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Inchiesta

 

Sismicità indotta: un rischio concreto
di Enrico Duranti

Il dibattito scientifico, il sisma emiliano e i documenti della Commissione, la situazione lombarda, il caso Castor e l’inutilità dei sistemi di monitoraggio

Il 7 aprile scorso il Ministero dell’Ambiente, di concerto con quello dei Beni culturali, ha emanato il decreto di sovrapressione per lo stoccaggio di Ripalta Cremasca nel cremonese. Risultano molto interessanti le prescrizioni imposte dai ministri Galletti e Franceschini, in particolare quella relativa al monitoraggio della sismicità indotta. Viene prescritta la necessità di una rete microsismica e di una serie di accorgimenti: si legge che “qualora la microsismicità riconducibile alle attività di esercizio dello stoccaggio eguagli o superi la Magnitudo Locale di 2.2, dovranno essere adottati dal soggetto gestore responsabile tutti gli accorgimenti opportuni atti a riportare la Magnitudo Locale massima dei sismi a valori inferiori a tale valore”.

In pratica il ministero ammette la possibilità che attività antropiche possano determinare e causare terremoti indotti e che semplicemente, con il monitoraggio e operazioni correttive, si possa mantenere la sismicità entro un certo limite. Questa prescrizione è alquanto strana ed è dubbio – come vedremo in questo articolo – il fatto che con il semplice monitoraggio si possano controllare i terremoti indotti da attività antropiche.

La questione della sismicità indotta è stata al centro di forti dibattiti e polemiche a livello nazionale dopo il terremoto del maggio 2012 dell’Emilia. Attraverso la disinformazione giornalistica e il sentito dire si è creata una grande confusione mediatica, che non ha sicuramente giovato ai comitati ambientalisti che da tempo denunciano i pericoli di sismicità antropica.

Con il terremoto di Amatrice la situazione poi è ancora peggiorata, con articoli sul web che cercavano di attribuire il sisma a cause umane. Nulla di più sbagliato. Il terremoto del centro Italia non è stato determinato da attività quali le trivelle, ma è del tutto naturale.

Occorre dunque fare chiarezza sui reali pericoli e sulla storia del dibattito scientifico sulla sismicità indotta, in corso in Italia e all’estero; perché spesso, come nel caso di Ripalta Cremasca, viene prescritta la possibilità di sismicità antropica in assenza di una reale pianificazione territoriale, e senza considerare i reali rischi per i cittadini, l’ambiente, le abitazioni e i beni culturali.


A che punto è il dibattito scientifico
La questione della sismicità indotta non è poi così recente. Con il terremoto del 1951 di Lodi, l’ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, dal 1937 al 1972, Pietro Caloi, collegò l’evento sismico alle estrazioni del giacimento di Caviaga nel lodigiano, denunciando una possibile sismicità indotta dalle operazioni metanifere. Sempre Caloi, in una serie di articoli, attribuì ad attività antropiche la sismicità registrata al Vajont prima della frana, la subsidenza presso il delta del Po per le attività di estrazione di gas, i terremoti di Raibl/Cave del Predil nel Friuli Venezia Giulia nelle aree minerarie.

Purtroppo, mentre a livello mondiale si moltiplicavano gli studi e le ricerche sulla sismicità indotta, in Italia la questione rimaneva tabù. All’ultima Conferenza europea di sismologia (ESC2012) sono stati presentati quattordici lavori su sismicità indotta da dighe, miniere, estrazione idrocarburi e altre attività antropiche, mentre l’Associazione sismologica internazionale (Iaspei) ha un suo gruppo di lavoro dedicato solo alla sismicità indotta (Tais). Al congresso di European Geosciences Union General Assembly EGU 2014, a Vienna, sono stati presentati sessanta lavori in merito. In Italia sono usciti appena otto articoli in quarantotto anni, e nessuno tra il 1964 e il 1994.

Solo con il terremoto del 2012, come già accennato, la questione è diventata di pubblico dominio, nonostante già nel 2010 alcuni documenti ufficiali parlassero della possibilità di questo evento antropico. È il caso del protocollo d’intesa “Linee d’azione per lo stoccaggio di gas naturale nel sottosuolo” sottoscritto tra il Ministero dello Sviluppo economico e la Regione Lombardia il 22 febbraio 2010 dove, all’art. 2, viene richiesto di promuovere iniziative comuni per il controllo e la valutazione sperimentale in tema ambientale e di sicurezza degli stoccaggi, e in particolare per quanto riguarda il monitoraggio degli effetti sismici indotti dall’esercizio degli impianti di stoccaggio.

Anche nei documenti presentati dalla Stogit (Stoccaggi gas italiani, del gruppo Snam) per la valutazione di impatto ambientale per la sovrappressione al 105% nello stoccaggio di Sergnano (Cremona) viene indicata la possibilità. Nel rapporto “Concessione Sergnano stoccaggio progetto, tecniche e programma di monitoraggio” dell’aprile 2010 si legge: “Monitoraggio microsismico e geodetico di pozzo. La metodologia di monitoraggio si basa sulla rilevazione di eventuali modifiche allo stato di stress causate dalla diminuzione (attività di erogazione) o dall’aumento (attività di iniezione) della pressione dei pori. Lo studio e il monitoraggio di una eventuale microsismicità associata all’esercizio dell’attività di stoccaggio può inoltre contribuire a una migliore caratterizzazione del comportamento meccanico del reservoir”.

Contemporaneamente al protocollo sopracitato tra il ministero e la Regione Lombardia, l’8 febbraio 2010 la Regione Emilia Romagna emanava un decreto di giunta il cui contenuto faceva proprio il parere tecnico di un pool di esperti (tra cui molti professori universitari) in merito alla “Pronuncia di compatibilità ambientale sul progetto di stoccaggio sotterraneo di gas naturale denominato ‘Rivara’”.

Nell’allegato della delibera si legge: “Per sismicità indotta si intende solitamente la sismicità minore causata direttamente o indirettamente da varie attività antropiche, quali scavi minerari o tunnel, grandi laghi artificiali, estrazione di idrocarburi, o, infine, di campi idrotermali. Si può parlare in questi casi di sismicità realmente indotta e cioè di terremoti sostanzialmente di origine antropica, in quanto le tensioni crostali che generano i sismi è in gran parte attribuibile a cause non naturali (Eagar et al., 2006). Si tratta peraltro di terremoti piccoli, solitamente registrati solo dagli strumenti, i cui valori di magnitudo Richter variano da -2 a 3, per cui questa sismicità non è in grado di provocare danni alle costruzioni, anche se, con gli eventi più grandi, può arrecare disturbo alla vita dei residenti.

"Esiste però un altro tipo di sismicità indotta, dagli effetti molto più gravi, che è corretto chiamare sismicità attivata. In questo caso si tratta di sismi ‘grandi’ e distruttivi, causati da stress tettonici accumulatisi in centinaia di anni, ai quali le attività antropiche danno l’ultima e decisiva ‘spinta’, scatenando la rottura catastrofica delle rocce crostali. Questi sono sismi che avverrebbero ineluttabilmente prima o poi, ma che, verificandosi in concomitanza temporale e spaziale con un’attività umana ben definita, sono a essa direttamente riconducibili. Utilizzando un concetto storiografico, è possibile in questo caso parlare dell’attività tettonica naturale come causa remota del terremoto e dell’intervento antropico come causa prossima [...] La sismicità attivata è l’espressione più pericolosa della sismicità indotta.

"Poiché essa si verifica a causa dell’attivazione di strutture tettoniche in cui la concentrazione di tensioni è già indipendentemente alta, essa può essere evitata solo escludendo ogni attività antropica potenzialmente sismogenica attorno a esse […]. Dal punto di vista degli interventi antropici che possono potenzialmente attivare la sismicità naturale, questo obbliga cautelativamente a mantenersi a una distanza dalle strutture attive tale da potere escludere ogni interazione. In pratica, nel caso più comune al mondo e tipico di tutto il territorio italiano, in cui le strutture sismogeniche sono sepolte e non sono note con precisione, ogni perturbazione antropica allo stato di tensioni crostali che vada al di là dell’intervallo naturale di variazione o che comunque non faccia parte della storia pregressa del sistema e abbia una ragionevole certezza di non sismogenicità, va valutata con estrema cautela”.

Non solo. Dopo una seria analisi sul comportamento del sito, il pool di esperti scrive nelle conclusioni: “A fronte delle numerose e rilevanti incertezze appena descritte è indispensabile inoltre registrare il determinante grado di consapevolezza che emerge dalle elaborazioni progressivamente compiute per quanto riguarda le condizioni di criticità derivanti dalla presenza, nell’area interessata dal progetto, di strutture sismotettoniche attive, con le potenziali aggravanti conseguenze che ciò può comportare in termini di sismicità indotta”. Ovviamente, il parere del pool al progetto – stoccaggio sotterraneo di gas naturale denominato ‘Rivara’ (Modena) – fu negativo.

Sempre in questa relazione vengono citati studi italiani e stranieri, come quello dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) del 2009 sulla sismicità indotta in Val d’Agri in Basilicata, attribuibile al ciclo di invaso/svaso del bacino artificiale del Pertusillo e agli eventi causati dalle acque di reiniezione dei reflui petroliferi dal centro oli di Viggiano (PZ); il caso dell’Olanda, dove su quasi tutto il territorio nazionale la maggiore pericolosità sismica è data da eventi indotti e non tettonici, derivanti dai campi di giacimento on-shore (a terra) di Groninbergh – proprio recentemente, il governo olandese ha condannato le multinazionali Shell ed Exxon a pagare un risarcimento pari a 1,2 miliardi di euro per i danni provocati a 30.000 case –; il terremoto del ‘51 di Lodi, già sopra menzionato, e l’evento più importante di sismicità attivata, quello della diga di Koyna in India, costruita in prossimità di una grande faglia attiva, che ha provocato un terremoto di magnitudo Richter M=6.5, è costato la vita a 150 persone e ha raso al suolo l’80% delle case della cittadina di Koyna Nagar, oltre a distruggere la diga stessa.


Il terremoto in Emilia: la Commissione Ichese
Ma, come già sottolineato, solo con il terremoto del 2102 in Emilia la questione della sismicità indotta è divenuta di pubblico dominio; e dopo molti dubbi, accentuati dalle proteste delle popolazioni locali, nel dicembre 2012 il governo ha nominato una commissione di esperti internazionali denominata Ichese (International commission on hydricarbon exploration and seismicity in the Emilia region) per far luce sulle possibili cause del terremoto e il possibile collegamento con attività antropiche.

La commissione doveva rispondere a due quesiti: “1) È possibile che la crisi emiliana sia stata innescata dalle ricerche nel sito di Rivara, effettuate in tempi recenti, in particolare nel caso siano state effettuate delle indagini conoscitive invasive, quali perforazioni profonde, immissioni di fluidi, ecc.? 2) È possibile che la crisi emiliana sia stata innescata da attività di sfruttamento o di utilizzo di reservoir, in tempi recenti e nelle immediate vicinanze della sequenza sismica del 2012?”

La storia di questa commissione e della pubblicazione delle sue valutazioni è alquanto grottesca, a causa di presunti conflitti di interesse e soprattutto per il fatto che le conclusioni sono state tenute chiuse e nascoste al pubblico nei cassetti del potere, fino a quando un giornalista, Edwin Cartlidge della rivista Science, nell’aprile 2014 ha pubblicato il rapporto. Cartlidge ha anche dichiarato di aver ricevuto pressioni per non pubblicare l’articolo.

Le conclusioni del rapporto Ichese hanno segnato un passo importante. Vi si legge: “La Commissione ritiene altamente improbabile che le attività di sfruttamento di idrocarburi a Mirandola e di fluidi geotermici a Casaglia possano aver prodotto una variazione di sforzo sufficiente a generare un evento sismico ‘indotto’. L’attuale stato delle conoscenze e l’interpretazione di tutte le informazioni raccolte ed elaborate non permettono di escludere, ma neanche di provare, la possibilità che le azioni inerenti lo sfruttamento di idrocarburi nella concessione di Mirandola possano aver contribuito a ‘innescare’ l’attività sismica del 2012 in Emilia”.

È in quel “non permettono di escludere ma neanche di provare” che si muove il dilemma scientifico, lo spazio in cui si è innescato lo scontro tra compagnie petrolifere e tecnici, ambientalisti, comitati e popolazioni, che hanno cominciato ad appellarsi al principio di precauzione ambientale per fermare le attività antropiche a rischio di indurre o innescare terremoti.

Per tagliare la testa al toro, il team di esperti internazionali del rapporto Ichese suggerisce una serie di accorgimenti per il monitoraggio della sismicità indotta e innescata. Innanzitutto crea distinzione tra la prima e la seconda, come il team che ha dato parere (negativo) allo stoccaggio gas di Rivara sopra citato: “Un terremoto innescato è un particolare tipo di terremoto tettonico, nel quale piccoli effetti prodotti da attività umane hanno anticipato il momento in cui il terremoto sarebbe avvenuto e pertanto è ancora più difficile da trattare. Più semplice è il caso della sismicità indotta, in quanto le azioni umane hanno una influenza significativa; pertanto possono essere studiate variazioni nelle metodologie operative utilizzabili per abbassare significativamente la probabilità di questi eventi”.

Tra i suggerimenti viene introdotto il concetto di monitoraggio: “Sistemi di monitoraggio con livelli crescenti di allarme (i cosiddetti sistemi a semaforo) sono in effetti stati sviluppati e applicati solo per casi di sismicità indotta”. “La sismicità indotta e innescata dalle attività umane è un campo di studio in rapido sviluppo, ma lo stato attuale delle conoscenze, e in particolare la mancanza di esperienza in Italia, non permette la elaborazione di protocolli di azione che possano essere di uso immediato per la gestione del rischio sismico. Ha quindi carattere prioritario lo sviluppo delle conoscenze attraverso l’acquisizione di dati dettagliati, alcuni dei quali devono essere forniti dagli operatori, e attraverso una ricerca che possa migliorare la conoscenza delle relazioni tra operazioni tecnologiche e sismicità innescata.

"Potrebbero essere studiati casi di sismicità nelle immediate vicinanze di campi di sfruttamento di idrocarburi, quali ad esempio quello di Caviaga (1951) e di Correggio (1987-2000) e probabilmente anche altri, eventualmente utilizzando le metodologie applicate in questo rapporto dalla Commissione. Sarebbe necessario analizzare in dettaglio sia la sismicità che i parametri di produzione, ed è essenziale avere informazioni su più di un caso per poter sviluppare strumenti utili alla gestione del rischio, quale ad esempio i sistemi a semaforo”.

E proprio nel suggerire il sistema a semaforo, la commissione indirizza anche sul modello di analisi del monitoraggio. Viene specificato che “le attività di sfruttamento di idrocarburi e dell’energia geotermica, sia in atto che di nuova programmazione, devono essere accompagnate da reti di monitoraggio ad alta tecnologia finalizzate a seguire l’evoluzione nel tempo dei tre aspetti fondamentali: l’attività microsismica, le deformazioni del suolo e la pressione di poro”.

Altro aspetto importante è che la conclusione non è stata validata dal massimo ente di ricerca italiano in materia, l’Ingv, che ha validato il modello ma non i risultati finali. Ed è su questo punto, e sul fatto che il team della commissione Ichese fosse composto da esperti internazionali pagati dall’Eni, che nasce lo scontro anche tra persone di spicco del mondo scientifico italiano, tra cui il sismologo Enzo Boschi, ex presidente per ventidue anni dell’Ingv ed ex membro della Commissione ministeriale Grandi rischi.

Proprio dai suoi articoli, usciti principalmente sul giornale online Il Foglietto, si evince il carattere dello scontro su questa vicenda, da lui stesso definita grottesca, soprattutto per la non validazione dei dati da parte di Ingv, ma anche per il palese conflitto di interessi tra gli esperti pagati dalla stessa Eni: “Ci trovavamo insomma nella classica situazione italiana di controllati che si controllano da soli per star sul sicuro”.

Nell’articolo dell’ottobre 2015 Boschi sottolinea inoltre: “Non dimentichiamo mai che a causa dei terremoti del 2012 ci fu un considerevole numero di vittime. E che la successiva creazione della Commissione Ichese, con tutto quello che ne seguì, servì soprattutto a distrarre l’attenzione da responsabilità politiche e scientifiche del tutto evidenti”.


Il principio di precauzione
Subito dopo il terremoto emiliano, ancora in assenza della Commissione Ichese, il Ministero dell’Ambiente si è adoperato per trovare soluzioni alla questione assai complessa della sismicità indotta e delle attività antropiche.

Il 27 luglio 2012, appena due mesi dopo il sisma, la Commissione ministeriale nazionale per la Valutazione di Impatto ambientale – Commissione Via-Vas – emana il parere per la concessione dello stoccaggio di Sergnano (Cremona) per un aumento in sovrappressione al 105% rispetto alla pressione statica di fondo del giacimento. Nel documento è indicata la seguente prescrizione: “Qualora la sismicità indotta superi Magnitudo 3.0 – considerando l’epicentro all’interno di un’area definita di raggio uguale a dieci chilometri attorno alla tesa del pozzo – la pressione di esercizio massima e la frequenza del ciclo di iniezione e di estrazione dovranno essere ridefinite in modo da riportare la magnitudo al di sotto di tale valore”.

La prescrizione diviene parte integrante del decreto ministeriale del 15 ottobre 2012, impugnato dai comitati davanti al tribunale amministrativo in nome del principio di precauzione. Anche la Regione Lombardia, il 19 dicembre 2014, per bocca dell’assessore all’Ambiente Terzi, emana un decreto di giunta contro l’ampliamento della capacità di stoccaggio di Sergnano, sempre appellandosi alla precauzione. Come riportato sul sito della Regione Lombardia: “Il diniego all’incremento della capacità di stoccaggio della concessione ‘Sergnano Stoccaggio’ – ha spiegato l’assessore Terzi – è stato deciso in applicazione del principio generale di precauzione, considerate le elevate capacità di stoccaggio oggi presenti in Lombardia e, in particolare, nella provincia di Cremona, di assoluta rilevanza e tali da richiedere una particolare attenzione ai fini della valutazione degli effetti dell’attività nell’ambiente circostante relativamente alla sismicità indotta/innescata”, e riporta gli esiti dello studio condotto dalla commissione Ichese sulle caratteristiche dei due tipi di sismicità.

Una delibera che ha rappresentato una vittoria, seppur momentanea, per i comitati ambientalisti; prescrizioni simili a quelle di Sergnano infatti sono poi state applicate in tutti i successivi decreti italiani relativi agli stoccaggi, tra cui Bordolano (Cremona).


Le linee guida per il monitoraggio
Il 27 giugno 2014 viene pubblicato lo studio dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) “Rapporto sullo stato delle conoscenze riguardo alle possibili relazioni tra attività antropiche e sismicità indotta/innescata in Italia”, redatto dal tavolo di lavoro composto da Dpc (Dipartimento protezione civile), Mise (Ministero dello Sviluppo economico), Ispra, Ingv, Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), Ogs (Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste); uno studio importante, visto il gruppo messo in piedi.

Vi si legge: “Sismicità indotta/innescata in Italia. Alcuni studi su episodi di sismicità indotta/innescata sono stati condotti in Italia, in passato, anche da ricercatori di enti pubblici o privati non partecipanti al Tavolo di Lavoro che ha redatto il presente Rapporto. Per fornire un quadro riassuntivo degli episodi di sismicità indotta/innescata, documentati o ipotizzati, sui quali sono in corso ulteriori studi, si ritiene opportuno fornire una tabella con le indicazioni degli articoli pubblicati in cui si possono trovare i dettagli relativi” (Figura 1).

 

 

Aspetto interessante del rapporto è l’accento posto sul ruolo del monitoraggio e di banche dati: “A fronte della disponibilità di dati, informazioni prodotte e infrastrutture di monitoraggio e ricerca tecnologicamente avanzate, precedentemente elencati, resta irrisolto in Italia il problema della difficoltà di accesso ad alcune tipologie di informazioni legate alle attività di esercizio (volumi e pressioni di iniezione di fluidi, livelli di invaso, ecc.) e del relativo monitoraggio effettuato con reti gestite dalle società. Talvolta tali dati sono addirittura impossibili da reperire in quanto dispersi o non preservati. Tali informazioni, fondamentali per consentire lo sviluppo di ricerche indipendenti sul tema della sismicità indotta/innescata da attività antropica, sono talvolta rese disponibili dai gestori solo nell’ambito di specifici progetti di monitoraggio e/o ricerca.

"Appaiono quindi estremamente opportune azioni, incluse quelle di tipo normativo, volte a raccogliere, organizzare, preservare e rendere disponibili tali dati, come quelle previste nelle Linee Guida in via di definizione da parte del Gruppo di Lavoro per la definizione di indirizzi e linee guida per il monitoraggio della microsismicità, delle deformazioni del suolo e della pressione di poro nell’ambito delle attività antropiche, istituito dal Ministero dello Sviluppo economico”.

Su suggerimento della commissione Ichese e del tavolo Ispra, con decreto del 27 febbraio 2014 nasce il gruppo di lavoro sopra indicato tra Dpc, Cnr, Ingv e Ogs, costituito nell’ambito della Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie, che il 24 novembre successivo consegna il documento contenente indirizzi e linee guida per il monitoraggio della microsismicità, delle deformazioni del suolo e della pressione di poro nell’ambito delle attività antropiche, predisposte in base ai più alti livelli di sviluppo e conoscenza a quel momento disponibili. Linee guida sviluppate per il monitoraggio delle attività di coltivazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo di gas naturale che potranno essere applicate, attraverso opportuni adattamenti, a tutte le attività antropiche che interessano grandi bacini artificiali, attività geotermiche, stoccaggio sotterraneo di CO2, estrazioni minerarie e più in generale attività di sottosuolo, e divenute parte integrante e strumento scientificamente provato con decreto direttorio del decreto Sblocca Italia nel marzo 2015.

Tra le motivazioni si legge: “Le presenti Linee Guida hanno l’obiettivo di definire gli standard iniziali di osservazione degli effetti delle attività antropiche a seguito di operazioni di reiniezione di fluidi nel sottosuolo (acque di strato) e di estrazione/stoccaggio di idrocarburi e, in particolare, di stabilire le procedure e i protocolli di monitoraggio, includendo tra questi le modalità di analisi dell’evoluzione spazio-temporale di alcuni parametri descrittivi della sismicità, della deformazione del suolo e della pressione di poro.

"Tali standard dovranno essere aggiornati e perfezionati mediante una fase sperimentale su casi pilota rappresentativi di diverse casistiche, prima di una loro applicazione generalizzata”. In merito alle finalità: “In particolare, mediante il monitoraggio sismico si intende individuare e localizzare la sismicità in un volume circostante il luogo delle attività antropiche, con l’obiettivo di distinguere la sismicità naturale da quella eventualmente causata da tali attività. Il monitoraggio deve consentire di seguire l’evoluzione spazio-tempo-magnitudo della sismicità al fine, ove occorra, di rimodulare o, nei casi previsti, di sospendere le attività stesse. Mediante il monitoraggio delle deformazioni del suolo si intende identificare eventuali fenomeni di deformazione superficiale legati alle attività in esame, per misurarne e analizzarne le variazioni spazio-temporali rispetto alle condizioni di fondo. Con il monitoraggio delle pressioni di poro (o di giacimento) si intende misurare la pressione a fondo pozzo ed effettuare eventuali prove di interferenza con pozzi limitrofi, allo scopo di verificare il modello fluidodinamico del sottosuolo interessato dalle attività antropiche e valutare l’evoluzione nello spazio e nel tempo delle pressioni”.

Il monitoraggio è quindi diviso tra sismicità indotta e sismicità innescata, e vengono creati dei domini di rilevazione della sismicità indotta – Dominio interno di rilevazione DI – che per le attività di stoccaggio è da misurare in un raggio di 2-3 km attorno al giacimento, per le estrazioni di 3 km, e per le reiniezioni di fluidi di 8 km; per la sismicità innescata – Dominio esteso di rilevazione DE – per tutte le attività si chiede il monitoraggio di un ulteriore raggio dai 5 ai 10 km.

Importante in queste linee guida è anche la caratterizzazione geologica, strutturale e sismotettonica dell’area di monitoraggio. Infine, le reti di monitoraggio previste devono avere una sensibilità elevata in grado di percepire sismi di Mg da 0 a 1 e con incertezza di localizzazione di ipocentro di alcune centinaia di metri. In base all’elaborazione di dati tra magnitudo registrate e parametri di iniezione e produzione, oltre ad altri dati geologici sulla deformazione del suolo e sulla pressione di poro, deve essere predisposto il ‘sistema a semaforo’, dove si passa dal livello zero di ‘ordinarietà’, a uno di ‘attenzione’, due di ‘riduzione delle attività’, tre di ‘sospensione delle attività’.

Aspetto non del tutto chiaro, tuttavia, in termini di trasparenza dati e possibili conflitti di interesse, è il rapporto che si deve instaurare tra la struttura preposta al monitoraggio e il gestore concessionario, ossia l’impresa.


La situazione in Lombardia
Cerchiamo di applicare le linee guida alla realtà lombarda. Innanzitutto, qual è il quadro della sismicità naturale della regione.

 

 

La cartina (Figura 2) mostra tutte le sorgenti sismogenetiche composite e individuali, strutture geologiche in grado di scatenare magnitudo naturali in ogni loro punto. Nel territorio interessato abbiamo le sorgenti:

•ITCS 115 – profondità da 2 a 6 km in grado di scatenare terremoti fino a magnitudo 6.0
•ITCS 002 – profondità da 6 a 13 km in grado di scatenare terremoti fino a magnitudo 6.0
•ITCS 072 – profondità da 1 a 6 km in grado di scatenare terremoti fino a magnitudo 6.0
•ITCS 116 – profondità da 2 a 6 km in grado di scatenare terremoti fino a magnitudo 5.5
•ITIS 104 – sorgente sismogenetica individuale che ha provocato il terremoto del 1802 di Soncino (CR) di Mg 5.7, profondità tra 2,5 e 5,8 km.

 

 

I cerchi gialli (Figura 3) sono i campi di dominio della sismicità indotta degli stoccaggi esistenti, di raggio 2/3 km, come previsto dalle linee guida. I cerchi bianchi (Figura 4) sono i campi di dominio della sismicità innescata di raggio 10 km.

 

 

Come si può notare, i campi di dominio coincidono con le sorgenti sismogenetiche e quindi il rischio di indurre sismicità, e soprattutto di innescare sismicità, è alquanto probabile e possibile. Il territorio lombardo sarà, insieme alla Basilicata e non solo, la grande scommessa per la sperimentazione del monitoraggio della sismicità indotta da operazioni metanifere, e occorre quindi puntare il faro sulla situazione. Perché, come ha dichiarato la stessa commissione Ichese, sismicità innescata significa “terremoti innescati, per i quali una piccola perturbazione generata dall’attività umana è sufficiente a spostare il sistema da uno stato quasi-critico a uno stato instabile. L’evento sismico sarebbe comunque avvenuto prima o poi, ma probabilmente in tempi successivi e non precisabili. In altre parole, il terremoto è stato anticipato.

In questo caso lo sforzo perturbante ‘aggiunto’ è spesso molto piccolo in confronto allo sforzo tettonico pre-esistente. La condizione necessaria perché questo meccanismo si attivi è la presenza di una faglia già carica per uno sforzo tettonico, vicina a un sito dove avvengono azioni antropiche che alterano lo stato di sforzo, dove vicina può voler dire anche decine di chilometri di distanza a seconda della durata e della natura dell’azione perturbante. In alcuni casi queste alterazioni possono provocare l’attivazione della faglia già carica. È importante ricordare che, poiché in questo caso le operazioni tecnologiche attivano solamente il processo di rilascio dello sforzo tettonico, la magnitudo dei terremoti innescati può essere grande, dello stesso ordine di quella dei terremoti tettonici, e dipenderà dall’entità della deformazione elastica accumulata sulla faglia a causa del carico tettonico”.

I rischi sono evidentemente enormi, trattandosi di una delle zone a più alta densità abitativa in Italia, essendo coinvolte cinque province lombarde con più di tre milioni di abitanti. Eppure si va avanti su questa strada, realizzando opere messe in cantiere in nome del profitto delle imprese e di giochi geopolitici sull’energia (1).


Serve il monitoraggio? Il caso Castor
Punto focale: saranno reali e funzioneranno le prescrizioni ministeriali e le operazioni previste dalle linee guida? Funzionerà quel “adottare tutti quegli accorgimenti utili a riportare la magnitudo al disotto di tale valore”? Una domanda legittima visto che il progetto di stoccaggio Castor in Spagna non ha di certo dato risposte incoraggianti. Nel settembre 2013, in fase di iniezione nello stoccaggio (per fortuna) off shore, a 20 km dalla costa di Castellòn, si è scatenato uno sciame sismico. Il governo spagnolo, allarmato per le continue scosse e la progressione positiva dell’intensità della magnitudo, ha deciso di inviare la Guardia civile e interrompere tutte le attività. Nonostante questo, la sismicità ha continuato aumentando ancora fino a Mg 4.3.

Il caso dimostra quanto non si è affatto certi che l’interruzione delle attività possa portare a un ridimensionamento del terremoto, ma soprattutto, citando ancora la commissione Ichese: “Ricerche recenti sulla diffusione dello sforzo suggeriscono che la faglia attivata potrebbe trovarsi anche a qualche decina di chilometri di distanza e a qualche chilometro più in profondità del punto di iniezione o estrazione, e che l’attivazione possa avvenire anche diversi anni dopo l’inizio dell’attività antropica”.

Ai primi di maggio il governo spagnolo ha indetto una conferenza nella quale ha ufficializzato il blocco totale del progetto Castor, deciso dopo uno studio di ricercatori del Mit (Massachusetts Institute of Technology) e dell’Università di Harvard, proprio perché, nonostante l’interruzione delle operazioni, le scosse sono state centinaia, e c’era il rischio di stimolare e innescare una struttura geologica in grado di scatenare terremoti fino a Mg 6.8.

Come ha scritto il sismologo Enzo Boschi l’11 maggio scorso su Il Foglietto nell’articolo “Dal Ministero della Ricerca serve maggiore chiarezza su questioni di sicurezza nazionale”, mettendo in dubbio il sistema a semaforo in merito al caso della Val D’Agri: “In ciò che scrive il Ministero, si arriva a dire che l’Ingv con il sistema di monitoraggio della sismicità naturale consentirà «immediatamente di segnalare alle istituzioni pubbliche territoriali, al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse e al Dipartimento della Protezione Civile eventuali anomalie che potrebbero indicare la generazione di sismicità indotta o innescata». Questo sarebbe molto interessante se venisse anche spiegato come si riuscirà a capire che l’induzione o l’innesco è avvenuto.

"In altre parole, l’Ingv organizzerà il cosiddetto sistema ‘a semaforo’: appena si registra qualcosa, qualunque cosa, si sospende ogni attività. La cosa, però, è inutile ed estremamente pericolosa perché basta conoscere un po’ di geofisica moderna per sapere che certi processi possono essere innescati o indotti oggi ma produrre tragedie fra qualche anno. Inoltre, poco si sa di come inneschi e induzioni avvengano e, quindi, in realtà non sappiamo come monitorarli. In altre parole, l’instabilità e i moti della crosta terrestre sono imprevedibili e non possono essere fermati, come avviene per le auto in prossimità di un semaforo al rosso”.

Dichiarazioni forti da parte di uno dei massimi esperti in materia a livello nazionale e internazionale. Il rischio è enorme. Eppure non si fermano i progetti. Perché il punto è sempre quello, come evidenziato anche negli articoli pubblicati sui numeri precedenti di Paginauno: gli stoccaggi si inseriscono in un modello di sviluppo che va in un’unica direzione, quella del fossile; fino a ora non è neanche stata presa in considerazione l’ipotesi di sganciarsi e progettare sistemi rinnovabili, puliti e sicuri. Anche nella Nuova Strategia Energetica Nazionale da poco presentata dai ministri Galletti e Calenda, la creazione dell’hub del gas resta al centro del progetto e del dibattito; l’hub, questo grande corridoio energetico meridionale per l’Europa, intorno al quale ruotano gli interessi enormi delle lobby finanziarie e delle multinazionali energetiche, che porta con sé i siti di stoccaggio, con portano con loro i rischi appena analizzati di sismicità indotta e innescata.

 

Enrico Duranti

 

1) Cfr. Enrico Duranti, L’Italia Hub del gas: disastrose scelte di politica energetica, Paginauno n. 51/2017, e Cambiamento climatico Kyoto e Cop 21: lo stoccaggio di CO2, Paginauno n. 52/2017

 

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