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(Dis)Orientamenti

 

Il suicidio di Dominique Venner: rivolta contro il mondo moderno o intolleranza omo-xenofoba?
di Matteo Luca Andriola

Aprendo i quotidiani del 22 maggio scorso, i lettori hanno potuto leggere un episodio increscioso avvenuto il giorno prima all’interno della cattedrale cattolica di Notre-Dame, a Parigi: un anziano signore di 78 anni, Dominique Venner, è entrato all’interno di uno dei luoghi più sacri per i cattolici francesi e si è sparato in bocca di fronte ai turisti sgomenti. Ma chi era Venner?

Dominique Venner era un esponente dell’estrema destra identitaria francese, e il suo suicidio è stato un atto di protesta contro la legge Taubira che ha introdotto il matrimonio tra le coppie omosessuali nell’ordinamento francese.
Pochi quotidiani conoscevano effettivamente l’identità e la storia di questo personaggio. È stato dunque facile, visto che l’estrema destra neofascista e identitaria europea è poco conosciuta, semplificare il tutto, con titoli dispregiativi (“Parigi, attivista anti-gay si uccide nella cattedrale di Notre-Dame”, Repubblica) o politicamente corretti e borghesi (“Un suicidio a Notre-Dame”, Corriere della sera).

Venner è stato il padre politico, nel vero senso del termine, di Alain de Benoist, l’animatore dei circoli della nouvelle droite. Che influenza dunque ha avuto sul pensiero neodestro? Che ripercussioni avrà questo episodio per la vita politica francese ed europea, visti i commenti di leader nazional-populisti come Marine Le Pen?

Il fascismo, e successivamente il collaborazionismo filonazista, è sempre stato di casa, scusate il gioco di parole, a casa Venner. Il giovanissimo Dominique, nato il 16 aprile 1935, era figlio di Charles, un architetto di estrema destra, esponente del Parti populaire français di Jacques Doriot, ex comunista che creò un partito fascista ultrasociale che coniugava il nazionalismo col socialismo e che collaborò con l’invasore nazista in chiave anti-inglese e antimperialista. Il 7 novembre 1956, a seguito dei fatti d’Ungheria, Venner partecipò all’assalto della sede parigina del Partito comunista francese assieme ai suoi camerati. Si arruolò a diciotto anni nell’esercito nazionale, impegnato in Algeria a reprimere gli indipendentisti desiderosi di ottenere la libertà dalla Francia imperialista. Non si arruolò in un corpo militare qualsiasi, ma nei paracadutisti, uno dei corpi più politicizzati in senso reazionario, quello che, nella notte fra il 21 e il 22 aprile 1961, per ordine dei generali Salan, Challe, Jouhaud e Zeller, organizzò un colpo di stato di fronte alla notizia che il governo di Parigi, a seguito dei risultati del referendum a favore dell’autodeterminazione algerina, aveva iniziato a trattare con le autorità del Gouvernement provisoire de la République algérienne di Abbas. Il golpe, però, di fronte agli appelli di Charles De Gaulle, fallì, e il processo a favore dell’indipendenza algerina proseguì.

Il giovane Dominique, come moltissimi reduci dell’esercito francese e tanti pieds-noirs, i coloni francesi residenti in Algeria di sentimenti nazionalisti e ultraconservatori, decise di concretizzare il suo malumore militando in un’organizzazione terroristica di estrema destra, l’Organisation de l’Armée Secrète (OAS), un gruppo che aveva l’obiettivo di sovvertire le istituzioni repubblicane, eliminare De Gaulle, instaurare in Francia un regime ‘forte’ e riprendersi l’Algeria. Prima di questa esperienza, il giovane Dominique aveva militato in Jeune Nation, un movimento neofascista, il cui simbolo era la croce celtica, fondato nel 1949 da Albert Heuclin, Jean Marot, Jacques Wagner, i fratelli Françoise, Pierre e Jacques Sidos, il primo dei quali fu presidente del movimento nazionalista, figli di un miliziano collaborazionista fucilato nel 1946, e col sostegno dell’avvocato Jean-Louis Tixier-Vignancour. Il movimento aumentò di consensi grazie alle campagne per il sostegno del conflitto in Indocina, animate dal periodico Peuple de France et d’Outremer, dove si auspicava la caduta dell’odiata Quarta Repubblica in nome di uno “Stato fuori classe, senza partito, aconfessionale, nel quale il monolitismo dottrinale rimpiazzerà il pluralismo politico” (1).

Nel 1962 l’estrema destra francese, divisa, a differenza di quella italiana, in decine di sigle effimere e deboli di fronte al blocco conservatore gollista, subì una disfatta clamorosa. Anche se diversi attivisti di questa galassia sostennero che la disfatta era meramente politica, il giovane Dominique, appena uscito dal carcere per le sua attività nell’OAS, era da poco a capo di un gruppuscolo nazional-europeista denominato Europe-Action, che gravitava attorno all’omonima rivista. Venner sostenne, giustamente, che la disfatta era di tipo ideologico: la destra d’Oltralpe era vecchia, stantia, nostalgica. Scrisse un manifesto, che sarà fondamentale per la nascita della nuovelle droite: Pour une critique positive, che verrà rafforzato da un articolo apparso nel novembre del 1962 su Défence d’Occident (2), in base al quale la destra, per ritornare a vincere, doveva “combattere più con le idee e con l’astuzia che con la forza” (3). Questo scritto era il Che fare? della destra radicale, il manuale del ‘leninismo’ nazional-rivoluzionario.

Quell’anno i giovani della Fédération des Étudiants Nationalistes, in cui militava il giovanissimo Alain de Benoist, che allora si firmava con lo pseudonimo Fabrice Laroche, pubblicarono un testo simile, il Manifesto della classe ‘60 (4), che predicava il nazionalismo europeo, la disuguaglianza e la nascita di uno Stato organico, forte, antiliberale e solidarista: non vi dovevano essere divisioni di classe, ma una forma di ‘socialismo etnico’ corporativo (5). Venner aprì le pagine della sua rivista, Europe-Action, a questi giovani, lanciando così Alain de Benoist all’interno della destra radicale francese. Con il sostegno dell’amico Jean Mabire, pagano, ex Waffen-SS e militante nel Mouvement normand, movimento autonomista e regionalista della Normandia, Europe-Action sposò una causa ‘nuova’ per la ‘vecchia destra’, quella del regionalismo etnico: lo Stato, la regione, doveva corrispondere all’etnia che vi viveva da sempre, il tutto in una cornice federale ed europea. Infatti, “parallelamente al nazionalismo francese, sono esistiti nel corso della storia dei nazionalismi provinciali e un nazionalismo continentale. Si può parlare di nazionalismo bretone e di nazionalismo europeo [...] tutti i nazionalismi si incontrano sul piano filosofico: qualunque sia la comunità a cui si applicano, essi mostrano uno stesso rifiuto dell’universalismo. Sono una reazione di individualismo al livello di un gruppo naturale, una sottomissione alle leggi del ‘sangue’ e del ‘suolo’. [...] I nazionalisti vogliono [...] rispettare le comunità naturali, regioni, nazioni o continenti” (6).

Questo nuovo nazionalismo etno-federale elaborato da Mabire riprendeva, storpiate, le tesi di Pierre-Joseph Proudhon, alfiere del socialismo federale critico verso il centralismo di Karl Marx (7), tesi che ritroviamo sia nella nuovelle droite che nei movimenti autonomisti di destra.
Venner, quindi, fu uno dei ‘padri nobili’ del neodestrismo, capace di impostare Europe-Action, oltre che sul nazionalismo etnico ed europeista, su un fiero razzismo biologico, critico verso il “grave problema” dell’immigrazione di colore in Francia. Venner, scrisse che “in Francia, l’immigrazione importante di elementi di colore pone un grave problema [...] Noi sappiamo ugualmente l’importanza della popolazione nordafricana [...] Il che è grave per l’avvenire: sappiamo che la base del popolamento dell’Europa, che ha permesso un’espansione civilizzatrice, era quella di un’etnia bianca. La distruzione di questo equilibrio, che può essere rapida, determinerà la nostra scomparsa e quella della nostra civiltà” (8).

Il gruppo Europe-Action esaltava l’Occidente bianco, e non, come farà poi la nuovelle droite, solo l’Europa (9). L’Occidente, secondo Europe-Action, era una “comunità di destino” di tutti i popoli bianchi, accomunati dalla cultura e dal sangue (10). Tesi che Alain de Benoist, nel decennio successivo, argomenterà in maniera più soft con delle basi scientifiche (attraverso la biologia, la psichiatria, l’etologia, l’antropologia, la storiografia ecc.), non parlando più di ‘disuguaglianza’ ma di ‘differenza’, e non di ‘segregazione’ ma di ‘diritto alla differenza’ e di ‘etnopluralismo’, perché i popoli, anche quelli extraeuropei, devono resistere all’omologazione globalizzante divenendo, scusate l’eufemismo leghista, padroni a casa propria, radicandosi nella propria patria, contrastando ogni fattore di mescolanza, di meticciato e di contaminazione culturale, e quindi no all’americanismo, no all’immigrazione di popolamento, che fa male a noi europei e ai popoli che emigrano: ecco a voi il ‘differenzialismo’ neodestro, il razzismo politicamente corretto, terzomondista, buono e presentabile anche a sinistra.

Venner, nel 1968, partecipò alla fondazione dei Groupes de recherches et d’études pour la civilisation européenne (Grece), anche se si differenziò subito per il suo filoccidentalismo. L’anno prima il gruppo Europe-Action si era presentato nella lista del Rassemblement européen de la liberté, con risultati scandenti, accentuando l’insoddisfazione dell’area e una scissione nel 1968 (11). Venner quindi, pur partecipando alle iniziative del Grece, creò, con Thierry Maulnier, l’Institut d’Études Occidentales, o Istituto di Studi Occidentale (IEO), un “centro di riflessione [un think tank, n.d.a.], di concentrazione, aperto a tutti coloro che rifiutano il caos e cercano nella tradizione occidentale le soluzioni ai problemi posti dalla società di sviluppo” (12), il cui organo era la rivista Cité-Liberté, diretta da Jean-Claude Bardet, che aderirà al Grece, ai Club de l’Horloge, ai Comitati di azione repubblicana con Bruno Mégret e, successivamente, diverrà esponente del Front national e direttore di Identité, pubblicazione lepenista filoneodestra.

Cité-Liberté era una rivista molto colta, come quelle di de Benoist, aperta a personalità intellettuali intransigentemente anticomuniste, desiderose di difendere i “valori della civiltà occidentale” dalla “sovversione mentale” della cultura universitaria marxista e della Scuola di Francoforte, una controffensiva contro la cultura tollerante che aveva generato il Maggio del ‘68 (13). I convegni organizzati dallo IEO erano tenuti in comune a quelli della nuovelle droite, e vi partecipava spesso un italiano, il romano Giorgio Locchi, corrispondente del quotidiano di destra Il Tempo – dove scriveva anche Pino Rauti e Gino Ragno – e membro del comitato di redazione di Nouvelle École, uomo importantissimo per il pensiero neodestro, visto che fece conoscere ai giovani del Grece la rivoluzione conservatrice e il superomismo nietzscheano, che entrerà a far parte del bagaglio della nuovelle droite.

A seguito della chiusura dello IEO negli anni ‘70, Venner si dedicò in pianta stabile, sempre da posizioni identitarie e tradizionaliste, allo studio della storia, essendo ex-direttore della rivista Enquête sur l’histoire, e fondatore, nel 2002, della rivista bimestrale La Nouvelle Revue d’Histoire, diretta fino alla sua morte, riviste, alla pari dei suoi numerosi libri, fortemente impregnate di idee reazionarie o, addirittura, revisioniste.
Da alcuni anni, inoltre, Venner curava un blog personale (www.dominiquevenner.fr), un sito in cui venivano pubblicate riflessioni sul presente. La notizia dell’approvazione della legge Taubira (17 maggio 2013), fortemente avversata dalle destre radicali, dai conservatori (l’Ump) e dai cattolici, ha spinto il pagano Venner (14) nei suoi motivi riguardo all’opposizione al matrimonio per tutti. Non è una contraddizione? Dopotutto i pagani avevano una morale diversa da quella degli ebrei e dei cristiani. Popoli come i greci e i romani, in maniera diversa, praticavano sia l’omosessualità che la bisessualità. Condottieri dell’antichità come Alessandro Magno erano apertamente bisessuali.

Venner, però, nel suo intervento, collega la sua opposizione alle nozze gay con due fenomeni apparentemente diversi: l’immigrazione extraeuropea e l’islamizzazione della Francia e dell’Europa. All’inizio del 2013, su Nouvelle Revue d’Histoire, Venner scrisse: “Esistere è dedicarsi e consacrarsi. Ma morire è un’altra faccia dell’esistere. Esistere davanti a un destino [...] la morte può diventare una fonte di orgoglio” e quella volontaria – quella dei samurai o degli antichi romani, per intenderci – “può essere la più forte protesta contro un oltraggio come una provocazione alla speranza”.
Preannuncio di un sacrificio in nome della tradizione simile a quello del moderno samurai Yukio Mishima, che nel 1970, contro l’americanizzazione del Giappone, la desacralizzazione della figura dell’imperatore, ormai declassato a un comunissimo monarca costituzionale, dopo una vita passata all’insegna del bushidô, fece seppuku (o harakiri), divenendo un’icona per la destra, compresa quella debenoistiana, in sintonia con le loro idee rivoluzionario-conservatrici (15).

Sul blog, Venner criticò l’”immigrazione afro-magrebina” alla quale hanno lavorato, a suo parere, sia i politici di ogni colore che la Chiesa. Ora “la Francia è caduta nelle mani di una parte islamista”. Secondo l’ex esponente neodestro non bastava una semplice serie di manifestazioni omofobe per dare un segnale al governo socialista di Hollande, ma qualcosa di forte: “Richiederà un nuovo, spettacolare e simbolico gesto per scuotere la sonnolenza, mettere in agitazione una coscienza anestetizzata e risvegliare la memoria delle nostre origini. Stiamo entrando in un periodo in cui le parole devono fare spazio alle azioni”. E le parole sul blog hanno preannunciato il suicidio dell’esponente della destra radicale francese.

Come si sapeva da tempo, il suicidio corrispondeva anche alla presa di coscienza di un declino personale della sua salute: Venner “sapeva di essere condannato a una lunga e dolorosa malattia”, avrebbero detto i parenti, e non voleva soffrire più. Sull’altare della chiesa Venner ha lasciato un messaggio in cui dichiara: “Sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà. Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione”.

La scelta di Notre-Dame non è casuale. Molti si sono chiesti perché scegliere un posto sacro per il cattolicesimo francese quando si professa l’ateismo e una spiritualità di tipo pagano. Il motivo è semplice: il matrimonio per tutti, secondo la logica di un uomo di destra, era l’ultima fase di una disgregazione della società francese – ed europea – già logorata dall’immigrazione e dalla presenza di persone di religione islamica le quali, a differenza degli europei, sono radicati nelle loro tradizioni musulmane e sono molto più prolifere di noi.
Il terrore è anche animato da pamphlet che circolano in Francia da diverso tempo, come L’Archéofuturisme, scritto dall’ex esponente del Grece Guillaume Faye (16), il quale, dopo aver abbandonato il terzomondismo di destra di de Benoist – una solidarietà e un’alleanza antiamericana che presupponeva, però, l’aiuto di tali popoli ‘a casa loro’ – è approdato a un’antislamismo viscerale, alla collaborazione con Terre et Peuple di Pierre Vial – associazione neodestra di stampo völkisch al servizio dei federalisti del Bloc Identitaire e della Nuovelle Droite Populaire – e coi circoli rosso-bruni nazional-bolscevichi, vicini a Synergies Européenne del belga Robert Steukers, ex Grece-Belgique. Un altro testo, ambientato nel luogo del suicidio di Venner, è il romanzo fantapolitico – da notare che anche L’Archéofuturisme si conclude con una novella fantapolitica – scritto dalla russa Elena Tchoudinova dal titolo La moschea di Notre-Dame de Paris. Anno 2048 (Ed. Tatami, 2009), un libro che ha avuto molto successo nei circoli interessati alla presenza islamica in Occidente, ambientato in una Francia caduta sotto il giogo musulmano, dove un gruppo di resistenza riesce a occupare temporaneamente la cattedrale di Notre-Dame per riconvertirla al culto precedente.

Inquadriamo la presenza di questi testi nel panorama editoriale europeo, alla pari della trilogia di Oriana Fallaci, nel contesto di altri eventi simili ed eclatanti come quello parigino, per esempio in Norvegia nel 2011, quando Anders Breivik ha voluto fare un’azione per risvegliare gli europei – pur essendo culturalmente, per citare Sgarbi, una “capra” rispetto a Venner – uccidendo 77 giovani e ferendone 96, per il fatto che erano socialisti e che il partito socialista norvegese aveva permesso l’ingresso degli immigrati islamici. Colpisce, inoltre, la dichiarazione del leghista Mario Borghezio sull’evento, che è arrivato a giustificarlo (17).
“Spero che si organizzino per durare” conclude Venner nel suo ultimo messaggio, riferendosi a famigliari e amici, “troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto”.

 

Matteo Luca Andriola

 

 

(1) J. Maladier, Mouvement Jeune Europe, carnet du militant, Paris, s. d.; cit. in P. Milza, Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 ad oggi, Carocci, 2003
(2) D. Venner, Sur un nouveau phénomène rèvolutionnaire, in Dèfence de l’Occident, 26 novembre 1962
(3) D. Venner, Pour une critique positive, luglio 1962
(4) Cahiers Universitaires, n. 9-10, settembre-ottobre 1962
(5) Cfr. P. Milza, op. cit.
(6) J. Mabire, Le nationalisme, in Europe-Action, n. 40, aprile 1966; il corsivo è dell’autore
(7) Al II congresso nazionale del Grece, il 15 novembre 1969, una delle relazioni, tenuta da Paul Sérant, era intitolata: “Rinascita etnica, la rivincita di Proudhon contro Marx”
(8) Cfr. Europe-Action, n. 38, febbraio 1966
(9) A partire da A. de Benoist e G. Locchi, Il Male Americano, L.Ed.E, 1978. Seguiranno A. de Benoist, Orientations pour des années décisives, Le Labyrinthe, 1982 (ed. it. Il nemico principale. Considerazioni per anni decisivi, La Roccia di Erec, 1983) e Europe, Tiers monde, même combat, Robert Laffont, 1986 (ed. it. Oltre l’Occidente. Europa-Terzo Mondo: la nuova alleanza, La Rocca di Erec, 1986)
(10) Nel Dizionario del militante pubblicato su Europe-Action (n. 5, maggio 1963) il nazionalismo è una “dottrina che esprime in termini politici la filosofia e le necessità vitali dei popoli bianchi. Dottrina di energia, dottrina dell’Europa, dottrina del reale”. L’Occidente è una “comunità dei popoli bianchi. Comunità di cultura”. Il popolo – e qui comprendiamo la diversità di tale termine nell’accezione reazionaria, cioè ‘etnica’ rispetto a quella di Karl Marx, ‘classista’ – è “un’unità biologia confermata dalla storia”. La civiltà è la “modalità di esistenza di un popolo che ha raggiunto un alto grado di cultura”, mentre, la cultura è il “risultato delle possibilità creatrici di un popolo [...] La cultura occidentale (popoli bianchi) mostra un’incontestabile superiorità”. È interessante, per concludere, la definizione di ‘comunità di popolo’, ripresa dalle nuove destre: “Gruppo naturale di uomini di uno stesso popolo. I legami sono dello stesso sangue, della stessa cultura e dello stesso destino”. Cfr. P.A. Taguieff, Sulla Nuova Destra. Itinerario di un’intellettuale atipico, Vallecchi, 2004
(11) Cfr. R. Chiroux, Contribution à l’étude de l’extrême droite française, in Annales de la faculté de droit et de la science politique (Università di Clermont), fasc. 10, 1973
(12) P.A. Taguieff, op. cit.
(13) Ibidem
(14) Venner, come molti esponenti della nuovelle droite – vedi de Benoist – professava, pur essendo ateo, una spiritualità pagana in sintonia con le tradizioni religiose precristiane d’Europa, impregnate di una Weltanschauung eroica, antiegualitaria, elitaria e autoctona, diversa da quella cristiana. Quest’ultima è una religione, secondo il Grece (ma anche secondo le nuove destre ‘dissidenti’ che si riconoscono in Terre et Peuple e in Synergies Européenne) importata dagli ebrei, e che ha logorato lo spirito glorioso degli indoeuropei grazie a concetti ‘sovversivi’ come l’amore, l’uguaglianza davanti a un solo Dio, la presenza di una sola morale assoluta (secondo le nuove destre ogni popolo deve avere una sua cultura, pena il meticciato e l’etnocidio), che hanno portato alla decadenza dell’auctoritas imperiale. Cfr. A. de Benoist, Comment peut-on être païen?, Albin Michel, 1981 (ed. it. Come si può essere pagani?, Manilo/Basaia-Libri del Graal, 1984)
(15) Nel 1978, all’annuale colloquio del Grece, la dirigenza dell’associazione metapolitica mise alle spalle della tribuna dei relatori l’effige di Mishima assieme a quelle di Julius Evola, Arnold Gehlen ed Henry de Montherland, che secondo Marco Tarchi erano i “quattro profeti della loro rivoluzione conservatrice”. M. Tarchi, Dieci anni dopo, in Mishima dieci anni dopo, in Diorama letterario, n. 31-32, ottobre-novembre 1980
(16) G. Faye, L’Archéofuturisme, L’Æncre, 1998; ed. it. Archeofuturismo, Società Editrice Barbarossa, 2000
(17) Cfr. La strage in Norvegia: gesto folle o crimine ideologico?, in http://www.valigiablu.it/doc/450/la-strage-in-norvegia-gesto-folle-o-crimine-ideologico.htm

 

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