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febbraio - marzo 2017

 


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Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

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Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

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Cinema e
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saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
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libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

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Un tenebroso affare
narrativa

 

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Alla cerca della Verità
filosofia

 

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Paolo Margini

Decennio rosso
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Sarajevo
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Senza ragione
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Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
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Altri destini
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Gli spunti letterari

Per scoprire i romanzi e i saggi citati nei Polemos di Paginauno

 

L'avversario, Emmanuel Carrère
(citato in Debito pubblico: italianità al 104 per cento di Giovanna Cracco, PaginaUno n°10/2008)

L'eterno marito, Fëdor Dostoevskij
(citato in Eterni fedeli di Luciana Viarengo, PaginaUno n°7/2008)

Impuniti, Antonello Caporale
(citato in Crisi di Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)

Gomorra, Roberto Saviano
(citato in Crisi di Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)

Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato
(citato in Violenza alla ThyssenKrupp di Giovanna Cracco, PaginaUno n°7/2008)

Misura per Misura, William Shakespeare
(citato in Misura per misura, a misura di Stato di Giovanna Cracco, PaginaUno n°6/2008)

Picchiata, Marguerite Binoix
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Dai maltrattamenti all’omicidio, Anna Costanza Baldry
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Rapporto di minoranza e altri racconti, Philip K. Dick
(citato in Majority Report di Luciana Viarengo, PaginaUno n°6/2008)

La scomparsa delle donne, Marina Terragni
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Donne in relazione, Maria Milagros Rivera Garretas
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Malattia come metafora, Susan Sontag
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)

La malattia e i suoi nomi, Gabriella Erba
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)

Notre Dame de Paris, Victor Hugo
(citato in Tempi difficili di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)

Tempi difficili, Charles Dickens
(citato in Tempi difficili, Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)

Il villaggio di Stepàncikovo, Fjòdor Dostoevskij
(citato in Fomà Fomìc! Chi era costui? di Giovanna Cracco, PaginaUno n°5/2007)

La vita agra, Luciano Bianciardi
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°4/2007)

Io sono un black bloc – Poesia e pratica della sovversione
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

La casta, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

Il costo della democrazia, Cesare Salvi e Massimo Villone
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

Nella colonia penale, Franz Kafka
(citato in Le parole e il silenzio di Giovanna Cracco, PaginaUno n°4/2007)

l secondo sesso, Simone De Beauvoir
(citato in Lo sguardo delle donne di Giovanna Baer, PaginaUno n° 4/2007)

Fontamara, Ignazio Silone
(citato in Stato e sindacati v/s lavoratori: trattamento da fine rapporto di Giovanna Cracco, PaginaUno n°3/2007)

L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse
(citato in Gli impossibili mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)

L’arte del romanzo, Milan Kundera
(citato in Gli impossibili mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)

L’incanto del lotto 49, Thomas Pynchon
(citato in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)

1984, George Orwell
(citato in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)

Neve, Orhan Pamuk
(citato in Velate minacce di Luciana Viarengo, PaginaUno n°2/2007)

Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini
(citato in Vita da ceto medio di Giovanna Baer, PaginaUno n° 2/2007)

Todo Modo, Leonardo Sciascia
(citato in La metafisica del potere di Giovanna Cracco, PaginaUno n°1/2007)

Lo specchio del diavolo, Giorgio Ruffolo
(citato in Elementi di ineguaglianza di Giovanna Baer, PaginaUno n°1/2007)

...

L'avversario, Emmanuel Carrère
(citato in Debito pubblico: italianità al 104 per cento di Giovanna Cracco, PaginaUno n°10/2008)

Il fuoco divampa e brucia la casa; brucia un’intera famiglia, bruciano Florence e i due bambini, Antoine e Caroline. Solo Jean-Claude Romand, marito e padre, sopravvive. A pochi chilometri i suoi genitori vengono trovati assassinati a colpi d’arma da fuoco accanto al loro cane, morto anch’esso. Chi si è accanito sulla famiglia Romand, chi l’ha voluta annientare? Dopo appena poche ore la tragedia diventa incubo: nell’auto di Jean-Claude viene trovato un biglietto, una confessione. È lui il colpevole di tutte quelle morti.
L’avversario non è un romanzo di fantasia ma il viaggio di uno scrittore nella complessità oscura dell’animo umano; risponde al bisogno di trovare un senso a quanto realmente accaduto a Prévessin il 9 gennaio 1993. Carrère ripercorre la vita di Jean-Claude con l’ostinazione di voler comprendere come un uomo possa mentire per anni alla moglie, ai figli, agli amici, ai genitori, all’amante; come possa usare i loro risparmi, ottenuti con l’inganno, e con essi mantenere nell’agiatezza borghese la sua famiglia; come possa inventarsi un’intera vita - gli studi, la laurea, una carriera all’Oms a Ginevra. Fino all’inevitabile resa dei conti alla quale Jean-Claude cerca di sfuggire: meglio il fuoco, la distruzione, l’eliminazione, piuttosto che ammettere una vita di menzogne e sotterfugi.
Eppure ciò che più sgomenta - e non trova risposta - non è il tragico epilogo della vicenda né la doppia vita di Jean-Claude; è ciò che essa nasconde. Un giorno dopo l’altro trascorso nell’inedia, chiuso nell’auto di un parcheggio di un autogrill, sdraiato su di un letto di un albergo, a passeggio per i boschi. Le ore trasformate in cavità vuote. “Fingere di fare medicina gli richiedeva uno zelo e un’energia pari a quelli necessari per farla davvero”.

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L’avversario, Emmanuel Carrère, Einaudi, 2000, 161 pagg.

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L'eterno marito, Fëdor Dostoevskij
(citato in Eterni fedeli di Luciana Viarengo, PaginaUno n°7/2008)

Ironico esempio di duello psicologico, giocato sul filo del masochismo tra un marito e l’ex amante di sua moglie. Quest’ultimo, Vel’caninov, è un proprietario terriero facoltoso, ozioso, ipocondriaco, in piena crisi dei quarant’anni. Il suo profondo malessere è aggravato da quelle che crede allucinazioni: si sente pedinato da un uomo con il nastro nero del lutto sul cappello. Ma non si tratta di un’allucinazione, bensì di Pavel Pàvlovic Trusockij, un notabile di provincia, sbarcato a Pietroburgo – sfondo sommesso ma onnipresente in tutta la vicenda – dopo la morte della moglie Natalia, allo scopo di ritrovarne gli amanti, tutti amici o conoscenti dello stesso Pavel Pàvlovic. Vel’caninov è uno di questi e sebbene la storia risalga a nove anni prima e sia durata solo un anno, è con lui che il marito tradito intesse un rapporto di attrazione/repulsione dal quale nessuno dei due riesce a liberarsi. A rendere ulteriormente stretto questo legame malsano, la presenza della piccola Lisa, figlia malaticcia della defunta fedifraga, con relativo colpo di scena da feuilleton. Dostoevskij pare divertito nel narrare, con sottile ironia e umorismo, questa trama condotta con il ritmo febbricitante di un poliziesco. Maestro nel connotare la psicologia di ogni personaggio – comprese le manifestazioni psicosomatiche, le ambivalenze, le cadute drammatiche o patetiche – Dostoevskij fa emergere in modo stridente il contrasto fra irrazionalità emozionale e conformismo dei modi e del linguaggio. Le ultime pagine riveleranno quale dei due personaggi fa di questa masochistica dipendenza una ragione di vita.

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L’eterno marito, Fëdor Dostoevskij, Einaudi, 2002, 182 pagg.

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Impuniti, Antonello Caporale
(citato in Crisi di Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)

Che cosa succede in un sistema economico quando chi può decidere, a ogni livello, non viene mai chiamato a rispondere delle proprie azioni? Lo spreco che diventa regola, l’emergenza come prassi di routine, scempi al posto di riqualificazione del territorio, piani urbanistici irrealizzabili, il tutto condito dai sorrisi spavaldi e ipocriti di chi è certo della propria impunibilità. Antonello Caporale viaggia dal nord al sud del Paese per documentare lo stato di salute della nostra democrazia, facendo emergere un sistema autodistruttivo e autoconservatore nel quale i responsabili di ogni nefandezza finanziata da denaro pubblico si trincerano dietro le mura spesse dei palazzi di potere. Chi sono? Che cosa hanno fatto? E perché? Un libro che riesce a dare nomi e cognomi ai responsabili del disastro pubblico e a documentare quanto esso abbia influito sulle casse dello Stato, evidenziando l’enorme distanza che separa il dire dal fare nella pratica politica a tutti i livelli e dimostrando come l’occultamento di responsabilità, ben lontano dal costituire un fatto episodico, rappresenti piuttosto una formidabile tecnica collettiva a difesa dello status quo. Alle vicende raccontate, ridicole, incredibili, surreali, drammatiche, si sovrappone il pensiero di sociologi e politologi, per affiancare l’autore in un percorso attraverso una democrazia “senza popolo” e “senza responsabilità”, che diventa necessariamente “senza memoria e senza consenso”.

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Impuniti, Antonello Caporale, Baldini Castaldi Dalai, 2007, 310 pagg.

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Gomorra, Roberto Saviano
(citato in Crisi di Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)

Gomorra è un’inchiesta e insieme un saggio. Un’inchiesta perché Roberto Saviano nei traffici della camorra c’è entrato di persona, lavorando al porto e nei cantieri, conquistandosi la fiducia dei “pezzi piccoli” del racket, spacciatori, sarti, muratori, corrieri, stake holders, quella gente comune che con la criminalità organizzata deve per forza fare i conti, altrimenti non arriva a fine mese. Ma è anche un saggio, perché non si limita a denunciare, ma va a fondo delle cause e delle logiche che permettono alla camorra non solo di sopravvivere, ma di prosperare, e non a latere dell’economia, italiana e mondiale, ma costituendone un propulsore indispensabile. Come filo logico che tutto connette, Saviano sceglie il ciclo di vita delle merci, dal loro arrivo al porto di Napoli per essere smerciate o trasformate al loro tragico ritorno in Campania sotto forma di rifiuti che intossicano il territorio, in un viaggio di soldi, sogni di onnipotenza e morte da una parte, sopravvivenza, rassegnazione e sangue dall’altra. Ma non finisce qui, perché l’analisi-racconto di Saviano si spinge fino a metterci di fronte il volto di quanti, nascosti nell’ombra di una legalità di facciata e condannando solo a parole, utilizzano il sistema dei clan per far funzionare un Sistema più grande, il Sistema Paese: imprenditori grandi e piccoli, industriali, banche e finanzieri, politici di destra e di sinistra, tutti in vario modo coinvolti, conniventi, cointeressati, corresponsabili, in una disamina appassionata che spazza via ogni luogo comune sul crimine organizzato e svela il lato oscuro e necessario di quella che chiamiamo società dei consumi.

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Gomorra, Roberto Saviano, Mondadori, 2006, 331 pagg.

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Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato
(citato in Violenza alla ThyssenKrupp di Giovanna Cracco, PaginaUno n°7/2008)

“Gesù proteggimi. Non che abbia paura… ma ho tanto bisogno… non devo mai farmi male… devo lavorare illeso, sempre, pregando e ringraziandoti, Gesù”. Prega Paolino, mentre impila mattoni, ragazzino – sottopagato – sulle cui spalle pesano dieci bocche da sfamare, orfano di padre che in quello stesso cantiere è morto poco tempo prima. La base dovrebbe essere il doppio più spessa, i pilastri vecchi andrebbero demoliti, ma il padrone non ci sente: le norme sulla sicurezza, dei lavoratori e della stessa costruzione, sono in contraddizione con le regole del profitto. Il cantiere del 1920 descritto da Di Donato è solo apparentemente differente dai cantieri di oggi e, soprattutto, le regole del capitale sono le medesime. Gli operai muoiono a frotte e i profitti delle imprese crescono. Ma Paolino impara a riconoscere la faccia del padrone; Paolino non è vittima della pacificazione oggi operata dal linguaggio mediatico e politico, che vuole salariati e imprenditori uniti in nome della ‘produttività’; Paolino non chiama ‘morti bianche’ le morti sul lavoro, e nemmeno incidenti: lui sa, che un responsabile quelle morti ce l’hanno, sa, che “Mister Murdin è nostro nemico”, sa, che Mister Murdin è l’inesorabile logica del capitalismo. E quando chiede: “Chi ci inchioda alla croce, mamma?... Perché siamo vivi? È ingiusto, ingiusto… La nostra vita… È ingiusto!” è lo sfogo disperato di chi ha fame e non può scegliere, non la resa di una classe lavoratrice che sarà sempre classe in sé, ma oggi non ha più la coscienza politica per essere classe per sé.

 

Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato, Bompiani, 1944, 252 pagg.

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Misura per Misura, William Shakespeare
(citato in Misura per misura, a misura di Stato di Giovanna Cracco, PaginaUno n°6/2008)

Il duca si traveste, mente, trama, inganna, gioca con la vita dei suoi sudditi; il Vicario Angelo cede al medesimo lussurioso desiderio per il quale, dall’alto della propria autorità, condanna a morte Claudio, semplice popolano; la novizia difende la propria castità con parole sensuali che di casto hanno ben poco: “Mi spoglierei per la morte come per un letto per il quale di desiderio abbia languito". Finzione e disordine, fino a quando lo stesso Duca compie giustizia e tutto perdona e ricompone nell’ordine sacro del matrimonio che assolve - e condanna - tutti, meno uno: Lucio. Anch’egli costretto al legame monogamico consacrato, non sfugge tuttavia alla sentenza di morte: “Celebrate le nozze, venga fustigato e poi impiccato”. Qual è la sua terribile colpa? Lucio ha calunniato il Duca; le sue parole hanno preso di mira il potere, rivelandone la natura doppia e meschina. “Un Angelo per Claudio; morte per morte. Tregua per tregua, e premura per premura; simile per simile, e sempre Misura per Misura”. Ma è il Duca, a stabilire la misura. E la misura è la conservazione del proprio potere, al quale può sfuggire solo un’anima ribelle come quella di Bernardino: “Non acconsento a morire oggi, di sicuro”.

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Misura per Misura, William Shakespeare, Garzanti, 213 pagg.

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Picchiata, Marguerite Binoix
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Non un romanzo, una testimonianza. La testimonianza di una ragazza vera, una come tante, con una madre un po’ troppo esigente, buoni studi, un lavoro interessante, che un giorno si innamora di un ragazzo vero, sensibile, attento, pieno di talento anche se un po’ insicuro. I due si sposano, ma non è un lieto fine. Da quel momento Marguerite, così si chiama la donna come tante, entra in un incubo senza via d’uscita. Raphael, suo marito, inizia a disprezzarne le opinioni, oppure dichiara di sentirsene ferito, alimentando un inquietante senso di colpa. Poi comincia a insultarla, con sempre più accanimento e rabbia. E infine, subito dopo la nascita di una figlia, iniziano le botte. Non schiaffi, ma pugni, sulle gambe, alla pancia, sul viso, di quelli che rompono le ossa. E Margherite si rompe, anche nell’anima. Si rompe in solitudine, per tenere le sue bambine al riparo da una situazione insostenibile, per salvare un uomo che continua ad amare nonostante il terrore, per tentare di rimettere insieme i cocci di una vita a pezzi, finché, ormai completamente vinta, decide di uccidersi. Fortunatamente, il tentativo non riesce. E la clinica in cui verrà ricoverata diventerà, grazie all’aiuto dei medici e alla vicinanza di altre donne con cui condividere la sua storia, l’occasione per una autentica rinascita. La Binoix non è una scrittrice, ma non ha bisogno di mestiere o di strutture ardite per creare una storia da togliere il respiro: le parole che arrivano sulla pagina semplici, immediate, scelte di volta in volta dal dolore o dalla speranza, bastano da sole a raccontare il dramma.

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Picchiata, Marguerite Binoix , Tea Editore, 2007, 210 pagg.

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Dai maltrattamenti all’omicidio, Anna Costanza Baldry
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Violenza psicologica, maltrattamenti, omicidio. Una escalation terribile, misteriosa, che uccide donne di ogni ceto, età e fascia culturale: per limitarci al solo caso italiano, ne muore una ogni quattro giorni, vittima del partner o dell’ex partner. Ma questa escalation che, lo ripetiamo, è terribile e misteriosa, è anche inarrestabile? Non secondo Anna Costanza Baldry, criminologa e psicologa, che dimostra nel suo interessante saggio come botte e omicidi possono invece essere prevenuti sulla base di un concetto, quello della valutazione del rischio di recidiva dei maltrattamenti e dell’uxoricidio, fino ad oggi sconosciuto in Italia. L’autrice parte dalla disamina degli aspetti sociali, psicologici e legali che costituiscono l’humus in cui si sviluppa la violenza domestica, per giungere alla proposta di un metodo concreto (il SARA: Spousal Assault Risk Assessment, ora in sperimentazione nel nostro Paese) che possa arginare il fenomeno e prevenire la tragedia. Il libro fornisce un quadro completo del fenomeno dei maltrattamenti all’interno della coppia, non solo dal punto di vista accademico e scientifico, ma anche da quello metodologico-operativo (attraverso la presentazione e l’analisi di casi reali, la spiegazione di formulari, la valutazione degli obiettivi raggiunti, e così via). Benché sia pensato per studiosi, professionisti e operatori del settore, il saggio, scritto in un linguaggio comprensibile ed efficace, rappresenta una lettura indispensabile per tutti coloro che vogliono approfondire il problema della violenza sulle donne e le sue possibilità di soluzione.

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Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione dei rischi di recidiva e dell’uxoricidio, Anna Costanza Baldry, Franco Angeli Editore, 2006, 192 pagg.

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Rapporto di minoranza e altri racconti, Philip K. Dick (1956)
(citato in Majority Report di Luciana Viarengo, PaginaUno n°6/2008)

L’indiscussa abilità di Philip K. Dick di proiettare nel futuro realtà e angosce del collettivo quotidiano è ben rappresentata dalla selezione raccolta in questo volume. Il cinema di fantascienza ha attinto abbondantemente dalle intuizioni dello scrittore: ben quattro dei cinque racconti del libro sono stati sceneggiati e trasformati in altrettanti film di successo e il quinto, con il suo androide convinto di essere un umano e la tematica della percezione sensoriale della ‘realtà’, è stato certamente fonte di successive ispirazioni filmiche. Ma se si esclude il Blade Runner che ha donato a un Dick ormai defunto la fama mondiale (il titolo del racconto era Do androids dream of electric sheeps? , tradotto in italiano con Il cacciatore di androidi, poi con Blade Runner e infine con un più fedele Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) il film più conosciuto è certamente quello tratto dal racconto che ha dato il titolo alla raccolta.
Scritto a metà degli anni ’50, in un momento in cui la patina superficiale che rivestiva la società americana era quella tipica degli ‘happy days’, Minority Report esplicita l’incubo del controllo istituzionale, delle liste nere e della caccia alle streghe del maccartismo sublimandoli nel futuro remoto dell’organizzazione Precrime, in grado di arrestare i colpevoli prima che commettano i crimini Non casuale la ripresa del soggetto da parte di Spielberg all’indomani dell’11 settembre, sebbene l’originale – quello partorito da Dick, per intenderci – senza spettacolarizzazione né supporto di effetti speciali o di finali consolatori, trasmetta con maggior efficacia l’angoscia repressiva e offra ben altro spessore.

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Rapporto di minoranza e altri racconti, Philip K. Dick, Fanucci Editore, 2002, 220 pagg.

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La scomparsa delle donne, Marina Terragni
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

Due giovani donne in tailleur grigio, al gate dell’ultimo volo della sera fra Milano e Roma, parlano fra loro. Hanno le facce tirate, le voci tese, sono cotte di stanchezza. In mano stringono la ventriquattr’ore di ordinanza, pesante di tutte le cose da fare. Due ometti, le definisce Marina Terragni, scrittrice e giornalista, collaboratrice storica di Via Dogana, il giornale del Circolo della Rosa di Milano. Che ascolta casualmente la loro conversazione. I loro guai col capo che le mette alla prova, cercando il limite della loro capacità di resistenza. La loro voglia di dimostrare di essere all’altezza, fino al punto di stremarsi. Fino al punto di dirsi che non avere qualcuno a casa che ti aspetta è un privilegio. Il privilegio che ti permette di fare carriera. La scomparsa delle donne nasce così, da una domanda: è questo che volevamo? È questa la nostra vittoria nella lotta per l’emancipazione? Una triste omologazione che ci spinge a correre, tutti e tutte (ma non alla pari), verso il mito maschile della competizione e dell’efficienza? Forse, insinua l’autrice, il prezzo è stato troppo alto. Forse, quello a cui abbiamo rinunciato è il nostro stesso ethos. Abbiamo accettato di scomparire, e ora i conti non tornano più. In questo libro appassionante, ricchissimo di riferimenti centrali nella cultura al femminile, dalle mistiche medievali a Maria Zambiano, l’autrice affronta da tutti i punti di vista, biologico, relazionale, comportamentale, filosofico, il tema delicato della differenza di genere, per cercare dove, in una realtà che non soddisfa nessuno, possa ancora trovarsi una possibilità di sopravvivenza per tutti, donne e uomini insieme.

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La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose del genere, Marina Terragni, Mondadori, 2007, 235 pagg.

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Donne in relazione, Maria Milagros Rivera Garretas
(citato in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)

“La rottura del dialogo con la propria madre riguardo ai fondamenti della vita e della convivenza umana è stata una conseguenza del messaggio contraddittorio che le nostre madri ci hanno trasmesso: ci volevano libere, ma non hanno saputo mostrarci la libertà nel femminile. Questo fu il senso principale dell’ordine simbolico della madre, un dirmi: “posso segnalarti la libertà, ma non predeterminare la tua storia: per questo, ti ho dato il corpo e la parola”. Riscoprire quest’ordine nelle relazioni con le altre donne mi ha restituito mia madre”.
Con questa frase Maria Milagros Rivera Garretas, storica all’Università di Barcellona, racconta il suo femminismo della differenza: il recupero della relazione materna, che viene giocata in tutti gli aspetti della vita, dalla sfera personale all’agire politico (ma il cambiamento di una persona in un rapporto è già un’azione politica), mettendone in gioco la natura essenziale. Quella natura “di relazione” per eccellenza, di relazione unica nel suo genere, colma d’amore e di rispetto, che sola può permettere la nascita di una nuova civiltà. A partire da sé, dalla propria biologia (il corpo) e dalla propria voce (la parola), proprio il corpo e la parola che si trasmettono da madre a figlia. In questo piccolo libro meraviglioso Maria Milagros risveglia, da vera madre simbolica, tutta la profonda capacità di analisi del reale che prende avvio non da una teoria o da un modello, ma dalla capacità di essere due. Quella capacità tutta femminile che, unica nella storia, insegna a crescere e a parlare.

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Donne in relazione, Maria Milagros Rivera Garretas, Liguori, 2007, 95 pagg.

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Malattia come metafora, Susan Sontag
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)

Come Susan Sontag ha scritto, il significato più antico e conciso di ‘metafora’ lo troviamo nella Poetica di Aristotele il quale scriveva: “La metafora consiste nell’attribuire a una cosa il nome che è proprio di un’altra”. Ovviamente, sostiene Sontag, non ci è possibile pensare senza metafore anche se è vero che esistono metafore che faremmo bene a cercare di non usare. E ne offre un largo esempio in questo libro che raccoglie, in realtà, due opere: Malattia come metafora e L’aids e le sue metafore.
Nei due saggi, non è la malattia in quanto tale a essere affrontata, ma le metafore sociali e religiose – e conseguentemente lo stigma che da esse deriva – che trasformano questa naturale condizione umana in una sorta di punizione per stili di vita o comportamenti deprecabili oppure, come nel XIX secolo per la tubercolosi, in una ‘spiritualizzazione’ del malato.
È proprio seguendo il pensiero di Susan Sontag attraverso le ‘grandi malattie’, come il cancro, la tbc, l’aids – pensiero impreziosito dalla ricostruzione storica – che è possibile rendersi conto di quanto queste metafore negative siano state introiettate e quotidianamente utilizzate da noi tutti.
“Il corpo non è un campo di battaglia” ci ammonisce Sontag. “I malati non sono né le vittime né il nemico”.
Una lettura importante in un’epoca in cui il concetto sociale di ‘corpo’ è legato a benessere e felicità individuali, senza spazio per la debolezza e i limiti dell’umano.

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Malattia come metafora. Cancro e aids, Susan Sontag, Oscar Mondadori, 2002, 182 pagg.

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La malattia e i suoi nomi, Gabriella Erba
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)


In un’epoca in cui la scienza è al centro di riflessioni profonde e accesi dibattiti, il saggio della pedagogista Gabriella Erba, per la collana Meltemi.edu, affronta secondo un filo conduttore semantico, un aspetto peculiare del rapporto scienza-singolo. Lo spunto nasce da una ricerca sulla comunicazione della diagnosi al paziente – nel caso specifico, diagnosi di malattie neurologiche progressive – condotta all’interno di un più vasto progetto di studio dello UILDM. La ricerca era volta ad analizzare come la comunicazione della diagnosi sia in grado di cambiare nel paziente la percezione oggettiva della ‘malattia’.
Questo il punto di partenza di Gabriella Erba per uno studio più complesso, che indaga la cosa, percorrendone le forme di interpretazione da parte dei soggetti, del potere, della religione. Gli argomenti affrontati: il corpo trasformato in oggetto di studio da parte della scienza medica, con la conseguente sottrazione della malattia al dominio della religione; il ‘nome della malattia’ come nuovo criterio di interpretazione dell’esistenza; la diagnosi come fattore scatenante in grado di innescare nel paziente un processo narrativo finalizzato a ricollocare il proprio essere nel mondo; la prognostica, i suoi legami con eugenica e genomica e il lato oscuro che nel dibattito contemporaneo da queste ultime emerge, in quanto parametri di definizione del biopotere; per finire con l’influenza della tradizione tragica, della religione giudaico-cristiana, delle semantiche della modernità sul vissuto e sulla rappresentazione della malattia, fino alla rimozione della morte, una delle caratteristiche del vivere contemporaneo.

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La malattia e i suoi nomi, Gabriella Erba, Meltemi Editore, 2007, 216 pagg.

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Notre Dame de Paris, Victor Hugo
(citato in Tempi difficili di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)

Può una bella e giovane zingara sposare un ricco capitano, un terribile prete alchimista imparare la pietà, un gobbo sordo venire abbracciato per il suo cuore puro, un intellettuale non fare patti di morte col potere, un re salvare vite umane a prezzo del suo trono? E’ possibile agli uomini sfuggire a un destino scritto a colpi di cause ed effetti e aggirare la terribile legge della Necessità? Hugo scopre questa parola nella sua traduzione greca, Ananché, incisa sulle pareti di Notre Dame, e su di essa costruisce il più grande romanzo dell’Ottocento. Le domande lo sommergono: chi l’avrà scolpita? E per quale ragione? Che segreto custodisce la più celebre cattedrale del medioevo? Notre Dame de Paris è il racconto epico della vittoria del male sul bene. Dell’impossibile riscatto di coloro che sono sconfitti prima ancora di essere nati, della gente povera e onesta che cerca inutilmente uno spiraglio nel solido muro del Fato e di tutti quelli che per scampare all’Inevitabile affrettano la propria tragica fine. I sogni non muoiono all’alba, ma prima del sonno, e Hugo smaschera la tara portata dai geni della democrazia a venire, così che il motto ‘ liberté, égalité, fraternité’ inizia a sapere di marcio prima ancora di essere pronunciato e conserva nei secoli, proprio per Necessità, il suo odore di tragica burla ordita da alcuni, sempre diversi e sempre gli stessi, a spregio di tutti i popoli. Lettura indispensabile per intraprendere un sano percorso di autocoscienza del pensiero europeo, Notre Dame de Paris coniuga l’acutezza dei concetti con la bellezza della struttura e dello stile, e resta per sempre una cattedrale della letteratura. I suoi personaggi sono indimenticabili, le sue digressioni una delizia per palati raffinati, e la vicenda che narra, senza alcun dubbio, la più commovente di sempre.

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Notre Dame de Paris, Victor Hugo, ET Einaudi, 1996, 515 pagg.

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Tempi difficili, Charles Dickens
(citato in Tempi difficili di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)

Un romanzo scritto con rabbia e passione più che con mestiere e per questo giudicato da molti, a torto, non al livello dei grandi capolavori dickensiani. Invece Tempi difficili è un gioiello. Il suo incipit, canto d’amore dell’educatore razionalista per i Fatti, le uniche entità filosofiche sopravvissute alla bagarre illuminista, è un esempio di sagacia ed ironia senza pari. E l’invenzione del personaggio collettivo delle Mani per designare la classe operaia è un prodigio di sineddoche che da solo permette di intuire con immediata chiarezza come la distruzione del metafisico sia stato il passo strutturalmente necessario alla compiuta realizzazione dell’inferno capitalista. Per non parlare del ritratto inclemente dell’uomo-che-si-è-fatto-da-sé che di self made non ha nulla, o della piccola Sally, un capolavoro insuperato di sapienza femminile irriducibile alle lusinghe geometriche di qualunque filosofia della scienza. Certo, l’autore si sente: si sente nelle digressioni, nei giudizi, nell’intreccio, nell’odio che non tenta nemmeno di celare per qualunque discorso manipolatore della vita degli umili, che provenga da un capitalista o da un sindacalista non importa, e ce ne voleva di spirito profetico per arrivarci già allora! Così il romanzo si è attirato negli anni le antipatie dei letterati a causa delle sue impurità stilistiche e quelle dei pensatori di destra e di sinistra a causa delle sue posizioni intellettuali. Non è piaciuto nemmeno a Orwell, per il duro attacco che sferra alla figura del rappresentante dei lavoratori. Che dire? Anche quel genio di Orwell per una volta si è sbagliato.

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Tempi difficili, Charles Dickens, Garzanti Libri, 2003, 308 pagg.

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Il villaggio di Stepàncikovo, Fjòdor Dostoevskij (1859)
(citato in Fomà Fomìc! Chi era costui? di Giovanna Cracco, PaginaUno n°5/2007)

Più che un ‘romanzo umoristico’, come spesso è stato definito, una sotie.
Una corte di altezzose dame di compagnia e nobili decaduti alla ricerca ossessiva della felicità, un colonnello che chiede al nipote di sposare la donna che lui stesso ama, un servo che odora di profumi e “lezioso a un punto incredibile” che vuole cambiare il proprio cognome perché privo di nobiltà, un uomo “raro, istruito, un uomo di scienza” e di grande intelletto, che “rimarrà nel secolo” e nel quale viene riposta la stessa fede che “in una montagna di granito”, atteso per giorni. Padrone indiscusso di una simile aristocratica società poteva essere solo un prizivàlscik divenuto padrone, Fomà Fomìc, che “in modo affatto inatteso diventò d’un tratto un importante e straordinario personaggio”. Dispotico e infido, il parassita impone la propria volontà e impara la lezione più importante per conservare il potere: quello che non può l’imposizione, può la gratitudine. “Intronizzato per sempre la sua tirannia non avrebbe più avuto fine”; osannato come artefice della felicità generale per aver concesso ciò che non aveva alcun diritto di negare, il vuoto culturale che Fomà Fomìc rappresenta ha la meglio anche sulle montagne di granito; con buona pace dell’intelletto.

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Il villaggio di Stepàncikovo, Fjòdor Dostoevskij, Sellerio, 310 pagg.

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La vita agra, Luciano Bianciardi (1962)
(citato in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°4/2007)

La Milano del boom economico, della ricostruzione, dell’industrializzazione capitalistica dove la gente non entra in contatto se non per urtarsi correndo verso il “bottegone”, spinti dal ‘bisogno’ spasmodico di comprare; dove le “segretariette senza sedere, inteccherite da parer di sale” tacchettano veloci sui marciapiedi asfaltati, fra automobilisti “rabbiosi sempre”, ma di una rabbia “alacre e scattante il lunedì” e “stanca e inviperita il sabato”. Una città esempio e simbolo di tutti i valori che la furia anarchica di Bianciardi vuole distruggere e non solo metaforicamente. L’alter ego letterario di Bianciardi vi approda con l’intento di far saltare col grisù il torracchione della Montecatini, “la cittadella del sopruso”, vendicando così la morte dei minatori di Ribolla. Ma seguiranno presto la disillusione di poter creare legami con il tessuto sociale e politico della città, e la resa a un ingranaggio più potente della volontà e della dignità del singolo.
Attraverso una rivoluzionaria sperimentazione di stile e di linguaggio, Bianciardi punta la sua lancia contro quegli stessi mulini che costituiranno, anni dopo, gli obiettivi principali delle rivolte giovanili del ’68: l’alienazione sociale, il consumismo, la repressione sessuale, la mercificazione culturale, il profitto. In una parola ‘il sistema’.
Un romanzo amaro e profetico, estremamente attuale in un presente nel quale, proprio come allora, non sembrano esistere vie di fuga alla disumanizzazione.

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La vita agra, Luciano Bianciardi, Tascabili Bompiani, 2006, 197 pagg.

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Io sono un black bloc – Poesia e pratica della sovversione
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

“Noi siamo il nome di un mondo senza nome. Siamo la forma di ciò che forma non ha. Siamo la plebe. Siamo la rabbia, siamo anche la vostra rabbia. Siamo ciò che distrugge la merce. Siamo quelli che volete che siamo. Siamo ciò che identità non ha e, dunque, non cercatela in questo libro”.
Sono stati classificati dai media con il nome di una tattica di combattimento, il Black Bloc appunto, e su questa etichetta gli stessi media si sono accaniti con definizioni, condanne e ragionamenti, fornendo un punto di vista esterno, parziale e spesso fazioso.
Una caratteristica interessante di questo libro sta invece nel fatto che gli autori si propongono come interni a questo discusso e controverso movimento.
Delle pagine in questione si può tentare prima di tutto di definire quello che non sono: non sono un saggio, non sono un romanzo, non sono un manifesto, non sono un pamphlet. Sono, semmai, un percorso da sempre negato, che permette di addentrarsi in una realtà scomoda e mediaticamente stereotipata, sono la possibilità di costruirsi un'idea più chiara di che cosa sia il Blocco Nero, e da quali radici nasca.
Una lettura interessante e fuori dagli schemi, che regala la possibilità di riflettere con maggiore apertura mentale su temi chiave della politica internazionale e della natura dei movimenti.

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Io sono un black bloc – Poesia e pratica della sovversione, Derive e Approdi, 2001,189 pagg.

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La casta, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

Potrebbe essere definito come il libro dal titolo più azzeccato degli ultimi anni. Grazie anche alla violenta sponsorizzazione perpetrata da giornali e televisioni, il saggio di Rizzo e Stella ha scalato le classifiche dei libri più venduti in Italia. Esposto in ogni libreria, negozio, autogrill, supermercato, macelleria, mercatino, questo libro ha creato l'appellativo principe prontamente adottato da chiunque intendesse parlare dei politici e di qualsiasi altra corporazione esistente in Italia.
Questo, in sintesi, il libro di Rizzo e Stella, giornalisti del Corriere della Sera che hanno riunito e riaggiustato informazioni e articoli relativi ai costi della politica già apparsi sullo stesso quotidiano. Il risultato è un compendio a un titolo indovinato. Niente di più, e niente di meno.
Pur fornendo al lettore un’enorme quantità di numeri, date ed episodi, manca infatti, nella trattazione, un'analisi approfondita dei meccanismi e delle ragioni che hanno condotto alla situazione attuale.

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La Casta, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Rizzoli, 2007, 244 pagg.

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Il costo della democrazia, Cesare Salvi e Massimo Villone
(Citato in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)

Questo saggio ha il merito di ripercorrere a grandi linee le ragioni e l'evoluzione storica che hanno portato la classe politica a distaccarsi quanto più possibile da un'idea di rappresentanza, attribuendosi numerosi quanto discutibili privilegi, non ultimi quelli finalizzati all'autoconservazione, ormai noti al grande pubblico.
Salvi e Villone sviluppano una panoramica attenta su leggi, principi e dinamiche che hanno regolato la politica fino a oggi, con un focus particolare sulla problematica dei suoi esorbitanti costi, in continua crescita in Italia.
Con lo scorrere delle pagine, diventa sempre più centrale il concetto di “partito”, che costituirà poi il punto chiave delle proposte finali che i due parlamentari si sforzano di suggerire per uscire dall'attuale situazione. Ed è in questa parte che si ravvisa la possibile debolezza di questo breve trattato: limitarsi all’analisi della situazione e alla sua possibile evoluzione, senza riflettere in modo più profondo sul significato del concetto, passato e futuro, dell' “essere un partito”.
Che si sia d'accordo o meno, “Il costo della democrazia” propone comunque un punto di vista interessante su una problematica politica fondamentale.

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Il costo della democrazia, Cesare Salvi e Massimo Villone, Mondadori, 2005, 183 pagg.

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Nella colonia penale, Franz Kafka (1914)
(citato in Le parole e il silenzio di Giovanna Cracco, PaginaUno n°4/2007)

Nella colonia penale la procedura giuridica è in mano a un sol uomo: un ufficiale, che emette la sentenza di morte e la esegue, per mezzo di “un congegno strano”. Il reato ha la stessa valenza di un peccato, e la macchina non uccide soltanto ma attraverso l’espiazione ha l’intento di condurre alla redenzione: sul corpo del condannato vengono incise, per dodici ore consecutive, fino alla morte dello stesso, le parole del precetto che ha violato. Il viaggiatore, capitato per caso nella colonia penale, è invitato ad assistere all’esecuzione; il condannato, presente accanto a lui, non sa nemmeno perché si trova lì, né che a minuti sarà giustiziato. Ma se s’invertono le parti, il boia diventa il condannato e la macchina si sfascia, l’erpice non scrive più ma trafigge soltanto, il letto non fa più ruotare il corpo ma si limita ad alzarlo sospingendolo contro gli aghi, la procedura è ancora l’espiazione salvifica che si prefigge di essere o diviene “un semplice assassinio”? Smascherato della sua impostura, il Potere mostra la propria concezione di giustizia: una questione di procedure, precetti e consenso, che dilaniano l’uomo e lo distruggono. Giustizia ben diversamente concepita, nel libero pensiero del viaggiatore. Scritto nel 1914, Nella colonia penale è tuttora una forte metafora attraverso cui riflettere sulla differenza tra legittimo e legale.

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Nella colonia penale, Franz Kafka, Marsilio editore

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Il secondo sesso, Simone De Beauvoir
(citato in Lo sguardo delle donne di Giovanna Baer, PaginaUno n° 4/2007)

Uscito in Francia nel 1949, dove le donne avevano ottenuto il diritto di voto solo due anni prima, Il secondo sesso suscitò uno scandalo senza precedenti: declinando l’invito esistenzialista alla “responsabilità di esistere” in riferimento a un soggetto concreto – le donne – la Grande Sartreuse era riuscita a ridurre in briciole tutta la mitologia della maternità e della famiglia. Il percorso filosofico-narrativo inizia con l’indagine degli aspetti biologici e psicanalitici della differenza di genere, che viene quindi valutata dal punto di vista della teoria marxista. Dopo aver analizzato le tappe storiche che conducono alla situazione femminile attuale e i miti che la circondano, l’autrice affronta nella seconda parte l’esperienza vissuta dalla donna, dal momento della sua formazione ai ruoli che le è concesso di ricoprire da adulta, per giungere a costruire una via per la liberazione. Sin dalla sua prima pubblicazione il libro ha dato luogo a divergenze irriducibili. Sostenitori e avversari si collocano, generazione dopo generazione, sui due versanti delle stesse linee di frattura: per i sostenitori, le differenze esistenti tra i sessi derivano unicamente dall’oppressione di cui sono vittime le donne, mentre gli oppositori sostengono la tesi di una natura femminile diversa, alla quale dovrebbero ispirarsi società eccessivamente maschili. Laici contro cattolici negli anni ‘50, sostenitrici dell'uguaglianza contro teoriche della differenza in seguito, e più recentemente femministe contro post- moderniste: i dibattiti continuano, ma in tutto il mondo Il secondo sesso rappresenta una lettura indispensabile nei Women's Studies a livello universitario. Cinquant'anni dopo, l'opera non ha finito di far parlare di sé.

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Il secondo sesso, Simone De Beauvoir, Il Saggiatore, 1961, 850 pagg.

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Fontamara, Ignazio Silone, 1930
(citato in Stato e sindacati v/s lavoratori: trattamento da fine rapporto di Giovanna Cracco, PaginaUno n°3/2007)

“«Chi evviva?» ripeté irritato il rappresentante delle autorità. Teofilo girò il volto spaurito verso di noi, come per avere un suggerimento, ma ognuno di noi ne sapeva quanto lui”. Nel paese di Fontamara, governino gli spagnoli, i Borboni, i Savoia, nulla cambia: tasse e morire in guerra, è ciò che chiede ai contadini l’autorità, distante e indifferente. Finché un giorno, nel capoluogo, sfila uno squadrone di uomini in camicia nera: lo Stato è cambiato ancora. Un podestà siede ora al posto di sindaco, e vuole deviare il corso dell’unica fonte d’acqua con cui i cafoni si affannano a irrigare le proprie sterili terre. E la legge? La legge la fa il Governo. “Da vario tempo tutti i furti contro i cafoni erano legali. Quando non bastavano le vecchie leggi venivano fatte leggi nuove”. La rassegnazione secolare si trasforma lentamente in indignazione, rabbia, rivolta, verso un potere che inganna e rende legale la propria violenza; i cafoni sono assuefatti ai soprusi, “ma i feritori e gli assassini erano stati premiati dalle autorità, e questo era inspiegabile”. Ogni ribellione nasce da una presa di coscienza individuale che sa trasformarsi in lotta collettiva: quando un gruppo di individui vive in condizioni economiche tali che contraddistinguono il loro modo di vivere, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono a esse in modo ostile, solo allora essi formano una classe, scriveva Marx; quando la coscienza in sé si trasforma in coscienza per sé. Il giorno in cui un cafone non morirà per sé, ma per gli altri.

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Fontamara, Ignazio Silone, Oscar Mondadori, 259 pagg.

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L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse
(citato in Gli impossibili mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)

Nella società industriale avanzata, l’apparato di produzione e di distribuzione funziona come un sistema totalitario che determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. Si dissolve in questo modo l’opposizione tra i bisogni individuali e quelli sociali, appiattendo l’essere umano entro un’unica dimensione, quella funzionale. L’alienazione, condizione dolorosa ma salutare che consiste nella presa di coscienza del conflitto fra le aspirazioni del singolo e il sistema, viene sostituita, attraverso i meccanismi della persuasione di massa, da una disalienazione solo apparentemente appagante e spensierata, in cui la ragione si identifica con la realtà e ciò che è con ciò che deve essere. Si tratta di "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà – dice Marcuse – che prevale nella civiltà industriale avanzata". Anche la tolleranza di cui il nuovo ordine si vanta è pura apparenza, e rivela la sua natura repressiva nell’eliminazione violenta di tutto ciò che mette in discussione i suoi assetti di fondo. Tuttavia la società tecnologica non riesce a imbavagliare la contraddizione che è alla base della sua natura, quella tra il possesso di mezzi potenzialmente capaci di sollevare l’umanità intera dai bisogni e una politica che nega a milioni di individui anche il necessario, mentre istupidisce il resto della popolazione con la soddisfazione oppiacea del superfluo.

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L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse, Einaudi, 1967, 260 pagg.

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L’arte del romanzo, Milan Kundera
(citato in Gli impossibili mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)

Perché nasce il romanzo? A quale visione del mondo e a quali bisogni della coscienza umana risponde? Come si è sviluppato nei quattrocento anni della sua esistenza? E oggi è ancora possibile, il romanzo? Oppure è irrimediabilmente morto, testimone di un tempo che non esiste più? Da Cervantes a Broch passando per Proust, Joyce e Kafka, per citare solo alcuni dei protagonisti, Milan Kundera analizza storia e senso del romanzo europeo attraverso sette testi indipendenti collegati fra loro come fossero le tappe di un singolo saggio. Secondo l’autore ceco il romanzo nasce con Don Chisciotte per raccontare un mondo complesso, sfaccettato in mille verità perché privato dell’ordine di un dio supremo. In quanto modello di un universo fondato sulla relatività e l’ambiguità, la sua essenza è lo spirito di complessità, perciò esso risulta ontologicamente incompatibile con ogni visione totalitaria. Oggi, tuttavia, la sua voce si fa sempre meno udibile, sommersa in un mare di risposte semplici e rapide che precedono le sue domande e le escludono. Il romanzo è roso dalle termiti della riduzione a un'unica verità dal giorno in cui, dice Kundera, “il dio supremo, cambiando nome e volto, ha ripreso il suo posto e fagocita con appetito infinito contraddizioni e dubbi in nome di una umanità libera dal male e dal bisogno”. Agenti di questa unificazione su scala planetaria sono i mass media, che distribuiscono ovunque quelle medesime semplificazioni e quegli stessi luoghi comuni che si prestano a essere universalmente accettati. Stretto in questa morsa che lo snatura, il romanzo non è più opera, cioè cosa destinata a durare, a congiungere il passato con l’avvenire, ma un avvenimento di attualità come tanti altri, un gesto senza domani.

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L’arte del romanzo, Milan Kundera, Adelphi, 1988, 228 pagg.

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L’incanto del lotto 49, Thomas Pynchon (1966)
(citato in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)

Nelle prime pagine del romanzo, Pynchon cita “Bordando el Manto Terrestre”, un dipinto di Remedios Varo che Oedipa Maas osserva a una mostra scoppiando in lacrime, chiedendosi per un attimo se la montatura degli occhiali a bolla, verde bottiglia, “aderente alle orbite fosse a tenuta di lacrime”; quel quadro è la chiave di accesso all’Incanto. Sei donne rinchiuse in una torre tessono la tela di quel che sarà (è) la propria vita; sotto la sorveglianza e le direttive di quel che appare un guardiano dall’aria sacerdotale, le donne – identiche fra loro, silenziose, concentrate, monacali - tessono il mondo: case, piazze, vie, alberi. La realtà, è ciò noi costruiamo e consideriamo reale. Il più delle volte, è la medesima per tutti: conformista e prevedibile, segue i dettami di regole quasi scritte, di comandamenti. Qualche volta, una singola persona si costruisce la propria, e forse sarà una realtà paranoica perché autoreferenziale, tuttavia potrà essere l’unica via possibile verso la libertà: nel dipinto, una donna nella torre sembra infatti tessere la propria fuga: un mare, e una nave che lo solca andandosene lontano. Qualche volta, qualcuno sopra di noi (il guardiano?) allestisce il teatrino che ci circonda e muove i fili che ci sostengono, da abile burattinaio; come Pierce Inverarity, misterioso miliardario californiano il cui lascito testamentario trascina Oedipa in una paranoica discesa agli inferi. Oppure, il Tristero esiste davvero, così come il lotto 49 battuto all’asta. “Se la torre è dappertutto e il cavaliere liberatore non è a prova di incantamento specifico, che altro resta?” si chiede Oedipa.

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L’incanto del lotto 49, Thomas Pynchon, edizioni e/o, 188 pagg.

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1984, George Orwell (1948)
(citato in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)

“Lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero. […] a ogni nuovo anno, una diminuzione del numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa”. Nella società totalitaria e repressiva del Grande Fratello, tratteggiata da Orwell, Winston Smith si ribella ai dettami del Socing, facendo affidamento sulla propria, ancora intatta, capacità di pensiero, e sulla propria, labile, memoria: senza più libri, foto, documenti, il passato può essere riscritto, mutare ogni volta che ve ne è la necessità: “Se il Partito poteva ficcare le mani nel passato e dire di questo o quell’avvenimento che non era mai accaduto, ciò non era forse ancora più terribile della tortura e della morte? […] Chi controlla il passato – diceva lo slogan del Partito – controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Perfino i ricordi personali svaniscono, confusi tra sogno, realtà e fantasia. Privo d’identità, il presente diviene un diuturno servaggio fatto di bipensiero, psicoreato, neolingua, stopreato, psicopolizia e Due Minuti d’Odio giornalieri, “un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore”, un atto di autoipnosi collettiva, “di un volontario ottundimento della coscienza”. L’unica speranza è racchiusa nei prolet, ma “finché non diverranno coscienti della propria forza non si ribelleranno, e finché non si ribelleranno non diverranno coscienti della loro forza”.

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1984, George Orwell, Mondadori, 322 pagg.

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Neve, Orhan Pamuk
(citato in Velate minacce di Luciana Viarengo, PaginaUno n°2/2007)

Più che un romanzo una preziosa boule à neige nella quale, sotto il velo algido e silenzioso della neve appunto, il lettore osserva la complessità della Turchia, simbolicamente concentrata nel villaggio di Kars.
Neve è la storia di un ritorno – quello del poeta Ka, esule politico da dodici anni – e di un’ispirazione inaridita nell’esilio occidentale e ritrovata nelle molteplici contraddizioni di una patria dilaniata dalla crescita dell’islam politico e dei suoi conflitti interni, dal potere militare, dall’altalena fra integralismo e laicità e dalla violenza del kemalismo. Una realtà che Ka vive non come semplice spettatore ma come protagonista, suo malgrado .
Al centro della boule, i suicidi delle giovani universitarie che non vogliono togliere il velo e intorno, in un turbinio di fiocchi bianchi, l’intreccio dell’amore – Ka vi si aggrappa tenacemente perché la realtà non lo risucchi – e dell’odio politico che finirà per arrossare di sangue il biancore irreale che assedia la città, attirando il poeta nel suo gorgo. Il caparbio tentativo di mantenere una scissione fra il proprio privato e la realtà politica si rivelerà fatale.
Un filo rosso unisce tutto: l’identità. Un nodo difficile per Ka, ma ancora di più per la sua terra, teatro di repressioni violente contro kurdi, armeni e chiunque non si assoggetti alla politica nazionalista e laica di Atatürk.
Il tono di Pamuk è sommesso, come attutito da tutta le neve che ha profuso nelle sue pagine, ma accompagna il lettore nel crescendo degli eventi senza dargli respiro.

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Neve, Orhan Pamuk, Einaudi, 2004

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Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini
(citato in Vita da ceto medio di Giovanna Baer, PaginaUno n° 2/2007)

Più che una raccolta di articoli e recensioni, è un libro che il lettore deve ricostruire: "È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un'opera dispersa e incompleta, è lui che deve ricongiungere i passi lontani che però si integrano”. Scritti per commentare l’attualità politica e sociale italiana dei primi anni Settanta, questi articoli hanno tuttavia una singolare unità, e non soltanto per ragioni di stile. Sotto l’apparenza di occasioni particolari, Pasolini ci parla sempre dello stesso fantasma, una nuova Italia che nasce sulle ceneri del post-fascismo, disegnata da un potere ineffabile e determinato, che ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza e ha imposto i modelli voluti dalla nuova industrializzazione. È l’inizio della società dei consumi e del suo “edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”, nel cui nome chiunque diventa sacrificabile. “Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato. Resta da vedere se ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano il mio scandalo." 
E lo scandalo suscitato da questi scritti trova origine nella loro severità. Toccano i fatti che hanno condotto – alcuni in modo oscuro, altri palesemente – all’Italia che oggi conosciamo, decifrando un passo dopo l’altro la fisionomia nazionale degli anni a venire. Scritti corsari uscì in libreria nel 1975, subito dopo la tragica morte del suo autore, e questo basta a dimostrare la terribile qualità profetica e il sicuro presagio nascosti in questo libro.

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Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini, Garzanti, 1975, 248 pagg.

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Todo Modo, Leonardo Sciascia (1974)
(citato in La metafisica del potere di Giovanna Cracco, PaginaUno n°1/2007)

Un eremo, un pittore capitatovi per caso, un prete, un nutrito gruppo di politici e industriali riunito per gli esercizi spirituali che altro non sono che il “riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti”. L’arte, la religione, la politica, la legge: quattro campi di potere entrano in conflitto o si sostengono. L’artista, un uomo che ha “deciso di essere libero”, si confronta con don Gaetano, fine pensatore e potente burattinaio che muove i fili delle losche trame politiche; i loro dialoghi hanno a un tempo la profondità, la spiritualità e l’universalità delle eterne domande dell’uomo - perché siamo qui, chi siamo, dove andiamo - e la brutalità della verità terrena, quando nella trama irrompe il delitto. Il velo dietro cui la politica e la Chiesa nascondono l’impostura e la mistificazione – di un etica di valori, la prima, di un Dio, la seconda - viene squarciato dalla violenza della morte. Politica e religione non sono altro che due forme di un stesso potere metafisico interessato solo alla propria sopravvivenza, un potere che per difendersi è disposto anche a uccidere. Misteriosi omicidi sconvolgono infatti l’ipocrita sacralità dell’eremo; si troverà il colpevole? Oppure sono tutti colpevoli, perché è il potere che si arma e si difende, todo modo, in ogni modo? In ogni modo la conservazione del potere, anche attraverso l’assassinio. L’unica difesa opponibile al potere metafisico, ci dice Sciascia, è la cultura.

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Todo Modo, Leonardo Sciascia, Adelphi, 121 pagg.

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Lo specchio del diavolo, Giorgio Ruffolo
(citato in Elementi di ineguaglianza di Giovanna Baer, PaginaUno n°1/2007)

Che cos’è un “bene” nella nostra economia? È qualcosa di utile, cioè richiesto per una qualunque ragione da qualcuno disposto a pagare qualcosa per averlo, anche quando, moralmente parlando, si tratta di un male, e magari terribile (tipo le bombe al fosforo, i virus creati in laboratorio o la cocaina tagliata male, per intenderci). Con questa cinica definizione si apre il libro di Giorgio Ruffolo, fondatore della rivista Micromega, che ci accompagna nell’inferno dei misteri economici svelandone tutti gli arcani.
Come afferma George Soros, speculatore filantropo e progressista (ossimoro bello e buono), il capitalismo moderno è diventato un gioco di specchi, al punto che non si riesce più a distinguere la realtà dalla sua immagine. L’economia è al servizio dell’uomo o è l’uomo al servizio dell’economia? E’ il diavolo che muove la coda o è la coda che muove il diavolo? L’autore si ostina fino allo stremo, con grave sprezzo del pericolo (o di naÏveté?), a riconoscere al sistema un tenue filo di speranza, ma al lettore smaliziato non sfugge il dato fondamentale: qualunque ipotesi di riforma economica sulla via dell’uguaglianza sociale è destinata a soccombere fra le grinfie dell’avidità del capitale, che impara dai propri errori e si rigenera ogni volta più forte. Indimenticabili il ritratto del grande economista rumeno Georgescu-Roegen e il racconto della sconfitta di Keynes a Bretton Woods, dove si è battezzata la struttura geopolitica del mondo contemporaneo.

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Lo specchio del diavolo, Giorgio Ruffolo, Einaudi, 2006, 136 pagg.

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