
capi né padroni, e il suo ordinamento non prevedeva distinzioni
di classe o censo: ogni membro era a capo della propria famiglia,
e le controversie venivano risolte dalla saggezza dei membri anziani
e dalle indicazioni della tradizione. Storia, miti, leggende venivano
tramandate a voce, di padre in figlio, perché nessuno conosceva
la scrittura. Un giorno in quelle vaste pianure arrivarono gli invasori
mongoli e arabi, portando devastazione e morte. Il popolo pacifico
fu costretto a fuggire, e da più di mille anni si sposta fra
l’Europa, l’Africa e l’America, senza trovare pace.
I gangé, ossia tutti quelli che non appartengono alla loro
stirpe, li chiamano zingari (dal greco athinganoi che significa intoccabili,
proprio lo stesso appellativo dei loro cugini indiani) oppure gitani
(egiziani), tratti in inganno dalla loro pelle scura e dalla loro
strana lingua. Loro chiamano se stessi rom, che significa uomo.
L’origine indiana del popolo rom è stata dimostrata fin
dal XVIII secolo: la loro lingua, il romanì o romanés
(lingua dell’uomo) ha chiarissime analogie con il sanscrito,
mentre solo in anni recenti è stato possibile accertare nel
loro patrimonio genetico la presenza del cromosoma Y di tipo H-M82
e, nei mitocondri, i filamenti di DNA di tipo M, tipici delle popolazioni
indiane. La loro migrazione va fatta risalire alle invasioni del IX
secolo, quando dalle zone nord occidentali dell’India si spostarono
verso la Persia e da qui verso la Turchia e la Grecia, da dove poi
si diffusero in tutta Europa.
I rom, l’abbiamo visto, non piacciono a nessuno: anche gli strenui
difensori della political correctness con tutto quel che segue si
trovano in imbarazzo nel sostenere la causa di questa strana minoranza.
Ma loro non sono stranieri come gli altri. A dirla tutta, non sono
nemmeno stranieri: sono presenti stabilmente in Italia da più
di 600 anni.
La loro presenza nel nostro paese è infatti accertata fin dal
XIV secolo: nei documenti erano spesso indicati come “egiziani
volgarmente detti zingari” e Terra Gizia era detta una zona
dell’attuale Molise, segno di profondo radicamento. Se il loro
arrivo non ha fatto notizia è perché i primi giunsero
nell’ambito dei normali rapporti trasfusionali, da sempre esistenti,
fra Italia e Grecia, e in seguito gruppi più numerosi si unirono
probabilmente ai flussi migratori di albanesi e croati (che ancora
oggi costituiscono con i greci le minoranze linguistiche dell’Italia
centro-meridionale), a causa dell’invasione turca dei Balcani.
Dai Balcani, attraverso i territori germanici, arrivarono i Sinti,
un gruppo dal nome differente, ma dalle stesse origini, lingua e tradizioni,
che si stabilì nelle nostre regioni del nord, dal Friuli fino
al Piemonte e alla Francia.
Spinti da circostanze diverse, ma sempre legate a guerre, persecuzioni
e altri episodi di intolleranza, nuove ondate migratorie rom hanno
successivamente interessato la nostra penisola: alla fine del 1800
quella dei rom vlah (valacchi) provenienti dalla Romania, paese in
cui erano stati, fino ad allora, utilizzati come schiavi; dopo la
prima guerra mondiale, quella di altri gruppi provenienti dalla Russia,
dalla Serbia e dalla Croazia; dopo la seconda guerra mondiale, in
cui anche gli zingari hanno avuto la loro porajmos (termine romanì
equivalente alla shoah ebraica) nei campi di sterminio nazisti e in
quelli di deportazioni italiani (Agnone, Tossicia, Tremiti), giunsero
nel nostro Paese nuove famiglie provenienti dalla Slovenia; infine,
a causa della guerra del Kossovo e della crisi economica conseguente
al crollo del blocco sovietico si è andata intensificando l’emigrazione
di rom da tutti i paesi dell’est europeo.
I numeri
Attualmente gli zingari in Italia sono circa 140.000, di cui più
della metà ha meno di quattordici anni, il che equivale a poco
più dello 0,2% della popolazione totale: una persona su 400,
un adulto su 800. Circa 70.000 (quasi il 60%!) sono cittadini italiani,
e lo sono iure sanguinis sin dal 1400. Stranieri sono i 30.000 zingari
ex jugoslavi, ma sono presenti nel nostro paese ormai da tre generazioni:
sono stranieri nati in Italia da genitori stranieri, essi stessi nati
in Italia. Infine, vi sono 30-40.000 zingari, rumeni o di altre nazionalità
europee, con passaporto comunitario e quindi non soggetti alle leggi
che riguardano l’espulsione. La situazione più penosa
è quella degli zingari provenienti dall’ex federazione
jugoslava, con noi da quasi vent’anni: pur essendo stranieri
essi non appartengono più, di fatto, allo Stato di origine,
e risultano d’altra parte esclusi dalle nuove leggi repubblicane
in materia di cittadinanza. Non possedendo i requisiti etnici e residenziali
per l’acquisto o il riconoscimento dello status civitas, risultano
dunque apolidi di fatto. Tuttavia la domanda per essere riconosciuti
apolidi non viene accettata dal ministero dell’Interno se il
richiedente non esibisce, oltre a ragionevoli prove della sua condizione,
anche il permesso di soggiorno e l’iscrizione anagrafica. Ma
la legge sull’immigrazione prevede che il permesso di soggiorno
non possa essere rilasciato, fra l’altro, in mancanza di un
passaporto in corso di validità, condizione che un apolide
può ben difficilmente soddisfare. Un percorso degno della miglior
burocrazia kafkiana, dunque: per ottenere il permesso di soggiorno
nel nostro paese i rom jugoslavi dovrebbero ottenere il permesso di
soggiornare nel nostro paese, lex dixit, e banali considerazioni logiche
non arrivano a turbare il sonno di parlamentari e pubblici funzionari,
come sempre in altre e più importanti faccende affaccendati.
La legge
Le minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano sono tutelate
per dettato costituzionale fin dal 1948, anno dell’entrata in
vigore della Costituzione della repubblica. Gli articoli che concorrono
alla tutela sono l’art.2, che riconosce e garantisce, in linea
generale, i diritti inviolabili dell’uomo; l’art.3, che
afferma la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la loro
uguaglianza davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza,
lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali;
e soprattutto l’art.6, nel quale si dichiara esplicitamente
che la Repubblica tutela le minoranze linguistiche. A rafforzare ulteriormente
questo principio, già di per sé molto chiaro, concorrono
altri articoli che mirano alla conformità dell’ordinamento
giuridico italiano alle norme del diritto internazionale generalmente
riconosciute. Tuttavia ci sono voluti cinquant’anni perché
il Parlamento varasse, con la legge n.482 del 15 dicembre 1999, un
provvedimento che riconosca e tuteli le specificità linguistico-culturali
a valenza storica presenti nel nostro paese. Sulla base dei criteri
etnico, linguistico, storico e della localizzazione in un territorio
definito sono state identificate dodici minoranze: albanese, catalana,
germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana,
ladina, occitana e sarda. Nel disegno di legge era evidentemente compresa,
fra le minoranze storiche, anche quella zingara, che soddisfa tre
criteri su quattro: sono presenti in Italia da seicento anni (storicità);
hanno un’origine etnica (etnicità); e hanno una propria
lingua denominata romanés e riconosciuta dagli organismi internazionali
e dai linguisti come ‘lingua minoritaria’ (criterio linguistico).
Sono tuttavia rimasti esclusi dal provvedimento di legge a causa della
difficoltà di applicazione alla popolazione zingara delle norme
dell’articolato che riguardano il criterio della localizzazione,
ossia dell’ancoraggio a un territorio definito. Si decise quindi
di prevedere per essa un altro, specifico provvedimento, ma come capita
spesso nei casi che riguardano i diritti umani (e quasi mai in quelli
che riguardano la tutela del capitale), questa legge speciale non
ha mai visto la luce. Il popolo rom, dunque, pur essendo in possesso
dei titoli per beneficiare dello status di minoranza etnico-linguistica
protetta, non trova nel nostro ordinamento alcuna norma a supporto.
Gli organismi europei richiedono da tempo il riconoscimento e la tutela
della minoranza zingara. Il Consiglio d’Europa se ne è
occupato fin dal 1969 e ha creato un apposito gruppo di esperti. Anche
il Parlamento europeo e, infine, l’Organizzazione per la Sicurezza
e la Cooperazione in Europa (OSCE) si sono interessati alla stessa
tematica.
La Risoluzione 13, sottoscritta dal Comitato dei ministri d’Europa
il 22 maggio 1975 (ministro italiano degli Interni Luigi Gui), dichiarava
che “il patrimonio linguistico e l’identità dei
nomadi saranno salvaguardati”, e la Risoluzione 125 del 1981
(ministro degli Interni Virgilio Rognoni) invitava i 23 Stati membri
del Consiglio d’Europa a “riconoscere come minoranza etnica
gli zingari e gli altri gruppi nomadi quali i Sami, ad accordare loro
il medesimo statuto e i medesimi vantaggi delle altre minoranze, soprattutto
per ciò che concerne la tutela della loro cultura e della loro
lingua”.
Il Comitato dei ministri dell’Educazione dell’Unione europea
nella Risoluzione 153 del 1989 (ministro della Pubblica istruzione
Giovanni Galloni) sosteneva che si dovesse tener conto, a proposito
della scolarizzazione dei bimbi zingari, del fatto che “la loro
cultura e la loro lingua fanno parte da più di mezzo millennio
del patrimonio culturale e linguistico europeo”, affermazione
ribadita anche dal Parlamento europeo nella Risoluzione sulla situazione
degli zingari nella comunità, del 1994 (presidente del Consiglio
Carlo Azeglio Ciampi), in cui si riconosce che “il popolo rom
è una delle minoranze più importanti dell’Unione
europea”, per cui vanno tutelate “la lingua e gli altri
aspetti della cultura zingara come parte integrante del patrimonio
culturale europeo”: si raccomanda agli Stati membri di completare
la Convenzione europea dei diritti umani con un protocollo aggiuntivo
sulle minoranze nel quale la definizione di minoranze possa comprendere
gli zingari in forma esplicita, attraverso il riferimento alle minoranze
sprovviste di un proprio territorio. L’inserimento degli zingari
nel discorso più ampio riguardante le minoranze europee trova
espressione anche nel documento approvato dal Parlamento europeo il
9 febbraio 1994 (presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi): “considerando
che la diversità linguistica dell’Europa comunitaria
costituisce un elemento fondamentale della sua ricchezza culturale
esorta tutti gli enti competenti ad applicare per analogia le raccomandazioni
della presente Risoluzione alle lingue minoritarie non autoctone (per
esempio le lingue degli zingari rom e sinti)”.
Ancora più esplicito suona il rapporto della Commissione europea
sulla Situazione dei rom nell’Unione europea allargata, del
2004 (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ministro degli Interni
Giuseppe Pisanu): “il modo in cui vengono trattati i rom nell’Unione
europea e al di là dei suoi confini attuali è diventato
un test determinante di una società umana. Il trattamento dei
rom si trova oggi fra le questioni più urgenti riguardanti
i diritti politici, sociali e umani con i quali l’Europa si
deve confrontare”.
Nel dicembre 2005 l’Italia è stata condannata dal Comitato
europeo per i Diritti sociali (CESD) per la violazione del diritto
all’abitare delle comunità rom e sinte (presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, ministro degli Interni Giuseppe Pisanu).
Le domande
A partire da tutte queste considerazioni, le vicende di cronaca e
il dibattito politico che ne è seguito, insieme alle misure
di pubblica sicurezza ipotizzate da alcuni sindaci per arginare il
‘problema rom’ appaiono, quanto meno, incongrue e incomprensibili:
le autorità criminalizzano chi dovrebbero, per dettato costituzionale
e per risoluzioni comunitarie (sottoscritte dal nostro paese), tutelare,
lasciando sgombro il campo ad abusi e soprusi di chiaro stampo razzista.
Che i nostri nuovi rappresentanti nelle istituzioni non siano a conoscenza
di disposizioni di una tale rilevanza normativa? Oppure l’emergenza
criminalità è così forte da giustificare prese
di posizione incostituzionali? O altro bolle in pentola, all’insaputa
dei (buoni) cittadini?
La risposta alla prima domanda non può che essere negativa:
tutte le informazioni storiche sul popolo rom e la sua cultura e tutti
i riferimenti alle leggi, nazionali ed europee, che impongono la necessità
di una loro rapida inclusione nelle minoranze tutelate riportati in
questo articolo (insieme a molte altre considerazioni di carattere
legale, filosofico e sociale) sono state tratte da La pubblicazione
delle minoranze senza territorio, redatto dal ministero degli Interni
e pubblicato sul proprio sito www.interni.it: perciò, ogni
ignoranza a questo proposito da parte di sindaci, prefetti e ministri
non può che essere considerata colpevole e, al limite, dolosa.
Giustificata da una sorta di emergenza-criminalità zingara,
forse?
Proviamo a verificare, dati alla mano, il caso esemplare della criminalità
minorile.
Come abbiamo già avuto modo di notare, i rom nel nostro paese
sono lo 0,2% della popolazione, e la metà di loro sono italiani.
Sempre la metà di loro ha meno di quattordici anni. Stiamo
parlano dunque di 60.000 minorenni rom di cui metà con cittadinanza
italiana. Dai dati forniti dal ministero di Grazia e Giustizia relativamente
al 2006, risultano segnalati agli uffici dei servizi sociali, su un
totale di 19.920 minori, 2.424 zingari, cioè lo 0,4% dei minori
zingari (circa uno su 250) e il 12% del totale dei minori segnalati,
mentre i minori italiani risultano essere il 74% ed i minori stranieri
il 54%. I numeri non sono quindi abbastanza gravi per giustificare
misure d’emergenza. Tuttavia, solo il 37% dei segnalati zingari
viene preso in carico dai servizi sociali e inserito in programmi
di rieducazione e reinserimento sociale, contro il 54% degli stranieri
e il 74% degli italiani. Il professor Paolo Morozzo della Rocca, titolare
della cattedra di Diritto civile dell’Università di Urbino,
commenta il fenomeno in questi termini: “E’ un dato significativo,
perché la mancata presa in carico è probabilmente motivata
dalla impossibilità o particolare problematicità dell’intervento,
dovuto alle condizioni di arrivo del minore. Accade per esempio che
minori non ancora imputabili, trovati più volte a rubare, vengano
ricondotti alle loro famiglie dalle forze dell’ordine senza
che il giudice minorile o i servizi sociali adottino progetti di intervento
per recuperarli o eventualmente proteggerli: semplicemente si aspetta
che quei minori, compiuti i 14 anni d’età, entrino nel
circuito della giustizia penale minorile e li si persegue per i reati
successivamente compiuti”. Di fronte a questi dati, contenuti
rispetto alla percezione collettiva ma ugualmente preoccupanti, bisogna
guardarsi da letture antropologiche di bassa lega, che tendono ad
annullare le responsabilità personali e ad affermare l’esistenza
di un inevitabile destino collettivo: “Negli anni Cinquanta
i giudici minorili svizzeri aprirono un pacato dibattito sull’esagerato
coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali; ci si chiese
se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana
al furto: un’idea avvalorata a quei tempi da molta letteratura
europea. Il dibattito si esaurì man mano che gli italiani immigrati
in Svizzera diventavano gelatai e aprivano pizzerie, mentre la giustizia
minorile doveva passare a occuparsi dei figli dei nuovi immigrati,
portoghesi prima, jugoslavi e turchi poi. Ma per aprire pizzerie bisogna
avere il permesso di soggiorno”.
È l’integrazione nel tessuto sociale, dunque, che permette
ai comportamenti devianti di rientrare, e l’integrazione passa
attraverso il nodo centrale del lavoro. Ma quale lavoro, e in che
termini? E come mai le istituzioni rendono così problematico
per il popolo rom l’accesso alla precondizione del lavoro legale,
cioè il permesso di soggiorno?
Lavoro nero
Senza dubbio la scomparsa delle occupazioni tradizionali zingare (mercante
di cavalli, giostraio, calderaio, fabbro ferraio, ombrellaio, esperto
nella lavorazione del rame, stagnino, musicista, acrobata eccetera)
ha un ruolo centrale per la comprensione del fenomeno. Come sottolinea
la relazione del ministero degli Interni, “ha modificato in
senso negativo i ruoli tradizionali, affidando il sostentamento economico
della famiglia soprattutto a donne e bambini, sospinti verso attività
improprie, e svuotando di valore la figura maschile. La scomparsa
del vecchio mondo rurale ha chiuso gli spazi propri della vita e del
lavoro rom e, con questi, una rete preziosa di scambi funzionali”.
Non si può fare a meno di notare che la situazione che vede
oggi protagonisti i popoli zingari sia la stessa che hanno vissuto
migliaia di immigrati meridionali, costretti ad abbandonare le campagne
per cercare lavoro nelle grandi città del nord, a partire dagli
anni Cinquanta. A questo proposito Stefano Gallo di Africa Insieme,
l’associazione pisana, laica, che si batte, sul territorio locale
e regionale, per i diritti dei migranti e per una piena e universale
cittadinanza (nata nel 1987, è stata una delle prime associazioni
italiane impegnate su questi temi, e dopo l’approvazione della
prima legge organica in materia – la legge Martelli del 1990
– ha denunciato, assieme ad altre realtà locali e nazionali,
la conversione poliziesca delle politiche migratorie), afferma: “Avvalendosi
di una legge fascista emanata alla vigilia della guerra, la n.1092
del 1939, i Comuni non iscrivevano nel registro dei residenti i cittadini
meridionali sprovvisti di un contratto di lavoro, proprio come oggi
le amministrazioni comunali si rifiutano di rilasciare ai rom la residenza
anagrafica. La ragione del rifiuto era quella di evitare di dover
riconoscere loro l’accesso ai servizi sociali locali, primo
fra tutti l’inserimento nelle liste di attesa per l’assegnazione
di un alloggio popolare. Così facendo però ne impedivano
anche l’iscrizione al collocamento, per il quale era necessaria
la residenza nel comune. I risultati di questo circolo vizioso, che
oggi si ripete, furono la marginalizzazione in abitazioni improvvisate
e autocostruite e la permanenza nei settori sommersi del mercato del
lavoro. Il boom economico del secondo dopoguerra si è basato
in larga parte, come è ormai riconosciuto dagli storici, sull’utilizzo
di questa manodopera illegale e a buon mercato”.
Ma questo meccanismo perverso, che consiste nel trasformare degli
individui ben inseriti nel contesto sociale d’origine (come
erano sia i contadini meridionali che i rom italiani) in fuorilegge
relegati ai margini della società, con l’utilissimo effetto
collaterale di creare forza lavoro a bassissimo costo, è un
meccanismo casuale all’interno delle dinamiche del nostro sistema
economico oppure ne è una delle caratteristiche fondamentali?
Detto in altri termini: il capitalismo crea povertà, malessere
sociale e sradicamento per caso o per necessità?
Disintegrazione e Capitale
Marx chiama ‘accumulazione originaria del capitale’ quel
processo che dura in Inghilterra dal XV fino al XVIII secolo e che
costituisce la precondizione della nascita del capitalismo: il fenomeno
delle enclosures (1).
La trasformazione dei contadini da proprietari del proprio lavoro
a salariati non fu né rapida, né naturale, né
indolore: una volta cacciati dalle campagne, si tramutarono in schiere
di vagabondi che, mendicando e vivendo di espedienti, percorrevano
le strade rurali o si affollavano nelle città, in condizioni
miserevoli di povertà. La loro devianza non era dunque una
caratteristica endemica, ma indotta dal violento sradicamento di tutto
un sistema economico e sociale: furono trascinati a forza (di riforme!)
in una condizione deprecabile a cui risultava impossibile sottrarsi.
La rappresentazione di questa situazione storica è frequente
in moltissimi romanzi dell’epoca, ma due capolavori ne danno
ancora oggi una indimenticabile testimonianza: Notre Dame
de Paris e Tempi difficili.
Non a caso l’elemento di conflitto in entrambe le vicende è
rappresentato da una zingara, Sissy per Charles Dickens ed Esmeralda
per Victor Hugo. Gli zingari – in una società che deve
necessariamente dividersi in due classi distinte, una che possiede
il capitale e l’altra che, attraverso lo sfruttamento di cui
è vittima, lo fa rendere – rappresentano una sorta di
corpo estraneo al sistema, una condizione al limite dell’anarchia.
Acrobati e trapezisti, come i circensi di Dickens, o ballerine e cantanti,
come la ragazzina di Hugo, non vogliono appartenere né all’una
né all’altra classe. Hanno valori diversi da quelli ufficiali,
una lingua diversa, vestiti e sorrisi diversi: per questo, sempre,
il loro destino è di essere, con la forza, ricondotti allo
schema: Sissy sarà riportata alla ferrea geometria dei fatti
di Mr. Gradgrind, obbligata, un giorno dopo l’altro, ad apprenderne
le logiche quadrate, ed Esmeralda sarà processata come strega
e impiccata per un omicidio che non è mai avvenuto, colpevole
solo di non arrendersi alla passione malvagia di don Claude.
Tuttavia, i veri protagonisti dei due capolavori non sono, a ben vedere,
né Sissy né Esmeralda: nel romanzo di Dickens sono le
Mani, esseri umani che non sono più tali, ridotti a null’altro
che a fattori di produzione, come la pressa o il telaio che fanno
funzionare; e in quello di Hugo i loro progenitori del Cinquecento,
la folla che si assiepa a notte fonda nella Corte dei miracoli: vagabondi,
mendicanti, ladri, prostitute, la peggiore feccia di Francia. Gente
disperata, arrivata in città senza nessuna risorsa, vittima
di cambiamenti il cui portato è ancora vago, ma che a Londra,
nell’Ottocento, si manifesterà nelle città appestate
dal carbone (Coketown, le chiama Dickens); nell’urlo delle sirene
che, due volte al giorno, chiama le Mani al lavoro; nelle catapecchie
tutte uguali in grovigli di strade tutte uguali, dove si muore giovani,
di fatica o di malattia, di fame o di freddo.
E che al destino della Corte dei miracoli e degli operai Hugo e Dickens
affianchino i destini di Sally ed Esmeralda non stupisce. Il Capitale
si ingrossa sempre con la vita dei più deboli: contadini senza
terra trasformati in mendicanti nel 1500, donne e bambini nel 1800,
africani, asiatici, sudamericani per tutto il periodo coloniale, e
ancora oggi polacchi, rumeni, indiani, coreani, cinesi, magrebini,
senegalesi, ivoriani, zingari… Un elenco senza fine, perché
cambiano i nomi ma non il sistema che genera fame e disperazione.
A chi toccherà la prossima volta?
Disperazione evoluta
Ma oggi la condizione dei miserabili è, se possibile, ancora
peggiore di quanto non fosse agli albori della rivoluzione industriale
e nelle fasi iniziali del capitalismo. La Corte dei miracoli regnava
su Parigi un giorno all’anno, in occasione della Festa dei folli,
e in tutti gli altri nessuno osava varcarne i confini; le Mani di
Dickens avevano dalla loro Marx, la perfetta lucidità della
sua analisi e la forza trascinante del suo pensiero, che cent’anni
dopo avrebbe fornito un’alternativa al capitalismo, ma già
allora scuoteva il Capitale con la nascita dei sindacati. Nel nostro
paese, negli anni Cinquanta si articolò lentamente, ma in maniera
ampia e condivisa, un processo di riconoscimento pubblico dell’ingiustizia
subita dai lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord, ingiustizia
che contraddiceva la nozione stessa di cittadinanza. Luigi Einaudi
denunciava dalle pagine del Corriere il carattere antiliberale della
vecchia legge fascista, l’Istat protestava contro l’applicazione
di misure che escludevano dalle statistiche persone effettivamente
presenti in città, Il Pci (tra le altre cose), promosse la
formazione di gruppi organizzati fra le borgate di Roma per ottenere
dal Comune la libertà di residenza. Le ragioni del suo interessamento
erano evidenti: la causa dei lavoratori era la sua causa, il rovesciamento
dello stato capitalista per via democratica il suo obiettivo (quello
dichiarato, almeno), e questa linea politica gli permetteva di raccogliere
milioni di voti. Oggi, invece, la trasformazione degli esseri umani
in salariati è compiuta, e la giustizia proletaria non scalda
più nessun cuore con diritto di voto: di conseguenza non c’è
più nessuno che faccia davvero sua la causa dei diseredati.
Certo, tante associazioni, governative e non, cercano di mettere toppe
ai calzoni bucati della nostra società, ma è un’impresa
vana, perché per ogni rammendo si apre un nuovo strappo. Qualche
gruppo politico dichiara ancora di volere riformare, dimenticando
il fatto che privilegio e disuguaglianza, come abbiamo visto, non
sono tratti emendabili, pena il collasso del sistema stesso. E il
sistema, nelle sedi istituzionali, genera una chiara soddisfazione
bipartisan: chi sta al vertice non vede ragione per cambiare le cose.
Denaro e potere piacciono a tutti, soprattutto, pare, a quello che
una volta era il Partito comunista e oggi si dichiara con orgoglio,
dopo qualche tentativo botanico intermedio (necessario a non render
troppo palese il cambiamento ontologico), Partito democratico. Prova
ne sia che la nuova battaglia contro rom e miserabili, basata sulla
peggiore retorica securitaria, parte proprio dalle sue fila, Sergio
Cofferati e Leonardo Domenici in testa. Sono tempi difficili, ma il
Capitale può dormire sonni tranquilli: c’è anche
la sinistra, oggi, a vegliare al capezzale.
Giovanna Baer
(1) Vedi Tolleranza zero, di Nicola Loda
n.5/2007
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