| Già
pubblicato nel 2005 da Marcos Y Marcos, il giallo politico-metafisico
di Durrenmatt viene oggi riproposto da Adelphi. Ed è un bene
in una realtà come quella italiana che della giustizia istituzionalizzata
fa un centro di verità assoluta e indiscutibile. Al contrario,
come sembra affermare l’autore, la verità è sempre
individuale, situata là, nel punto in cui decidiamo –
per convenienza, per vigliaccheria – di non porci più
domande.
L’avvocato Spaet, per personali questioni di bisogno economico,
decide di non fermarsi nel fi ssativo della verità condivisa,
quella in cui il tribunale condanna per omicidio il miliardario consigliere
cantonale Isaak Kohler, reo di avere sparato al suo amico e germanista
professor Winter davanti a numerosi testimoni.
Ingaggiato dall’omicida, l’avvocato (fino a oggi convinto
difensore di prostitute e papponi) accetta il patto faustiano che
lo costringe a guardare i fatti, oltre le apparenze, e a indagarli
come se l’assassino non fosse Kohler. È questo il momento
in cui Durrenmatt sposta il suo giallo dall’effimera narrazione
attinente al romanzo di genere, per attraversare una porta oltre la
quale la giustizia cessa di essere una scienza esatta e si trasforma
in una farsesca metafisica del caos. (Milton Rogas)
GIUSTIZIA,
Friedrich Durrenmatt, Adelphi, 211 pagg., 18,00 euro
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Roberto
Doni attende la nomina a procuratore generale. È un uomo che
fa le cose per bene. Ha un credo: l’obbedienza alla legge, che
sa, rimane un’approssimazione della giustizia, ma è un
ordine e pertanto preferibile al caos.
Poi arriva il caso di Khaled Ghezal, muratore tunisino e capro espiatorio
di un delitto che non ha commesso. Per Doni la partita è chiusa
in partenza, senza un briciolo di prove, cosa resta? La macchina della
giustizia è complessa e bisogna seguire le procedure, anche
se a rimetterci è un innocente. Lo stile stesso del romanzo
si conforma alla testa di Doni che pensa in modo lineare ed essenziale
perché i fatti non ammettono fronzoli. In realtà sono
sempre due le voci che dialogano mentre procede la narrazione, il
protagonista e uno dei personaggi, che gli fa da contrappunto per
stanarlo da quel palazzo, gabbia di rigide convenzioni, dove l’alba
accecante fa dimenticare il buio, permettendogli di vedere, sotto
il velo dei fatti, la sostanza delle cose. Fino alla scena finale
che si fa monologo.
Solo con la coscienza, in bilico tra buttarsi o seguire i binari,
sceglie. Sia fatta giustizia, qualunque cosa accada. Perché
la cosa più straziante è diventare una persona arresa
e felice come tante. Basta un soffio. (R. Brioschi)
PER LEGGE SUPERIORE
Giorgio Fontana, Sellerio, 256 pagg., 13,00 euro
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Con
i suoi quattordici racconti, la Parsipur dimostra che l’uomo,
se vuole comprendere gli eventi sociali, il mondo in cui vive, non
ha altra scelta che affidarsi alla narrativa. La costruzione di storie:
non esiste altra strada, né scientifica né sociologica
né filosofica.
Come si rapportano tra loro le persone, in una realtà che vive
una perenne tensione tra leggi legate ad antichi codici e la tecnologia
più avanzata dell’Occidente? E qual è la ricaduta
di questa tensione, se persino l’immaginazione e la fantasticheria
si traducono in una specie di resa definitiva?
Nelle teste dei personaggi il fondamentalismo è in conflitto
con la seduzione della scienza e il suo incessante richiamo verso
la modernità – strumento di potere coercitivo il primo,
insinuante forma di controllo dei cervelli il secondo. Come uscirne?,
sembra chiedersi la scrittrice iraniana. Forse – capirlo è
il primo passo – il vero problema sta nell’inconsapevolezza
dei soggetti coinvolti, tesi in un’impossibile ricerca del sé.
E la scrittura, sembra chiedersi l’autrice nel suo ultimo doloroso
racconto Io e George Orwell, ha ancora in sé gli strumenti
per districare la matassa e porsi come terza forza in gioco? Forse
sì, ma avrà bisogno di lettori attenti e attivi. (Milton
Rogas)
LA CERIMONIA DEL TÈ IN PRESENZA DEL
LUPO,
Shahrnush Parsipur, Tranchida, 109 pagg., 12,00 euro
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L’opera
più importante dell’autore libertario argentino Osvaldo
Bayer, il Severino Di Giovanni. L’idealista della violenza,
edito per la prima volta in Italia nel 1973, viene oggi riproposta
nella nuova edizione tradotta, curata e soprattutto ampliata dallo
scrittore Alberto Prunetti (Potassa, Il fioraio di Peròn),
alla luce del ritrovamento di documenti sin qui inediti. È
la biografia, per nulla romanzata, dell’anarchico abruzzese
Severino Di Giovanni, emigrato in Argentina agli inizi del secolo
scorso, e qui diventato una figura quasi mitologica per l’audacia
delle sue azioni e la coerenza dimostrata fin nel momento della sua
fucilazione, quando dopo aver rifiutato la benda, come tanti prima
di lui in simili frangenti, salutò la morte al grido di: «Viva
l’anarchia!». Personaggio controverso ed estremo, fu teorico
dell’azione diretta e violenta, appassionato nella diffusione
del suo ideale attraverso le pubblicazioni che redigeva e stampava,
tenero amante, lui trentenne sposato e con figli, di una ragazza appena
quattordicenne, la quale anche dopo l’esecuzione continuerà
la lotta nel suo ricordo.
In Argentina, pare non riescano a credere che un personaggio tanto
leggendario da loro, possa essere praticamente sconosciuto in patria.
(G. Ciarallo)
SEVERINO DI GIOVANNI. C’ERA UNA VOLTA
IN AMERICA DEL SUD,
Osvaldo Bayer, Agenzia X, 256 pagg., 15,00 euro
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Saverio
Ferrari, giornalista e scrittore (già autore di testi sul fenomeno
neofascista in Italia, come Le nuove camicie brune: il neofascismo
oggi in Italia, Da Salò ad Arcore: la mappa della destra eversiva
e Le stragi di Stato – Piccola enciclopedia del terrorismo nero),
riduce qui il suo campo d’azione, concentrando la ricerca sulla
ragnatela di sigle che ha costituito l’ossatura dell’eversione
nera nel capoluogo lombardo.
L’autore raccorda e svela un sistema di interconnessioni e di
penetrazione negli ambiti più impensabili, dove palestre di
arti marziali, circoli sportivi, tifoserie calcistiche diventano luogo
di reclutamento e di diffusione ideologica. Terroristi, malavitosi,
uomini dei servizi segreti, spacciatori di droga, nobili fanatici,
esoteristi, militari, ultras delle curve, reclutatori di mercenari,
tutti coinvolti, come in un inestricabile verminaio, nel tentativo
di riportare le lancette della storia (attraverso le lancette dei
timer) indietro nel tempo. Da Ordine Nuovo a Cuore Nero e Casa Pound,
una ricerca sull’immaginario di cui si ciba il neofascismo e
sulle trame che hanno scritto pagine drammatiche nella storia della
nostra Repubblica. Più che un’inchiesta giornalistica,
un saggio di antropologia politica. (G. Ciarallo)
FASCISTI A MILANO. DA ORDINE NUOVO A CUORE
NERO,
Saverio Ferrari, Biblioteca Franco Serantini Edizioni, 160 pagg.,
14,00 euro
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Ci
sono mille modi per conoscere una città, e quello proposto
dalla coppia Ramonet/Chao (il primo, direttore di Le Monde Diplomatique,
l’altro, scrittore nonché padre del menestrello no-global
Manu) non è certo quello classico della visita ai monumenti
e alle bellezze artistiche. I due ci guidano nei meandri della loro
città, una Parigi affascinante anche sotto questo inedito aspetto
di luogo che ha covato in sé la speranza di cambiamento e il
prezioso seme della ribellione, qui non intesa solo come politica
e sociale, ma anche artistica e scientifica. Quartiere per quartiere
(pardon, arrondissement), ci viene segnalato l’indirizzo
(con lunghe e accurate note sui personaggi) del soggiorno parigino
di grandi nomi della storia universale quali Lenin, Marx, Engels,
Mao, Bakunin, Rosa Luxemburg, Castro, Che Guevara, Ho Chi Min, ma
anche i luoghi dove hanno creato la loro arte, veri mostri sacri quali
Cervantes, Dostoevskij, Cortazar, Charlie Parker, Orwell, per non
parlare ovviamente dei ‘locali’, Queneau, Sartre, Baudelaire
e compagnia bella. Un tour insolito ed emozionante, il tutto mentre
a Los Angeles, frotte di turisti muniti di apposite e costose mappe,
fanno su e giù per Beverly Hills per ammirare le faraoniche
ville dei VIP. (G. Ciarallo)
GUIDA ALLA PARIGI RIBELLE,
Ramòn Chao e Ignacio Ramonet, Voland, 368 pagg., 15,00 euro
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Diciassette
storie scovate dalla cronaca o immaginate per narrare l’imbarbarimento
delle relazioni e del tessuto sociale messo in atto dalla Lega nord,
tematica cardine che dà unità alla raccolta.
Perché per il resto i racconti non si somigliano, tanto sono
multiformi nei contenuti e nello stile. Il gioco dell’iperbole
o dell’antitesi, la scelta del grottesco o del realismo, la
struttura a dialogo o l’intervista, lo slang quotidiano o il
dialetto, rappresentano già una vergata d’autore al bigottismo
di una comunità chiusa, sottomessa, contraria alla diversità
e livellatrice, che la Lega sostiene con la connivenza della Chiesa.
Non c’è solo razzismo o insania mentis, nei racconti
il cono di luce si sposta oltre, nelle profondità, in ciò
che c’è dietro i travestimenti e le mascherate. Il mondo
Lega non inventa nulla, ma fa propria la cultura dell’immagine
e della superficialità, consumistica e capitalistica. Tutto
cambi perché niente cambi. La rivoluzione padana è una
fandonia affinché il clientelismo, la corruzione prosperino
meglio. Nell’Italia più becera dei voltagabbana e dei
compromessi, gli affari rimangono il motore propulsore dell’agire.
E ai più deboli tocca pagare i conti. (R. Brioschi)
SORCI VERDI. STORIE DI ORDINARIO LEGHISMO,
AAVV, edizioni Alegre, 185 pagg., 14,00 euro
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Alla
ricerca di un’eredità sparita nel nulla, della quale
il protagonista del romanzo viene a sapere rovistando tra lettere
e documenti di famiglia, il giovane Alfredo intraprende un per nulla
deamicisiano viaggio dagli Appennini (toscani) alle Ande. Sulle tracce
di un prozio, che nella capitale argentina ha fatto fortuna negli
anni Trenta del secolo scorso arrivando a ricoprire il prestigioso
incarico di Florista Ofi cial de la Casa de Gobierno, Alfredo esplora
la misteriosa e affascinante Buenos Aires, perennemente sospesa tra
passato e presente, entrando in contatto con i reduci delle prime
ondate migratorie ma soprattutto con l’aria mefi tica della
dittatura che, nonostante il tempo trascorso, ancora aleggia sull’Argentina
e che sembra non avere alcuna intenzione di togliere il disturbo:
i guasti della Giunta militare si possono ancor oggi toccare con mano,
nell’impunità dei militari colpevoli del genocidio, nel
ricordo e nelle speranze delle Madres e
delle Abuelas de Plaza de Mayo, nelle proprietà sottratte ai
legittimi proprietari, come i possedimenti dello zio Cosimo, che Alfredo
scoprirà essere stati indebitamente assegnati a persone vicine
alla dittatura. (G. Ciarallo)
IL FIORAIO DI PERÒN
Alberto Prunetti,Stampa Alternativa, 160 pagg., 14,00 euro
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Inghilterra.
È notte. Megan muore nel parcheggio di una stazione. Tre coltellate
le trapassano il torace. Il marito Colin, professione poliziotto,
giura vendetta, nonostante i colleghi si facciano in quattro nelle
indagini, nonostante la storia con la moglie sia finita da un pezzo.
Il botta e risposta tra tempo della fabula e flash back permette di
conoscere le ore precedenti il delitto, entrando nella testa della
stessa Megan che ammette di voler cambiare vita. Le figlie, coro di
tragedia greca, commentano i fallimenti con un pensiero nudo e crudo.
Perché se l’omicidio è l’elemento scatenante,
al centro del romanzo ci sono i legami. Cosa nascondono le mura di
casa? La famiglia è un nido di compromessi, il matrimonio un
letto di falsità. Ma l’importante è la facciata,
l’idea che le virtù familiari, il decoro, la solidità,
le cose fatte per educazione, esistano. Lo stesso lavoro di sbirro,
che porta a vivere senza scrupoli nella zona grigia, è metafora
di un mondo borghese legato al do ut des, dove anche un funerale
è un bluff.
E i personaggi vi si adattano, mettendo da parte la nostalgia per
la purezza e la ricerca del riscatto. Il lavoro è lavoro. Gli
uomini muoiono, le convenzioni sopravvivono. Il natale ci sarà
sempre. (R. Brioschi)
ROSE, ROSE
Bill James, Sellerio, 340 pagg., 14,00 euro
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Complete
e incomplete, trovate e ritrovate, autografe o apocrife, le carte
scritte da Moro sono, degli anni Settanta, il buco più nero
e profondo. Dopo il saggio Lettere dalla prigionia, in cui Miguel
Gotor aveva concentrato l’attenzione sulle lettere di Moro –
al fine di ricostruire la lunga trattativa tra le Brigate rosse e
lo Stato – lo storico si sofferma sull’altro oggetto misterioso:
il Memoriale. Ovvero le carte in cui i brigatisti avevano trascritto
gli interrogatori del processo del popolo.
Preciso, puntuale, attento a ricucire gli squarci di verità
aperti dalle molteplici versioni più o meno istituzionali,
Gotor consegna al lettore e alla ricostruzione storica, un ampio quadro
della galassia politica, giornalistica, massonica che ha operato,
prima, durante e dopo i 55 giorni del sequestro. E lo fa usando come
punto fermo, e centro della narrazione, il racconto dei tentativi
del generale Dalla Chiesa di entrare in possesso della copia originale
del Memoriale scritto da Moro durante la prigionia. Il risultato è
una lettura sconcertante che, oltre ad aggiungere ipotesi di verità
su quei fatti, indirettamente spiega le ragioni per cui gli anni Settanta
sono destinati a rimanere ancora a lungo un inestirpabile tabù
politico. (Milton Rogas)
IL MEMORIALE DELLA REPUBBLICA
Miguel Gotor, Einaudi, 567 pagg, 25,00 euro
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In
quelle che un tempo erano le cattoliche ‘terre bianche’,
un partito ex pagano e xenofobo come la Lega Nord nasce e miete consensi.
Com’è possibile? Scomparsa la Dc, la Lega ha saputo riempire
il vuoto politico in un territorio messo in crisi dalla globalizzazione
e dall’immigrazione, prima proponendo un’identità
etno-territoriale basata su nuovi simboli, rituali e miti, poi abbracciando
un cattolicesimo tradizionale e pre-conciliare.
Dal canto suo la Chiesa, dopo un’iniziale contrapposizione,
oggi considera la Lega un legittimo interlocutore. È Ruini
ad aprire il dialogo nel 1995, dichiarando la fi ne dell’unità
politica dei cattolici e mettendo all’asta i valori non negoziabili:
fine vita, aborto, famiglia. La Lega coglie l’occasione e si
getta alle spalle il paganesimo, fardello divenuto ingombrante per
un partito che ambisce a diventare forza di governo. Poi è
la volta di Ratzinger, che riporta in auge l’evangelizzazione,
l’identità cristiana dell’Europa e il primato della
Chiesa cattolica, e il razzismo del partito del Nord può celarsi
dietro la lotta per il crocefisso.
Con profondità di analisi, Guolo traccia il percorso che vede
ormai concluso il processo di avvicinamento, in un do ut des che regna
ai vertici centrali dei due poteri ma molto meno in periferia. Per
ora. (G. Cracco)
CHI IMPUGNA LA CROCE
Renzo Guolo, Laterza, 151 pagg., 16,00 euro
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Tra
i numerosi saggi che analizzano il successo della Lega Nord pubblicati
in quest’ultimo periodo, questo di Lynda Dematteo è senza
dubbio il più riuscito.
Grazie all’approccio etnografico, l’autrice formula un
approfondimento antropologico della cultura popolare del profondo
Nord, che le permette di entrare nel mistero di un consenso popolare
che nessuno era riuscito a comprendere fino in fondo. Partendo dalla
‘maschera’ di Bossi e dai rituali pagani, passando per
l’innovazione linguistica con cui i dirigenti leghisti ridicolizzano
la politica istituzionale in doppiopetto, il saggio finisce per percorrere
a ritroso la storia d’Italia, fino a dimostrare che il programma
leghista non è una creazione originale del senatur. Più
che una costola della sinistra, la Lega Nord diventa, nell’analisi
dell’autrice, un’emanazione
della vecchia Dc e dello spirito autonomista della Chiesa, sorto in
reazione al giacobinismo dei rivoltosi risorgimentali. Una radice
politica legata ad antichi complessi d’inferiorità, che
non poteva che trovare una forte identificazione da parte di quelle
fasce di popolazioni montane e di ex-contadini, da sempre derise e
dimenticate dalle èlite politiche asserragliate nel feudo romano.
Da leggere. (Milton Rogas)
L’IDIOTA IN POLITICA
Lynda Dematteo, Feltrinelli, 266 pagg., 16,00 euro
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Dieci
racconti, dieci squarci a illuminare vicende e personaggi di un decennio
che qualcuno definì ‘formidabile’. Ombre vive attraversano
le pagine: sono quelle di Roberto Franceschi e Francesco Lorusso,
studenti uccisi dalle Forze dell’ordine nella democratica Italia,
di Puig Antich, ultimo garrotato della Spagna franchista, di George
Jackson, leader del Black Panther Party, dei desaparecidos argentini,
dei martiri irlandesi del Bloody Sunday, figure che si muovono lievi
come dentro un liquido amniotico fatto di amore, musica, condivisione,
letture, cinema. Perché gli anni Settanta non sono il buco
nero nella vita della nazione, come i professionisti del revisionismo
storico vorrebbero oggi far credere, ma un periodo di grandi speranze
per l’intera umanità, in cui impegno e passione si sono
sprecati (e sono, purtroppo, andati sprecati), in cui ragazzi non
ancora ventenni hanno messo a rischio la loro libertà, il loro
futuro e la loro vita per un ideale di splendida utopia. Stefano Tassinari,
con coerente orgoglio, rivendica le ragioni delle sue scelte senza
mai dimenticare di appartenere a una generazione che ha sempre, ostinatamente,
scelto di stare dalla parte del torto. (G. Ciarallo)
D’ALTRI TEMPI
Stefano Tassinari, Alegre, 144 pagg., 13,00 euro
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Dall’alba
al tramonto. Toccare l’inferno e risalire alle stelle. Dieci
capitoli per narrare una giornata della famiglia Stowe: padre, madre,
tre figli. E l’amore, forte quanto un oscuro segreto mantenuto,
è la prova con cui fare i conti. Non si sceglie, succede. È
il caos che smantella l’ordine, viola i confini, oltrepassa
i limiti di quelle convenzioni sociali che ingessano le relazioni.
Sono le norme comuni a rendere faticoso il cammino di un sentimento
e pesante la convivenza con gli altri: ogni difetto diventa una campana
a morte per l’amore. Il romanzo, inedito per l’Italia,
è strutturato con la tecnica del punto di vista multiplo: ogni
personaggio ha un capitolo in cui tira fuori la propria voce, solo
Richie, il più piccolo del clan, ne porta avanti tre. Capitoli
che racchiudono una microstoria, un percorso narrativo completo di
protagonista, conflitto, antagonista e climax, senza scalfire l’omogeneità
dell’opera.
Lo stile, costruito su immagini, similitudini, sinestesie e antitesi
– il peccato si specchia nella purezza, la crudeltà nel
perdono, il gelo nella compassione – passa da Ovidio a Marlowe.
La scrittura trasgressiva, tanto osa e non tace, tiene il passo ai
sentimenti che corrono lentamente come cavalli nella notte. (R. Brioschi)
VOCI DALLA LUNA
Andre Dubus, Mattioli 1885, 136 pagg., 17,90 euro
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Francesca
Genti, giovane poetessa con tre raccolte di versi all’attivo
(Bimba urbana, Il vero amore non ha le nocciole e Poesie d’amore
per ragazze kamikaze), approda alla prosa con un romanzo che pesca
a piene mani immagini a metà strada tra le illustrazioni visionarie
di Enki Bilal e le atmosfere rarefatte e claustrofobiche di Blade
Runner.
In un ipotetico futuro prossimo venturo, umani e animali geneticamente
modificati, mossi unicamente da bassi istinti di pura sopravvivenza,
vagano senza meta attraverso un desolato non luogo nel quale il lettore
può riconoscere una Milano finalmente assurta all’agognato
ruolo di capitale immorale di un mondo giunto inesorabilmente alla
sua tragica fine.
Amore, speranza, vita, solidarietà: parole vuote e senza significato,
in esseri semplificati fino all’essenza e capaci oramai di riconoscere
meccanicamente due soli stimoli emotivi: il morso della fame (portato
alle sue estreme conseguenze in orge di amori cannibalici) e il terrore
che incute la polizia schierata a difesa di quel poco che resta di
una civiltà morta. Il tutto sotto la striscia di un sole arancione,
incollato fisso all’orizzonte, che incombe sulla città
e sulla povera umanimalità che la popola, in un ansiogeno,
perenne tramonto. (G. Ciarallo)
LA FEBBRE
Francesca Genti, Castelvecchi, 180 pagg., 16,00 euro
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Il
processo d’appello sui fatti del G8 di Genova 2001 si è
concluso, nella primavera del 2010, con la condanna di 27 vertici
della polizia – dirigenti già allora e che, grazie alle
promozioni elargite negli anni in cui erano imputati nei processi,
ora rivestono ruoli chiave alla guida della polizia di Stato –
in un fragoroso silenzio di media e istituzioni, dalle quali sono
anzi fioccate attestazioni di solidarietà verso i condannati
che restano tutti al loro posto fino alla Cassazione. Per questo,
ricordare quella “violazione dei diritti umani di proporzioni
mai viste in Europa nella storia recente”, dalla definizione
di Amnesty International, è un atto doveroso e urgente.
Il saggio di Agnoletto e Guadagnucci non si limita a rimettere in
fila la cronaca sanguinosa degli eventi e quella dei tentativi di
fermare le indagini e impedire il “processo alla polizia”,
ma si concentra sul vasto disegno politico che portò a quell’eclisse,
dalla criminalizzazione preventiva dei movimenti riuniti nel Genoa
Social forum, con la complicità dei media, alla lucida decisione
di schiacciare con la violenza le voci (sottostimate, sia nel numero
che nella determinazione) del dissenso, al tentativo, tuttora fortemente
in atto, di far cadere quei fatti nell’affollato dimenticatoio
collettivo italiano. (S. Campologo)
L’ECLISSE DELLA DEMOCRAZIA
Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, Feltrinelli, 240 pagg.,
15,00 euro
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Il
problema è questo: si può avere un approccio serio alla
storia della guerra fredda? E nello specifico italiano, un approccio
storiografico serio al periodo tra la caduta del fascismo nel 1943
e la morte di Stalin nel 1953?
Per approccio serio si intende quello che mira a una ricostruzione
non condizionata da schematismi ideologici, da verità a priori,
da esigenze di moda politica o editoriale, da un senno del poi per
cui i perdenti avevano inevitabilmente torto e i vincitori sempre
ragione.
Clementi cerca di farlo e, nel complesso, ci riesce. Offre, parlando
dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica di quegli anni, una rappresentazione
storiografica lineare e limpida, basata su motivazioni comprensibili
e nessi logici, senza artificiali drammatizzazioni con mostri nell’ombra
e complotti oscuri. Racconta le grandi questioni del tempo (dalla
svolta di Salerno allo
schieramento della politica estera italiana nel ’48, dai prigionieri
di guerra a Tito e Trieste) senza visioni di comodo e semplificazioni
massmediatiche.
Peccato per il sottotitolo editoriale, L’ombra sovietica sull’Italia
di Togliatti e De Gasperi, che sembra quasi negare la prudenza di
Mosca di allora: le ombre vere sulla politica italiana probabilmente
sono state altre, e venivano soprattutto da ovest... (D. Pinardi)
L’ALLEATO STALIN
Marco Clementi, Rizzoli, 390 pagg., 20,00 euro
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Il
libro non è e non vuole essere una biografia dell’anarchico
che nel luglio del 1900 pose fine all’esistenza del Re d’Italia
Umberto I, noto come ‘il re buono’ nonostante avesse autorizzato,
tra le tante nefandezze, le sanguinose repressioni in Sicilia, in
Lunigiana e a Milano, dove nel 1898 il generale Bava Beccaris soffocò
nel sangue la rivolta di un popolo affamato dall’insostenibile
aumento del prezzo del pane. L’autore traccia, piuttosto, il
ritratto dell’Italia umbertina, analizzando le condizioni sociali,
economiche e politiche degli italiani in patria e delle colonie di
emigranti sparse per il mondo, con particolare riferimento a quella
insediatasi negli Stati Uniti. È qui, infatti, e precisamente
a Paterson nel New Jersey, conosciuta anche come ‘la cittadella
degli anarchici’ per l’attivismo dei numerosi libertari
che vi risiedono, che nasce l’idea del gesto vendicatore di
Gaetano Bresci. A chiusura del saggio, tre interessanti documenti
legati alla vicenda: “La difesa di Gaetano Bresci davanti alla
corte d’Assise di Milano” dell’avvocato Francesco
Saverio Merlino, “Bresci e Savoia. Il regicidio” di Amilcare
Cipriani, garibaldino ed eroe della Comune di Parigi e “La tragedia
di Monza” scritto da Errico Malatesta. (G. Ciarallo)
GAETANO BRESCI, TESSITORE, ANARCHICO E UCCISORE
DI RE
Massimo Ortalli, Nova Delphi, 240 pagg., 10,00 euro
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Romanzo
denso di quegli umori che permeavano le città italiane ad alta
densità operaia negli anni ’70. Con un occhio a Volponi
e Balestrini, Milano non esiste ripropone quella ‘letteratura
industriale’ che tanto contribuì alla denuncia delle
disumane condizioni nelle fabbriche: con l’oralità rabbiosa
di un operaio poco acculturato vengono raccontati l’alienazione
della catena di montaggio, l’abbrutimento che la cassa integrazione
provoca, l’orrore delle morti sul lavoro. Tali ingredienti,
mescolati all’idiosincrasia per il tempo (meteorologico) e i
tempi (vitali) di una città disumanizzante, e al sogno di un
ritorno alla terra d’origine, fanno del protagonista –
sradicato emigrante calabrese – un individuo al limite della
follia, incapace di fare scelte praticabili.
Nella casa sul mare fatta costruire al paese natio a costo di immani
sacrifici, una volta in pensione rimarrà tragicamente solo
visto il rifiuto della moglie e dei figli di seguirlo in quello sperduto
angolo di Eden. Per l’anziano operaio, dunque, una ininterrotta
serie di luoghi della solitudine: la fredda metropoli, la fabbrica
alienante e per finire la gabbia dorata costruita, pazientemente,
con le proprie mani. (G. Ciarallo)
MILANO NON ESISTE
Dante Maffìa, Hacca Editore, 208 pagg., 12,00 euro
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Ad
Haiti la leggenda dell’ottuso Bouki, vittima di continui raggiri
da parte dello scaltro Ti-Malice, potente di turno, è sulla
bocca di tutti. E il novello Bouki si sente il pescatore Syto, protagonista
di uno dei più riusciti racconti del libro, quando consegna
al comandante Michelet tre borsoni di cocaina, sottratti ai narcotrafficanti.
Nel giro di una settimana tutti i poliziotti della città guidano
un Land Cruiser. All’ennesima umiliazione, mentre le processioni
di Gédé, il dio voodoo della morte, impazzano per le
strade, Syto non ripone la scacchiera, azzarda una mossa. O sciocchi
o ladri.
Lo scatto ad agire oltre i confini della legalità è
la risposta dei personaggi alla prova, il trait d’union
delle otto storie di Fountain. Così come la costante del linguaggio,
che mutua termini dalla lingua parlata in quei Paesi eletti dallo
scrittore a scenari, le zone povere del pianeta dove non si mangia
tutti i giorni e i bambini muoiono. Anche il lieto fine è sempre
solo apparente. A che è servita la rivoluzione? “Povertà,
ingiustizia, oppressione e sofferenza rimangono tuttora alla base
della vita della maggior parte”. La weltanschauung
di Fountain lascia l’amaro in bocca. Ti-Malice fa scacco matto,
Bouki perde, di nuovo. (R. Brioschi)
FUGACI IN CONTRI CON CHE GUEVARA
Ben Fountain, Edizioni Spartaco, 256 pagg., 13,50 euro
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Isolato
da duemila anni, grande circa quanto l’Olanda e abitato da tre
milioni di persone, tutte donne: questo è Herland,
Terra di lei. A raccontarcelo è la voce narrante di uno dei
tre esploratori uomini che riescono a raggiungerlo. Si aspettano una
società primitiva e matriarcale e scoprono un Paese tecnologicamente
avanzato che vive in una sorta di panteismo materno. Una riproduzione
controllata per partenogenesi ha eliminato ogni crimine e conflittualità
e ogni rischio di sovrappopolazione; un lungimirante sfruttamento
delle risorse permette di non impoverire la natura; una condivisa
suddivisione dei compiti e una forte coscienza sociale consentono
lo sviluppo di una società priva di discriminazioni.
Antesignana del femminismo, la Gilman mostra in questo romanzo utopico
pubblicato nel 1915 quella lucidità di analisi sociale, economica
e politica che si riscontra anche in altri suoi scritti saggistici.
L’incontro tra i due mondi, quello fortemente antropocentrico
in cui viviamo e rappresentato dai tre uomini, e Herland, mette a
nudo le contraddizioni e le ingiustizie sociali che caratterizzano
il primo. Eppure, nemmeno il secondo appare poi così auspicabile:
terribilmente razionale, meccanicistico, prevedibile, compassato,
privo di slanci e passione. Chi vorrebbe vivere nel ‘paradiso
terrestre’? (G. Cracco)
LA TERRA DELLE DONNE
Charlotte Perkins Gilman, Donzelli editore, 253 pagg., 19,50 euro
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Utilizzando
statistiche e storie di cronaca, Revelli racconta un Paese sempre
più povero, che non solo non si è reso conto del proprio
lento declino economico, sociale e culturale ma che, negli ultimi
vent’anni, ha creduto addirittura di essere in crescita. L’autore
individua la causa del regresso nel mondo del lavoro, nella transizione
dal fordismo al modello attuale, che ha visto la comparsa dei woorking
poors, l’impoverimento del ceto medio, i lavoratori aticipi
e quelli cognitivi. Figure che si collegano strettamente al generale
e diffuso senso di spaesamento materiale e sociale. In aggiunta, mentre
le disuguaglianze crescono, il piccolo schermo continua a trasmettere
la narrazione di un benessere da ‘piani alti’, innescando
l’emulazione di riti e comportamenti di quelli che sono diventati
i nuovi Signori. In un simile contesto, infatti, l’insufficienza
economica va di pari passo con l’indebolimento dei diritti e
della consapevolezza, e forme servili di cittadinanza diventano sempre
più pericolosamente reali. (C. Vainieri)
POVERI, NOI
Marco Revelli, Einaudi, 128 pagg., 10,00 euro
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“Il
pensiero fa vermi. Ogni giorno ha la sua putrefazione nuova”.
È la frase che Gàmbula mette in bocca allo Spettro di
Marx, nel primo dei due blocchi che dividono Qui si vende storia.
Un’affermazione che condensa il focus concettuale da cui muove
questo libro bifronte – per metà farsa teatrale e per
metà saggio socialetterario – scritto a due mani, a critica
della New Italian Epic promossa da Wu Ming.
Testo prezioso, non scontato, che recupera l’analisi marxiana
partendo dalle riflessioni sul libro merce, per poi passare al libro
moda, al fine di mostrare che la produzione del sapere, ai tempi del
consumismo, non è affare facile da trattare per le ambiguità
che comporta. In particolar modo quando il sapere critico viene promosso
dai canali del sistema editoriale dominante. Come accade ai Wu Ming,
scrittori militanti a sinistra pubblicati dall’industria editoriale
di Silvio Berlusconi. Una bomba già disinnescata dalla natura
stessa del medium, capace di ridurre la narrativa a puro intrattenimento
Come salvarsi? Il saggio propone un ritorno alla sperimentazione linguistica,
alla potenza della parodia, in grado, per natura, di proporre una
versione meno ossificata della realtà, senza cadere nella trappola
della trama a tutti i costi, proposta del NIE. Chi a ragione? Chi
torto? Mah! (Milton Rogas)
QUI SI VENDE STORIA
Nevio Gàmbula e Francesco Muzzioli, Odradek, 90 pagg., 12,00
euro
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Gli
Arditi del Popolo nascono su iniziativa di Argo Secondari nell’estate
del 1921, da una scissione della sezione romana dell’Associazione
nazionale Arditi d’Italia. Vi aderirono giovani e lavoratori
di varie tendenze politiche, con lo scopo di difendere le masse lavoratrici
dalle azioni squadristiche dei fascisti. Nel giro di pochi mesi, il
movimento fu represso.
Questo saggio contestualizza gli Arditi del Popolo nel dibattito storiografico,
ricercando opinioni e interpretazioni relegate ai margini della storiografia;
ne ripercorre la nascita e lo sviluppo attraverso i giornali dell’epoca,
descrive l’organizzazione militare raccontando anche i simboli
che lo hanno caratterizzato. Un capitolo è dedicato alle barricate
di Parma del 1922, quando gli Arditi ottennero una delle vittorie
più significative, e ben dettagliata risulta anche la parte
che descrive l’azione repressiva, attuata sia dallo Stato che
dai fascisti. Non dimenticando, tuttavia, di analizzare anche l’ambiguo
comportamento del Partito comunista e di quello socialista i quali,
a parere dell’autore, furono le vere forze disgregatrici degli
Arditi del Popolo. (C. Vainieri)
GLI ARDITI DEL POPOLO
Andrea Staid, Edizioni La Fiaccola, 81 pagg., 5,00 euro
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Francia
1942, governo di Vichy. Sul piedistallo c’è il maresciallo
Petain. La nazione è spaccata in due, l’occupazione tedesca
della zona libera alle porte. In una Marsiglia dal tanfo di muffa
e fogna, dove un visto è vita, il professor Papski lo rifiuta.
Perché ci sono pochi modi per meritarsi l’esistenza:
“Uno di questi è di non entrare a far parte del club
dei boia. Un altro è dar man forte ai più deboli. Nei
campi, tra i morituri”. I coniugi Haenschel invece lo desiderano,
miracoloso salvacondotto per raggiungere i figli in Brasile, ma la
prefettura fa sbarramento. Il bolscevico Ivan ce l’ha già
in tasca, guarda il molo da sopra la nave, salperà? Frammenti
delle tante storie che popolano questo romanzo, pubblicato per la
prima volta nel 1947, in cui i personaggi si raccontano, ognuno con
il proprio registro e linguaggio. Un punto di vista multiplo che,
accanto a un sapiente montaggio delle scene, interrotte e riprese,
e alle descrizioni che si muovono lungo l’asse interno/esterno,
donano alla narrazione dinamismo e vivacità.
Sbalordisce la pietas dello scrittore. Gendarmi, clandestini,
traditori hanno pari dignità. La struttura stessa a episodi
impedisce all’uno di predominare sull’altro. Non esistono
buoni o cattivi, solo uomini. (R. Brioschi)
PIANETA SENZA VISTO
Jean Malaquais, Lupetti, 581 pagg., 18,00 euro
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Rimasto
chiuso per sbaglio dentro una cella frigorifera, l’operaio Antonio
Schifino sopravvive in uno stato d’ibernazione dentro un cubo
di ghiaccio. È il 1976. Quando riemerge dal congelamento, si
ritrova catapultato in un mondo e in un tempo lontani. I telegiornali
sono diversi, cambiati i giochi a premi, carosello è stato
sostituito da una valanga di spot trasmessi a tutte le ore. Il presidente
americano ora è l’ex attore Ronald Reagan, Lady Diana
ha appena avuto un figlio maschio ed è in corso la tragedia
di Chernobyl.
Inizia così, con un travolgente incipit, l’ultimo romanzo
di Cataldo Russo. Una satira amara con la quale racconta la trasformazione
dell’Italia e degli italiani avvenuta negli ultimi trent’anni.
Schifino, novello antieroe, diventa così il Virgilio di un
viaggio picaresco, in cui lo spazio diventa tempo compresso. I suoi
incontri sono la cronaca di un mondo smemorato che ha perso il conforto
dello spirito umano. Finiti i movimenti operai e il tempo della solidarietà,
è ora la volta della Lega, del craxismo, dello star system,
su su fino al berlusconismo, ripresi da una cronaca spietata che,
tra una risata e una lacrima, costringe il lettore a regolare i conti
con le ragioni di un Paese ormai alla deriva. (Milton Rogas)
CORTIGIANI, GIULLARI E MAMMASANTISSIMA
Cataldo Russo, Guida, 227 pagg., 15,00 euro
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Immagini
agghiaccianti della Tour Eiffel “inginocchiata come una giraffa
sul punto di morire” con i pilastri spezzati dalle bombe, il
fumo, le ambulanze, i mezzi dei Vigili del fuoco e gli elicotteri
che tentano di salvare i superstiti rimasti intrappolati.
Movimenti religiosi di ogni culto e credo, decisi con tutti i mezzi
a fermare un importante esperimento, da tempo programmato presso il
Cern di Ginevra, fomentando nella gente il terrore di scenari apocalittici
e l’imminente fine del mondo causata da incoscienti scienziati
ansiosi di mostrare all’uomo il non rivelabile mistero divino.
Strani collegamenti tra un fisico e hacker appartenenti a una cellula
di fondamentalisti islamici, risoluti a sabotare e far fallire quello
stesso esperimento.
La fuga disperata tra le strade di Svizzera, Francia e Spagna, di
un padre e di un figlio, coscienti del pericolo che incombe su di
loro ma ignari delle cause che hanno determinato quella preoccupante
situazione.
Su tutto ciò, il mondo imperscrutabile dell’atomo, sempre
in frenetico movimento, che agisce secondo leggi non ancora del tutto
chiare, e che non ha tempo da perdere (ammesso che il tempo esista)
con le patetiche miserie umane. (G. Ciarallo)
L’ENERGIA DEL VUOTO
Bruno Arpaia, Guanda, 266 pagg., 16,50 euro
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L’origine
della massoneria non potrebbe avere storia meno misteriosa: le logge
dei liberi muratori nascono nel XII secolo in Scozia, e riuniscono
le corporazioni in possesso delle competenze per la costruzione delle
cattedrali; la conoscenza della geometria contribuisce all’alone
di mistero. Divenute potenti e titolari di troppi privilegi, nel Seicento
iniziano a essere infiltrate da figure onorarie, nobili e cortigiani,
che vi entrano grazie a forti donazioni di denaro e che ne avviano
la cooptazione da parte del potere politico e finanziario; fino a
far perdere del tutto alla massoneria la connotazione originale e
a trasformare radicalmente anche l’aspetto esoterico.
Poggiandosi a un’ampia documentazione e bibliografia, la Randazzo
traccia il percorso storico, sociale e politico della massoneria dalle
origini a oggi; ne analizza la simbologia, le diverse logge, fa nomi
e cognomi e la definisce una rete di potere mondiale, capeggiata da
un vertice che ha i mezzi finanziari e politici per realizzare eventi
e progetti. Il deus ex machina di tutti i principali avvenimenti
degli ultimi tre secoli. Forse un’interpretazione a tratti un
po’ forzata. Forse. (G. Cracco)
DISSIMULAZIONI MASSONICHE
Antonella Randazzo, Espavo, 358 pagg., 19,50 euro
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“Qualora
venga osservata una giusta distanza e si scelga una giusta prospettiva,
c’è una visibilità profonda in ogni cosa”.
Specialmente nella ricerca di Foucault, che si rispecchia in quest’opera,
chiarificatrice dell’approccio utilizzato dal filosofo in due
momenti differenti della propria vita intellettuale e umana: la scoperta
delle regole nel discorso autonomo (archeologia strutturalista) e
il metodo di interpretazione delle pratiche sociali quotidiane (analitica
genealogica).
Ripercorrendo le tappe fondamentali del suo pensiero, Dreyfus e Rabinow
attualizzano quella oggettivazione del corpo produttivo, represso
e disciplinato (utile così all’economia del Sistema)
per svelare un legame profondo: quello tra corpo e potere. O, per
rivendicare un terreno più prossimo ai giorni nostri, tra sesso
e politica, lavoro e profitto. Una lettura che porta a interrogarsi
sulle verità della storia presente e su quelle del proprio
sé: è dunque l’uomo soggetto e “oggetto
totale del proprio sapere”, il destinatario dell’indagine.
Il folle, perfettamente catalogato, e calato nelle tecnologie di potere
(ospedali, prigioni, scuole e confessionali) che fanno di sorveglianza
e punizione elementi naturali della società e della cultura.
(D. Corbetta)
LA RICERCA DI MICHEL FOUCAULT
H.L. Dreyfus e P. Rabinow, La casa Usher, 342 pagg., 22,50 euro
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Nel
2000 la guerra è finita da un po’ e serbi, croati e mussulmani
vivono di nuovo insieme in una Bosnia multietnica; questa la favola
raccontata dalle istituzioni sovranazionali che hanno imposto confini
e giurisdizione dopo la guerra degli anni ’90. Tochman va a
vedere con i suoi occhi, sceglie soggetto e punto di vista –
quello dei mussulmani – e scrive un reportage dai toni fortemente
emotivi e letterari. La disperazione delle ossa: fosse comuni, spostate
più volte, la dottoressa Klonowski che cerca di dare un nome
a tibie, costole, crani, madri e mogli in attesa perché “niente
ossa, niente lutto”. La disperazione delle case: Dayton ha stabilito
che ogni profugo ha diritto al ritorno, ma quei pochi che vogliono
farlo trovano le proprie case abitate da famiglie serbe e paesi strutturati
su chiave etnica. La disperazione della sopravvivenza: la disoccupazione
sfiora il 60%, fame, anemie infantili, infezioni, indolenza, bocche
sdentate e scarpe bucate, e questa disperazione non fa differenza
tra serbi, croati e mussulmani.
La dicotomia vittime/carnefici tende a troppo semplificare quel che
semplice non è mai, ma il reportage riesce comunque a far emergere
la questione principale: “Dopo tutto quello che abbiamo passato,
come faremo a vivere gli uni accanto agli altri?” (G. Cracco)
COME SE MANGIASSI PIETRE
Wojciech Tochman, Keller editore, 136 pagg., 14,00 euro
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Ambientata
in Louisiana alla fine degli anni ’40, la vicenda di Jefferson,
giovane cajun condannato a morte da una giuria di bianchi, non è
il ‘solito’ romanzo di denuncia incentrato sul razzismo.
Accusato ingiustamente di avere ucciso il vecchio negoziante ‘bianco’
Gropé, Jefferson subisce durante il processo l’umiliazione
di essere definito, dall’avvocato che lo difende, un subumano,
uno stupido, un maiale incapace di fare del male. L’inevitabile
condanna è, però, solo l’elemento conflittuale
di una vicenda che ha nei temi della dignità e dell’identità,
il proprio focus. Protagonista della storia, efficacemente raccontata
in prima persona, è Grant Wiggings, maestro di Jefferson ai
tempi della scuola. A lui spetta il compito di andare a trovarlo in
cella e seguirlo, tra mille difficoltà, per aiutarlo a morire
da uomo (e non da maiale, come pensano i bianchi) sulla sedia elettrica.
‘Negro’ istruito e realizzato, l’insegnante Grant
presto si trova a scontrarsi con fantasmi personali, storici e sociali,
nella consapevolezza che solamente affrontandoli può sperare
di aiutare il giovane Jefferson a riabilitare se stesso e, nel contempo,
restituire dignità alla comunità nera cui appartiene.
(Milton Rogas)
UNA LEZIONE PRIMA DI MORIRE
Ernest J. Gaines, Mattioli 1855, 253 pagg., 18,00 euro
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Vita
dura per un ragazzo che di nome fa Non Sono Sidney e di cognome Poitier.
Soprattutto se è identico a Sidney Poitier, senza alcuna ragione
genetica. Orfano a undici anni di una madre lucidissima (e quindi
folle), Non Sono Sidney si ritrova milionario e ospite del fondatore
della CNN , Ted Turner. Da lì inizia il suo percorso di formazione,
un viaggio surreale e ironico che giocando tra sogno e realtà,
passato e presente, mostra razzismi e stereotipi della cultura
americana.
Il tema dell’identità, asse portante del romanzo –
identità sia individuale che collettiva, dei neri americani,
di cui Sidney Poitier, perfettamente assimilato alla cultura bianca,
rappresenta la negazione – e il registro del paradosso, si uniscono
non solo nel nome del protagonista ma anche nella figura dell’autore,
che diventa a sua volta un personaggio del romanzo. In qualità
di docente di Filosofia dell’assurdo, Everett raccomanda a Non
Sono Sidney di non essere mai una pecora – “Va bene qualsiasi
cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una
pecora” – e di essere se stesso “a meno che non
le venga in mente qualcuno di meglio”. L’ennesimo acuto
gioco di parole, in vista di un finale che non tradisce né
il tema né il registro. (G. Cracco)
NON SONO SIDNEY POITIER
Percival Everett, Nutrimenti, 251 pagg., 16,50 euro
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Un
gruppo di assistenti di letteratura inglese e di studenti si ritrova
tra le mura di un’antica villa vittoriana per trascorrere un
fine settimana di studio. Ma il weekend, una consuetudine universitaria
organizzata dal professor Andrew Lawson, presto si trasforma in un
tourbillon di letti, di tradimenti e di difficili esami di coscienza.
Sofferto ritorno al romanzo di McIlvanney, dopo dieci anni trascorsi
a studiare le ragioni dell’umano disagio postmoderno. Una questione
complessa che lo scrittore risolve grazie a una struttura narrativa
originale e un linguaggio ricco di immagini.
La scelta stessa di ambientare la vicenda, negli anni del dopo-Thatcher,
in un luogo vittoriano, è simbolica. Nel castello, si dice,
appaiono i fantasmi, e forse è vero; peccato che gli spettri
a passeggio tra corridoi e stanze siano i corpi e le teste allo sbando
– privi di riferimenti esistenziali – degli umani prodotti
del thatcherismo. Alla fine lo scrittore sembra amaramente salvare,
nel confronto, l’era vittoriana, capace almeno, pur nei suoi
rigori puritani, di creare durevoli valori. ‘Antichi’
princìpi, qui contrapposti ai risultati disumanizzati prodotti
dall’era Thatcher. Alla fine si salveranno in due; al lettore,
costretto a usare il cervello, capire perché. (Milton Rogas)
WEEKEND
William McIlvanney, Tranchida Editore, 255 pagg., 16,00 euro
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Confindustria
ha la struttura, le dimensioni e il potere di un grande partito di
massa, con il vantaggio di non essere costretta a presentarsi al giudizio
elettorale. Rappresentante di 142 imprese, con circa 4mila dipendenti
e organizzata come un sistema politico diretto da una presidenza con
pieni poteri, Confindustria si struttura in maniera simile, per complessità,
a quella del partito comunista cinese. Come i partiti, è divisa
in una destra in un centro e una sinistra e, dal cuore di Roma, controlla
i giochi economici e detta le regole alla politica italiana.
I mass-media parlano poco delle lotte intestine che la dividono e
dei giochi di alleanze attraverso cui le famiglie italiane più
ricche controllano i propri feudi. Filippo Astone ha il merito di
sottrarre dall’ombra la più micidiale macchina di potere
del Paese e di mostrarne le logiche di dominio, di cui familismo,
nepotismo, corruzione, scatole cinesi e fondi neri sono la costante;
nonché di illuminare le carriere di uomini di riconosciuta
fama, evidenziando quanto il loro successo sia dovuto alle conoscenze
giuste molto più che al merito; uomini che sono parte di una
casta retta da 75 individui che hanno in mano tutto e il doppio di
tutto. (Milton Rogas)
IL PARTITO DEI PADRONI
Filippo Astone, Longanesi, 383 pagg., 17,60 euro
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Negli
anni ’90, in contrasto con la vecchia politica corrotta e frustrata
(Dc-Psi), compare un nuovo partito del popolo: la Lega Nord.
Una consorteria dal programma politico trasformista, un movimento
a ‘tolleranza zero’ che si mostra rivoluzionario (e armato),
una congrega di personaggi che fonda istituti di credito (Credieuronord)
che depauperano i risparmi dei correntisti.
Bonasera e Romano, in questo saggio, ricostruiscono le vicende di
un partito che fa dell’inganno la sua base ideologica,
e non solo per l’invenzione della Padania e della discendenza
celtica con cui imbambola i suoi elettori; grazie alla raccolta delle
dichiarazioni di dissidenti leghisti, sostenute anche dalla cronaca
recente, gli autori smascherano le logiche, famigliari e clientelari,
di conduzione del potere. Testimonianze basilari per comprendere:
la proposta attuale del federalismo, che dietro la promessa di efficienza
e risparmio cela una rete di scialo economico e finanziario; l’accaparramento
di privilegi e poltrone in cambio del sostegno fedele all’alleato
Berlusconi (il caso Brancher); l’emanazioni di leggi elettorali
che creano un Parlamento di nominati dai partiti. Altro che partito
del popolo… (D. Corbetta)
INGANNO PADANO
Fabio Bonasera e Davide Romano, La Zisa, 176 pagg., 14,90 euro
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Il
26 maggio 2009 muoiono tre operai della Saras, la raffineria di Sarroch,
Sardegna, di proprietà dei Moratti. Da lì parte Meletti
per questo libro inchiesta che si sviluppa in orizzontale e in verticale.
L’incidente, l’impatto lavorativo e culturale dell’impianto
petrolifero sulla vita del paese, sulla salute e sull’ambiente
sono gli aspetti affrontati per primi e i più immediati da
analizzare: la violenza visibile, orizzontale. Gli interessi finanziari
e politici dei Moratti, quelli di una gestione fallimentare dell’Inter
e l’inchiesta giudiziaria sulla quotazione in borsa sono la
parete in ombra di un sistema economico su cui spesso le analisi scelgono
di non inerpicarsi: la parete verticale della violenza invisibile
da cui tutto consegue. È questa faccia oscura che invece l’autore
decide di illuminare con un occhio di bue, allargando pian piano il
raggio fino a mettere in luce un ‘capitalismo di relazione’
di cui i Moratti sono i degni rappresentanti. Ne emerge un Paese a
sistema ‘coloniale’, condannato all’immobilismo
economico.
A fine lettura, il richiamo a un ‘capitalismo etico’,
presente tra le righe del saggio e nella scelta di inserire alcuni
passi della Caritas in veritate, appare una ben blanda panacea. Etica
e profitto: l’acqua santa e il diavolo. (G. Cracco)
NEL PAESE DEI MORATTI
Giorgio Meletti, Chiarelettere, 234 pagg., 14,60 euro
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A
quattro anni dalla caduta del Muro, le installazioni militari nel
Triveneto sono ancora un necessario baluardo contro i nemici dell’ex
Patto di Varsavia e il fronte di guerra balcanico che minaccia di
travolgere il nuovo assetto geopolitico occidentale. Quando l’esplosione
di una polveriera sul confine italo-sloveno riduce l’ufficiale
Anselmo Manca in fin di vita, il professore Lampis, ordinario di antropologia
all’università di Trieste e suo tutore accademico, inizia
a pensare che i quaderni dell’allievo, sequestrati dalla procura,
celino qualcosa di più di una semplice “parata militare
di buoni sentimenti”. Aiutato dall’assistente, l’antropologo
scava nella vita di Manca, e finisce in un inghiottitoio carsico di
armamenti militari, imprenditori di scorie e interstizi, zingari che
s’intendono d’artiglieria e ufficiali che se la intendono
con la retrovia.
Giulio Angioni traccia i vertici di un ideale triangolo che dalla
Soglia di Gorizia alla regione serba della Vojvodina, passando per
la discarica-imbuto di Repen, racchiude una monade di micro conflitti
narrati con uno stile aforistico che dà al lettore un’unica,
socratica certezza: “La verità non è soltanto
il credito che una notizia si guadagna. Spesso è meno, è
solo ciò che i tempi possono accettare”. (G. Caputi)
GABBIANI SUL CARSO
Giulio Angioni, Sellerio, 437 pagg., 14,00 euro
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La
vecchia sulla porta si è perduta, schiantata, un giorno affatto
speciale, dall’insostenibile leggerezza dell’esistenza.
Il ragazzo condannato a vivere per cent’anni per fortuna ereditaria,
decide di spezzare la linea già tracciata, sfidando Dio o il
destino, di certo la famiglia. L’anziano professore omosessuale
sceglie di morire doppiamente trafitto da un giovane sfrontato, piuttosto
che continuare a chiedere perdono ai preti di tutte le sue voglie.
E poi c’è Maddalenina che nessuno vuole, che si è
intromessa ancora in embrione tra la madre e il suo lutto per il marito
morto troppo presto. Nata per forza, nonostante tutti i tentativi
di sbarazzarsi di lei e caparbiamente venuta su, sorda al primo “vattene”
dalla bocca materna, come a tutti quelli che verranno. Scacciata come
un cane eppure non più infelice degli altri, spettacolo tanto
più osceno per quelli che hanno scelto di non vederla quando
qualcosa si sarebbe potuto salvare, Maddalenina vive, soprattutto
da quando deciderà, a cinquant’anni suonati, di scriversi
da sola l’amore che vuole, fino al (in)naturale epilogo della
maternità. Una favola perversa e poetica sul potere salvifico
del narrare, contro l’indifferenza assassina. (S. Campolongo)
MIA FIGLIA FOLLIA
Savina Dolores Massa, Il Maestrale, 192 pagg., 16,00 euro
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Se
il proletariato non esiste quasi più, schiacciato e umiliato
da un capitalismo liberista sempre più selvaggio e miope, il
sottoproletariato, inteso come classe emarginata delle opulente società
occidentali, è invece più vivo e vegeto che mai. Quel
sottoproletariato urbano fatto di schiere di disperati convinti di
vivere una vita vera facendo propri i modelli imposti da media spietati,
vero braccio armato di quel capitalismo cialtrone poc’anzi citato.
I protagonisti dei racconti disperati sono loro, i tossicomani, gli
usurai, i travestiti sovrappeso, i rapinatori, i sognatori, le ragazze
senza speranza condannate alle vite fallite delle loro madri.
L’inchiostro sulle pagine pulsa e ribolle come il sangue di
questa umanità caparbiamente impegnata a farsi del male, a
dare e a darsi dolore. Una cosa è certa, Peppe Lanzetta ogni
volta che impugna (o è più consono dire brandisce?)
la penna per scrivere della sua Napoli, scaraventa in malo modo il
lettore in un ‘basso’, a stretto contatto con quella monnezza,
materiale e morale, che ricopre e cela da sempre l’anima di
una città infinitamente capace e al contempo bisognosa di amore.
(G. Ciarallo)
RACCONTI DISPERATI
Peppe Lanzetta, Tullio Pironti Editore, 134 pagg., 12,00 euro
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Nel
1995 il presidente Scalfaro dà il via all’operazione
Coscienza pulita e gli italiani scoprono che dal ’93
un impianto militare a Civitavecchia sta neutralizzando tonnellate
di armi chimiche risalenti al Ventennio e rimaste nascoste in depositi
segreti disseminati lungo lo Stivale. L’operazione durerà
fino al 2015: si tratta infatti di smantellare quello che nel ’41
era uno dei maggiori arsenali chimici del mondo: i gas letali utilizzati
in Libia nel ’27 e in Etiopia nel ’36.
Ma ciò che Scalfaro non dice è che la produzione di
iprite, fosgene, di miscele di arsenico, non ha prodotto solo armi:
gli scarti tossici della lavorazione hanno inquinato terreni, falde
acquifere e fiumi, seminando, dal dopoguerra a oggi, tumori e morti.
I dati inquietano. Dalla Lombardia alla Puglia, le aree delle industrie
chimiche smantellate e mai bonificate sono ormai zone residenziali;
in Abruzzo c’è la più grande discarica clandestina
d’Europa, che nasconde 240mila metri cubi di rifiuti tossici;
nel mare di Napoli e del Gargano giacciono migliaia di testate inesplose,
armate con gas letali.
Sessant’anni di interessi politici, militari e industriali sepolti
dai silenzi di Stato, e che Di Feo porta alla luce scavando negli
archivi britannici, americani e tedeschi. (G. Cracco)
VELENI DI STATO
Gianluca Di Feo, Bur Rizzoli, 254 pagg., 10,50 euro
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Dall’accurata
raccolta di scritti e interviste messa insieme da M.L. Bernadac e
H.U. Obrist, emerge il ritratto spietatamente coerente (non ci si
lasci depistare dal piacere dell’intervistata nel mescolare
le carte) di una grande artista e del suo lavoro, vita e arte così
intimamente legate da farle affermare: “Il mio corpo è
la mia scultura”. Pur nell’insofferenza verso la teorizzazione,
Louise Bourgeois non si risparmia, regalandoci la sua visione adamantina
di un’arte incorruttibile, centrata sulla ricerca, legata all’inconscio
e sganciata dal potere, dai salotti e dalle scuole. Libera anche dall’appartenenza
di genere.
“Non esiste un’estetica femminista. Assolutamente no!
Esiste un contenuto psicologico. Ma non lavoro come lavoro perché
sono una donna. È per le esperienze che ho attraversato. Le
donne non si sono unite perché avevano qualcosa in comune,
ma perché a tutte mancava qualcosa – erano trattate tutte
nello stesso modo”. Prima che si affermi un aspetto stilistico
comune alle donne artiste “le donne dovranno dimenticare il
loro desiderio di compiacere la struttura del potere maschile”.
E, rispetto a questa necessaria indifferenza, Bourgeois, che mai accettò
la definizione di femminista, si dimostra, di gran lunga, più
avanti del suo tempo. (S. Campolongo)
DISTRUZIONE DEL PADRE. RICOSTRUZIONE DEL PADRE
Louise Bourgeois, Scritti e interviste, Quodlibet, 444 pagg., 32,00
euro
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In
questo libro l’autore mette a confronto, in forma d’intervista,
le esperienze nella guerra civile spagnola di due giovani schierati
sui fronti opposti: l’antifascista svizzero Eolo Morenzoni,
volontario a sedici anni, fuggito di casa per combattere per la causa
repubblicana, e il fascista italiano Dario Ferri (pseudonimo utilizzato
per l’indisponibilità dell’interessato a rivelare
la propria identità), legionario di Cristo inquadrato nella
Divisione ‘Dio lo vuole’, partito per la Spagna a difesa
della cristianità.
Nelle parole dei due, oramai anziani, ci sono le attese, le speranze
e le delusioni dei ragazzi che furono e l’entusiasmo che li
spinse all’esperienza devastante della guerra, uno mosso dalla
ricerca di uguaglianza e giustizia sociale, l’altro dal desiderio
di affermare armi in pugno il concetto di Dio, Patria e Famiglia.
Il volume è corredato da interessanti documenti d’epoca
(ritagli di giornale di avverso schieramento, volantini, atti giudiziari,
schede segnaletiche) che il lettore, munito di una buona lente d’ingrandimento,
può leggere e confrontare con i passi del racconto autobiografico
dei protagonisti. (G. Ciarallo)
TERUEL-MALAGA 1936-1939
Massimo De Lorenzi, Edizioni Arterigere, 184 pagg., 14,00 euro
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Alfred
White ha 71 anni e un improvviso malore lo porta in un letto d’ospedale.
I figli accorrono e il capezzale si trasforma nella resa dei conti,
familiare e sociale, degli ultimi cinquant’anni. Darren lo accusa
di essere stato un padre violento, Shirley fa pesare il suo dolore
e Dirk si rivela un disadattato rabbioso, represso e razzista. Fuori,
il quartiere è passato dalla fiduciosa vitalità del
dopoguerra all’abbandono; dalla solidarietà tra inglesi
all’ostilità multietnica; dai negozi alle sale corse;
dagli investimenti pubblici alle privatizzazioni degli anni ’90.
Solo il parco ha resistito, ultimo baluardo di civiltà, bellezza,
pulizia, regole. Lo ha protetto Alfred, il guardiano amato e rispettato
che ha sempre creduto nell’autorità e nell’ordine:
c’è il bene e c’è il male, ci sono i bianchi
e ci sono i neri; fino al drammatico vortice finale che trascina tutto
con sé.
Maggie Gee scava nell’incapacità affettiva, nella brutalità
e nel razzismo di un’ordinaria famiglia inglese, non dimenticando
la società che la circonda e la influenza; con profonda sensibilità
si tiene lontana da comode semplificazioni, e con un’abile prisma
narrativo a più voci restituisce a ogni personaggio quella
umana complessità che sfugge le facili sentenze. (G. Cracco)
THE WHITE FAMILY
Maggie Gee, Edizioni Spartaco, 395 pagg., 16,50 euro
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Cosa
succede nelle ‘famiglie perbene’ quando si scopre che
i figli adolescenti, invece del calcetto, hanno l’hobby di picchiare
i mendicanti e dar fuoco ai senzatetto? È vero che “certe
cose devono restare in famiglia”, oppure educare implica anche
insegnare a espiare? Da queste domande prende le mosse il romanzo
di Koch, che riunisce a cena, in un ristorante di lusso, il candidato
numero uno alla carica di Primo ministro olandese, suo fratello Paul
e le relative mogli. Sul tavolo, il futuro dei rispettivi figli, appeso
a una ‘bravata’ più grossa dei loro quindici anni:
l’omicidio di un indigente, ripreso dalle telecamere di sicurezza
di una banca e da un cellulare. Resta poco tempo prima che i due ragazzi
siano identificati, ma l’ambiguità delle immagini, ormai
di dominio pubblico, lascia ancora un margine di manovra. La narrazione
in prima persona è di Paul e alterna, con l’ausilio stilistico
dell’analessi, presente e passato delle due famiglie: il primo
è diluito in vaniloqui alto borghesi e raffinata cucina, in
un graduale disvelamento del ‘piatto forte’ della serata;
il secondo restituisce al lettore eredità genitoriali, co-responsabilità,
e un dominio etico tirato come una portata di nouvelle cuisine. (G.
Caputi)
LA CENA
Herman Koch, Neri Pozza, 288 pagg., 16,00 euro
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Una
donna bellissima, quella che si definisce una bellezza naturale,
sprofonda improvvisamente nel coma, lasciando un marito stravolto
dal dolore, finché lo spuntare di imprevedibili peli scuri
su quella pelle perfetta gli rivela un primo innocente inganno, innescando
il dubbio su tutto il resto; un ordinario esemplare di uomo convive
pacificamente con la più mostruosa delle devianze sessuali;
una donna, di ritorno da un difficile viaggio di lavoro, viene accolta
dal compagno con attenzioni speciali che tuttavia non riescono a nascondere
la solita, feroce e silenziosa lotta tra i sessi.
I racconti di Zardi sembrano scritti con la cinepresa. Restringendo
implacabilmente il campo, inquadrando sempre più da vicino
situazioni all’apparenza banali, ne mostrano la straordinarietà
o, al contrario, stringendo il fuoco su una vicenda che si presenta
estrema, ne scoprono il nucleo di umanità, dominato da dinamiche
elementari: desiderio/paura, amore/possesso, violenza/frustrazione.
Una narrazione che smonta il reale – spesso a partire da un
elemento all’apparenza innocuo, finché non rivela il
suo potere destabilizzante – invitando il lettore a osservarne
con attenzione gli ingranaggi, i tranelli, ma anche la poesia invisibile
sotto agli occhi di tutti. (S. Campolongo)
ANTROPOMETRIA
Paolo Zardi, Neo edizioni, 173 pagg., 12,00 euro
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Nel
’44 viene istituito l’Alto Commissariato per le sanzioni
contro il Fascismo. Clara Conti, segretaria di un giudice istruttore,
racconta l’inchiesta aperta a carico del generale Roatta, capo
del SIM e della cosiddetta ‘banda Roatta’ – che
l’opinione pubblica oggi definirebbe ‘servizi deviati’
– responsabile dell’omicidio dei fratelli Rosselli e di
vari sabotaggi terroristici nell’epoca pre-bellica.
Scritta nel ’45, questa cronaca giudiziaria rivela illuminanti
parallelismi con il presente e mostra la doppiezza della politica
italiana nel biennio in cui, mentre in pubblico manifestava l’intenzione
di epurare lo Stato dal fascismo, nell’ombra ordiva pressioni,
depistaggi e coperture per gettare le basi della futura Repubblica
da costruirsi in sostanziale continuità con il vecchio regime.
Per quanto storicamente preziosa, la narrazione risente del coinvolgimento
diretto dell’autrice e di una scrittura troppo prossima agli
eventi. Fondamentale dunque la contestualizzazione storica e politica
tracciata in prefazione da Davide Pinardi, per comprendere quanto
la pulizia fosse irrealizzabile: per la volontà di
governi stranieri – che avevano già stabilito il futuro
dell’Italia – e per la conseguente natura politica della
Commissione stessa. (G. Cracco)
SERVIZIO SEGRETO. Cronache e documenti dei
delitti di Stato
Clara Conti, Odradek, 182 pagg., 18,00 euro
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La
storia non è solo evenemenziale. Il controllo politico della
produzione storica è un mercato, globalizzato, teso a legittimare
nuove forme di governo. Giannuli ricostruisce il ‘canone storico’,
da Furet a Croce, per trattare quella “guerra civile fredda”
che ha nei genocidi, nei principi rivoluzionari e nelle ideologie
novecentesche, gli strumenti adeguati per infirmare il sistema.
L’indagine sulle ‘false verità’ comincia
dal revisionismo del Novecento, lancia della rivoluzione
neoliberista, per scontrarsi col negazionismo. S’imbatte nella
legislazione punitiva antinegazionista, “ginepraio di questioni
giuridiche”, per trovare esempio nella tribunalizzazione della
storia che, col processo di Norimberga, ha dato il via alla diatriba
tra verità storica e verità processuale.
Giannuli parla della subalternità delle classi popolari al
‘populismo storiografico’, alla ‘straccioneria culturale’
e ‘all’abuso pubblico della storia’, e mostra perché
la politica di una nazione, al di là delle opposizioni di facciata,
ha bisogno di ricostruire la propria storia per creare valori condivisi.
(D. Corbetta)
L’ABUSO PUBBLICO DELLA STORIA
Aldo Giannuli, Guanda Editore, 359 pagg., 18,50 euro
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Buone
per le grandi dittature che vogliono rifarsi l’immagine di fronte
al mondo, ottima legna su cui accendere il fuoco del nazionalismo,
importante veicolo elettorale per le democrazie, le manifestazioni
sportive sono sempre state uno strumento di distrazione di massa nelle
mani della politica. Tra loro – evento degli eventi –
l’olimpiade, messaggera di buoni princìpi universali
per eccellenza, è stata quella maggiormente utilizzata a fini
propagandistici.
A partire dal ‘padre’ dello sport moderno, De Coubertin
– abile a intuirne il profondo spirito pacificatore in un’epoca
in cui occorreva tenere a freno l’insoddisfazione delle masse
sfruttate – fino ad arrivare al razzista Avery Brundage, sempre
gli uomini delle istituzioni olimpiche si sono prestati ad asservire
il gesto agonistico alle esigenze del potere politico occidentale,
per trasformarlo in un suo supporto indispensabile.
Scegliendo di raccontare la reale funzione dello sport nel tessuto
culturale della società, Giuntini ripercorre la storia dei
boicottaggi, riusciti o meno, arrivando a costruire una Storia sportiva
del Novecento tutt’altro che parallela a quella dei grandi eventi
politici; perché lo sport non è mai solo sport. (Milton
Rogas)
L’OLIMPIADE DIMEZZATA
Sergio Giuntini, Sedizioni, 237 pagg., 15,00 euro
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L’educazione
alla paura comincia fin da piccoli, con la lettura serale di favole
e fiabe la cui morale insegna chi dobbiamo temere. Gli stessi insegnamenti
sopravvivono, adattati, in età adulta: fiction e cronaca, popolati
da orchi e streghe travestiti da umani, replicano in chiave moderna
il mostruoso repertorio infantile, in una reiterazione di cliché
e schemi interpretativi che perpetuano il remoto senso d’inquietudine
e sospetto. Così quando Carlos tenta di aiutare il figlio adolescente,
che a scuola è in balìa di un gruppo di bulli, ne diventa
a sua volta vittima; si ritrova paralizzato da un’alterata percezione
del reale che travalica la sua capacità di razionalizzare,
causata proprio dal quel ripetersi d’emergenze e norme per la
sicurezza, imposte ‘in nome del bene del cittadino’, che
invece di proteggerlo lo inducono a reazioni difensive inappropriate
e persino dannose.
Rosa ha scritto un romanzo sulla fenomenologia della “paura
da classe media, propria di chi ha molto da perdere ma non abbastanza
per proteggersi, né per rimediare alle perdite”; mostrando
che la pedagogia del terrore, altro non è che il più
efficace strumento di controllo e repressione messo in atto dallo
Stato sugli individui. (G. Caputi)
IL PAESE DELLA PAURA
Isaac Rosa, Gran vìa edizioni, 268 pagg., 16,50 euro
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Tre
lunghi racconti, scritti a distanza di anni, ma con gli stessi protagonisti:
due coppie di amici, quattro persone che vivono fino in fondo –
senza risparmiarsi – l’enorme contraddizione tra ciò
che vogliono e quello che riescono a essere.
Coraggioso e spietato (per quanto la sua scrittura non manchi di lirismo)
questo autore americano, ammirato in patria e pressoché sconosciuto
in Italia, scava nel terreno franoso delle relazioni, pone domande
esistenziali e non si ferma, come aveva abituato il minimalismo, un
passo prima della rivelazione. Al contrario, a quel punto Dubus scende
ancora, regolando la messa a fuoco del suo obiettivo in modo che nessun
elemento risulti meno che limpido. Non risparmia la violenza che vive
in ogni amore e che si esaspera nella cattività del matrimonio,
anche se non c’è compiacimento nel mostrare l’insanabile
innaturalezza della monogamia. L’assenza di cinismo, il profondo,
reale bisogno di purezza di tutti i protagonisti, rende così
dilaniante il loro dibattersi per fare funzionare le cose conformemente
all’etica che hanno interiorizzato, che il loro inevitabile
fallimento non può lasciare indenne il lettore. Neppure quando
si esprime con un goffo monologo ‘riparatore’, come accade
nell’ultimo racconto. (S. Campolongo)
NON ABITIAMO PIÙ QUI
Andre Dubus, Mattioli 1885, 240 pagg., 18,00 euro
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Dopo
la caduta di Ceausescu, in via delle Acacie pensionati e disoccupati
si ritrovano poveri in canna e senza prospettive. E così la
comparsa di strani lombrichi è sufficiente a riempire di
chiacchiere le ore vuote, accanto ai racconti densi di rassegnazione,
nostalgia e sarcasmo che mescolano passato e presente. Con Ceausescu
l’impiombato, il crivellato, tutti lavoravano
e avevano il materasso pieno di soldi, ma i negozi erano vuoti: però
“se non ce n’era, non ce n’era per nessuno”.
Con la nonnina, il presidente Iliescu, “alcuni hanno,
altri no”. Nel mezzo la Transizione, con le sue società
commerciali e finanziarie che promettevano miracoli, che hanno fatto
incetta di fiducia e denaro per scappare poi con la cassa. La piccola
luce alla fine del tunnel della Transizione, leitmotiv della stampa
romena dei primi anni ’90, si è rivelata essere solo
una tivù a colori. Ora le donne aspettano la telenovela e gli
uomini passano ore al bancone del Trattore stazzonato, il “paradiso
degli uomini”, sognando “il paradiso delle galline”:
quel tempo in cui i lavoratori, come le chiocce, si stringevano gli
uni agli altri, con calore.
Lungu scrive un romanzo corale e veste di acuta ironia un’amara
disillusione, che abbraccia tanto il passato quanto il futuro. (G.
Cracco)
IL PARADISO DELLE GALLINE
Dan Lungu, Manni, 180 pagg., 16,00 euro
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Anarchico,
ferroviere, comunista, partigiano. Con l’aria che si respira,
qualcuno potrebbe leggere, in questa caratterizzazione, quattro capi
di imputazione più che la sintetica biografia di Emilio Colombo,
in arte Filopanti, nemico giurato dell’ingiustizia di classe
e del suo garante politico: il fascismo. In un Paese in cui l’attacco
di classe dall’alto è una costante, i revisionisti sono
l’esercito più potente. Bermani, storico doc,
cerca di riequilibrare la bilancia, impartendo una lezione di metodo
ai pubblicisti di regime. Si pone da parte e lascia parlare le carte,
le testimonianze dirette, senza le quali la Storia diventa solo opinione.
Stende i documenti sul filo del tempo, li ordina per argomento e dipana
la vita e il pensiero di Filopanti, lungo cinquant’anni di storia
italiana, per mostrarla dalla parte di chi ha scelto di non subire,
di non farsi schiacciare dal tallone di ferro. Ne emerge un personaggio
da romanzo – ma vivo, umano – seppure trasfigurato in
simbolo di valore. Un racconto grazie al quale Bermani propone implicitamente
una questione etica, basilare, quasi dolorosa per chi sceglie il mestiere
di storico. E lo fa proprio rialzando questo simbolico paletto, abbattuto
da chi della Storia ha scelto di fare strame. (W. Pozzi)
FILOPANTI. Anarchico, ferroviere, comunista,
partigiano
Cesare Bermani, Odradek, 122 pagg., 14,00 euro
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Ogni
Stato ha il proprio servizio segreto. Il Vaticano ha l’Entità.
Fu Pio V, nel 1566, a istituire una delle più antiche attività
di spionaggio: nunzi, delegati apostolici, sacerdoti e vescovi, votati
alla difesa dei precetti di Dio. “Se il papa ordina di liquidare
qualcuno in difesa della fede, si fa senza porre domande. Egli è
la voce di Dio e noi (l’Entità) il braccio che esegue”.
Frattini rivela un vangelo diverso da quelli canonici, riscrivendo
la storiografia cattolica degli ultimi cinque secoli. È la
parabola apocrifa dell’operazione Odessa, via di fuga vaticana
per i gerarchi nazisti; quella dei fondi neri (mafiosi) dello IOR
e del Banco Ambrosiano, novella che professa il buon risanamento delle
casse vaticane; la parabola gnostica del foraggiamento ai regimi dittatoriali
in America latina e del sostegno a Solidarnosc contro il governo di
Varsavia, che ha nella lotta al comunismo la morale e l’insegnamento
della parola, anzi della politica, del Vaticano.
I successori al trono di Pietro, da Paolo VI a Giovanni Paolo II,
hanno condizionato politiche nazionali e internazionali, utilizzando
la longa manus dell’intelligence al servizio di “un papato
dal doppio volto: uno per il papa e l’altro per il resto del
mondo”. (D. Corbetta)
L'ENTITÀ
Erik Frattini, Fazi Editore, 524 pagg., 12,00 euro
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Vale
la pena incontrare una vita come quella di Jean Claude Izzo. Chi ha
conosciuto e amato le sue storie e il suo mondo – non solo la
trilogia noir che l’ha reso celebre assieme al suo protagonista,
Fabio Montale, (Casino totale, Chourmo e Solea) – proverà
un commovente senso di riconoscimento, molti altri saranno colpiti
dalla sostanziale – anacronistica – coerenza che la caratterizza.
Anima inquieta e appassionata, quella di Izzo, che Stefania Nardini
dipana a partire dai suoi snodi fondamentali: le radici di rital,
figlio di immigrati, un marchio portato con orgoglio, l’amore
profondo per la sua Marsiglia meticcia e popolare e per le donne della
vita, l’impegno politico. Al di là dell’adesione
giovanile a un gruppo cattolico pacifista e poi al Partito comunista,
il ritratto che emerge da questa appassionata biografia è quello
di un uomo libero, refrattario al compromesso, un uomo che ha vissuto
ogni scelta a fondo e senza farsi sconti, un giornalista e un intellettuale
non allineato, che non si stancò mai di difendere la necessità
di una società multietnica, che continuò a puntare i
riflettori sul ruolo politico ed economico delle organizzazioni criminali
andando al di là della cortina fumogena dei misfatti della
piccola delinquenza, che continuò a cercare “il pane
dei poveri”: la verità. (S. Campolongo)
JEAN CLAUDE IZZO. Storia di un marsigliese
Stefania Nardini, Perdisa Editore, 160 pagg., 14,00 euro
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In
un piccolo borgo del sud Italia un ragazzino scompare; il paese è
sconvolto e gli uomini si mobilitano nella ricerca. Solo una famiglia
resta indifferente alla tragedia: una famiglia di cinesi giunta da
poco, che ha vissuto per un mese in una roulotte sporca e abbandonata
ai margini del borgo e poi ha comprato la casa di don Girolamo, la
più gloriosa di tutte, sulla piazza, e ne ha fatto un ristorante.
Non si erano mai visti cinesi ad Agarthi. Chiusura e diffidenza popolare,
manovrate dagli interessi che stanno dietro al nuovo piano regolatore,
si trasformano in odio: malelingue e sospetti si fermano alla casa
di Feng invece di percorrere qualche centinaio di metri in più
per arrivare alla villa del notabile, e un’intera comunità
diventa una massa feroce, violenta, cieca, che si abbatte sul diverso
purificando tutto con il fuoco.
Pugliese sceglie una narrazione a posteriori, una prima persona a
più voci, per raccontare una tragedia che tutti vorrebbero
dimenticare: i punti di vista, le auto-giustificazioni, l’egoismo,
i sensi di colpa, l’impotenza. Un incastro complesso e perfetto,
che solo alla fine si rivela nella sua interezza, consegnando al lettore
un romanzo potente capace di scavare la complessità degli animi
quanto la fredda semplicità del potere economico, politico,
mafioso. (G. Cracco)
TUTTO O NIENTE
Alessandro Pugliese, Gingko edizioni, 172 pagg., 12,50 euro
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Il
direttore di un quotidiano nazionale, il suo caporedattore, un programma
televisivo, e una galleria di grotteschi casi umani “a gentile
richiesta” del pubblico: in un mondo massificato e prevedibile
in cui la gente ruba, stupra e ammazza senza un po’ di fantasia,
gli affabulatori mediatici attingono all’insipido calderone
della cronaca, poi scremano, condiscono e servono a questa afflitta
umanità una moderna chimera: la celebrità. Ed ecco sfilare
sotto le luci della ribalta esseri “vergognosi e sbigottiti
come talpe lanciate al sole”, esistenze ontologicamente insignificanti,
che sembrano acquisire dignità solo in funzione di un utile
collettivo che è la catarsi televisiva. In questo romanzo datato
1974, Bordon preannuncia una deriva senza ritorno consegnandoci un’umanità
stilizzata, dai tratti bestiali: donne levriero, bambine ringhianti
e giornalisti felini si muovono per inerzia come la giovane vedova
in primo piano, che per salvare le figlie da un futuro di stenti,
si mutila in un crescendo di follia trasmessa per osmosi. Non saprà
mai che a fruire dell’utile sono solo “tutti quelli che
esistono realmente”, ovvero: “quelli che producono, dirigono
e faticano. Quelli che contano”. Per tutti gli altri, ignari
attanti di un circo, spenti i riflettori resta solo l’oblio.
(G. Caputi)
A GENTILE RICHIESTA
Furio Bordon, Sellerio, 236 pagg., 12,00 euro
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Pubblicato
la prima volta nel 1996 da Tropea e riproposto due anni or sono da
Shake edizioni, Com’è grande la città
è uno dei romanzi più riusciti sul Riflusso.
Il termine è da intendersi secondo il suo senso politico; nel
significato, cioè, di involuzione. Di un passato che si ripresenta
mutato, ma carico di vecchi insediamenti semantici. Descritta in tempo
reale, la Storia viene consegnata al lettore attraverso tre registri
narrativi distribuiti con il montaggio alternato nella forma di diario,
di saggio e di narrativa. L’ultima mostra il percorso del protagonista,
raccontato in prima persona, lungo lo snodarsi formativo di un ragazzo
nato e vissuto nella provincia di Milano, dalle avventure della strada
alla laurea. Lo stesso personaggio oggi riflette, in forma saggistica,
sulle ragioni dello sfascio italiano seguito al termine degli anni
Settanta, che ha condotto all’affermazione oscurantista di Berlusconi.
Ed è sempre la stessa persona che, a partire dal 1994 decide
di tenere un diario su cui annota, giorno per giorno, i due anni dall’affermazione
del Signore della televisione alla vittoria di Prodi nel 1996. Una
vittoria, quest’ultima, senza felicità, poiché
segna la morte definitiva della sinistra. La deriva televisiva ha
intrapreso definitivamente il suo corso. (Milton Rogas)
COM’È GRANDE LA CITTÀ
Bruno Pischedda, Shake edizioni, 252 pagg., 17,00 euro
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La
premessa di una civiltà democratica è il libero scambio
di informazioni circolanti tra vita pubblica e privata. È in
questo humus che si alimentano i servizi segreti, broker di un nuovo
mercato dove i soggetti contraenti non sono solo le istituzioni e
l’imprenditoria, ma anche la polizia politica, l’intelligence
militare e lo spionaggio commerciale. La moneta di scambio del ‘sapere
informativo’ diventa tutto ciò che fa notizia: segreto
di Stato e professionale, amministrativo ed epistolare, il cui valore
d’uso non è la verità, ma l’utilità.
L’utilità di sostenere guerre civili, e sabotare aziende
concorrenti; di fornire armi a gruppi criminali, e controllare la
distribuzione delle merci; di ricorrere alla disinformazione di massa,
uno dei principali compiti di un servizio intelligente che vive sull’analfabetismo
informativo dell’opinione pubblica.
C’è bisogno di un libro come quello di Giannuli per iniziare
a guardare con altra prospettiva le notizie che quotidianamente passano
sui quotidiani, alla televisione o per radio. Accorgersi che il punto
di fuga può essere diverso – negli scandali
di tutti i giorni, come quello dell’ex presidente della regione
Lazio, Piero Marrazzo, o nelle responsabilità degli attentati,
come le Torri Gemelle – quando la mancanza di chiarezza, l’inquinamento
semantico, sono all’uopo di chi esercita il potere. (D. Corbetta)
COME FUNZIONANO I SERVIZI SEGRETI
Aldo Giannuli, Ponte alle grazie, 391 pagg., 15,00 euro
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Quali
sono i passaggi che trasformano un uomo politico idealizzato per decenni
da milioni di persone in un orrendo demonio, un paranoico omicida,
un criminale assoluto? Come si sostituisce, a un’eccessiva esaltazione
acritica, la deprecazione totale?
Losurdo cerca – e in molti momenti riesce – di analizzare
e spiegare questo processo di “sostituzione di rappresentazioni”
che avviene ‘tra le masse’ (il che è forse più
spiegabile) e tra gli ‘specialisti’, gli intellettuali,
i professionisti della conoscenza storiografica; indaga i motivi e
le costruzioni ideologiche con cui il rivoluzionario Stalin –
in un’epoca di vertiginose violenze in tutto il mondo a opera
di tutte le grandi nazioni ‘civilizzate’ – diventa
un infame, il criminale simmetrico a Hitler, l’inqualificabile,
l’irrecuperabile. Altri (Usa, Gran Bretagna e Francia) pianificano
deportazioni di massa, aggrediscono Paesi incolpevoli, inceneriscono
popolazioni civili con bombe atomiche e bombardamenti a tappeto, tollerano
razzismi, organizzano genocidi ecc.. Eppure le loro gesta sono spiegate,
comprese, relativizzate, occultate; trovano poderose schiere di avvocati
difensori. Stalin vive le convulsioni di una rivoluzione assediata,
guida una nazione aggredita ma non gli si riconosce alcuna possibile
attenuante; si inventano le accuse più inverosimili e quasi
nessuno ha il coraggio di farle cadere. (D. Pinardi)
STALIN. STORIA E CRITICA DI UNA LEGGENDA NERA
Domenico Losurdo, Carocci, 380 pagg., 29,50 euro
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Dal
1969 al 1974 si contano in Italia circa 4.000 attentati politici e
sei stragi: dei primi, l’85% ha una matrice di destra, le seconde
sono tutte ascrivibili al terrorismo neofascista.
Un ‘ciclo nero’ iniziato con la strage di piazza Fontana
e terminato con quella di Brescia che Franzinelli mette a fuoco attraverso
un minuzioso resoconto documentato. Un percorso che dai protagonisti
della ‘manovalanza armata’ risale al sostegno, alla complicità
e alle protezioni fornite loro dagli industriali, dall’Msi,
da una parte della politica e, soprattutto, dai servizi segreti. Sono
questi ultimi i burattinai di un progetto di “stabilizzazione
autoritaria” deciso a tavolino contro una società civile
che volgeva a sinistra, un progetto fortemente eversivo abbandonato
solamente dopo le dimissioni di Nixon e con il crollo delle dittature
portoghese e greca.
Le carte processuali, i memoriali e i documenti inediti riuniti in
questo saggio, dimostrano quanto decenni di depistaggi siano riusciti
a consegnare agli attori di quel lustro l’impunità giudiziaria
e politica e a cancellare i fatti dalla memoria dell’opinione
pubblica. Al punto che ancora oggi, nella testa degli italiani, gli
anni Settanta sono solo un decennio di ‘terrorismo rosso’.
(G. Cracco)
LA SOTTILE LINEA NERA
Mimmo Franzinelli, Rizzoli, 474 pagg., 20,00 euro
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Giorni
di ordinaria follia, ma senza lo scatto rabbioso di un sovversivo
e liberatorio gesto finale. Un vecchio insegna a un pappagallo a dire
‘papà’, un aspirante dirigente trae il proprio
carisma dalla vittoria del suo pesce combattente, una moglie vuole
un figlio e intanto compra un cane e un’altra è alla
disperata ricerca del fotografo che non le consegna l’album
del matrimonio. Accade a Cortesforza, agglomerato residenziale di
villette a schiera a venti chilometri da Milano, che come un insettivoro
elettrico “aspira, convoglia nel ventre estraibile e lavabile,
uccide per finta, rimanda e delega la decisione di vita o di morte”.
I protagonisti di questi racconti sono ombre, assenti a loro stessi
e passivi, e incapaci di desiderare una vita diversa riproducono all’infinito
gli schemi sociali che li imprigionano – matrimonio, figli,
cane, mutuo, carriera, code in tangenziale, gite fuori porta. L’aria
ha il fetore della decomposizione e la scrittura di Falco è
un impietoso bisturi che seziona i corpi anestetizzati di una piccola
borghesia meschina, apolitica, noiosa, ombelicale.
Nove racconti come nove tessere di un puzzle. A incastro completato,
appare nella sua devastante interezza il vuoto culturale di una classe
media che ben sa dove ubicare il bene di proprietà
ma non sa dove siano di casa il bene umano e sociale. (G. Cracco)
L’UBICAZIONE DEL BENE
Giorgio Falco, Einaudi, 141 pagg., 16,00 euro
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L’uomo
ha conosciuto la potenza distruttiva del progresso scientifico col
primo conflitto mondiale e il suo impressionante dispiegamento di
tecnologie belliche. I mutilati di guerra ne diventano emblema, in
questo romanzo su un giovane ufficiale francese sfigurato da una granata
alla sua prima ricognizione, nel 1914. Non vedrà mai trincee,
solo una camera d’ospedale riservata ai feriti maxillofacciali,
con le inferriate e senza specchi: orgoglio nazionale e giusta causa
sono sconfitti dagli istinti suicidi di chi ha perso per sempre l’identità.
Ma l’etica militare è spietata e dicotomica: non c’è
pace senza guerra né evoluzione senza perdite. Così
i trapianti, gli atroci dolori, i rigetti, sono sconfitte individuali
funzionali al progresso collettivo (la chirurgia fece passi da gigante)
e gli sfigurati si trasformano in macchine da guerra, cavie e trofei,
i volti rattoppati come pupazzi di una grottesca opera teatrale per
la regia di una ragion di Stato che utilizza e segrega alla bisogna.
Dugain romanza da maestro i massimi sistemi, amicizia, dolore, amore
e sacrificio, con uno stile privo di fronzoli e falsi moralismi, perché
“è nell’ordine delle cose. Il ragno attende la
mosca. La mosca finisce nella tela. La mosca ha perso. Non si lamenta.
Non c’è dramma in natura”. (G. Caputi)
LA STANZA DEGLI UFFICIALI
Marc Dugain, Vertigo, 156 pagg., 14,00 euro
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Belinda
ha quarant’anni, un marito, un figlio e uno zio che vende arance
in una piazzola. La sua vita scorre sullo stesso grigio binario da
vent’anni, finché un malore di zio Tonio porta lui all’ospedale
e lei nella piazzola. Pochi giorni bastano a comprendere che lo zio
commercia in ben più loschi prodotti che non gli agrumi e che
una piccola deviazione dal proprio abitudinario percorso è
sufficiente a smuovere amare domande: su un figlio venuto fuori “lungo
e scemo”; su un marito incolore sposato “quando andava
di moda avere il fidanzato metalmeccanico”; sulla propria rassegnazione;
sulla voglia d’invecchiare.
Presto i loschi traffici si rivelano criminali, la separazione tra
buoni e cattivi non così netta e le risposte alle domande impossibili
da trovare. Ma la Del Lama fornisce a Belinda, attraverso una scrittura
in prima persona ironica e priva di sentimentalismo, un disincanto,
una capacità di graffiare e una sana piccola dose di cinismo,
che quasi le si perdona di arrendersi a una vita mediocre. Perché
per scendere da un treno in corsa, per quanto lento e scassato, sarcasmo
e lucidità non sono sufficienti; perché mediocri, forse,
lo sono un po’ tutte le vite; perché non ha senso porsi
domande se più forte di ogni cosa, è lo spirito di adattamento.
(G. Cracco)
NON SO DOVE HO SBAGLIATO
Laura Del Lama, Cult editore, 185 pagg., 9,50 euro
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L’atto
del nominare cataloga, ordina, dà la vita e consegna un’anima.
Soprattutto assegna un’identità, secondo i principi di
relazione su cui si fondano la società e il rapporto tra l’individuo
e l’apparato burocratico. Ma non solo. L’importanza del
nome implica un portato emotivo ed esistenziale in chi lo porta e
anche in chi lo assegna, come sa bene ogni genitore quando sceglie
il nome del proprio figlio. Appropriato quindi il sottotitolo, Un
saggio di sociologia di se stessi, che suggerisce il tramite
attraverso cui è possibile comprendere i fattori culturali
sottintesi nell’atto del nominare e nelle operazioni mentali
che vi stanno a monte.
Seguendo un percorso logico di ordine spazio-temporale, l’autore
parte da una vicenda personale – un trasloco – per poi
spostarsi tra mitologia religiosa e rigore scientifico, lungo un viaggio,
serio-ironico, nel corso del quale il solenne atto del nominare divinamente
assegnato ad Adamo, ‘degrada’ nell’irriflessiva
e necessaria forma relazionale dell’umano in cui linguaggio
e pensiero si incontrano; nell’inconsapevole lavorio cerebrale,
sito tra il nome e il nominare, con cui si assegna a esseri e cose
una perfetta sintesi di valore, di significato e di proprietà.
Pesante carico semantico di cui ogni ‘nominato’ diviene
fatalmente portatore a vita. (W. Pozzi)
FIRMA ALTRUI E NOME PROPRIO
Felice Accame con documento fotografico di Anna Rocco,
Odradek, 79 pagg., 12,00 euro
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Dopo
l’11 settembre, l’istituzione di una commissione indipendente
(e bipartisan) fu la risposta, obbligata, del governo americano a
quel lutto nazionale divenuto, ben presto, strumento di campagna
elettorale. La rielezione di Bush esigeva, dall’establishment
politico, risposte immediate: trovare un capro espiatorio, Saddam
Hussein, per vendere la guerra in Iraq, e in tal modo “non mettere
a rischio il flusso di petrolio saudita verso gli Stati Uniti”.
Greggio approvvigionato da quella casata reale, stesso fornitore della
Bin Laden Group.
La fatwa di al-Qaeda contro il nemico occidentale, quindi,
non causò solo il crollo del simbolo economico borghese dell’America
benestante. Le indagini evidenziarono il malfunzionamento del modello
federale: l’inadeguatezza dei privilegi dell’esecutivo,
un sistema che avrebbe dovuto difendere la patria “contro tutti
i nemici”; l’omertà della compagine legislativa,
in sintonia con la “burocrazia sclerotica e gerarchica di Washington”;
e la negligenza delle numerose agenzie (Cia, Fbi, Faa, Nsc), responsabili
(non lo furono l’11 settembre) della difesa del popolo.
Più degli aerei dirottati, o dei video di Al jazeera, è
stata la faziosità della classe dirigente a esacerbare, agli
occhi dell’opinione pubblica, i rapporti tra Oriente e Occidente.
Quell’Oriente avverso, tuttavia necessario per il prezioso oro
nero. (D. Corbetta)
OMISSIS
Philip Shenon, Edizioni Piemme, 583 pagg., 20,00 euro
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De
Coubertin gioirebbe, nel vedere il suo sogno realizzato non solo alle
Olimpiadi ma in ogni competizione: lo sport falsamente universale,
neutrale, apolitico, interclassista. Altri dopo di lui hanno compreso
quanto potesse contribuire all’inquadramento dell’uomo-massa,
divenire ‘oppio dei popoli’ al pari della religione, valvola
di sfogo per la frustrazione sociale, strumento circenses.
Il capitale ha capito che enorme macchina per far soldi potesse diventare
quello professionista e quanto fosse più sano e produttivo
un lavoratore/sportivo dilettante. Nella società capitalista,
lo sport replica le stesse logiche lavorative: è selettivo,
autoritario, mira al massimo rendimento e al costante superamento
dei risultati raggiunti.
Sono aspetti che pochi analizzano, ormai dati per ontologici, eppure
nel decennio che va dal ’68 al ’78 l’Italia e il
mondo hanno vissuto un’ampia discussione e molti atleti hanno
fatto parlare di sé. A essere messa in crisi era la funzione
dello sport divenuto sovrastruttura, la pretesa che gli atleti fossero
pupazzi privi di pensiero; rivendicato era lo sport come diritto,
popolare, privo di record, antagonismo, classifiche.
Giuntini percorre quegli anni, dalle Olimpiadi di Città del
Messico ai Mondiali di calcio in Argentina; anche nel mondo dello
sport è stata tentata una rivoluzione, e anche lì è
stata sconfitta. (G. Cracco)
PUGNI CHIUSI E CERCHI OLIMPICI
Sergio Giuntini, Odradek, 212 pagg., 16,00 euro
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