| Per scoprire i romanzi e i saggi citati
nei Polemos di PaginaUno. |
L'avversario, Emmanuel Carrère
(citato
in Debito pubblico: italianità al 104 per cento di Giovanna
Cracco, PaginaUno n°10/2008) |
L'eterno marito, Fëdor Dostoevskij
(citato in Eterni fedeli
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°7/2008) |
Impuniti, Antonello Caporale
(citato in Crisi di Sistema
di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008) |
Gomorra, Roberto Saviano
(citato in Crisi di Sistema
di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008) |
Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato
(citato in Violenza
alla ThyssenKrupp di Giovanna Cracco, PaginaUno n°7/2008) |
Misura per Misura, William Shakespeare
(citato in Misura per misura,
a misura di Stato di Giovanna Cracco, PaginaUno n°6/2008) |
Picchiata, Marguerite Binoix
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008) |
Dai maltrattamenti all’omicidio,
Anna Costanza Baldry (citato
in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno
n° 6/2008) |
Rapporto di minoranza e altri racconti,
Philip K. Dick (citato
in Majority Report di Luciana Viarengo, PaginaUno n°6/2008) |
La scomparsa delle donne, Marina Terragni
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008) |
Donne in relazione, Maria Milagros
Rivera Garretas (citato
in Botte: una storia d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno
n° 6/2008) |
Malattia come metafora, Susan Sontag
(citato in Sanificate Bellum
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007) |
La malattia e i suoi nomi, Gabriella
Erba (citato
in Sanificate Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007) |
Notre Dame de Paris, Victor Hugo
(citato in Tempi difficili
di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007) |
Tempi difficili, Charles Dickens
(citato in Tempi difficili,
Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007) |
Il villaggio di Stepàncikovo, Fjòdor
Dostoevskij (citato
in Fomà Fomìc! Chi era costui? di Giovanna Cracco,
PaginaUno n°5/2007) |
La vita agra, Luciano Bianciardi
(citato in Sanificate Bellum
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°4/2007) |
Io sono un black bloc – Poesia e
pratica della sovversione (Citato
in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno
n°4/2007) |
La casta, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(Citato in Antipolitica
e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007) |
Il costo della democrazia, Cesare
Salvi e Massimo Villone (Citato
in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno
n°4/2007) |
Nella colonia penale, Franz Kafka
(citato in Le parole e il
silenzio di Giovanna Cracco, PaginaUno n°4/2007)
|
Il secondo sesso, Simone De Beauvoir
(citato in Lo sguardo delle
donne di Giovanna Baer, PaginaUno n° 4/2007) |
Fontamara, Ignazio Silone
(citato in Stato e sindacati
v/s lavoratori: trattamento da fine rapporto di Giovanna Cracco,
PaginaUno n°3/2007) |
L’uomo a una dimensione, Herbert
Marcuse
(citato in Gli impossibili
mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)
|
L’arte del romanzo, Milan Kundera
(citato in Gli impossibili
mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)
|
L’incanto del lotto 49, Thomas
Pynchon (citato
in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)
|
1984, George Orwell (citato
in Paranoie DOCG di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)
|
Neve, Orhan Pamuk (citato
in Velate minacce di Luciana Viarengo, PaginaUno n°2/2007) |
Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini
(citato in Vita da ceto
medio di Giovanna Baer, PaginaUno n° 2/2007) |
Todo Modo, Leonardo Sciascia
(citato in La metafisica
del potere di Giovanna Cracco, PaginaUno n°1/2007)
|
Lo specchio
del diavolo, Giorgio Ruffolo
(citato in Elementi di ineguaglianza
di Giovanna Baer, PaginaUno n°1/2007)
... |
| L'avversario, Emmanuel Carrère
(citato
in Debito pubblico: italianità al 104 per cento di Giovanna
Cracco, PaginaUno n°10/2008)
Il
fuoco divampa e brucia la casa; brucia un’intera famiglia, bruciano
Florence e i due bambini, Antoine e Caroline. Solo Jean-Claude Romand,
marito e padre, sopravvive. A pochi chilometri i suoi genitori vengono
trovati assassinati a colpi d’arma da fuoco accanto al loro cane,
morto anch’esso. Chi si è accanito sulla famiglia Romand,
chi l’ha voluta annientare? Dopo appena poche ore la tragedia
diventa incubo: nell’auto di Jean-Claude viene trovato un biglietto,
una confessione. È lui il colpevole di tutte quelle morti.
L’avversario non è un romanzo di fantasia
ma il viaggio di uno scrittore nella complessità oscura dell’animo
umano; risponde al bisogno di trovare un senso a quanto realmente accaduto
a Prévessin il 9 gennaio 1993. Carrère ripercorre la vita
di Jean-Claude con l’ostinazione di voler comprendere come un
uomo possa mentire per anni alla moglie, ai figli, agli amici, ai genitori,
all’amante; come possa usare i loro risparmi, ottenuti con l’inganno,
e con essi mantenere nell’agiatezza borghese la sua famiglia;
come possa inventarsi un’intera vita - gli studi, la laurea, una
carriera all’Oms a Ginevra. Fino all’inevitabile resa dei
conti alla quale Jean-Claude cerca di sfuggire: meglio il fuoco, la
distruzione, l’eliminazione, piuttosto che ammettere una vita
di menzogne e sotterfugi.
Eppure ciò che più sgomenta - e non trova risposta - non
è il tragico epilogo della vicenda né la doppia vita di
Jean-Claude; è ciò che essa nasconde. Un giorno dopo l’altro
trascorso nell’inedia, chiuso nell’auto di un parcheggio
di un autogrill, sdraiato su di un letto di un albergo, a passeggio
per i boschi. Le ore trasformate in cavità vuote. “Fingere
di fare medicina gli richiedeva uno zelo e un’energia pari a quelli
necessari per farla davvero”.
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L’avversario, Emmanuel Carrère, Einaudi, 2000, 161
pagg. |
| |
| L'eterno marito, Fëdor Dostoevskij
(citato in Eterni fedeli
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°7/2008)
Ironico
esempio di duello psicologico, giocato sul filo del masochismo tra un
marito e l’ex amante di sua moglie. Quest’ultimo, Vel’caninov,
è un proprietario terriero facoltoso, ozioso, ipocondriaco, in
piena crisi dei quarant’anni. Il suo profondo malessere è
aggravato da quelle che crede allucinazioni: si sente pedinato da un
uomo con il nastro nero del lutto sul cappello. Ma non si tratta di
un’allucinazione, bensì di Pavel Pàvlovic Trusockij,
un notabile di provincia, sbarcato a Pietroburgo – sfondo sommesso
ma onnipresente in tutta la vicenda – dopo la morte della moglie
Natalia, allo scopo di ritrovarne gli amanti, tutti amici o conoscenti
dello stesso Pavel Pàvlovic. Vel’caninov è uno di
questi e sebbene la storia risalga a nove anni prima e sia durata solo
un anno, è con lui che il marito tradito intesse un rapporto
di attrazione/repulsione dal quale nessuno dei due riesce a liberarsi.
A rendere ulteriormente stretto questo legame malsano, la presenza della
piccola Lisa, figlia malaticcia della defunta fedifraga, con relativo
colpo di scena da feuilleton. Dostoevskij pare divertito nel narrare,
con sottile ironia e umorismo, questa trama condotta con il ritmo febbricitante
di un poliziesco. Maestro nel connotare la psicologia di ogni personaggio
– comprese le manifestazioni psicosomatiche, le ambivalenze, le
cadute drammatiche o patetiche – Dostoevskij fa emergere in modo
stridente il contrasto fra irrazionalità emozionale e conformismo
dei modi e del linguaggio. Le ultime pagine riveleranno quale dei due
personaggi fa di questa masochistica dipendenza una ragione di vita.
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L’eterno marito, Fëdor Dostoevskij, Einaudi, 2002, 182
pagg. |
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| Impuniti, Antonello Caporale
(citato in Crisi di
Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)
Che
cosa succede in un sistema economico quando chi può decidere,
a ogni livello, non viene mai chiamato a rispondere delle proprie azioni?
Lo spreco che diventa regola, l’emergenza come prassi di routine,
scempi al posto di riqualificazione del territorio, piani urbanistici
irrealizzabili, il tutto condito dai sorrisi spavaldi e ipocriti di
chi è certo della propria impunibilità. Antonello Caporale
viaggia dal nord al sud del Paese per documentare lo stato di salute
della nostra democrazia, facendo emergere un sistema autodistruttivo
e autoconservatore nel quale i responsabili di ogni nefandezza finanziata
da denaro pubblico si trincerano dietro le mura spesse dei palazzi di
potere. Chi sono? Che cosa hanno fatto? E perché? Un libro che
riesce a dare nomi e cognomi ai responsabili del disastro pubblico e
a documentare quanto esso abbia influito sulle casse dello Stato, evidenziando
l’enorme distanza che separa il dire dal fare nella pratica politica
a tutti i livelli e dimostrando come l’occultamento di responsabilità,
ben lontano dal costituire un fatto episodico, rappresenti piuttosto
una formidabile tecnica collettiva a difesa dello status quo. Alle vicende
raccontate, ridicole, incredibili, surreali, drammatiche, si sovrappone
il pensiero di sociologi e politologi, per affiancare l’autore
in un percorso attraverso una democrazia “senza popolo”
e “senza responsabilità”, che diventa necessariamente
“senza memoria e senza consenso”.
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Impuniti, Antonello Caporale, Baldini Castaldi Dalai, 2007, 310
pagg. |
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| Gomorra, Roberto Saviano
(citato in Crisi di
Sistema di Giovanna Baer, PaginaUno n°7/2008)
Gomorra
è un’inchiesta e insieme un saggio. Un’inchiesta
perché Roberto Saviano nei traffici della camorra c’è
entrato di persona, lavorando al porto e nei cantieri, conquistandosi
la fiducia dei “pezzi piccoli” del racket, spacciatori,
sarti, muratori, corrieri, stake holders, quella gente comune
che con la criminalità organizzata deve per forza fare i conti,
altrimenti non arriva a fine mese. Ma è anche un saggio, perché
non si limita a denunciare, ma va a fondo delle cause e delle logiche
che permettono alla camorra non solo di sopravvivere, ma di prosperare,
e non a latere dell’economia, italiana e mondiale, ma
costituendone un propulsore indispensabile. Come filo logico che tutto
connette, Saviano sceglie il ciclo di vita delle merci, dal loro arrivo
al porto di Napoli per essere smerciate o trasformate al loro tragico
ritorno in Campania sotto forma di rifiuti che intossicano il territorio,
in un viaggio di soldi, sogni di onnipotenza e morte da una parte, sopravvivenza,
rassegnazione e sangue dall’altra. Ma non finisce qui, perché
l’analisi-racconto di Saviano si spinge fino a metterci di fronte
il volto di quanti, nascosti nell’ombra di una legalità
di facciata e condannando solo a parole, utilizzano il sistema dei clan
per far funzionare un Sistema più grande, il Sistema Paese: imprenditori
grandi e piccoli, industriali, banche e finanzieri, politici di destra
e di sinistra, tutti in vario modo coinvolti, conniventi, cointeressati,
corresponsabili, in una disamina appassionata che spazza via ogni luogo
comune sul crimine organizzato e svela il lato oscuro e necessario di
quella che chiamiamo società dei consumi.
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Gomorra, Roberto Saviano, Mondadori,2006, 331 pagg. |
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| Cristo fra i muratori, Pietro
Di Donato
(citato in Violenza
alla ThyssenKrupp di Giovanna Cracco, PaginaUno n°7/2008)
“Gesù
proteggimi. Non che abbia paura… ma ho tanto bisogno… non
devo mai farmi male… devo lavorare illeso, sempre, pregando e
ringraziandoti, Gesù”. Prega Paolino, mentre impila mattoni,
ragazzino – sottopagato – sulle cui spalle pesano dieci
bocche da sfamare, orfano di padre che in quello stesso cantiere è
morto poco tempo prima. La base dovrebbe essere il doppio più
spessa, i pilastri vecchi andrebbero demoliti, ma il padrone non ci
sente: le norme sulla sicurezza, dei lavoratori e della stessa costruzione,
sono in contraddizione con le regole del profitto. Il cantiere del 1920
descritto da Di Donato è solo apparentemente differente dai cantieri
di oggi e, soprattutto, le regole del capitale sono le medesime. Gli
operai muoiono a frotte e i profitti delle imprese crescono. Ma Paolino
impara a riconoscere la faccia del padrone; Paolino non è vittima
della pacificazione oggi operata dal linguaggio mediatico e politico,
che vuole salariati e imprenditori uniti in nome della ‘produttività’;
Paolino non chiama ‘morti bianche’ le morti sul lavoro,
e nemmeno incidenti: lui sa, che un responsabile quelle morti ce l’hanno,
sa, che “Mister Murdin è nostro nemico”, sa, che
Mister Murdin è l’inesorabile logica del capitalismo. E
quando chiede: “Chi ci inchioda alla croce, mamma?... Perché
siamo vivi? È ingiusto, ingiusto… La nostra vita…
È ingiusto!” è lo sfogo disperato di chi ha fame
e non può scegliere, non la resa di una classe lavoratrice che
sarà sempre classe in sé, ma oggi non ha più la
coscienza politica per essere classe per sé.
Cristo fra i muratori, Pietro Di Donato, Bompiani, 1944, 252 pagg.
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| Misura per Misura, William Shakespeare
(citato in Misura per
misura, a misura di Stato di Giovanna Cracco, PaginaUno n°6/2008)
Il
duca si traveste, mente, trama, inganna, gioca con la vita dei suoi
sudditi; il Vicario Angelo cede al medesimo lussurioso desiderio per
il quale, dall’alto della propria autorità, condanna a
morte Claudio, semplice popolano; la novizia difende la propria castità
con parole sensuali che di casto hanno ben poco: “Mi spoglierei
per la morte come per un letto per il quale di desiderio abbia languito".
Finzione e disordine, fino a quando lo stesso Duca compie giustizia
e tutto perdona e ricompone nell’ordine sacro del matrimonio che
assolve - e condanna - tutti, meno uno: Lucio. Anch’egli costretto
al legame monogamico consacrato, non sfugge tuttavia alla sentenza di
morte: “Celebrate le nozze, venga fustigato e poi impiccato”.
Qual è la sua terribile colpa? Lucio ha calunniato il Duca; le
sue parole hanno preso di mira il potere, rivelandone la natura doppia
e meschina. “Un Angelo per Claudio; morte per morte. Tregua per
tregua, e premura per premura; simile per simile, e sempre Misura per
Misura”. Ma è il Duca, a stabilire la misura. E la misura
è la conservazione del proprio potere, al quale può sfuggire
solo un’anima ribelle come quella di Bernardino: “Non acconsento
a morire oggi, di sicuro”.
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Misura per Misura, William Shakespeare, Garzanti, 213 pagg.
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| Picchiata, Marguerite Binoix
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)
Non
un romanzo, una testimonianza. La testimonianza di una ragazza vera,
una come tante, con una madre un po’ troppo esigente, buoni studi,
un lavoro interessante, che un giorno si innamora di un ragazzo vero,
sensibile, attento, pieno di talento anche se un po’ insicuro.
I due si sposano, ma non è un lieto fine. Da quel momento Marguerite,
così si chiama la donna come tante, entra in un incubo senza
via d’uscita. Raphael, suo marito, inizia a disprezzarne le opinioni,
oppure dichiara di sentirsene ferito, alimentando un inquietante senso
di colpa. Poi comincia a insultarla, con sempre più accanimento
e rabbia. E infine, subito dopo la nascita di una figlia, iniziano le
botte. Non schiaffi, ma pugni, sulle gambe, alla pancia, sul viso, di
quelli che rompono le ossa. E Margherite si rompe, anche nell’anima.
Si rompe in solitudine, per tenere le sue bambine al riparo da una situazione
insostenibile, per salvare un uomo che continua ad amare nonostante
il terrore, per tentare di rimettere insieme i cocci di una vita a pezzi,
finché, ormai completamente vinta, decide di uccidersi. Fortunatamente,
il tentativo non riesce. E la clinica in cui verrà ricoverata
diventerà, grazie all’aiuto dei medici e alla vicinanza
di altre donne con cui condividere la sua storia, l’occasione
per una autentica rinascita. La Binoix non è una scrittrice,
ma non ha bisogno di mestiere o di strutture ardite per creare una storia
da togliere il respiro: le parole che arrivano sulla pagina semplici,
immediate, scelte di volta in volta dal dolore o dalla speranza, bastano
da sole a raccontare il dramma.
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Picchiata, Marguerite Binoix , Tea Editore, 2007, 210 pagg.
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| Dai maltrattamenti all’omicidio,
Anna Costanza Baldry
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)
Violenza
psicologica, maltrattamenti, omicidio. Una escalation terribile, misteriosa,
che uccide donne di ogni ceto, età e fascia culturale: per limitarci
al solo caso italiano, ne muore una ogni quattro giorni, vittima del
partner o dell’ex partner. Ma questa escalation che, lo ripetiamo,
è terribile e misteriosa, è anche inarrestabile? Non secondo
Anna Costanza Baldry, criminologa e psicologa, che dimostra nel suo
interessante saggio come botte e omicidi possono invece essere prevenuti
sulla base di un concetto, quello della valutazione del rischio di recidiva
dei maltrattamenti e dell’uxoricidio, fino ad oggi sconosciuto
in Italia. L’autrice parte dalla disamina degli aspetti sociali,
psicologici e legali che costituiscono l’humus in cui si sviluppa
la violenza domestica, per giungere alla proposta di un metodo concreto
(il SARA: Spousal Assault Risk Assessment, ora in sperimentazione nel
nostro Paese) che possa arginare il fenomeno e prevenire la tragedia.
Il libro fornisce un quadro completo del fenomeno dei maltrattamenti
all’interno della coppia, non solo dal punto di vista accademico
e scientifico, ma anche da quello metodologico-operativo (attraverso
la presentazione e l’analisi di casi reali, la spiegazione di
formulari, la valutazione degli obiettivi raggiunti, e così via).
Benché sia pensato per studiosi, professionisti e operatori del
settore, il saggio, scritto in un linguaggio comprensibile ed efficace,
rappresenta una lettura indispensabile per tutti coloro che vogliono
approfondire il problema della violenza sulle donne e le sue possibilità
di soluzione.
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Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione dei rischi
di recidiva e dell’uxoricidio, Anna Costanza Baldry, Franco Angeli
Editore, 2006, 192 pagg.
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| Rapporto di minoranza e altri
racconti, Philip K. Dick (1956)
(citato in Majority Report
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°6/2008)
L’indiscussa
abilità di Philip K. Dick di proiettare nel futuro realtà
e angosce del collettivo quotidiano è ben rappresentata dalla
selezione raccolta in questo volume. Il cinema di fantascienza ha attinto
abbondantemente dalle intuizioni dello scrittore: ben quattro dei cinque
racconti del libro sono stati sceneggiati e trasformati in altrettanti
film di successo e il quinto, con il suo androide convinto di essere
un umano e la tematica della percezione sensoriale della ‘realtà’,
è stato certamente fonte di successive ispirazioni filmiche.
Ma se si esclude il Blade Runner che ha donato a un Dick ormai defunto
la fama mondiale (il titolo del racconto era Do androids dream of electric
sheeps? , tradotto in italiano con Il cacciatore di androidi, poi con
Blade Runner e infine con un più fedele Ma gli androidi sognano
pecore elettriche?) il film più conosciuto è certamente
quello tratto dal racconto che ha dato il titolo alla raccolta.
Scritto a metà degli anni ’50, in un momento in cui la
patina superficiale che rivestiva la società americana era quella
tipica degli ‘happy days’, Minority Report esplicita l’incubo
del controllo istituzionale, delle liste nere e della caccia alle streghe
del maccartismo sublimandoli nel futuro remoto dell’organizzazione
Precrime, in grado di arrestare i colpevoli prima che commettano i crimini
Non casuale la ripresa del soggetto da parte di Spielberg all’indomani
dell’11 settembre, sebbene l’originale – quello partorito
da Dick, per intenderci – senza spettacolarizzazione né
supporto di effetti speciali o di finali consolatori, trasmetta con
maggior efficacia l’angoscia repressiva e offra ben altro spessore.
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Rapporto di minoranza e altri racconti, Philip K. Dick, Fanucci
Editore, 2002, 220 pagg. |
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| La scomparsa delle donne, Marina
Terragni
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)
Due
giovani donne in tailleur grigio, al gate dell’ultimo volo della
sera fra Milano e Roma, parlano fra loro. Hanno le facce tirate, le
voci tese, sono cotte di stanchezza. In mano stringono la ventriquattr’ore
di ordinanza, pesante di tutte le cose da fare. Due ometti, le definisce
Marina Terragni, scrittrice e giornalista, collaboratrice storica di
Via Dogana, il giornale del Circolo della Rosa di Milano. Che ascolta
casualmente la loro conversazione. I loro guai col capo che le mette
alla prova, cercando il limite della loro capacità di resistenza.
La loro voglia di dimostrare di essere all’altezza, fino al punto
di stremarsi. Fino al punto di dirsi che non avere qualcuno a casa che
ti aspetta è un privilegio. Il privilegio che ti permette di
fare carriera. La scomparsa delle donne nasce così, da una domanda:
è questo che volevamo? È questa la nostra vittoria nella
lotta per l’emancipazione? Una triste omologazione che ci spinge
a correre, tutti e tutte (ma non alla pari), verso il mito maschile
della competizione e dell’efficienza? Forse, insinua l’autrice,
il prezzo è stato troppo alto. Forse, quello a cui abbiamo rinunciato
è il nostro stesso ethos. Abbiamo accettato di scomparire, e
ora i conti non tornano più. In questo libro appassionante, ricchissimo
di riferimenti centrali nella cultura al femminile, dalle mistiche medievali
a Maria Zambiano, l’autrice affronta da tutti i punti di vista,
biologico, relazionale, comportamentale, filosofico, il tema delicato
della differenza di genere, per cercare dove, in una realtà che
non soddisfa nessuno, possa ancora trovarsi una possibilità di
sopravvivenza per tutti, donne e uomini insieme.
Acquista
il libro su

La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose del
genere, Marina Terragni, Mondadori, 2007, 235 pagg. |
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| Donne in relazione, Maria Milagros Rivera Garretas
(citato in Botte: una storia
d’amore di Giovanna Baer, PaginaUno n° 6/2008)
“La
rottura del dialogo con la propria madre riguardo ai fondamenti della
vita e della convivenza umana è stata una conseguenza del messaggio
contraddittorio che le nostre madri ci hanno trasmesso: ci volevano
libere, ma non hanno saputo mostrarci la libertà nel femminile.
Questo fu il senso principale dell’ordine simbolico della madre,
un dirmi: “posso segnalarti la libertà, ma non predeterminare
la tua storia: per questo, ti ho dato il corpo e la parola”. Riscoprire
quest’ordine nelle relazioni con le altre donne mi ha restituito
mia madre”.
Con questa frase Maria Milagros Rivera Garretas, storica all’Università
di Barcellona, racconta il suo femminismo della differenza: il recupero
della relazione materna, che viene giocata in tutti gli aspetti della
vita, dalla sfera personale all’agire politico (ma il cambiamento
di una persona in un rapporto è già un’azione politica),
mettendone in gioco la natura essenziale. Quella natura “di relazione”
per eccellenza, di relazione unica nel suo genere, colma d’amore
e di rispetto, che sola può permettere la nascita di una nuova
civiltà. A partire da sé, dalla propria biologia (il corpo)
e dalla propria voce (la parola), proprio il corpo e la parola che si
trasmettono da madre a figlia. In questo piccolo libro meraviglioso
Maria Milagros risveglia, da vera madre simbolica, tutta la profonda
capacità di analisi del reale che prende avvio non da una teoria
o da un modello, ma dalla capacità di essere due. Quella capacità
tutta femminile che, unica nella storia, insegna a crescere e a parlare.
Acquista
il libro su

Donne in relazione, Maria Milagros Rivera Garretas, Liguori, 2007,
95 pagg.
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| Malattia come metafora, Susan
Sontag
(citato in Sanificate Bellum
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)
Come
Susan Sontag ha scritto, il significato più antico e conciso
di ‘metafora’ lo troviamo nella Poetica di Aristotele il
quale scriveva: “La metafora consiste nell’attribuire a
una cosa il nome che è proprio di un’altra”. Ovviamente,
sostiene Sontag, non ci è possibile pensare senza metafore anche
se è vero che esistono metafore che faremmo bene a cercare di
non usare. E ne offre un largo esempio in questo libro che raccoglie,
in realtà, due opere: Malattia come metafora e L’aids e
le sue metafore.
Nei due saggi, non è la malattia in quanto tale a essere affrontata,
ma le metafore sociali e religiose – e conseguentemente lo stigma
che da esse deriva – che trasformano questa naturale condizione
umana in una sorta di punizione per stili di vita o comportamenti deprecabili
oppure, come nel XIX secolo per la tubercolosi, in una ‘spiritualizzazione’
del malato.
È proprio seguendo il pensiero di Susan Sontag attraverso le
‘grandi malattie’, come il cancro, la tbc, l’aids
– pensiero impreziosito dalla ricostruzione storica – che
è possibile rendersi conto di quanto queste metafore negative
siano state introiettate e quotidianamente utilizzate da noi tutti.
“Il corpo non è un campo di battaglia” ci ammonisce
Sontag. “I malati non sono né le vittime né il nemico”.
Una lettura importante in un’epoca in cui il concetto sociale
di ‘corpo’ è legato a benessere e felicità
individuali, senza spazio per la debolezza e i limiti dell’umano.
Acquista
il libro su

Malattia come metafora. Cancro e aids, Susan Sontag, Oscar Mondadori,
2002, 182 pagg. |
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| La malattia e i suoi nomi, Gabriella
Erba
(citato in Sanificate
Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°5/2007)
In un’epoca in cui la scienza è al centro di riflessioni
profonde e accesi dibattiti, il saggio della pedagogista Gabriella Erba,
per la collana Meltemi.edu, affronta secondo un filo conduttore semantico,
un aspetto peculiare del rapporto scienza-singolo. Lo spunto nasce da
una ricerca sulla comunicazione della diagnosi al paziente – nel
caso specifico, diagnosi di malattie neurologiche progressive –
condotta all’interno di un più vasto progetto di studio
dello UILDM. La ricerca era volta ad analizzare come la comunicazione
della diagnosi sia in grado di cambiare nel paziente la percezione oggettiva
della ‘malattia’.
Questo il punto di partenza di Gabriella Erba per uno studio più
complesso, che indaga la cosa, percorrendone le forme di interpretazione
da parte dei soggetti, del potere, della religione. Gli argomenti affrontati:
il corpo trasformato in oggetto di studio da parte della scienza medica,
con la conseguente sottrazione della malattia al dominio della religione;
il ‘nome della malattia’ come nuovo criterio di interpretazione
dell’esistenza; la diagnosi come fattore scatenante in grado di
innescare nel paziente un processo narrativo finalizzato a ricollocare
il proprio essere nel mondo; la prognostica, i suoi legami con eugenica
e genomica e il lato oscuro che nel dibattito contemporaneo da queste
ultime emerge, in quanto parametri di definizione del biopotere; per
finire con l’influenza della tradizione tragica, della religione
giudaico-cristiana, delle semantiche della modernità sul vissuto
e sulla rappresentazione della malattia, fino alla rimozione della morte,
una delle caratteristiche del vivere contemporaneo.
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il libro su

La malattia e i suoi nomi, Gabriella Erba, Meltemi Editore, 2007,
216 pagg. |
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| Notre Dame de Paris, Victor Hugo
(citato in Tempi difficili
di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)
Può
una bella e giovane zingara sposare un ricco capitano, un terribile
prete alchimista imparare la pietà, un gobbo sordo venire abbracciato
per il suo cuore puro, un intellettuale non fare patti di morte col
potere, un re salvare vite umane a prezzo del suo trono? E’ possibile
agli uomini sfuggire a un destino scritto a colpi di cause ed effetti
e aggirare la terribile legge della Necessità? Hugo scopre questa
parola nella sua traduzione greca, Ananché, incisa sulle pareti
di Notre Dame, e su di essa costruisce il più grande romanzo
dell’Ottocento. Le domande lo sommergono: chi l’avrà
scolpita? E per quale ragione? Che segreto custodisce la più
celebre cattedrale del medioevo? Notre Dame de Paris è il racconto
epico della vittoria del male sul bene. Dell’impossibile riscatto
di coloro che sono sconfitti prima ancora di essere nati, della gente
povera e onesta che cerca inutilmente uno spiraglio nel solido muro
del Fato e di tutti quelli che per scampare all’Inevitabile affrettano
la propria tragica fine. I sogni non muoiono all’alba, ma prima
del sonno, e Hugo smaschera la tara portata dai geni della democrazia
a venire, così che il motto ‘ liberté, égalité,
fraternité’ inizia a sapere di marcio prima ancora di essere
pronunciato e conserva nei secoli, proprio per Necessità, il
suo odore di tragica burla ordita da alcuni, sempre diversi e sempre
gli stessi, a spregio di tutti i popoli. Lettura indispensabile per
intraprendere un sano percorso di autocoscienza del pensiero europeo,
Notre Dame de Paris coniuga l’acutezza dei concetti con la bellezza
della struttura e dello stile, e resta per sempre una cattedrale della
letteratura. I suoi personaggi sono indimenticabili, le sue digressioni
una delizia per palati raffinati, e la vicenda che narra, senza alcun
dubbio, la più commovente di sempre.
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Notre Dame de Paris, Victor Hugo, ET Einaudi, 1996, 515 pagg. |
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| Tempi difficili, Charles Dickens
(citato in Tempi difficili
di Giovanna Baer, PaginaUno n° 5/2007)
Un
romanzo scritto con rabbia e passione più che con mestiere e
per questo giudicato da molti, a torto, non al livello dei grandi capolavori
dickensiani. Invece Tempi difficili è un gioiello. Il suo incipit,
canto d’amore dell’educatore razionalista per i Fatti, le
uniche entità filosofiche sopravvissute alla bagarre illuminista,
è un esempio di sagacia ed ironia senza pari. E l’invenzione
del personaggio collettivo delle Mani per designare la classe operaia
è un prodigio di sineddoche che da solo permette di intuire con
immediata chiarezza come la distruzione del metafisico sia stato il
passo strutturalmente necessario alla compiuta realizzazione dell’inferno
capitalista. Per non parlare del ritratto inclemente dell’uomo-che-si-è-fatto-da-sé
che di self made non ha nulla, o della piccola Sally, un capolavoro
insuperato di sapienza femminile irriducibile alle lusinghe geometriche
di qualunque filosofia della scienza. Certo, l’autore si sente:
si sente nelle digressioni, nei giudizi, nell’intreccio, nell’odio
che non tenta nemmeno di celare per qualunque discorso manipolatore
della vita degli umili, che provenga da un capitalista o da un sindacalista
non importa, e ce ne voleva di spirito profetico per arrivarci già
allora! Così il romanzo si è attirato negli anni le antipatie
dei letterati a causa delle sue impurità stilistiche e quelle
dei pensatori di destra e di sinistra a causa delle sue posizioni intellettuali.
Non è piaciuto nemmeno a Orwell, per il duro attacco che sferra
alla figura del rappresentante dei lavoratori. Che dire? Anche quel
genio di Orwell per una volta si è sbagliato.
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Tempi difficili, Charles Dickens, Garzanti Libri, 2003, 308 pagg. |
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| Il villaggio di Stepàncikovo,
Fjòdor Dostoevskij (1859)
(citato in Fomà Fomìc!
Chi era costui? di Giovanna Cracco, PaginaUno n°5/2007)
Più
che un ‘romanzo umoristico’, come spesso è stato
definito, una sotie.
Una corte di altezzose dame di compagnia e nobili decaduti alla ricerca
ossessiva della felicità, un colonnello che chiede al nipote
di sposare la donna che lui stesso ama, un servo che odora di profumi
e “lezioso a un punto incredibile” che vuole cambiare il
proprio cognome perché privo di nobiltà, un uomo “raro,
istruito, un uomo di scienza” e di grande intelletto, che “rimarrà
nel secolo” e nel quale viene riposta la stessa fede che “in
una montagna di granito”, atteso per giorni; padrone indiscusso
di una simile aristocratica società poteva essere solo un prizivàlscik
divenuto padrone, Fomà Fomìc, che “in modo affatto
inatteso diventò d’un tratto un importante e straordinario
personaggio”. Dispotico e infido, il parassita impone la propria
volontà e impara la lezione più importante per conservare
il potere: quello che non può l’imposizione, può
la gratitudine. “Intronizzato per sempre la sua tirannia non avrebbe
più avuto fine”; osannato come artefice della felicità
generale per aver concesso ciò che non aveva alcun diritto di
negare, il vuoto culturale che Fomà Fomìc rappresenta
ha la meglio anche sulle montagne di granito; con buona pace dell’intelletto.
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Il villaggio di Stepàncikovo, Fjòdor Dostoevskij,
Sellerio, 310 pagg. |
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| La vita agra, Luciano Bianciardi
(1962)
(citato in Sanificate
Bellum di Luciana Viarengo, PaginaUno n°4/2007)
La
Milano del boom economico, della ricostruzione, dell’industrializzazione
capitalistica dove la gente non entra in contatto se non per urtarsi
correndo verso il “bottegone”, spinti dal ‘bisogno’
spasmodico di comprare; dove le “segretariette senza sedere, inteccherite
da parer di sale” tacchettano veloci sui marciapiedi asfaltati,
fra automobilisti “rabbiosi sempre”, ma di una rabbia “alacre
e scattante il lunedì” e “stanca e inviperita il
sabato”. Una città esempio e simbolo di tutti i valori
che la furia anarchica di Bianciardi vuole distruggere e non solo metaforicamente.
L’alter ego letterario di Bianciardi vi approda con l’intento
di far saltare col grisù il torracchione della Montecatini, “la
cittadella del sopruso”, vendicando così la morte dei minatori
di Ribolla. Ma seguiranno presto la disillusione di poter creare legami
con il tessuto sociale e politico della città, e la resa a un
ingranaggio più potente della volontà e della dignità
del singolo.
Attraverso una rivoluzionaria sperimentazione di stile e di linguaggio,
Bianciardi punta la sua lancia contro quegli stessi mulini che costituiranno,
anni dopo, gli obiettivi principali delle rivolte giovanili del ’68:
l’alienazione sociale, il consumismo, la repressione sessuale,
la mercificazione culturale, il profitto. In una parola ‘il sistema’.
Un romanzo amaro e profetico, estremamente attuale in un presente nel
quale, proprio come allora, non sembrano esistere vie di fuga alla disumanizzazione.
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La vita agra, Luciano Bianciardi, Tascabili Bompiani, 2006, 197
pagg. |
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Io sono un black bloc – Poesia
e pratica della sovversione
(Citato in Antipolitica
e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)
“Noi
siamo il nome di un mondo senza nome. Siamo la forma di ciò che
forma non ha. Siamo la plebe. Siamo la rabbia, siamo anche la vostra
rabbia. Siamo ciò che distrugge la merce. Siamo quelli che volete
che siamo. Siamo ciò che identità non ha e, dunque, non
cercatela in questo libro”.
Sono stati classificati dai media con il nome di una tattica di combattimento,
il Black Bloc appunto, e su questa etichetta gli stessi media si sono
accaniti con definizioni, condanne e ragionamenti, fornendo un punto
di vista esterno, parziale e spesso fazioso.
Una caratteristica interessante di questo libro sta invece nel fatto
che gli autori si propongono come interni a questo discusso e controverso
movimento.
Delle pagine in questione si può tentare prima di tutto di definire
quello che non sono: non sono un saggio, non sono un romanzo, non sono
un manifesto, non sono un pamphlet. Sono, semmai, un percorso da sempre
negato, che permette di addentrarsi in una realtà scomoda e mediaticamente
stereotipata, sono la possibilità di costruirsi un'idea più
chiara di che cosa sia il Blocco Nero, e da quali radici nasca.
Una lettura interessante e fuori dagli schemi, che regala la possibilità
di riflettere con maggiore apertura mentale su temi chiave della politica
internazionale e della natura dei movimenti.
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Io sono un black bloc – Poesia e pratica della sovversione,
Derive e Approdi, 2001,189 pagg. |
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| La casta, Sergio Rizzo e Gian
Antonio Stella
(Citato in Antipolitica
e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno n°4/2007)
Potrebbe essere definito come il libro dal titolo più azzeccato
degli ultimi anni. Grazie anche alla violenta sponsorizzazione perpetrata
da giornali e televisioni, il saggio di Rizzo e Stella ha scalato le
classifiche dei libri più venduti in Italia. Esposto in ogni
libreria, negozio, autogrill, supermercato, macelleria, mercatino, questo
libro ha creato l'appellativo principe prontamente adottato da chiunque
intendesse parlare dei politici e di qualsiasi altra corporazione esistente
in Italia.
Questo, in sintesi, il libro di Rizzo e Stella, giornalisti del Corriere
della Sera che hanno riunito e riaggiustato informazioni e articoli
relativi ai costi della politica già apparsi sullo stesso quotidiano.
Il risultato è un compendio a un titolo indovinato. Niente di
più, e niente di meno.
Pur fornendo al lettore un’enorme quantità di numeri, date
ed episodi, manca infatti, nella trattazione, un'analisi approfondita
dei meccanismi e delle ragioni che hanno condotto alla situazione attuale.
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La Casta, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, Rizzoli, 2007, 244
pagg. |
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Il costo della democrazia, Cesare
Salvi e Massimo Villone (Citato
in Antipolitica e Bioresistenza di Marco Despontin, PaginaUno
n°4/2007) Questo
saggio ha il merito di ripercorrere a grandi linee le ragioni e l'evoluzione
storica che hanno portato la classe politica a distaccarsi quanto più
possibile da un'idea di rappresentanza, attribuendosi numerosi quanto
discutibili privilegi, non ultimi quelli finalizzati all'autoconservazione,
ormai noti al grande pubblico.
Salvi e Villone sviluppano una panoramica attenta su leggi, principi
e dinamiche che hanno regolato la politica fino a oggi, con un focus
particolare sulla problematica dei suoi esorbitanti costi, in continua
crescita in Italia.
Con lo scorrere delle pagine, diventa sempre più centrale il
concetto di “partito”, che costituirà poi il punto
chiave delle proposte finali che i due parlamentari si sforzano di suggerire
per uscire dall'attuale situazione. Ed è in questa parte che
si ravvisa la possibile debolezza di questo breve trattato: limitarsi
all’analisi della situazione e alla sua possibile evoluzione,
senza riflettere in modo più profondo sul significato del concetto,
passato e futuro, dell' “essere un partito”.
Che si sia d'accordo o meno, “Il costo della democrazia”
propone comunque un punto di vista interessante su una problematica
politica fondamentale.
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Il costo della democrazia, Cesare Salvi e Massimo Villone, Mondadori,
2005, 183 pagg.
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| Nella colonia penale, Franz Kafka
(1914)
(citato in Le parole
e il silenzio di Giovanna Cracco, PaginaUno n°4/2007)
Nella
colonia penale la procedura giuridica è in mano a un sol uomo:
un ufficiale, che emette la sentenza di morte e la esegue, per mezzo
di “un congegno strano”. Il reato ha la stessa valenza di
un peccato, e la macchina non uccide soltanto ma attraverso l’espiazione
ha l’intento di condurre alla redenzione: sul corpo del condannato
vengono incise, per dodici ore consecutive, fino alla morte dello stesso,
le parole del precetto che ha violato. Il viaggiatore, capitato per
caso nella colonia penale, è invitato ad assistere all’esecuzione;
il condannato, presente accanto a lui, non sa nemmeno perché
si trova lì, né che a minuti sarà giustiziato.
Ma se s’invertono le parti, il boia diventa il condannato e la
macchina si sfascia, l’erpice non scrive più ma trafigge
soltanto, il letto non fa più ruotare il corpo ma si limita ad
alzarlo sospingendolo contro gli aghi, la procedura è ancora
l’espiazione salvifica che si prefigge di essere o diviene “un
semplice assassinio”? Smascherato della sua impostura, il Potere
mostra la propria concezione di giustizia: una questione di procedure,
precetti e consenso, che dilaniano l’uomo e lo distruggono. Giustizia
ben diversamente concepita, nel libero pensiero del viaggiatore. Scritto
nel 1914, Nella colonia penale è tuttora una forte metafora attraverso
cui riflettere sulla differenza tra legittimo e legale.
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Nella colonia penale, Franz Kafka, Marsilio editore |
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Il secondo sesso, Simone De Beauvoir
(citato
in Lo sguardo delle donne di Giovanna Baer, PaginaUno n°
4/2007) Uscito
in Francia nel 1949, dove le donne avevano ottenuto il diritto di voto
solo due anni prima, Il secondo sesso suscitò uno scandalo senza
precedenti: declinando l’invito esistenzialista alla “responsabilità
di esistere” in riferimento a un soggetto concreto – le
donne – la Grande Sartreuse era riuscita a ridurre in briciole
tutta la mitologia della maternità e della famiglia. Il percorso
filosofico-narrativo inizia con l’indagine degli aspetti biologici
e psicanalitici della differenza di genere, che viene quindi valutata
dal punto di vista della teoria marxista. Dopo aver analizzato le tappe
storiche che conducono alla situazione femminile attuale e i miti che
la circondano, l’autrice affronta nella seconda parte l’esperienza
vissuta dalla donna, dal momento della sua formazione ai ruoli che le
è concesso di ricoprire da adulta, per giungere a costruire una
via per la liberazione. Sin dalla sua prima pubblicazione il libro ha
dato luogo a divergenze irriducibili. Sostenitori e avversari si collocano,
generazione dopo generazione, sui due versanti delle stesse linee di
frattura: per i sostenitori, le differenze esistenti tra i sessi derivano
unicamente dall’oppressione di cui sono vittime le donne, mentre
gli oppositori sostengono la tesi di una natura femminile diversa, alla
quale dovrebbero ispirarsi società eccessivamente maschili. Laici
contro cattolici negli anni ‘50, sostenitrici dell'uguaglianza
contro teoriche della differenza in seguito, e più recentemente
femministe contro post- moderniste: i dibattiti continuano, ma in tutto
il mondo Il secondo sesso rappresenta una lettura indispensabile nei
Women's Studies a livello universitario. Cinquant'anni dopo, l'opera
non ha finito di far parlare di sé.
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Il secondo sesso, Simone De Beauvoir, Il Saggiatore, 1961, 850
pagg. |
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| Fontamara, Ignazio Silone, 1930
(citato in Stato e sindacati
v/s lavoratori: trattamento da fine rapporto di Giovanna Cracco,
PaginaUno n°3/2007)
“«Chi
evviva?» ripeté irritato il rappresentante delle autorità.
Teofilo girò il volto spaurito verso di noi, come per avere un
suggerimento, ma ognuno di noi ne sapeva quanto lui”. Nel paese
di Fontamara, governino gli spagnoli, i Borboni, i Savoia, nulla cambia:
tasse e morire in guerra, è ciò che chiede ai contadini
l’autorità, distante e indifferente. Finché un giorno,
nel capoluogo, sfila uno squadrone di uomini in camicia nera: lo Stato
è cambiato ancora. Un podestà siede ora al posto di sindaco,
e vuole deviare il corso dell’unica fonte d’acqua con cui
i cafoni si affannano a irrigare le proprie sterili terre. E la legge?
La legge la fa il Governo. “Da vario tempo tutti i furti contro
i cafoni erano legali. Quando non bastavano le vecchie leggi venivano
fatte leggi nuove”. La rassegnazione secolare si trasforma lentamente
in indignazione, rabbia, rivolta, verso un potere che inganna e rende
legale la propria violenza; i cafoni sono assuefatti ai soprusi, “ma
i feritori e gli assassini erano stati premiati dalle autorità,
e questo era inspiegabile”. Ogni ribellione nasce da una presa
di coscienza individuale che sa trasformarsi in lotta collettiva: quando
un gruppo di individui vive in condizioni economiche tali che contraddistinguono
il loro modo di vivere, i loro interessi e la loro cultura da quelli
di altre classi e li contrappongono a esse in modo ostile, solo allora
essi formano una classe, scriveva Marx; quando la coscienza in sé
si trasforma in coscienza per sé. Il giorno in cui un cafone
non morirà per sé, ma per gli altri.
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Fontamara, Ignazio Silone, Oscar Mondadori, 259 pagg. |
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L’uomo a una dimensione, Herbert
Marcuse (citato
in Gli impossibili mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n°
3/2007) Nella
società industriale avanzata, l’apparato di produzione
e di distribuzione funziona come un sistema totalitario che determina
non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente
richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. Si dissolve
in questo modo l’opposizione tra i bisogni individuali e quelli
sociali, appiattendo l’essere umano entro un’unica dimensione,
quella funzionale. L’alienazione, condizione dolorosa ma salutare
che consiste nella presa di coscienza del conflitto fra le aspirazioni
del singolo e il sistema, viene sostituita, attraverso i meccanismi
della persuasione di massa, da una disalienazione solo apparentemente
appagante e spensierata, in cui la ragione si identifica con la realtà
e ciò che è con ciò che deve essere. Si tratta
di "una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà
– dice Marcuse – che prevale nella civiltà industriale
avanzata". Anche la tolleranza di cui il nuovo ordine si vanta
è pura apparenza, e rivela la sua natura repressiva nell’eliminazione
violenta di tutto ciò che mette in discussione i suoi assetti
di fondo. Tuttavia la società tecnologica non riesce a imbavagliare
la contraddizione che è alla base della sua natura, quella tra
il possesso di mezzi potenzialmente capaci di sollevare l’umanità
intera dai bisogni e una politica che nega a milioni di individui anche
il necessario, mentre istupidisce il resto della popolazione con la
soddisfazione oppiacea del superfluo.
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L’uomo a una dimensione, Herbert Marcuse, Einaudi, 1967,
260 pagg. |
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L’arte del romanzo, Milan Kundera
(citato in Gli impossibili
mondi altri di Giovanna Baer, PaginaUno n° 3/2007)
Perché
nasce il romanzo? A quale visione del mondo e a quali bisogni della
coscienza umana risponde? Come si è sviluppato nei quattrocento
anni della sua esistenza? E oggi è ancora possibile, il romanzo?
Oppure è irrimediabilmente morto, testimone di un tempo che non
esiste più? Da Cervantes a Broch passando per Proust, Joyce e
Kafka, per citare solo alcuni dei protagonisti, Milan Kundera analizza
storia e senso del romanzo europeo attraverso sette testi indipendenti
collegati fra loro come fossero le tappe di un singolo saggio. Secondo
l’autore ceco il romanzo nasce con Don Chisciotte per raccontare
un mondo complesso, sfaccettato in mille verità perché
privato dell’ordine di un dio supremo. In quanto modello di un
universo fondato sulla relatività e l’ambiguità,
la sua essenza è lo spirito di complessità, perciò
esso risulta ontologicamente incompatibile con ogni visione totalitaria.
Oggi, tuttavia, la sua voce si fa sempre meno udibile, sommersa in un
mare di risposte semplici e rapide che precedono le sue domande e le
escludono. Il romanzo è roso dalle termiti della riduzione a
un'unica verità dal giorno in cui, dice Kundera, “il dio
supremo, cambiando nome e volto, ha ripreso il suo posto e fagocita
con appetito infinito contraddizioni e dubbi in nome di una umanità
libera dal male e dal bisogno”. Agenti di questa unificazione
su scala planetaria sono i mass media, che distribuiscono ovunque quelle
medesime semplificazioni e quegli stessi luoghi comuni che si prestano
a essere universalmente accettati. Stretto in questa morsa che lo snatura,
il romanzo non è più opera, cioè cosa destinata
a durare, a congiungere il passato con l’avvenire, ma un avvenimento
di attualità come tanti altri, un gesto senza domani.
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L’arte del romanzo, Milan Kundera, Adelphi, 1988, 228 pagg. |
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| L’incanto del lotto 49,
Thomas Pynchon (1966)
(citato in Paranoie DOCG
di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)
Nelle
prime pagine del romanzo, Pynchon cita “Bordando el Manto Terrestre”,
un dipinto di Remedios Varo che Oedipa Maas osserva a una mostra scoppiando
in lacrime, chiedendosi per un attimo se la montatura degli occhiali
a bolla, verde bottiglia, “aderente alle orbite fosse a tenuta
di lacrime”; quel quadro è la chiave di accesso all’Incanto.
Sei donne rinchiuse in una torre tessono la tela di quel che sarà
(è) la propria vita; sotto la sorveglianza e le direttive di
quel che appare un guardiano dall’aria sacerdotale, le donne –
identiche fra loro, silenziose, concentrate, monacali - tessono il mondo:
case, piazze, vie, alberi. La realtà, è ciò noi
costruiamo e consideriamo reale. Il più delle volte, è
la medesima per tutti: conformista e prevedibile, segue i dettami di
regole quasi scritte, di comandamenti. Qualche volta, una singola persona
si costruisce la propria, e forse sarà una realtà paranoica
perché autoreferenziale, tuttavia potrà essere l’unica
via possibile verso la libertà: nel dipinto, una donna nella
torre sembra infatti tessere la propria fuga: un mare, e una nave che
lo solca andandosene lontano. Qualche volta, qualcuno sopra di noi (il
guardiano?) allestisce il teatrino che ci circonda e muove i fili che
ci sostengono, da abile burattinaio; come Pierce Inverarity, misterioso
miliardario californiano il cui lascito testamentario trascina Oedipa
in una paranoica discesa agli inferi. Oppure, il Tristero esiste davvero,
così come il lotto 49 battuto all’asta. “Se la torre
è dappertutto e il cavaliere liberatore non è a prova
di incantamento specifico, che altro resta?” si chiede Oedipa.
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L’incanto del lotto 49, Thomas Pynchon, edizioni e/o, 188
pagg.
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| 1984, George Orwell
(1948)
(citato in Paranoie DOCG
di Giovanna Cracco, PaginaUno n°2/2007)
“Lo
scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere
al massimo la sfera d’azione del pensiero. […] a ogni nuovo
anno, una diminuzione del numero delle parole e una contrazione ulteriore
della coscienza. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno
di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa”.
Nella società totalitaria e repressiva del Grande Fratello, tratteggiata
da Orwell, Winston Smith si ribella ai dettami del Socing, facendo affidamento
sulla propria, ancora intatta, capacità di pensiero, e sulla
propria, labile, memoria: senza più libri, foto, documenti, il
passato può essere riscritto, mutare ogni volta che ve ne è
la necessità: “Se il Partito poteva ficcare le mani nel
passato e dire di questo o quell’avvenimento che non era mai accaduto,
ciò non era forse ancora più terribile della tortura e
della morte? […] Chi controlla il passato – diceva lo slogan
del Partito – controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla
il passato”. Perfino i ricordi personali svaniscono, confusi tra
sogno, realtà e fantasia. Privo d’identità, il presente
diviene un diuturno servaggio fatto di bipensiero, psicoreato, neolingua,
stopreato, psicopolizia e Due Minuti d’Odio giornalieri, “un’estasi
orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore”, un
atto di autoipnosi collettiva, “di un volontario ottundimento
della coscienza”. L’unica speranza è racchiusa nei
prolet, ma “finché non diverranno coscienti della propria
forza non si ribelleranno, e finché non si ribelleranno non diverranno
coscienti della loro forza”.
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1984, George Orwell, Mondadori, 322 pagg.
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| Neve, Orhan Pamuk
(citato in Velate minacce
di Luciana Viarengo, PaginaUno n°2/2007)
Più
che un romanzo una preziosa boule à neige nella quale, sotto
il velo algido e silenzioso della neve appunto, il lettore osserva la
complessità della Turchia, simbolicamente concentrata nel villaggio
di Kars.
Neve è la storia di un ritorno – quello del poeta Ka, esule
politico da dodici anni – e di un’ispirazione inaridita
nell’esilio occidentale e ritrovata nelle molteplici contraddizioni
di una patria dilaniata dalla crescita dell’islam politico e dei
suoi conflitti interni, dal potere militare, dall’altalena fra
integralismo e laicità e dalla violenza del kemalismo. Una realtà
che Ka vive non come semplice spettatore ma come protagonista, suo malgrado
.
Al centro della boule, i suicidi delle giovani universitarie che non
vogliono togliere il velo e intorno, in un turbinio di fiocchi bianchi,
l’intreccio dell’amore – Ka vi si aggrappa tenacemente
perché la realtà non lo risucchi – e dell’odio
politico che finirà per arrossare di sangue il biancore irreale
che assedia la città, attirando il poeta nel suo gorgo. Il caparbio
tentativo di mantenere una scissione fra il proprio privato e la realtà
politica si rivelerà fatale.
Un filo rosso unisce tutto: l’identità. Un nodo difficile
per Ka, ma ancora di più per la sua terra, teatro di repressioni
violente contro kurdi, armeni e chiunque non si assoggetti alla politica
nazionalista e laica di Atatürk.
Il tono di Pamuk è sommesso, come attutito da tutta le neve che
ha profuso nelle sue pagine, ma accompagna il lettore nel crescendo
degli eventi senza dargli respiro.
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Neve, Orhan Pamuk, Einaudi, 2004 |
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Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini
(citato in Vita da ceto
medio di Giovanna Baer, PaginaUno n° 2/2007) Più
che una raccolta di articoli e recensioni, è un libro che il
lettore deve ricostruire: "È lui che deve rimettere insieme
i frammenti di un'opera dispersa e incompleta, è lui che deve
ricongiungere i passi lontani che però si integrano”. Scritti
per commentare l’attualità politica e sociale italiana
dei primi anni Settanta, questi articoli hanno tuttavia una singolare
unità, e non soltanto per ragioni di stile. Sotto l’apparenza
di occasioni particolari, Pasolini ci parla sempre dello stesso fantasma,
una nuova Italia che nasce sulle ceneri del post-fascismo, disegnata
da un potere ineffabile e determinato, che ha cominciato un’opera
di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza
e ha imposto i modelli voluti dalla nuova industrializzazione. È
l’inizio della società dei consumi e del suo “edonismo
neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente
estraneo alle scienze umane”, nel cui nome chiunque diventa sacrificabile.
“Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali.
Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo,
sono scandalizzato. Resta da vedere se ho torto, oppure se ci sono delle
ragioni speciali che giustificano il mio scandalo."
E lo scandalo suscitato da questi scritti trova origine nella loro severità.
Toccano i fatti che hanno condotto – alcuni in modo oscuro, altri
palesemente – all’Italia che oggi conosciamo, decifrando
un passo dopo l’altro la fisionomia nazionale degli anni a venire.
Scritti corsari uscì in libreria nel 1975, subito dopo la tragica
morte del suo autore, e questo basta a dimostrare la terribile qualità
profetica e il sicuro presagio nascosti in questo libro.
Acquista
il libro su
Scritti corsari, Pier Paolo Pasolini, Garzanti, 1975, 248 pagg.
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| Todo Modo, Leonardo Sciascia (1974)
(citato in La metafisica
del potere di Giovanna Cracco, PaginaUno n°1/2007)
Un
eremo, un pittore capitatovi per caso, un prete, un nutrito gruppo di
politici e industriali riunito per gli esercizi spirituali che altro
non sono che il “riannodare fruttuose relazioni, ordire trame
di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti”.
L’arte, la religione, la politica, la legge: quattro campi di
potere entrano in conflitto o si sostengono. L’artista, un uomo
che ha “deciso di essere libero”, si confronta con don Gaetano,
fine pensatore e potente burattinaio che muove i fili delle losche trame
politiche; i loro dialoghi hanno a un tempo la profondità, la
spiritualità e l’universalità delle eterne domande
dell’uomo - perché siamo qui, chi siamo, dove andiamo -
e la brutalità della verità terrena, quando nella trama
irrompe il delitto. Il velo dietro cui la politica e la Chiesa nascondono
l’impostura e la mistificazione – di un etica di valori,
la prima, di un Dio, la seconda - viene squarciato dalla violenza della
morte. Politica e religione non sono altro che due forme di un stesso
potere metafisico interessato solo alla propria sopravvivenza, un potere
che per difendersi è disposto anche a uccidere. Misteriosi omicidi
sconvolgono infatti l’ipocrita sacralità dell’eremo;
si troverà il colpevole? Oppure sono tutti colpevoli, perché
è il potere che si arma e si difende, todo modo, in ogni modo?
In ogni modo la conservazione del potere, anche attraverso l’assassinio.
L’unica difesa opponibile al potere metafisico, ci dice Sciascia,
è la cultura.
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il libro su
Todo Modo, Leonardo Sciascia, Adelphi, 121 pagg.
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Lo specchio del diavolo, Giorgio Ruffolo
(citato
in Elementi di ineguaglianza di Giovanna Baer, PaginaUno n°1/2007)
Che
cos’è un “bene” nella nostra economia? È
qualcosa di utile, cioè richiesto per una qualunque ragione da
qualcuno disposto a pagare qualcosa per averlo, anche quando, moralmente
parlando, si tratta di un male, e magari terribile (tipo le bombe al
fosforo, i virus creati in laboratorio o la cocaina tagliata male, per
intenderci). Con questa cinica definizione si apre il libro di Giorgio
Ruffolo, fondatore della rivista Micromega, che ci accompagna nell’inferno
dei misteri economici svelandone tutti gli arcani.
Come afferma George Soros, speculatore filantropo e progressista (ossimoro
bello e buono), il capitalismo moderno è diventato un gioco di
specchi, al punto che non si riesce più a distinguere la realtà
dalla sua immagine. L’economia è al servizio dell’uomo
o è l’uomo al servizio dell’economia? E’ il
diavolo che muove la coda o è la coda che muove il diavolo? L’autore
si ostina fino allo stremo, con grave sprezzo del pericolo (o di naÏveté?),
a riconoscere al sistema un tenue filo di speranza, ma al lettore smaliziato
non sfugge il dato fondamentale: qualunque ipotesi di riforma economica
sulla via dell’uguaglianza sociale è destinata a soccombere
fra le grinfie dell’avidità del capitale, che impara dai
propri errori e si rigenera ogni volta più forte. Indimenticabili
il ritratto del grande economista rumeno Georgescu-Roegen e il racconto
della sconfitta di Keynes a Bretton Woods, dove si è battezzata
la struttura geopolitica del mondo contemporaneo.
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Lo specchio del diavolo, Giorgio Ruffolo, Einaudi, 2006, 136 pagg. |