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Inchiesta

 

Cambiamento climatico Kyoto e Cop 21:
lo stoccaggio di CO2
di Enrico Duranti

Dietro la bandiera ambientalista si promuove una pratica estremamente rischiosa: in cosa consiste e quali interessi economici spingono i progetti di stoccaggio nel sottosuolo di CO2

Con il protocollo di Kyoto e la Cop 21 di Parigi, si è ben pensato di abbattere le emissioni di anidride carbonica per scongiurare il cambiamento climatico attraverso l’utilizzo di quote di emissione di CO2: a ogni Stato viene affidato un tetto massimo di quote, che possono essere vendute o comprate. Lo scambio a livello mondiale ha permesso di creare un equilibrio: un Paese a debito è costretto a comprare crediti di quote, per restare nei limiti prefissati dagli obiettivi dei protocolli mondiali – attualmente le nazioni inquinatrici acquistano le quote di emissione dai Paesi poveri, e si è così creato un mercato borsistico del carbonio – oppure può investire in nuove tecnologie, idonee all’abbattimento delle emissioni, tra cui la Carbon capture storage (CCS), stoccaggi geologici di anidride carbonica, creando vere e proprie discariche sotterranee. In pratica la tecnica CCS è fatta tramite la cattura precombustione o postcombustione delle emissioni che, successivamente, vengono convogliate in stoccaggi sotto il suolo.

Ma nei protocolli mondiali non si parla solamente di CCS; la questione è più complessa. Lo scambio mondiale delle quote di CO2 ha creato un business a tutti gli effetti, comprensivo di speculazione, con il relativo abbassamento del prezzo a tonnellata del carbonio, prezzo attorno al quale si gioca il fattore cruciale dello scambio di quote di CO2. Ne consegue che attualmente le aziende inquinatrici hanno più convenienza a comprare quote di CO2 sul mercato, piuttosto che investire in nuove tecnologie che permettano la riduzione delle emissioni.

Con la crisi economica e i prezzi del carbonio bassi, lo stoccaggio è dunque per il momento accantonato; ma quando i prezzi risaliranno la pratica di CCS prenderà sempre più piede, anche perché con il solo scambio di quote non si stanno ottenendo i risultati sperati in termini di abbattimento di emissioni. I governi europei e mondiali, inoltre, puntano all’aumento del prezzo del carbonio e all’investimento nel CCS storage: stando ai documenti ufficiali della stessa Commissione europea, sembra che l’obiettivo sia di far partire progetti per il 2020.

C’è poi la questione dei combustibili fossili, in particolare il metano. L’uscita dal fossile è lontana e il metano, anche per la rivoluzione dei gas non convenzionali, è diventato un ‘ottimo’ combustibile per produrre energia elettrica, ovviamente con sostanziali emissioni di anidride carbonica; per compensare il continuo utilizzo delle fossili e con l’aumento dei prezzi del carbonio imposto dai governi, le industrie si lanceranno quindi nel CCS storage. In prospettiva, lo stoccaggio è dunque funzionale al continuo utilizzo delle fonti fossili.

Anche il business delle rinnovabili è diventato utile per le compagnie petrolifere. Nella maggioranza dei casi, dietro alla produzione di biometano, biocarburanti, elettricità di biogas, energia elettrica da fonti rinnovabili, si nasconde la mano lunga di lobby petrolifere e inquinatrici: producendo energia ‘Green’ a basso contenuto di CO2, attraverso i certificati verdi vengono assicurate le quote di CO2 nello scambio mondiale dei pacchetti di inquinamento.

Attorno allo scambio di emissioni possiamo dunque parlare di un una sorta di colonialismo 2.0. Di fatto le lobby comprano interi paesaggi, coltivano per biocarburanti o per progetti giganteschi di pannelli solari e creano surplus di energia pulita per compensare gli squilibri delle emissioni dei Paesi inquinatori; oppure comprano territori per stoccare CO2, o quote di emissioni, limitando le economie e l’industrializzazione dei Paesi poveri. E così siamo al paradosso che il cambiamento climatico è diventato un cavallo di battaglia degli speculatori e dei petrolieri, e i nuovi paladini della giustizia ambientale sono proprio i soggetti che hanno contribuito maggiormente a inquinare e alterare il clima con il surriscaldamento del pianeta.

Sono infatti le compagnie petrolifere, i produttori di energia elettrica da fonti fossili e le principali aziende inquinatrici che, associati in lobby, puntano a risolvere il problema con studi sullo stoccaggio CCS e sull’opportunità dello scambio mondiale di quote di emissione. Diversi analisti ed economisti hanno paragonato la questione del cambiamento climatico e delle quote di emissione a un giro d’affari simile a quello di una nuova rivoluzione industriale, e anche in Italia non mancano lobby dai nomi addirittura ambientalisti: GreenHouse, Co2geonet, Concawe CCS... e vi collaborano anche enti di ricerca pubblici italiani, pur di promuovere studi e rapporti scientifici. E così troviamo studi dell’INGV (Istituto nazionale di geofisica), dell’OGS (Istituto di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste), dell’ENEA, dell’RSE, del CNR...

Ci sono anche studi sponsorizzati e promossi dallo stesso Ministero dello sviluppo economico, in collaborazione con la Commissione europea, e addirittura con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Siamo di fronte a un potente intreccio tra aziende, multinazionali, governi, lobby, istituzioni nazionali, regionali, locali ed enti di ricerca. Il tutto, ovviamente, senza la minima trasparenza e il minimo coinvolgimento delle popolazioni. Sperimentazione e monitoraggi di fronte a cittadini ignari. E poiché lo stoccaggio CCS è considerata la soluzione per il futuro, la sperimentazione aumenterà sempre più nel prossimo periodo e le istituzioni si stanno apprestando alla concessione dei relativi permessi.


Il progetto lombardo
Anche se progetti di stoccaggio geologico di CO2-CCS in Lombardia e in Italia sono una novità, la possibilità è studiata da anni. Il 30 dicembre 2009, la ex giunta regionale capitanata da Formigoni deliberava il Programma delle ricerche e sperimentazione in materia di “Cattura e confinamento dell’anidride carbonica”, nel quale veniva ricercato un sito idoneo dove poter sviluppare un impianto pilota di confinamento geologico della CO2.

Le aree indagate risultavano quattro: la zona del pavese, il lodigiano, Poggio Rusco nel mantovano e il bacino della Malossa tra la bassa bergamasca e il cremasco. L’obiettivo della ricerca intendeva individuare e studiare i siti geologici, misurare gli impatti dell’intervento, creare come fattore cruciale la “public acceptance”, ossia l’accettabilità sociale, definire un progetto pilota e arrivare a un’intesa con il Ministero dello sviluppo economico.

Non passava molto tempo; già il 22 febbraio 2010 la Regione Lombardia e il Ministero, attraverso il Dipartimento per l’energia, sottoscrivevano un protocollo d’intesa nel quale, tra le linee d’azione, venivano promosse le ricerche per lo sviluppo di nuove tecnologie per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio di CO2, oltre a individuare nell’ambito della regione un impianto pilota da utilizzare in via sperimentale ai fini dello stoccaggio. Sempre in base all’intesa, si prevedevano forme di accordo volontario con le imprese inquinatrici, e collaborazioni con istituti di ricerca e università per lo sviluppo di interventi tecnologici innovativi.

Il 14 febbraio 2014, la Regione Lombardia concludeva il rapporto finale “Cattura e stoccaggio geologico di CO2. Studi e valutazioni per il possibile avvio di un impianto pilota”. Il progetto, oltre a una panoramica sulle potenzialità della cattura e stoccaggio di CO2 a livello internazionale e anche nell’ambito italiano, fornisce una panoramica sui principali progetti esistenti e sulle possibili tecnologie combinate tra stoccaggio geologico e operazioni minerarie, e si concentra sulla valutazione potenziale di stoccaggio nel sistema lombardo.

L’area interessata è di circa 1.500 km quadrati, ricadente su cinque province: Milano, Lodi, Bergamo, Cremona, Brescia (figura 1). Quello proposto è uno stoccaggio in acquifero salino profondo, quindi non si parla di cavità naturali o giacimenti depleti come quelli degli stoccaggi e delle estrazioni di idrocarburi convenzionali; un acquifero salino è contenuto nella roccia denominata “conglemerati di Sergnano (gravel sergnano)”.

 

 

Lo studio si è basato principalmente sui dati dei pozzi di idrocarburi esistenti, sulle linee sismiche e sui relativi approfondimenti geologici. Tutta l’area è stata analizzata, sia per quanto riguarda la roccia di copertura (argille del santerno), sia per la profondità e lo spessore dell’acquifero, attraverso rielaborazioni tridimensionali estratte dai profili di pozzo; un lavoro reso possibile dall’altissima concentrazione di pozzi metaniferi e petroliferi in Lombardia, la regione, assieme all’Emilia Romagna, più bucata d’Italia. Nello studio sono stati presi in considerazione anche i titoli
minerari esistenti, dalle coltivazioni di idrocarburi agli stoccaggi di metano, e ne sono emerse le zone idonee e quelle escluse, che corrispondono ai progetti di stoccaggio metano già esistenti: l’area di Sergnano, Ripalta Cremasca, Settala. Idonea e in fase di ulteriore ricerca è stata ritenuta la zona del lodigiano.

Lo studio si è spinto anche a simulare tre possibili iniezioni, utili a capire l’idoneità del sito e la possibile tenuta della roccia di copertura. Le simulazioni hanno eseguito iniezioni di volumetrie pari a 300.000 t/anno per un arco temporale di trent’anni, e hanno concluso l’idoneità dell’area per lo sviluppo di un impianto pilota per lo stoccaggio di CO2, sia per la possibile roccia di copertura che ha uno spessore variabile dai 500 ai 2.500 metri, sia per il possibile giacimento che avrebbe uno spessore da pochi metri fino a 600.

Le simulazioni effettuate sono in linea con il progetto presentato dalla Techint, che prevedeva la cattura della CO2 presso la centrale a ciclo combinato da 110 Mw presente nello stabilimento siderurgico di Dalmine (BG), e lo stoccaggio in acquifero salino. È interessante come questo vecchio studio della Techint prevedesse la possibilità di stoccare una quantità pari a 370/380 milioni di tonnellate di CO2, dato fornito attraverso un’analisi statica precedentemente eseguita e basata sulla metodologia suggerita dal Department of Energy (DOE) americano; un volume che equivarrebbe alla quantità di emissioni prodotte dalle principali aziende inquinatrici della Lombardia in un arco temporale di trent’anni.


Perché stoccare CO2 nel sottosuolo
La pratica del CCS è studiata da diversi anni, ma è ancora in fase sperimentale. Non si può nascondere che gli impianti esistenti non hanno ancora dimostrato un’effettiva sicurezza, tanto che il dibattito scientifico è molto acceso. I rischi maggiori riguardano la sismicità indotta e innescata (ne parleremo nel prossimo articolo), la contaminazione delle falde acquifere e la possibile fuoriuscita in atmosfera della CO2 da fughe preferenziali, per la cattiva tenuta delle rocce geologiche di copertura – e le emissioni, in grandi quantità sono molto pericolose perché asfissianti. Per questo deve essere ricordato il caso del lago vulcanico Nyos in Camerun nel 1986, con la morte nel sonno di 1.700 persone e 3.500 capi di bestiame, proprio per l’emissione dovuta a una fuoriuscita naturale di CO2 disciolta nelle acque.

Nonostante i rischi, vogliono stoccare; perché? La relazione finale prodotta dalla Regione Lombardia contiene alcune risposte. Dichiara che l’attuale stoccaggio CCS non è attualmente redditizio e conveniente se non attraverso l’utilizzo combinato con altri tipi di tecnologie. Viene per esempio proposta la combinazione con l’estrazione di idrocarburi, la tecnica denominata CO2 EOR (Carbon dioxide Enhanced oil recovery, Recupero assistito di greggio tramite l’iniezione di CO2) (figura 2). In pratica, spingendo la CO2 nei giacimenti si possono estrarre quantità non trascurabili di idrocarburi, che con il metodo tradizionale non sarebbe possibile; di fatto, si vuole raschiare il fondo del ‘barile’.

 

 

Oppure si propone l’utilizzo della CO2 come cushion gas negli stoccaggi di metano. Il cushion gas è quella quantità di metano utilizzato e non movimentato commercialmente necessario per la movimentazione del gas stoccato e commercializzato (working gas); in pratica serve per dare la pressione necessaria per l’estrazione e l’iniezione. Sostituendo il cushion gas con la CO2 si potrebbero recuperare quantità notevoli di metano da vendere, con un bel profitto per le aziende di stoccaggio.

Un’altra tecnica ipotizzata è la Enhanced Coal Bed Methane (Recupero di metano da strati carboniferi), che consiste nell’iniettare CO2 negli strati geologici carboniferi, in modo da liberare il metano presente negli interstizi delle rocce carbonatiche. È un metodo molto invasivo e tipico delle operazioni da fracking; proposto per il bacino carbonifero del Sulcis in Sardegna, non è da escludere il suo utilizzo in determinati bacini geologici carboniferi, come quello della Malossa in Lombardia – bacino su cui si basa il progetto della Regione – e in altre aree lombarde, come Lacchiarella e Zibido San Giacomo nel sud milanese, dove sono in corso trivellazioni per la ricerca di idrocarburi proprio in conformazioni carbonatiche a 4.000 metri di profondità.

Il progetto lombardo di CCS, in riferimento allo stoccaggio CO2 associato a tecniche EOR, riporta: “[...] si stima che durante gli ultimi 40 anni siano state iniettate nel sottosuolo circa 1 milione di tonnellate di CO2 con lo scopo di migliorare il recupero di olio greggio dai giacimenti (recupero migliorato del petrolio tramite iniezione di CO2, CO2 EOR). Alla luce di questo dato, la tecnica CO2
Eor è sempre più considerata una tecnica per progredire nello sviluppo di grandi progetti di stoccaggio della CO2, visti i vantaggi commerciali rispetto alle tecniche CCS tradizionali e dedicate al solo stoccaggio della medesima [...] la maggior parte delle compagnie petrolifere che sviluppano e gestiscono tali progetti non hanno mai avuto come obiettivo l’aumento della capacità di stoccaggio CO2 che offrono i loro progetti, poiché oggi non vi è una spinta normativa o finanziaria che consideri la componente stoccaggio come parte integrante e remunerativa dell’attività”.

È chiaro il tentativo di inserire fin da subito possibili incentivi finanziari e normativi. Continua infatti il documento: “[...] al fine di rendere l’attività di stoccaggio una parte industriale e remunerativa dell’attività CO2 EOR, pare quindi necessario implementare forme di incentivazione (prezzi, tassazione, normativa ecc..). [...] al momento, le attività CO2 EOR giocano (e giocheranno sempre più) un ruolo fondamentale nel campo delle tecniche CCS applicate a scala commerciale, che spesso giustificano un parziale bilancio dei costi per lo sviluppo degli impianti di cattura.

Ciononostante, è necessario sviluppare uno scenario gestionale affidabile (anche politico e di accettabilità sociale), relativo a norme legislative, di controllo e sicurezza, che fornisca incentivi a investire nelle tecniche CCS includendo anche un necessario sviluppo di siti dedicati al solo stoccaggio di CO2. [...] Infatti, i soli giacimenti in via di esaurimento (sia di greggio, sia di gas naturale), non possiedono la capacità di stoccaggio necessaria a poter contribuire significativamente all’abbattimento delle emissioni di CO2 a lungo termine tramite l’applicazione delle tecniche CCS [...] La potenzialità di stoccaggio in giacimenti di olio potrebbe aumentare prendendo in considerazione parti del giacimento di solito non considerate negli scenari di progetto della CO2 EOR. Infatti, nelle zone basali del giacimento spesso è presente una zona di transizione tra acqua e olio (frangia capillare, caratterizzata da una saturazione in olio residua), di solito valutata non economica ai fini dell’EOR.

"Questa parte del giacimento potrebbe essere riconsiderata ai fini di aumentare la capacità di stoccaggio, sia di un possibile recupero addizionale di greggio, in questo momento non considerato economico [...] inoltre, spesso vi sono acquiferi salini posti a fianco, sopra o sotto le formazioni produttive a olio, ma il loro utilizzo è generalmente precluso a causa di normative (proprietà del sottosuolo) o dalla mancanza di benefici economici. Se, dopo attenta valutazione, tali acquiferi fossero ritenuti idonei per lo stoccaggio ‘dedicato’ della CO2, essi potrebbero essere
utilizzati in modo più conveniente degli stoccaggi ‘dedicati’ tradizionali, potendo avvalersi a costo ridotto delle infrastrutture esistenti messe in opera per l’implementazione del processo CO2 EOR”.

Quanto l’obiettivo prefissato sia dietro spinta delle lobby, è chiaro: si andranno a creare incentivi e normative idonee per queste opere, compreso il rischio concreto di una privatizzazione del sottosuolo, dopodiché ci si occuperà anche di creare l’accettabilità sociale nei confronti di questi progetti.

 

Il problema dell’accettabilità sociale
Un aspetto, quello dell’accettabilità sociale, per nulla da sottovalutare, oggetto di progetti di ricerca appositi e di seminari tenuti negli stessi convegni per la promozione degli stoccaggi di CO2. È il caso del convegno “Next Generation Energy storage Technologies: challenges and opportunities”, tenuto a Taormina il 2-3 dicembre 2015 e organizzato da Science and Technology Foresight Project del CNR italiano (Centro nazionale della ricerca); e del progetto di ricerca “Public Acceptance e attività di supporto alla regolamentazione delle attività di sequestro geologico della CO2” del Cesi Ricerca, del febbraio 2008.

Il Cesi Ricerca, ora Ricerca sul Sistema Energetico s.p.a., è controllato dal Gestore dei servizi energetici GSE s.pa. – guarda caso l’azienda che gestisce lo scambio di quote di emissioni italiane
– oltre a essere una società per azioni controllata al 100% dal Ministero dell’economia e delle finanze. In questo progetto è spiegato quanto siano fondamentali gli stakeholder (dalle autorità locali e regionali a istituzioni governative operanti nel settore energetico, ambientale, sociale, dell’istruzione, sanitario; dalle industrie coinvolte nell’ambito della CCS alle associazioni ambientalistiche e gli istituti di ricerca) per pubblicizzare la pratica di CCS, e quanto essi debbano essere rappresentativi delle diverse posizioni esistenti riguardo allo stoccaggio di CO2.

L’accettabilità sociale, infatti, è sottolineato nel documento, si può ottenere solo se i cittadini credono che la tecnica CCS sia una fase di passaggio che porterà all’adozione di tecnologie alternative, come le fonti energetiche rinnovabili, e non qualcosa che alimenta l’industria dei combustibili fossili. E quindi bisogna operare su più fronti, agire attraverso i mezzi d’informazione di massa come fare interventi mirati sul territorio, adattando la propaganda al target a cui di volta in volta ci si rivolge. Di basilare importanza è il settore scolastico, dalla scuola primaria all’università, che deve essere oggetto di un ben costruito programma d’educazione ambientale, strutturato attraverso lezioni, incontri e dibattiti, nei quali la CSS deve essere presentata come una possibilità per contrastare l’effetto serra, perché mostrarne solo la bilancia rischi/benefici, evidenzia il documento, potrebbe risultare fuorviante se non controproducente.

Siamo quindi davanti a un’operazione di propaganda ben programmata, per manipolare l’opinione
pubblica e fare accettare la pratica CSS. Occorre dunque riconsiderare tutti i progetti energetici sotto una nuova luce, e la questione del cambiamento climatico e dello stoccaggio di CO2 ne sono al centro. La battaglia contro la privatizzazione del sottosuolo e per la sua difesa come bene comune è necessaria e fondamentale fin da subito.

 

Enrico Duranti

 

 

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