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febbraio - marzo 2019

 


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Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

John Wainwright
Anatomia di
una rivolta
Narrativa

 

Davide Steccanella
Across the Year
in utero

 

William McIlvanney
Chi si rivede!
Il Bosco di Latte

 

Honoré de Balzac
L'albergo rosso
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Emma B
Narrativa

 

Rinomata Offelleria Briantea
Ventinovecento
Narrativa

 

Silvia Albertazzi
Leonard Cohen
Manuale per vivere nella sconfitta
Saggistica

 

Thomas Wolfe
Un'oscura vitalità
Il Bosco di Latte

 

Francis Scott Fitzgerald
Basil Lee
Il Bosco di Latte

 

Felice Bonalumi
Storia del gusto
saggistica

 

Mario Bonanno
33 Giri
in utero

 

Raymond Williams
Terra di confine
narrativa

 

47 Autori
Poesie per un
compleanno
La Sposa del Deserto

 

Rudi Ghedini
Rivincite
Saggistica

 

Edith Wharton
Triangoli
imperfetti
Il Bosco di Latte

 

Joseph Conrad
Ford Madox Ford
La natura
di un crimine
Il Bosco di Latte

 

James Robertson
Solo la terra resiste
narrativa

 

Christine Dwyer Hickey
Tatty
narrativa

 

Carmine Mangone
Il corpo esplicito
saggistica

 

Suzanne Dracius
Rue Monte au Ciel
narrativa

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

 

 

 

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Segnalazioni narrativa e saggistica (numeri 16/2010 - 30/2012)

Leggi le segnalazioni di Narrativa e Saggistica pubblicate su
Paginauno dal n. 1/2007 al n. 15/2009
Paginauno dal n. 31/2013 al n. 45/2015

Paginauno dal n. 46/2016 in poi

 

Paginauno n. 30

Narrativa
Ho battuto Berlusconi!, John Graham Davies, 66THAND2ND
Los Angeles stories, Ry Cooder, Elliot
La libertà dell’odio, Giacomo Barba, Graphofeel Edizioni

Saggistica
Ausmerzen, Marco Paolini, Einaudi
Una modica quantità di crimine
, Nils Christie, Edizioni Colibrì
Sanità spa
, Daniela Francese, Newton Compton Editori

 

Paginauno n. 29

Narrativa
Cani selvaggi, Helen Humphreys, Playground
Il padre d’inverno, Andre Dubus, Mattioli 1885
La magnifica orda, Alessandro Bertante, Il Saggiatore

Saggistica
La lobby di Dio, Ferruccio Pinotti, Chiarelettere
Razzismo e indifferenza
, Renato Curcio, Sensibili alle foglie
Magistrati l’ultracasta
, Stefano Livadiotti, Bompiani

 

Paginauno n. 28

Narrativa
One Big Union, Valerio Evangelisti, Mondadori
Dark Florida, John Brandon, Giano editore
L’orrore del vuoto, Guglielmo Forni Rosa, Mobydick

Saggistica
La giustizia come conflitto, Agostino Carrino, Mimesis
Forza di gravità, Luisa Anchisi, Erickson Live
Le ragazze della scrittura, Lucia Ravera, Giuliano Ladolfieditore

 

Paginauno n. 27

Narrativa
Al dio sconosciuto, John Steinbeck, Bompiani
Australian Felix, Gianni Clerici, Fandango
Cane di paglia, Gordon Williams, Lupetti

Saggistica
Cosa loro. I serenissimi della Compagnia delle Opere,
Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi, Manifesto libri
Duce truce, Alberto Vacca, Castelvecchi
La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, Paolo Di Stefano, Sellerio

 

Paginauno n. 26

Narrativa
Giustizia, Friedrich Durrenmatt, Adelphi
Per legge superiore, Giorgio Fontana, Sellerio
La cerimonia del tè in presenza del lupo, Shahrnush Parsipur, Tranchida

Saggistica
Severino Di Giovanni, Osvaldo Bayer, Agenzia X
Fascisti a Milano, Saverio Ferrari, Biblioteca Franco Serantini Edizioni
Guida alla Parigi ribelle, Ramòn Chao e Ignacio Ramonet, Voland

 

Paginauno n. 25

Narrativa
Sorci verdi, AAVV, Edizioni Alegre
Il fioraio di Perón, Alberto Prunetti, Stampa Alternativa
Rose, rose, Bill James, Sellerio

Saggistica
Il memoriale della Repubblica, Miguel Gotor, Einaudi
Chi impugna la croce, Renzo Guolo, Laterza
L’idiota in politica, Lynda Dematteo, Feltrinelli

 

Paginauno n. 24

Narrativa
D’altri tempi, Stefano Tassinari, Alegre
Voci dalla luna, Andre Dubus, Mattioli
La febbre, Francesca Genti, Castelvecchi

Saggistica
L’eclisse della democrazia, Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, Feltrinelli
L’alleato Stalin, Marco Clementi, Rizzoli
Gaetano Bresci. Tessitore, anarchico e uccisore di re, Massimo Ortalli, Nova Delphi

 

Paginauno n. 23

Narrativa
Milano non esiste, Dante Maffìa, Hacca Editore
Fugaci incontri con Che Guevara, Ben Fountain, Edizioni Spartaco
La terra delle donne, Charlotte Perkins Gilman, Donzelli Editore

Saggistica
Poveri, noi, Marco Revelli, Einaudi
Qui si vende storia, Nevio Gàmbula e Francesco Muzzioli, Odradek
Gli Arditi del Popolo, Andrea Staid, Edizioni La Fiaccola

 

Paginauno n. 22

Narrativa
Pianeta senza visto, Jean Malaquais, Lupetti
Cortigiani, giullari e mammasantissima, Cataldo Russo, Guida
L’energia del vuoto, Bruno Arpaia, Guanda

Saggistica
Dissimulazioni massoniche, Antonella Randazzo, Espavo
La ricerca di Michel Foucault, H.L. Dreyfus e P. Rabinow, La Casa Usher
Come se mangiassi pietre, Wojciech Tochman, Keller editore

 

Paginauno n. 21

Narrativa
Una lezione prima di morire, Ernest J. Gaines, Mattioli 1885
Non Sono Sidney Poitier, Percival Everett, Nutrimenti
Weekend, William McIlvanney, Tranchida

Saggistica
Il partito dei padroni, Filippo Astone, Longanesi
Inganno padano, Fabio Bonasera e Davide Romano, La Zisa
Nel paese dei Moratti, Giorgio Meletti, Chiarelettere

 

Paginauno n. 20

Narrativa
Gabbiani sul Carso, Giulio Angioni, Sellerio
Mia figlia follia, Savina Dolores Massa, Il Maestrale
Racconti disperati, Peppe Lanzetta, Tullio Pironti Editore

Saggistica
Veleni di Stato, Gianluca Di Feo, Bur Rizzoli
Distruzione del padre. Ricostruzione del padre, Louise Bourgeois, Quodlibet
Teruel-Malaga 1936-1939, Massimo De Lorenzi, Edizioni Arterigere

 

Paginauno n. 19

Narrativa
The White Family, Maggie Gee, Edizioni Spartaco
La cena, Herman Koch, Neri Pozza
Antropometria, Paolo Zardi, Neo edizioni

Saggistica
Servizio segreto, Clara Conti, Odradek
L'abuso pubblico della storia, Aldo Giannuli, Guanda
L'olimpiade dimezzata, Sergio Giuntini, Sedizioni

 

Paginauno n. 18

Narrativa
Il paese della paura, Isaac Rosa, Gran vìa edizioni
Non abitiamo più qui, Andre Dubus, Mattioli 1885
Il paradiso delle galline, Dan Lungu, Manni editore

Saggistica
Filopanti, Cesare Bermani, Odradek
L'Entità, Eric Frattini, Fazi editore
Jean Claude Izzo, Stefania Nardini, Perdisa editore

 

Paginauno n. 17

Narrativa
Tutto o niente, Alessandro Pugliese, Gingko edizioni
A gentile richiesta, Furio Bordon, Sellerio
Com'è grande la città, Bruno Pischedda, Shake edizioni

Saggistica
Come funzionano i servizi segreti, Aldo Giannuli, Ponte alle Grazie
Stalin, Domenico Losurdo, Carocci
La sottile linea nera, Mimmo Franzinelli, Rizzoli

 

Paginauno n. 16

Narrativa
L'ubicazione del bene, Giorgio Falco, Einaudi
La stanza degli ufficiali, Marc Dugain, Vertigo
Non so dove ho sbagliato, Laura Del Lama, Cult editore

Saggistica
Firma altrui e nome proprio, Felice Accame, Odradek
Omissis, Philip Shenon, Piemme
Pugni chiusi e cerchi olimpici, Sergio Giuntini, Odradek

 

Continua...
Leggi le segnalazioni di Narrativa e Saggistica pubblicate su
Paginauno dal n. 1/2007 al n. 15/2009
Paginauno dal n. 31/2013 in poi

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Kenny Noonan è di Liverpool, ha origini irlandesi, operaie e di sinistra, è un tifoso sfegatato del Liverpool calcio. Ed è attraverso le vicissitudini calcistiche dei Reds che Kenny passa in rassegna la storia politica della sua città, considerata, all’epoca della Thatcher, il ‘nemico interno’, e oggetto di un ‘declino manovrato’ a colpi di neoliberismo. Accanto alla tragedia allo stadio di Heysel, quella a Hillsborough (per la quale solo quest’anno sono state ufficialmente riconosciute le responsabilità della polizia e scagionati i tifosi dei Reds) e la vittoriosa finale a Istanbul contro il Milan – con tanto di aneddoto che vede protagonista Berlusconi – passano le rivolte del 1981, lo sciopero dei minatori del 1985, la lotta dei portuali (sostenuta dai giocatori del Liverpool), la sconfitta dei sindacati, il tradimento del partito laburista, la privatizzazione di scuole, trasporti, treni, i tagli allo stato sociale e la guerra all’Iraq.
Ho battuto Berlusconi! è un monologo teatrale intelligente, dissacrante, sferzante, liberatorio. “Lo so che è un cliché, ma il calcio era un modo per mandare tutti affanculo” dice Kenny, e in quei tutti c’è l’intera classe politica che ha affamato la working class inglese. Non tanto un cliché, quando la città era Liverpool e i Reds erano Bill Shankly. (G. Cracco)

HO BATTUTO BERLUSCONI!
John Graham Davies, 66THAND2ND, 114 pagg., 10,00 euro

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Quando mi sono ritrovato casualmente tra le mani il libro in questione, il mio primo pensiero è stato: se il vecchio Ry usa la penna come il plettro… questo è un gran libro! Sì perché il Ry or ora citato altri non è che il chitarrista di Bop Till You Drop, nonché autore della ineguagliabile colonna sonora del film di Wim Wenders, Paris,Texas.
Los Angeles Stories è il ritratto di una città ricca e complessa, nelle cui pieghe convivono lo splendore di Hollywood e il puzzo di piscio dei vicoli nei quartieri malfamati. Un bellissimo ritratto di un’umanità sempre sul filo del rasoio: ballerine, poliziotti corrotti (un classico), musicisti scannati, locali poco raccomandabili, sale da ballo di infima categoria, messicani, fi lippini, bianchi incarogniti e neri incattiviti, tutti a scorrere come sangue pulsante nelle vene della città degli angeli.
Sia ben chiaro, Ry Cooder non è Chandler, non è Fante e nemmeno Bukowski, ma i luoghi in cui i personaggi si muovono sono quelli del maestro dell’hard-boiled, le storie sono molto ben disegnate e l’umanità allo sbando, così vivamente raccontata, è perennemente sospesa tra l’orribile e il magnifico, con dialoghi sempre all’altezza, mai banali, che in molti casi raggiungono picchi di ironica poesia. (G. Ciarallo)

 

LOS ANGELES STORIES
Ry Cooder, Elliot, 254 pagg., 16,50 euro

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In una Roma claustrofobica, violenta e razzista, sei personaggi si incontrano e si affrontano intrecciando le loro trame secondo la tragica antitesi vita/morte. In questo scontro affiorano le reciproche realtà, fatte di cultura e tradizioni e la profonda differenza che le divide. Due mondi – ricchezza e povertà – tra i quali non c’è pace possibile. Il primo ha gli abiti della Roma bene, il secondo i tratti somatici dello straniero. La cifra del confronto non può che essere l’odio, declinato nelle sue specifi cità in un contesto tecnologico allucinato e fuori controllo. Così, tra telefonini rubati e video segreti, tra telecamere onnipresenti e sms lanciati nell’etere come proiettili, i protagonisti vengono travolti da una spirale di ricatti e di sopraffazione in cui ognuno è a un tempo vittima e carnefice. Ma la trama, costruita con la tecnica del montaggio alternato, è solo uno stratagemma narrativo per azionare un’altra conflittualità: quella dei protagonisti con se stessi. Uno stallo, dal quale i personaggi emergono solo con la violenza. È questo il modo con cui l’Autore riesce simbolicamente a mostrare l’incapacità, dei due diversi mondi, di guardare la propria storia e la propria identità, prima di scatenare sull’Altro le proprie frustrazioni. (Milton Rogas)

LA LIBERTÀ DELL’ODIO
Giacomo Barba, Graphofeel Edizioni, 325 pagg., 14,00 euro

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In un’ideale biblioteca di testi utili all’umanità, i libri di Paolini meriterebbero un posto di rilievo. In quest’ultimo suo lavoro ci accompagna nell’inferno della Aktion T4, innocua sigla che cela il programma col quale la Germania di Hitler soppresse più di trecentomila esseri umani (malati, deboli di mente, portatori di handicap) classificati come “vite indegne di essere vissute”, o “mangiatori inutili”. Ed è proprio in questa seconda definizione che emerge l’aspetto economico alla base di quell’aberrante disciplina medica nota col nome ‘eugenetica’, che diventerà con il nazismo scienza dello sterminio. L’eugenetica però non nasce con Hitler, né in Germania, ha radici più antiche e ha come padri Lombroso e Galton, ed estimatori del calibro di Bell, sedicente inventore del telefono e l’etologo Konrad Lorenz. Ma qualsiasi follia umana, sostiene Paolini, non è possibile senza una costante e invasiva preparazione ‘culturale’ del popolo, il quale opportunamente indirizzato finisce per non riconoscere la differenza tra orrore e normalità quotidiana. E in un periodo di crisi mondiale come quello in corso, chi può escludere che a qualche folle salti in mente, per fare economia, di cominciare a tagliare su cure e cibo a quelli che egli individuerà come odierni ‘mangiatori inutili’? (G. Ciarallo)

AUSMERZEN. VITE INDEGNE DI ESSERE VISSUTE
Marco Paolini, Einaudi, 192 pagg., 12 euro

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Il concetto di ‘crimine’ è il prodotto di un processo culturale e sociale, ed è solo uno dei modi per definire un atto ‘indesiderato’. Il crimine è quindi una risorsa inesauribile e adattabile a ogni necessità di controllo, ed è soprattutto la semplice e repressiva soluzione politica ai conflitti sociali: i Paesi caratterizzati da un solido sistema di welfare sono infatti quelli che registrano il minor tasso di carcerazione, e il martellamento mediatico sull’‘emergenza criminalità’ e la ‘tolleranza zero’ si è sviluppato parallelamente al neoliberismo economico. Contemporaneamente l’isolamento umano e sociale che caratterizza le attuali società delega al sistema penale la soluzione di ogni conflittualità, una distanza che nega qualsiasi principio di mediazione e compensazione e vede nella cultura della punizione, la pena della carcerazione, l’unica risposta possibile.
Nils Christie, classe 1928 – che si situa tra i minimalisti nel dibattito sul sistema carcerario – analizza il concetto di crimine, il suo valore d’uso, i sistemi penali dei due grandi incarceratori mondiali, Usa e Russia, e si domanda: quando il numero dei detenuti raggiunge un livello inaccettabile? Perché “la maggior parte dei prigionieri in tutti i Paesi, indipendentemente dal sistema politico, sono poveri e miserabili”. (G. Cracco)

UNA MODICA QUANTITÀ DI CRIMINE
Nils Christie, Edizioni Colibrì, 207 pagg., 14,00 euro

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Il servizio sanitario nazionale non è in buona salute. A fare anamnesi e diagnosi è Daniela Francese, con un’inchiesta rigorosa che analizza in un percorso storico, legislativo ed economico, cifre, dati, sprechi, tagli, aziendalizzazione, privatizzazione, pendolarismo e diseguaglianze nord/sud, senza dimenticare la longa manus delle mafie, che regna incontrastata su tutto mangiando a quattro palmenti al banchetto che serve ogni anno sul piatto delle Regioni 130 miliardi di euro. Tuttavia gli attori che muovono guerra al diritto alla salute, conquistato nel ’78 sotto forma di eguaglianza, sociale e territoriale, nell’accesso ai servizi sanitari, non sono solo il clientelismo, la lottizzazione, la corruzione e gli interessi mafiosi, ma anche la menzogna dei numeri: dati occultati o manipolati per far credere che la spesa sanitaria è eccessiva – mentre l’Italia spende in sanità l’8,7% del Pil contro il 9,2% dell’Europa e l’8,9% della media Ocse – e così “spingere l’opinione pubblica verso un liberismo presentato come soluzione per la garanzia di tutela della salute”. La cura non è dunque la spending review e la conseguente privatizzazione della sanità, conclude Francese, ma la lotta al malaffare. Un lettura indispensabile in questi tempi di propaganda neoliberista. (G. Cracco)

SANITÀ SPA
Daniela Francese, Newton Compton Editori, 420 pagg.,
9,90 euro

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Sei cani fuggono dai loro padroni per nascondersi nel fitto di una boscaglia. Da allora, ogni sera, i rispettivi proprietari si radunano nel tentativo di recuperarli. Li cercano, li chiamano, ne attendono il ritorno, senza riuscire a spiegarsi le ragioni di questa fuga. È come se, assaporati gli agi e la sicurezza di una casetta borghese, un giorno i cani avessero scelto di ritornare all’antica indole selvaggia.
Sopra questo semplice nucleo narrativo, la Humphreys crea un romanzo a otto voci, caratterizzato da altrettanti timbri stilistici. L’ethos su cui ruota la vicenda è quello di una piccola città della provincia canadese, preda di uno smarrimento esistenziale dovuto alla chiusura dell’azienda che reggeva le sorti economiche dei suoi abitanti. Un ambiente che, crescendo la storia, diventa, per la scrittrice, lo spunto per mostrare quanto senso del dovere, amore e bisogno di sicurezza, altro non siano che gli addomesticatori sociali del lato selvaggio di ogni individuo. E forse, è proprio questo lato selvaggio, smarrito nelle pieghe della vita quotidiana, ciò di cui realmente vanno in cerca i proprietari. Come se i cani scomparsi ne fossero
una sorta di emanazione. Finché, un giorno, una dei padroni, non sparisce a sua volta. (Milton Rogas)

CANI SELVAGGI
Helen Humphreys, Playground, 167 pagg., 13,00 euro

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Fino a che punto siamo disposti ad amare? Quanto siamo capaci di superare le gabbie delle convenzioni, i limiti dell’orgoglio, del dolore, della paura di non essere come si vorrebbe? Dubus in dieci racconti. Dove l’omogeneità è di tema, l’amore e i confini dei condizionamenti; di trama, la scoperta del disonore della persona amata; di tecnica, l’antitesi e il dosaggio perfetto delle informazioni. Nella prima short story il fatto cardine
che manipola l’azione dei personaggi ci viene detto a poche pagine dalla fine. Ma la scrittura di Dubus mette in gioco anche altri elementi. Nella narrazione i tempi verbali si mischiano, fl usso continuo di joycesiana memoria, caleidoscopio dell’interiorità dei personaggi, con quel futuro immaginato come promessa luminosa o morte. Il dato storico è sempre presente e accompagna le vicende. Così il dato ambientale che non deve trarre in inganno. L’inverno, per esempio, non è solo freddo o neve, ma simbolo della condizione di sofferenza dei protagonisti. L’esterno per descrivere l’interno: le viscere di un corpo, intestino, cuore, polmone, sparpagliate su sentieri sterrati. E il conflitto, innescato da un evento con cui fare i conti: rivedere l’immagine di chi sta accanto, la persona che si ama di più. (R. Brioschi)

 

IL PADRE D’INVERNO
Andre Dubus, Mattioli 1885, 184 pagg., 16,90 euro

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Cinquanta pagine ad altissima densità, lisergiche visioni sulla decadenza e la fine prossima di un Occidente del tutto inadeguato a perpetuare la passata grandezza.
La magnifica Orda è alle porte, e a nulla servirà l’impiego dei più valorosi eserciti, guidati dai più astuti e capaci generali della nostra storia. Perché “l’orda è senza testa, l’orda non si preoccupa dei propri caduti, l’orda è massa sprezzante di gerarchia e di eroismo. È un animale che non concede tregua e non conosce compassione. L’orda è invincibile”. Ma cos’è, dunque, questa misteriosa entità destinata a porre fine alla nostra millenaria civiltà? Sono le miriadi di disperati che quotidianamente giungono da ogni dove per raccogliere le briciole delle nostre opulente tavole imbandite? È l’incombere sulla scena di nuove economie emergenti e spregiudicate, che non conoscono l’ipocrisia tutta occidentale di fingere il rispetto delle regole? Molto più verosimilmente l’Orda distruttrice è un cancro che l’Occidente ha a lungo covato dentro di sé, è il Dio Mercato spietato e sciocco come lo
scorpione sul dorso del rospo nello stagno, che per istinto naturale uccide anche chi può garantire la sua stessa esistenza. Come il capitalismo ha fatto con il mondo del lavoro. (G. Ciarallo)

LA MAGNIFICA ORDA
Alessandro Bertante, Il Saggiatore, 64 pagg., 10,00 euro

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“Più potente dell’Opus Dei, più efficiente della massoneria, più ‘connessa di Confindustria”. Così Pinotti definisce Comunione e liberazione e il suo braccio imprenditoriale, la Compagnia delle opere, percorrendone nel dettaglio la storia, l’ethos, gli interessi economici finanziari e politici e le inchieste giudiziarie che l’hanno vista coinvolta lungo tutto lo Stivale. Quanto Cielle abbia oggi tentacoli trasversali agli schieramenti lo evidenziano gli affari sempre più numerosi stretti con le cooperative rosse e la sfilata annuale di personaggi al Meeting di Rimini; e c’è da scommettere che il modello ciellino della sussidiarietà, sintetizzato nella formula “più società meno Stato”, farà sempre più adepti nell’attuale sistema neoliberista che mira a smantellare il welfare pubblico per sostituirlo con le imprese private. Un libro da leggere, per poter opporre gli anticorpi della consapevolezza alla propaganda politica e mediatica che ogni anno legittima il Meeting ciellino come un importante palcoscenico programmatico, fingendo di dimenticare che cos’è Comunione e liberazione: un movimento cattolico fondamentalista e un potente gruppo economico che sta scalando dall’interno la struttura sociale del Paese, arricchendosi con soldi pubblici. (G. Cracco)

 

LA LOBBY DI DIO
Ferruccio Pinotti, Chiarelettere, 464 pagg., 16,60 euro

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La storia italiana è caratterizzata da un razzismo di matrice istituzionale – tuttora presente – rimosso dalla storiografi a ufficiale: Curcio ne ripercorre le tappe e ne analizza le dinamiche costitutive. Il ‘razzismo scientifico’ di Lombroso sostenne la conquista piemontese del ricco Regno dei Borbone e accreditò la repressione dei ‘briganti’, definendoli ‘razza euroafricana’, negroide, “costituzionalmente e irreparabilmente inferiore”; teorie che seguirono i meridionali nelle migrazioni – negli Usa furono considerati ‘non bianchi’ e perciò bestie da lavoro – e suggerirono il loro invio nelle colonie dell’Impero: mentre il fascismo inventava l’apartheid e faceva largo uso di armi chimiche contro la “razza africana”, ritenuta anch’essa “irrimediabilmente inferiore”, si liberava così dell’eccedenza di disoccupati negroidi in patria. Seguirono gli ebrei e gli zingari, che la scuola scientifi ca positivista definì “delinquenti antropologici”. Ancora oggi il razzismo è un dispositivo istituzionale di controllo sociale, conclude Curcio, fabbricato con mezzi mediatici: costruisce capri espiatori e manipola paure, mentre ben nascoste
restano le ragioni economiche: creare una ‘razza inferiore’ da poter sfruttare all’osso come forza lavoro, nella complice indifferenza generale. (G. Cracco)

RAZZISMO E INDIFFERENZA
Renato Curcio, Sensibili alle foglie, 108 pagg., 15,00 euro

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Tangentopoli, trattativa Stato-mafia e morti eccellenti hanno trasformato la magistratura italiana, nel pensiero comune degli ultimi vent’anni, in un manipolo di eroi in lotta contro il Male. Il saggio di Livadiotti, ricco di dati e informazioni dettagliate, si rivela quindi una lettura utile per mettere piede nella cittadella del potere giudiziario e uscirne con un’opinione autonoma scevra da levate di scudi e propaganda. Se i privilegi economici e gli automatismi di carriera (a prova di asino o di sentenze e impianti accusatori che non reggono nei tre gradi di giudizio) fanno urlare alla Casta, sono il Csm e l’Anm a evidenziare le criticità di un potere che detta l’agenda politica al ministero e dietro il vessillo dell’autogoverno protegge se stesso sottraendosi a qualunque, legittima, verifica esterna: lottizzazione tra le varie correnti politiche nell’assegnazione delle sedi giudiziarie, sedute ufficialmente pubbliche ma
in realtà secretate grazie a cavilli del regolamento interno, una sezione disciplinare che assolve nell’80,9% dei casi (e già arrivano al vaglio del Csm appena il 6-7% delle denunce di illeciti), punisce con l’ammonizione nel 18,5% e toglie la poltrona ad appena lo 0,06% dei magistrati. Giudici e pm sono insomma i potenti controllori che nessuno può controllare. (G. Cracco)

MAGISTRATI L’ULTRACASTA
Stefano Livadiotti, Bompiani, 225 pagg., 11,90 euro

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Narrare del passato per parlare del presente. È ciò che fa magistralmente Valerio Evangelisti raccontando la nascita, l’ascesa e il brusco declino di quell’utopistica esperienza che fu il sindacalismo rivoluzionario dell’IWW (Industrial Workers of the World), il sindacato che per primo tentò di dare una rappresentanza a quelle classi e a quei lavoratori privi di diritti, negli Stati Uniti del primo Novecento. Il punto di vista attraverso il quale la storia si snoda è quello di Robert Coates, di mestiere spia e infiltrato tra i lavoratori in lotta, per conto delle agenzie investigative pagate dagli industriali. Ma nonostante il suo odioso lavoro, Coates è una figura speculare agli agitatori che detesta: come i suoi nemici è una vittima del sistema e uno sfruttato, e come loro ha una forte spinta ideale che, nel suo caso, lo porta a vivere il proprio lavoro come una
missione a salvaguardia dei soliti tre capisaldi di ogni società borghese: Patria, Religione, Famiglia. Al termine della piacevolissima lettura si giunge alla conclusione che il capitalismo, fin dalle sue origini, non ha mai avuto alcunché di illuminato e che, anzi, per sua stessa natura ha sempre teso a quello che oggi definiamo liberismo sfrenato e senza regole. (G. Ciarallo)

ONE BIG UNION
Valerio Evangelisti, Mondadori, 444 pagg., 18,50 euro

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“Questa la chiamano tutti la vera Florida”, dice una delle agenti dell’Fbi chiamate a indagare sul rapimento della sorellina di Shelby. È la Florida oscura della contea di Citrus, alle spalle della costa delle palme e dei residence per pensionati abbienti, terra paludosa coperta da una vegetazione selvaggia e claustrofobica; luogo-archetipo della foresta, quella in cui si smarriscono Hansel e Gretel, linea di confine tra ‘civiltà’ e natura, tra cultura e istinto. Toby Mc Nurse ha quattordici anni e sembra essere al di là del bene e del male. Nulla è in grado di dargli un brivido: né la minaccia sempre incombente della pistola nelle mani dello zio che dovrebbe occuparsi di lui, se non fosse troppo impegnato a flirtare con la morte, né i propri atti di vandalismo e nemmeno la parvenza di attenzione che gli riserva il professor Hibma (adulto irrisolto e confuso più degli adolescenti che dovrebbe guidare). Finché un’affascinante ragazzina, Shelby, osa cercare un varco nel suo buio. Toby per una volta non è indifferente e, con malinconica determinazione, persegue la doppia faccia del proprio desiderio: farle del male e starle vicino, fino all’inevitabile corto circuito, che potrebbe (dovrebbe?) essergli fatale ma che, come a ribadire la casualità di bene e male, mancherà il bersaglio. (S. Campolongo)

DARK FLORIDA
John Brandon, Giano editore, 240 pagg., 16,50 euro

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Il professore racconta la sua storia dall’inizio. La lontana giovinezza con gli studi e con quell’amore andato male. La maturità, passato recente fitto di tribolazioni: l’innamoramento per Carla, condannata al carcere per l’omicidio del marito, e la controindagine ai mulini a vento per scagionarla. Poi la riflessione e la scrittura in solitudine del presente, che coincide con il tempo della fabula. Il lettore è avvertito e il patto fiduciario salvaguardato: la versione dei fatti narrata non corrisponde al pensiero della gente che conta, di quelli che stanno in alto. Perché famiglia, scuola, tribunale, chiesa non sono altro che ambiti privilegiati di una società borghese che manipola e aggredisce l’individuo. Dove si ammette anche l’errore giudiziario, purché tuteli l’interesse dei potenti. Ci vuole arroganza per stare vicino alla nicchia. Ma il professore è di tutt’altra pasta. La sua è una vita dominata dalle circostanze, non riuscita, persa in tanti piccoli episodi. Resta solo qualche buon ricordo. La narrazione è in prima persona, un capitolo ha la voce di Carla, negli altri il punto di vista è del professore, procede per enigmi e incuriosisce. Come il finale, giocato su un perverso quanto inaspettato passaggio di mano. (R. Brioschi)

L’ORRORE DEL VUOTO
Guglielmo Forni Rosa, Mobydick, 80 pagg., 10,00 euro

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Il sottotitolo di questa raccolta di saggi – Crisi della politica e stato dei giudici – introduce efficacemente gli argomenti che vi vengono trattati. In particolar modo ne mostra l’urgenza. La prima delle cinque parti, non a caso la più lunga, La crisi dello Stato tra liberalismo e democrazia (crisi, non morte né fine, come precisa l’autore), è un’immersione nelle problematiche del moderno governare in cui l’importanza della visione conflittuale, intesa come dato ontologico di una politica di sinistra, viene vista come dato necessario. Il concetto di confl itto è anche il fulcro delle parti successive. Interessanti, per stringere il discorso all’Italia e allo scontro tra politica e magistratura (e non solo, va da sé), sono le tre parti centrali del libro. È questo il punto in cui maggiormente si focalizzano le ragioni della crisi dello Stato moderno, che da noi vive sulla contrapposizione tra una visione metafisica del giudice e del concetto di giustizia, e una classe politica in pieno crollo etico, incapace di darsi delle leggi.
A questo proposito, di specifico interesse è la riflessione dell’autore su un saggio di Guizot che, per quanto scritto duecento anni fa, sembra parlare di oggi. (Milton Rogas)

LA GIUSTIZIA COME CONFLITTO. CRISI DELLA POLITICA E STATO DEI GIUDICI
Agostino Carrino, Mimesis, 284 pagg., 18,00 euro

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“Sono una persona, una donna, una figlia, una sorella, una zia, un’educatrice professionale, una pedagogista clinica. Sono tutte queste e molte altre cose a cui è ‘incollato’ l’aggettivo disabile”. Inizia così questo saggio autobiografico che pone al centro del discorso, composto in poche pagine e in pochi brevi capitoli, la necessità di promuovere una cultura della disabilità. Concetto ancora più importante in un sistema sociale abituato a mettere in ombra buona parte dell’umanità che lo abita. Con un linguaggio colloquiale in cui l’ironia non viene utilizzata per stemperare il problema – bensì per meglio contestualizzare la disabilità nei vari ambiti attraversati dall’autrice nel corso della propria vita – il racconto si sviluppa seguendo le tappe della cosiddetta normalità. Capitolo dopo capitolo, la vita dell’autrice transita dalle prime diffi coltà pratiche degli anni di scuola, ai primi colloqui di lavoro, delineando la storia di un lungo e faticoso percorso di coscienza cresciuto attraverso il confronto con gli altri, con il lavoro e con il dolore neurologico. Una strada in salita il cui fissativo è la paura profonda – “la più intima” – di non essere in grado di dimostrare, andando oltre l’immediatezza della disabilità, il proprio essere abile. Educativo. (Milton Rogas)

FORZA DI GRAVITÀ
Luisa Anchisi, Erickson Live, 75 pagg., 12,00 euro

 

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“Il viaggio epico di cui ci rende partecipi la letteratura femminile è un affondo nella tenebra, quasi istintivo, eppure necessario” scrive Lucia Ravera a conclusione di questo lavoro. Una perfetta sintesi dei vari argomenti indagati nel corso di un dettagliato percorso ‘antologico’ tra i temi e le scrittrici della narrativa contemporanea.
Il saggio comincia con una riflessione tematica riguardo all’opportunità di catalogare la letteratura scritta da donne, con la preposizione articolata ‘al’ – al femminile – come a mo’ di avvertenza di fronte a un’opera che necessariamente sarà costellata di sentimentalismi, pianti e sdolcinerie.
Quanto la definizione sia pretestuosa, l’autrice lo dimostra passando in rassegna i grandi temi – il corpo, la politica, la maternità, l’infanzia, la famiglia – affrontati negli ultimi anni dalle scrittrici italiane, nel tentativo di smantellare quei cliché, quelle gabbie culturali, dentro le quali, da sempre, religione, politica e arte tentano di relegare il mondo interiore della donna. L’analisi, puntuale e molto ragionata, raggiunge due obiettivi: collegare tra loro politica e letteratura, e suggerire la lettura di scrittrici e romanzi, relegati nell’ombra dalla cultura ufficiale italiana. (Milton Rogas)

LE RAGAZZE DELLA SCRITTURA
Lucia Ravera, Giuliano Ladolfieditore, 160 pagg., 15,00 euro

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Ansioso di avere un proprio appezzamento di terra, Joseph lascia la famiglia d’origine per spostarsi in California, dove presto, alla morte del padre, viene raggiunto dai fratelli. Da questa unione sorge, intorno a un grande albero, simbolo dello spirito della natura, una comunità rurale.
È questo il nucleo narrativo che permette a Steinbeck di tratteggiare la vera linea di frontiera della conquista del West: l’inizio del Sogno Americano e la fine di una cultura che lega l’uomo alla natura come un tutt’uno privo di principi gerarchici. Un rapporto, quest’ultimo, simboleggiato dal legame spirituale del capo carismatico Joseph con il grande albero intorno al quale ha fondato la comunità. Ma l’idillio è destinato a finire con l’ingresso dei primi predicatori cristiani che non tardano a battezzare ogni forma di idolatria come Male assoluto.
Ben lontano da una retorica trionfalistica del suddetto Sogno, Steinbeck punta su una riscrittura antieroica dell’epopea della frontiera e dei suoi pionieri, e mette in scena la nascita e la morte di una comunità per mostrare, nel passaggio da un senso del sacro naturale a una religione fatta di precetti e di prescrizioni, come l’Ovest sia stato, in realtà, la terra promessa della futura urbanizzazione capitalistica. (Milton Rogas)

AL DIO SCONOSCIUTO
John Steinbeck, Bompiani, 252 pagg., 8,90 euro

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Costretto a lasciare l’Italia fascista dopo l’accordo con Hitler, il giovane ebreo Glauco Levi approda in Australia. Lì, considerato dalle forze locali un Enemy Alien, viene internato in un campo di prigionia, dove rimane confinato fino al termine della guerra. È il conflitto di partenza che inevitabilmente contribuisce a fornire di nuove lenti lo sguardo del giovane borghese sul mondo e sulla natura classista della società. Ma la nuova vita, riavviata in una terra antica come l’Australia, lo mette in contatto con radici etniche talmente profonde da apparirgli, oltre ogni inquinamento religioso, il vero trait d’union dell’umanità. Quel senso di verità che l’uomo moderno occidentalizzato ha fatalmente smarrito nella corsa al denaro.
Il tennis con la sua filosofia è il collante tematico del romanzo. Quello giocato sull’erba, con la Maxima in legno; il tennis dei gesti bianchi, prima che il professionismo e i soldi lo colonizzassero. Ed è proprio con la solidità interiore del giocatore di tennis che Glauco Levi attraversa la propria vita, cercando di aiutare gli aborigeni a mantenere la loro purezza originaria. Una partita forse persa in partenza, ma combattuta con forza e sempre, fino all’ultimo quindici. (Milton Rogas)

AUSTRALIAN FELIX
Gianni Clerici, Fandango, 231 pagg., 14,00 euro

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“Col coltello e il filo nella mano destra, si mosse come una scimmia, usando le nocche della mano sinistra come terzo piede”, è la frase che condensa il tema del romanzo di Williams da cui Sam Peckinpah ha tratto il suo film più crudo e violento.
Quale soglia è disposto a superare l’uomo civilizzato per difendere se stesso e i propri cari? Quanti gradi di separazione lo distanziano dall’animale e dalla sua furia? Queste sono le domande tragiche affrontate dal romanzo, ed è la situazione in cui si viene a trovare George nel momento in cui decide di proteggere in casa propria Henry Niles, uno psicopatico con il cervello di un bimbo di otto anni, scappato dal manicomio criminale; assediato da un drappello di uomini rudi, antichi, abitanti di un villaggio lontano dalla cosiddetta civiltà, e convinti che Niles sia responsabile della scomparsa di una bambina del paese. Uomini diseredati dalla società che sentono di poter trovare nella giustizia sommaria il modo di ricompensarsi per quanto dalla vita sentono di non avere mai ricevuto.
Tutti temi che Williams tratta con forza, come purtroppo raramente si legge nei romanzi di oggi. (Milton Rogas)

CANE DI PAGLIA
Gordon Williams, Lupetti, 191 pagg., 14,00 euro

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Che quelli di Comunione e Liberazione, i cosiddetti ‘ciellini’, fossero una sorta di fanatici fondamentalisti cattolici, era già noto a chi, negli anni ’70, frequentava la scena politica nelle scuole e nelle università, luoghi dove l’aggregazione creata da Don Giussani era più presente. Che quel movimento potesse in seguito trasformarsi nell’ossatura di quella piovra tentacolare denominata Compagnia delle Opere, solo un moderno Nostradamus avrebbe potuto immaginare. Di questo parla il libro inchiesta di Canetta e Milanesi, dell’occupazione, in nome di uno spirito di mutua collaborazione e assistenza tra i soci, di ogni ambito del patrimonio pubblico, dalla sanità alle scuole, dalle università alle grandi opere, attraverso l’azione di referenti politici, come nella Lombardia di Formigoni, o nel Trentino e nel Veneto (ex feudo Dc, oggi dominato da una Lega in perfetta continuità col passato), dove la Compagnia delle Opere la fa da padrona. Ma non tutto è cristianamente limpido e legale, nella rete tessuta dai pii professionisti del business, prova ne siano i procedimenti penali in corso e i clamorosi rinvii a giudizio che hanno permesso di fare un minimo di luce nella torbida gestione di ingenti somme di fondi pubblici e privati. (G. Ciarallo)

COSA LORO. I SERENISSIMI DELLA COMPAGNIA DELLE OPERE
Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi, Manifesto libri, 176 pagg., 18,00 euro

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Questo libro è frutto di una scrupolosa ricerca presso l’Archivio centrale dello Stato, fra i rapporti segreti inviati al ministero dell’Interno dai prefetti delle Province del Regno nel periodo 1930- 1943, e dai Capi delle Province della Repubblica Sociale Italiana tra il 1943 e il 1945, rapporti relativi alla segnalazione di persone responsabili di comportamenti contrari al regime o di offese alla persona di Benito Mussolini. Le parole della burocrazia fascista, rasentando il ridicolo, raccontano la deriva di disumanità cui le tirannie portano: ogni cittadino diventa un delatore, un confidente della polizia, e in questa capillare operazione di sorveglianza, ognuno è al contempo controllore e controllato. In un clima generale di sospetto, si ha il terrore di pronunciare una parola fuori luogo: anche il solo essere fraintesi può condurre a una condanna a non meno di cinque anni di confino. Perché i vicini di casa, i colleghi, gli stessi amici e parenti, prima di essere tali sono le colonne portanti del regime, tenuti a una fedeltà e a un’obbedienza cieca che impone di vigilare costantemente e denunciare chi, con una parola o una scritta, rechi offesa alla figura, deificata, del Duce. (G. Ciarallo)

DUCE TRUCE
Alberto Vacca, Castelvecchi, 320 pagg., 18,00 euro

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Nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle, Belgio, l’8 agosto 1956 accade la Catastròfa (così detta in un misto di dialetto meridionale e accento francese): per un banale incidente scoppia un incendio a 975 metri di profondità e una concatenazione di cause – assenza di misure protettive, inefficienza degli ascensori e materiale di cui sono costruiti, legno anziché metallo, disorganizzazione nei soccorsi – provoca la morte di 262 minatori, di cui 136 immigrati italiani. Nell’appassionata ricerca di Di Stefano, la tragedia riemerge dall’oblio attraverso le parole dei sopravvissuti, dei parenti delle vittime (dal lessico incerto, ibrido, di individui non più italiani e mai diventati belgi), le testimonianze dei soccorritori, il linguaggio burocratico degli atti giudiziari tesi a scoprire (o coprire) le vere responsabilità della sciagura, da ricercarsi tra quelli che barattano la sicurezza e la vita dei lavoratori con una quota di maggior guadagno. Sullo sfondo, l’Italia del dopoguerra, uno Stato che non riuscì a garantire ai propri cittadini lavoro e dignità, e che anzi li trasformò in mere ‘braccia’, da vendere al miglior offerente in contropartita di materia prima necessaria alle industrie: carne e sangue contro carbone e ferro. (G. Ciarallo)

LA CATASTRÒFA. MARCINELLE 8 AGOSTO 1956
Paolo Di Stefano, Sellerio, 260 pagg., 13,00 euro

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Già pubblicato nel 2005 da Marcos Y Marcos, il giallo politico-metafisico di Durrenmatt viene oggi riproposto da Adelphi. Ed è un bene in una realtà come quella italiana che della giustizia istituzionalizzata fa un centro di verità assoluta e indiscutibile. Al contrario, come sembra affermare l’autore, la verità è sempre individuale, situata là, nel punto in cui decidiamo – per convenienza, per vigliaccheria – di non porci più domande.
L’avvocato Spaet, per personali questioni di bisogno economico, decide di non fermarsi nel fissativo della verità condivisa, quella in cui il tribunale condanna per omicidio il miliardario consigliere cantonale Isaak Kohler, reo di avere sparato al suo amico e germanista professor Winter davanti a numerosi testimoni.
Ingaggiato dall’omicida, l’avvocato (fino a oggi convinto difensore di prostitute e papponi) accetta il patto faustiano che lo costringe a guardare i fatti, oltre le apparenze, e a indagarli come se l’assassino non fosse Kohler. È questo il momento in cui Durrenmatt sposta il suo giallo dall’effimera narrazione attinente al romanzo di genere, per attraversare una porta oltre la quale la giustizia cessa di essere una scienza esatta e si trasforma in una farsesca metafisica del caos. (Milton Rogas)

GIUSTIZIA
Friedrich Durrenmatt, Adelphi, 211 pagg., 18,00 euro

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Roberto Doni attende la nomina a procuratore generale. È un uomo che fa le cose per bene. Ha un credo: l’obbedienza alla legge, che sa, rimane un’approssimazione della giustizia, ma è un ordine e pertanto preferibile al caos.
Poi arriva il caso di Khaled Ghezal, muratore tunisino e capro espiatorio di un delitto che non ha commesso. Per Doni la partita è chiusa in partenza, senza un briciolo di prove, cosa resta? La macchina della giustizia è complessa e bisogna seguire le procedure, anche se a rimetterci è un innocente. Lo stile stesso del romanzo si conforma alla testa di Doni che pensa in modo lineare ed essenziale perché i fatti non ammettono fronzoli. In realtà sono sempre due le voci che dialogano mentre procede la narrazione, il protagonista e uno dei personaggi, che gli fa da contrappunto per stanarlo da quel palazzo, gabbia di rigide convenzioni, dove l’alba accecante fa dimenticare il buio, permettendogli di vedere, sotto il velo dei fatti, la sostanza delle cose. Fino alla scena finale che si fa monologo.
Solo con la coscienza, in bilico tra buttarsi o seguire i binari, sceglie. Sia fatta giustizia, qualunque cosa accada. Perché la cosa più straziante è diventare una persona arresa e felice come tante. Basta un soffio. (R. Brioschi)


PER LEGGE SUPERIORE
Giorgio Fontana, Sellerio, 256 pagg., 13,00 euro

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Con i suoi quattordici racconti, la Parsipur dimostra che l’uomo, se vuole comprendere gli eventi sociali, il mondo in cui vive, non ha altra scelta che affidarsi alla narrativa. La costruzione di storie: non esiste altra strada, né scientifica né sociologica né filosofica.
Come si rapportano tra loro le persone, in una realtà che vive una perenne tensione tra leggi legate ad antichi codici e la tecnologia più avanzata dell’Occidente? E qual è la ricaduta di questa tensione, se persino l’immaginazione e la fantasticheria si traducono in una specie di resa definitiva?
Nelle teste dei personaggi il fondamentalismo è in conflitto con la seduzione della scienza e il suo incessante richiamo verso la modernità – strumento di potere coercitivo il primo, insinuante forma di controllo dei cervelli il secondo. Come uscirne?, sembra chiedersi la scrittrice iraniana. Forse – capirlo è il primo passo – il vero problema sta nell’inconsapevolezza dei soggetti coinvolti, tesi in un’impossibile ricerca del sé.
E la scrittura, sembra chiedersi l’autrice nel suo ultimo doloroso racconto Io e George Orwell, ha ancora in sé gli strumenti per districare la matassa e porsi come terza forza in gioco? Forse
sì, ma avrà bisogno di lettori attenti e attivi. (Milton Rogas)


LA CERIMONIA DEL TÈ IN PRESENZA DEL LUPO,
Shahrnush Parsipur, Tranchida, 109 pagg., 12,00 euro

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L’opera più importante dell’autore libertario argentino Osvaldo Bayer, il Severino Di Giovanni. L’idealista della violenza, edito per la prima volta in Italia nel 1973, viene oggi riproposta nella nuova edizione tradotta, curata e soprattutto ampliata dallo scrittore Alberto Prunetti (Potassa, Il fioraio di Peròn), alla luce del ritrovamento di documenti sin qui inediti. È la biografia, per nulla romanzata, dell’anarchico abruzzese Severino Di Giovanni, emigrato in Argentina agli inizi del secolo scorso, e qui diventato una figura quasi mitologica per l’audacia delle sue azioni e la coerenza dimostrata fin nel momento della sua fucilazione, quando dopo aver rifiutato la benda, come tanti prima di lui in simili frangenti, salutò la morte al grido di: «Viva l’anarchia!». Personaggio controverso ed estremo, fu teorico dell’azione diretta e violenta, appassionato nella diffusione del suo ideale attraverso le pubblicazioni che redigeva e stampava, tenero amante, lui trentenne sposato e con figli, di una ragazza appena quattordicenne, la quale anche dopo l’esecuzione continuerà la lotta nel suo ricordo.
In Argentina, pare non riescano a credere che un personaggio tanto leggendario da loro, possa essere praticamente sconosciuto in patria. (G. Ciarallo)


SEVERINO DI GIOVANNI. C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA DEL SUD,
Osvaldo Bayer, Agenzia X, 256 pagg., 15,00 euro

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Saverio Ferrari, giornalista e scrittore (già autore di testi sul fenomeno neofascista in Italia, come Le nuove camicie brune: il neofascismo oggi in Italia, Da Salò ad Arcore: la mappa della destra eversiva e Le stragi di Stato – Piccola enciclopedia del terrorismo nero), riduce qui il suo campo d’azione, concentrando la ricerca sulla ragnatela di sigle che ha costituito l’ossatura dell’eversione nera nel capoluogo lombardo.
L’autore raccorda e svela un sistema di interconnessioni e di penetrazione negli ambiti più impensabili, dove palestre di arti marziali, circoli sportivi, tifoserie calcistiche diventano luogo di reclutamento e di diffusione ideologica. Terroristi, malavitosi, uomini dei servizi segreti, spacciatori di droga, nobili fanatici, esoteristi, militari, ultras delle curve, reclutatori di mercenari, tutti coinvolti, come in un inestricabile verminaio, nel tentativo di riportare le lancette della storia (attraverso le lancette dei timer) indietro nel tempo. Da Ordine Nuovo a Cuore Nero e Casa Pound, una ricerca sull’immaginario di cui si ciba il neofascismo e sulle trame che hanno scritto pagine drammatiche nella storia della nostra Repubblica. Più che un’inchiesta giornalistica, un saggio di antropologia politica. (G. Ciarallo)


FASCISTI A MILANO. DA ORDINE NUOVO A CUORE NERO,
Saverio Ferrari, Biblioteca Franco Serantini Edizioni, 160 pagg., 14,00 euro

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Ci sono mille modi per conoscere una città, e quello proposto dalla coppia Ramonet/Chao (il primo, direttore di Le Monde Diplomatique, l’altro, scrittore nonché padre del menestrello no-global Manu) non è certo quello classico della visita ai monumenti e alle bellezze artistiche. I due ci guidano nei meandri della loro città, una Parigi affascinante anche sotto questo inedito aspetto di luogo che ha covato in sé la speranza di cambiamento e il prezioso seme della ribellione, qui non intesa solo come politica e sociale, ma anche artistica e scientifica. Quartiere per quartiere (pardon, arrondissement), ci viene segnalato l’indirizzo (con lunghe e accurate note sui personaggi) del soggiorno parigino di grandi nomi della storia universale quali Lenin, Marx, Engels, Mao, Bakunin, Rosa Luxemburg, Castro, Che Guevara, Ho Chi Min, ma anche i luoghi dove hanno creato la loro arte, veri mostri sacri quali Cervantes, Dostoevskij, Cortazar, Charlie Parker, Orwell, per non parlare ovviamente dei ‘locali’, Queneau, Sartre, Baudelaire e compagnia bella. Un tour insolito ed emozionante, il tutto mentre a Los Angeles, frotte di turisti muniti di apposite e costose mappe, fanno su e giù per Beverly Hills per ammirare le faraoniche ville dei VIP. (G. Ciarallo)


GUIDA ALLA PARIGI RIBELLE,
Ramòn Chao e Ignacio Ramonet, Voland, 368 pagg., 15,00 euro

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Diciassette storie scovate dalla cronaca o immaginate per narrare l’imbarbarimento delle relazioni e del tessuto sociale messo in atto dalla Lega nord, tematica cardine che dà unità alla raccolta.
Perché per il resto i racconti non si somigliano, tanto sono multiformi nei contenuti e nello stile. Il gioco dell’iperbole o dell’antitesi, la scelta del grottesco o del realismo, la struttura a dialogo o l’intervista, lo slang quotidiano o il dialetto, rappresentano già una vergata d’autore al bigottismo di una comunità chiusa, sottomessa, contraria alla diversità e livellatrice, che la Lega sostiene con la connivenza della Chiesa. Non c’è solo razzismo o insania mentis, nei racconti il cono di luce si sposta oltre, nelle profondità, in ciò che c’è dietro i travestimenti e le mascherate. Il mondo Lega non inventa nulla, ma fa propria la cultura dell’immagine e della superficialità, consumistica e capitalistica. Tutto cambi perché niente cambi. La rivoluzione padana è una fandonia affinché il clientelismo, la corruzione prosperino meglio. Nell’Italia più becera dei voltagabbana e dei compromessi, gli affari rimangono il motore propulsore dell’agire. E ai più deboli tocca pagare i conti. (R. Brioschi)

SORCI VERDI. STORIE DI ORDINARIO LEGHISMO,
AAVV, edizioni Alegre, 185 pagg., 14,00 euro

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Alla ricerca di un’eredità sparita nel nulla, della quale il protagonista del romanzo viene a sapere rovistando tra lettere e documenti di famiglia, il giovane Alfredo intraprende un per nulla deamicisiano viaggio dagli Appennini (toscani) alle Ande. Sulle tracce di un prozio, che nella capitale argentina ha fatto fortuna negli anni Trenta del secolo scorso arrivando a ricoprire il prestigioso incarico di Florista Oficial de la Casa de Gobierno, Alfredo esplora la misteriosa e affascinante Buenos Aires, perennemente sospesa tra passato e presente, entrando in contatto con i reduci delle prime ondate migratorie ma soprattutto con l’aria mefitica della dittatura che, nonostante il tempo trascorso, ancora aleggia sull’Argentina e che sembra non avere alcuna intenzione di togliere il disturbo: i guasti della Giunta militare si possono ancor oggi toccare con mano, nell’impunità dei militari colpevoli del genocidio, nel ricordo e nelle speranze delle Madres e
delle Abuelas de Plaza de Mayo, nelle proprietà sottratte ai legittimi proprietari, come i possedimenti dello zio Cosimo, che Alfredo scoprirà essere stati indebitamente assegnati a persone vicine alla dittatura. (G. Ciarallo)

IL FIORAIO DI PERÒN
Alberto Prunetti,Stampa Alternativa, 160 pagg., 14,00 euro

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Inghilterra. È notte. Megan muore nel parcheggio di una stazione. Tre coltellate le trapassano il torace. Il marito Colin, professione poliziotto, giura vendetta, nonostante i colleghi si facciano in quattro nelle indagini, nonostante la storia con la moglie sia finita da un pezzo. Il botta e risposta tra tempo della fabula e flash back permette di conoscere le ore precedenti il delitto, entrando nella testa della stessa Megan che ammette di voler cambiare vita. Le figlie, coro di tragedia greca, commentano i fallimenti con un pensiero nudo e crudo. Perché se l’omicidio è l’elemento scatenante, al centro del romanzo ci sono i legami. Cosa nascondono le mura di casa? La famiglia è un nido di compromessi, il matrimonio un letto di falsità. Ma l’importante è la facciata, l’idea che le virtù familiari, il decoro, la solidità, le cose fatte per educazione, esistano. Lo stesso lavoro di sbirro, che porta a vivere senza scrupoli nella zona grigia, è metafora di un mondo borghese legato al do ut des, dove anche un funerale è un bluff.
E i personaggi vi si adattano, mettendo da parte la nostalgia per la purezza e la ricerca del riscatto. Il lavoro è lavoro. Gli uomini muoiono, le convenzioni sopravvivono. Il natale ci sarà sempre. (R. Brioschi)

ROSE, ROSE
Bill James, Sellerio, 340 pagg., 14,00 euro

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Complete e incomplete, trovate e ritrovate, autografe o apocrife, le carte scritte da Moro sono, degli anni Settanta, il buco più nero e profondo. Dopo il saggio Lettere dalla prigionia, in cui Miguel Gotor aveva concentrato l’attenzione sulle lettere di Moro – al fine di ricostruire la lunga trattativa tra le Brigate rosse e lo Stato – lo storico si sofferma sull’altro oggetto misterioso: il Memoriale. Ovvero le carte in cui i brigatisti avevano trascritto gli interrogatori del processo del popolo.
Preciso, puntuale, attento a ricucire gli squarci di verità aperti dalle molteplici versioni più o meno istituzionali, Gotor consegna al lettore e alla ricostruzione storica, un ampio quadro della galassia politica, giornalistica, massonica che ha operato, prima, durante e dopo i 55 giorni del sequestro. E lo fa usando come punto fermo, e centro della narrazione, il racconto dei tentativi del generale Dalla Chiesa di entrare in possesso della copia originale del Memoriale scritto da Moro durante la prigionia. Il risultato è una lettura sconcertante che, oltre ad aggiungere ipotesi di verità su quei fatti, indirettamente spiega le ragioni per cui gli anni Settanta sono destinati a rimanere ancora a lungo un inestirpabile tabù politico. (Milton Rogas)

IL MEMORIALE DELLA REPUBBLICA
Miguel Gotor, Einaudi, 567 pagg, 25,00 euro

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In quelle che un tempo erano le cattoliche ‘terre bianche’, un partito ex pagano e xenofobo come la Lega Nord nasce e miete consensi. Com’è possibile? Scomparsa la Dc, la Lega ha saputo riempire il vuoto politico in un territorio messo in crisi dalla globalizzazione e dall’immigrazione, prima proponendo un’identità etno-territoriale basata su nuovi simboli, rituali e miti, poi abbracciando un cattolicesimo tradizionale e pre-conciliare.
Dal canto suo la Chiesa, dopo un’iniziale contrapposizione, oggi considera la Lega un legittimo interlocutore. È Ruini ad aprire il dialogo nel 1995, dichiarando la fine dell’unità politica dei cattolici e mettendo all’asta i valori non negoziabili: fine vita, aborto, famiglia. La Lega coglie l’occasione e si getta alle spalle il paganesimo, fardello divenuto ingombrante per un partito che ambisce a diventare forza di governo. Poi è la volta di Ratzinger, che riporta in auge l’evangelizzazione, l’identità cristiana dell’Europa e il primato della Chiesa cattolica, e il razzismo del partito del Nord può celarsi dietro la lotta per il crocefisso.
Con profondità di analisi, Guolo traccia il percorso che vede ormai concluso il processo di avvicinamento, in un do ut des che regna ai vertici centrali dei due poteri ma molto meno in periferia. Per ora. (G. Cracco)

CHI IMPUGNA LA CROCE
Renzo Guolo, Laterza, 151 pagg., 16,00 euro

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Tra i numerosi saggi che analizzano il successo della Lega Nord pubblicati in quest’ultimo periodo, questo di Lynda Dematteo è senza dubbio il più riuscito.
Grazie all’approccio etnografico, l’autrice formula un approfondimento antropologico della cultura popolare del profondo Nord, che le permette di entrare nel mistero di un consenso popolare che nessuno era riuscito a comprendere fino in fondo. Partendo dalla ‘maschera’ di Bossi e dai rituali pagani, passando per l’innovazione linguistica con cui i dirigenti leghisti ridicolizzano la politica istituzionale in doppiopetto, il saggio finisce per percorrere a ritroso la storia d’Italia, fino a dimostrare che il programma leghista non è una creazione originale del senatur. Più che una costola della sinistra, la Lega Nord diventa, nell’analisi dell’autrice, un’emanazione
della vecchia Dc e dello spirito autonomista della Chiesa, sorto in reazione al giacobinismo dei rivoltosi risorgimentali. Una radice politica legata ad antichi complessi d’inferiorità, che non poteva che trovare una forte identificazione da parte di quelle fasce di popolazioni montane e di ex-contadini, da sempre derise e dimenticate dalle èlite politiche asserragliate nel feudo romano. Da leggere. (Milton Rogas)

L’IDIOTA IN POLITICA
Lynda Dematteo, Feltrinelli, 266 pagg., 16,00 euro

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Dieci racconti, dieci squarci a illuminare vicende e personaggi di un decennio che qualcuno definì ‘formidabile’. Ombre vive attraversano le pagine: sono quelle di Roberto Franceschi e Francesco Lorusso, studenti uccisi dalle Forze dell’ordine nella democratica Italia, di Puig Antich, ultimo garrotato della Spagna franchista, di George Jackson, leader del Black Panther Party, dei desaparecidos argentini, dei martiri irlandesi del Bloody Sunday, figure che si muovono lievi come dentro un liquido amniotico fatto di amore, musica, condivisione, letture, cinema. Perché gli anni Settanta non sono il buco nero nella vita della nazione, come i professionisti del revisionismo storico vorrebbero oggi far credere, ma un periodo di grandi speranze per l’intera umanità, in cui impegno e passione si sono sprecati (e sono, purtroppo, andati sprecati), in cui ragazzi non ancora ventenni hanno messo a rischio la loro libertà, il loro futuro e la loro vita per un ideale di splendida utopia. Stefano Tassinari, con coerente orgoglio, rivendica le ragioni delle sue scelte senza mai dimenticare di appartenere a una generazione che ha sempre, ostinatamente, scelto di stare dalla parte del torto. (G. Ciarallo)

D’ALTRI TEMPI
Stefano Tassinari, Alegre, 144 pagg., 13,00 euro

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Dall’alba al tramonto. Toccare l’inferno e risalire alle stelle. Dieci capitoli per narrare una giornata della famiglia Stowe: padre, madre, tre figli. E l’amore, forte quanto un oscuro segreto mantenuto, è la prova con cui fare i conti. Non si sceglie, succede. È il caos che smantella l’ordine, viola i confini, oltrepassa i limiti di quelle convenzioni sociali che ingessano le relazioni. Sono le norme comuni a rendere faticoso il cammino di un sentimento e pesante la convivenza con gli altri: ogni difetto diventa una campana a morte per l’amore. Il romanzo, inedito per l’Italia, è strutturato con la tecnica del punto di vista multiplo: ogni personaggio ha un capitolo in cui tira fuori la propria voce, solo Richie, il più piccolo del clan, ne porta avanti tre. Capitoli che racchiudono una microstoria, un percorso narrativo completo di protagonista, conflitto, antagonista e climax, senza scalfire l’omogeneità dell’opera.
Lo stile, costruito su immagini, similitudini, sinestesie e antitesi – il peccato si specchia nella purezza, la crudeltà nel perdono, il gelo nella compassione – passa da Ovidio a Marlowe. La scrittura trasgressiva, tanto osa e non tace, tiene il passo ai sentimenti che corrono lentamente come cavalli nella notte. (R. Brioschi)

VOCI DALLA LUNA
Andre Dubus, Mattioli 1885, 136 pagg., 17,90 euro

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Francesca Genti, giovane poetessa con tre raccolte di versi all’attivo (Bimba urbana, Il vero amore non ha le nocciole e Poesie d’amore per ragazze kamikaze), approda alla prosa con un romanzo che pesca a piene mani immagini a metà strada tra le illustrazioni visionarie di Enki Bilal e le atmosfere rarefatte e claustrofobiche di Blade Runner.
In un ipotetico futuro prossimo venturo, umani e animali geneticamente modificati, mossi unicamente da bassi istinti di pura sopravvivenza, vagano senza meta attraverso un desolato non luogo nel quale il lettore può riconoscere una Milano finalmente assurta all’agognato ruolo di capitale immorale di un mondo giunto inesorabilmente alla sua tragica fine.
Amore, speranza, vita, solidarietà: parole vuote e senza significato, in esseri semplificati fino all’essenza e capaci oramai di riconoscere meccanicamente due soli stimoli emotivi: il morso della fame (portato alle sue estreme conseguenze in orge di amori cannibalici) e il terrore che incute la polizia schierata a difesa di quel poco che resta di una civiltà morta. Il tutto sotto la striscia di un sole arancione, incollato fisso all’orizzonte, che incombe sulla città e sulla povera umanimalità che la popola, in un ansiogeno, perenne tramonto. (G. Ciarallo)

LA FEBBRE
Francesca Genti, Castelvecchi, 180 pagg., 16,00 euro

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Il processo d’appello sui fatti del G8 di Genova 2001 si è concluso, nella primavera del 2010, con la condanna di 27 vertici della polizia – dirigenti già allora e che, grazie alle promozioni elargite negli anni in cui erano imputati nei processi, ora rivestono ruoli chiave alla guida della polizia di Stato – in un fragoroso silenzio di media e istituzioni, dalle quali sono anzi fioccate attestazioni di solidarietà verso i condannati che restano tutti al loro posto fino alla Cassazione. Per questo, ricordare quella “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”, dalla definizione di Amnesty International, è un atto doveroso e urgente.
Il saggio di Agnoletto e Guadagnucci non si limita a rimettere in fila la cronaca sanguinosa degli eventi e quella dei tentativi di fermare le indagini e impedire il “processo alla polizia”, ma si concentra sul vasto disegno politico che portò a quell’eclisse, dalla criminalizzazione preventiva dei movimenti riuniti nel Genoa Social forum, con la complicità dei media, alla lucida decisione di schiacciare con la violenza le voci (sottostimate, sia nel numero che nella determinazione) del dissenso, al tentativo, tuttora fortemente in atto, di far cadere quei fatti nell’affollato dimenticatoio collettivo italiano. (S. Campologo)

L’ECLISSE DELLA DEMOCRAZIA
Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, Feltrinelli, 240 pagg., 15,00 euro

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Il problema è questo: si può avere un approccio serio alla storia della guerra fredda? E nello specifico italiano, un approccio storiografico serio al periodo tra la caduta del fascismo nel 1943 e la morte di Stalin nel 1953?
Per approccio serio si intende quello che mira a una ricostruzione non condizionata da schematismi ideologici, da verità a priori, da esigenze di moda politica o editoriale, da un senno del poi per cui i perdenti avevano inevitabilmente torto e i vincitori sempre ragione.
Clementi cerca di farlo e, nel complesso, ci riesce. Offre, parlando dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica di quegli anni, una rappresentazione storiografica lineare e limpida, basata su motivazioni comprensibili e nessi logici, senza artificiali drammatizzazioni con mostri nell’ombra e complotti oscuri. Racconta le grandi questioni del tempo (dalla svolta di Salerno allo
schieramento della politica estera italiana nel ’48, dai prigionieri di guerra a Tito e Trieste) senza visioni di comodo e semplificazioni massmediatiche.
Peccato per il sottotitolo editoriale, L’ombra sovietica sull’Italia di Togliatti e De Gasperi, che sembra quasi negare la prudenza di Mosca di allora: le ombre vere sulla politica italiana probabilmente sono state altre, e venivano soprattutto da ovest... (D. Pinardi)

L’ALLEATO STALIN
Marco Clementi, Rizzoli, 390 pagg., 20,00 euro

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Il libro non è e non vuole essere una biografia dell’anarchico che nel luglio del 1900 pose fine all’esistenza del Re d’Italia Umberto I, noto come ‘il re buono’ nonostante avesse autorizzato, tra le tante nefandezze, le sanguinose repressioni in Sicilia, in Lunigiana e a Milano, dove nel 1898 il generale Bava Beccaris soffocò nel sangue la rivolta di un popolo affamato dall’insostenibile aumento del prezzo del pane. L’autore traccia, piuttosto, il ritratto dell’Italia umbertina, analizzando le condizioni sociali, economiche e politiche degli italiani in patria e delle colonie di emigranti sparse per il mondo, con particolare riferimento a quella insediatasi negli Stati Uniti. È qui, infatti, e precisamente a Paterson nel New Jersey, conosciuta anche come ‘la cittadella degli anarchici’ per l’attivismo dei numerosi libertari che vi risiedono, che nasce l’idea del gesto vendicatore di Gaetano Bresci. A chiusura del saggio, tre interessanti documenti legati alla vicenda: “La difesa di Gaetano Bresci davanti alla corte d’Assise di Milano” dell’avvocato Francesco Saverio Merlino, “Bresci e Savoia. Il regicidio” di Amilcare Cipriani, garibaldino ed eroe della Comune di Parigi e “La tragedia di Monza” scritto da Errico Malatesta. (G. Ciarallo)

GAETANO BRESCI, TESSITORE, ANARCHICO E UCCISORE DI RE
Massimo Ortalli, Nova Delphi, 240 pagg., 10,00 euro

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Romanzo denso di quegli umori che permeavano le città italiane ad alta densità operaia negli anni ’70. Con un occhio a Volponi e Balestrini, Milano non esiste ripropone quella ‘letteratura industriale’ che tanto contribuì alla denuncia delle disumane condizioni nelle fabbriche: con l’oralità rabbiosa di un operaio poco acculturato vengono raccontati l’alienazione della catena di montaggio, l’abbrutimento che la cassa integrazione provoca, l’orrore delle morti sul lavoro. Tali ingredienti, mescolati all’idiosincrasia per il tempo (meteorologico) e i tempi (vitali) di una città disumanizzante, e al sogno di un ritorno alla terra d’origine, fanno del protagonista – sradicato emigrante calabrese – un individuo al limite della follia, incapace di fare scelte praticabili.
Nella casa sul mare fatta costruire al paese natio a costo di immani sacrifici, una volta in pensione rimarrà tragicamente solo visto il rifiuto della moglie e dei figli di seguirlo in quello sperduto angolo di Eden. Per l’anziano operaio, dunque, una ininterrotta serie di luoghi della solitudine: la fredda metropoli, la fabbrica alienante e per finire la gabbia dorata costruita, pazientemente, con le proprie mani. (G. Ciarallo)

MILANO NON ESISTE
Dante Maffìa, Hacca Editore, 208 pagg., 12,00 euro

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Ad Haiti la leggenda dell’ottuso Bouki, vittima di continui raggiri da parte dello scaltro Ti-Malice, potente di turno, è sulla bocca di tutti. E il novello Bouki si sente il pescatore Syto, protagonista di uno dei più riusciti racconti del libro, quando consegna al comandante Michelet tre borsoni di cocaina, sottratti ai narcotrafficanti. Nel giro di una settimana tutti i poliziotti della città guidano un Land Cruiser. All’ennesima umiliazione, mentre le processioni di Gédé, il dio voodoo della morte, impazzano per le strade, Syto non ripone la scacchiera, azzarda una mossa. O sciocchi o ladri.
Lo scatto ad agire oltre i confini della legalità è la risposta dei personaggi alla prova, il trait d’union delle otto storie di Fountain. Così come la costante del linguaggio, che mutua termini dalla lingua parlata in quei Paesi eletti dallo scrittore a scenari, le zone povere del pianeta dove non si mangia tutti i giorni e i bambini muoiono. Anche il lieto fine è sempre solo apparente. A che è servita la rivoluzione? “Povertà, ingiustizia, oppressione e sofferenza rimangono tuttora alla base della vita della maggior parte”. La weltanschauung di Fountain lascia l’amaro in bocca. Ti-Malice fa scacco matto, Bouki perde, di nuovo. (R. Brioschi)

FUGACI IN CONTRI CON CHE GUEVARA
Ben Fountain, Edizioni Spartaco, 256 pagg., 13,50 euro

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Isolato da duemila anni, grande circa quanto l’Olanda e abitato da tre milioni di persone, tutte donne: questo è Herland, Terra di lei. A raccontarcelo è la voce narrante di uno dei tre esploratori uomini che riescono a raggiungerlo. Si aspettano una società primitiva e matriarcale e scoprono un Paese tecnologicamente avanzato che vive in una sorta di panteismo materno. Una riproduzione controllata per partenogenesi ha eliminato ogni crimine e conflittualità e ogni rischio di sovrappopolazione; un lungimirante sfruttamento delle risorse permette di non impoverire la natura; una condivisa suddivisione dei compiti e una forte coscienza sociale consentono lo sviluppo di una società priva di discriminazioni.
Antesignana del femminismo, la Gilman mostra in questo romanzo utopico pubblicato nel 1915 quella lucidità di analisi sociale, economica e politica che si riscontra anche in altri suoi scritti saggistici. L’incontro tra i due mondi, quello fortemente antropocentrico in cui viviamo e rappresentato dai tre uomini, e Herland, mette a nudo le contraddizioni e le ingiustizie sociali che caratterizzano il primo. Eppure, nemmeno il secondo appare poi così auspicabile: terribilmente razionale, meccanicistico, prevedibile, compassato, privo di slanci e passione. Chi vorrebbe vivere nel ‘paradiso terrestre’? (G. Cracco)

LA TERRA DELLE DONNE
Charlotte Perkins Gilman, Donzelli editore, 253 pagg., 19,50 euro

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Utilizzando statistiche e storie di cronaca, Revelli racconta un Paese sempre più povero, che non solo non si è reso conto del proprio lento declino economico, sociale e culturale ma che, negli ultimi vent’anni, ha creduto addirittura di essere in crescita. L’autore individua la causa del regresso nel mondo del lavoro, nella transizione dal fordismo al modello attuale, che ha visto la comparsa dei woorking poors, l’impoverimento del ceto medio, i lavoratori aticipi e quelli cognitivi. Figure che si collegano strettamente al generale e diffuso senso di spaesamento materiale e sociale. In aggiunta, mentre le disuguaglianze crescono, il piccolo schermo continua a trasmettere la narrazione di un benessere da ‘piani alti’, innescando l’emulazione di riti e comportamenti di quelli che sono diventati i nuovi Signori. In un simile contesto, infatti, l’insufficienza economica va di pari passo con l’indebolimento dei diritti e della consapevolezza, e forme servili di cittadinanza diventano sempre più pericolosamente reali. (C. Vainieri)

POVERI, NOI
Marco Revelli, Einaudi, 128 pagg., 10,00 euro

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“Il pensiero fa vermi. Ogni giorno ha la sua putrefazione nuova”. È la frase che Gàmbula mette in bocca allo Spettro di Marx, nel primo dei due blocchi che dividono Qui si vende storia. Un’affermazione che condensa il focus concettuale da cui muove questo libro bifronte – per metà farsa teatrale e per metà saggio socialetterario – scritto a due mani, a critica della New Italian Epic promossa da Wu Ming.
Testo prezioso, non scontato, che recupera l’analisi marxiana partendo dalle riflessioni sul libro merce, per poi passare al libro moda, al fine di mostrare che la produzione del sapere, ai tempi del consumismo, non è affare facile da trattare per le ambiguità che comporta. In particolar modo quando il sapere critico viene promosso dai canali del sistema editoriale dominante. Come accade ai Wu Ming, scrittori militanti a sinistra pubblicati dall’industria editoriale di Silvio Berlusconi. Una bomba già disinnescata dalla natura stessa del medium, capace di ridurre la narrativa a puro intrattenimento Come salvarsi? Il saggio propone un ritorno alla sperimentazione linguistica, alla potenza della parodia, in grado, per natura, di proporre una versione meno ossificata della realtà, senza cadere nella trappola della trama a tutti i costi, proposta del NIE. Chi a ragione? Chi torto? Mah! (Milton Rogas)

QUI SI VENDE STORIA
Nevio Gàmbula e Francesco Muzzioli, Odradek, 90 pagg., 12,00 euro

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Gli Arditi del Popolo nascono su iniziativa di Argo Secondari nell’estate del 1921, da una scissione della sezione romana dell’Associazione nazionale Arditi d’Italia. Vi aderirono giovani e lavoratori di varie tendenze politiche, con lo scopo di difendere le masse lavoratrici dalle azioni squadristiche dei fascisti. Nel giro di pochi mesi, il movimento fu represso.
Questo saggio contestualizza gli Arditi del Popolo nel dibattito storiografico, ricercando opinioni e interpretazioni relegate ai margini della storiografia; ne ripercorre la nascita e lo sviluppo attraverso i giornali dell’epoca, descrive l’organizzazione militare raccontando anche i simboli che lo hanno caratterizzato. Un capitolo è dedicato alle barricate di Parma del 1922, quando gli Arditi ottennero una delle vittorie più significative, e ben dettagliata risulta anche la parte che descrive l’azione repressiva, attuata sia dallo Stato che dai fascisti. Non dimenticando, tuttavia, di analizzare anche l’ambiguo comportamento del Partito comunista e di quello socialista i quali, a parere dell’autore, furono le vere forze disgregatrici degli Arditi del Popolo. (C. Vainieri)

GLI ARDITI DEL POPOLO
Andrea Staid, Edizioni La Fiaccola, 81 pagg., 5,00 euro


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Francia 1942, governo di Vichy. Sul piedistallo c’è il maresciallo Petain. La nazione è spaccata in due, l’occupazione tedesca della zona libera alle porte. In una Marsiglia dal tanfo di muffa e fogna, dove un visto è vita, il professor Papski lo rifiuta. Perché ci sono pochi modi per meritarsi l’esistenza: “Uno di questi è di non entrare a far parte del club dei boia. Un altro è dar man forte ai più deboli. Nei campi, tra i morituri”. I coniugi Haenschel invece lo desiderano, miracoloso salvacondotto per raggiungere i figli in Brasile, ma la prefettura fa sbarramento. Il bolscevico Ivan ce l’ha già in tasca, guarda il molo da sopra la nave, salperà? Frammenti delle tante storie che popolano questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1947, in cui i personaggi si raccontano, ognuno con il proprio registro e linguaggio. Un punto di vista multiplo che, accanto a un sapiente montaggio delle scene, interrotte e riprese, e alle descrizioni che si muovono lungo l’asse interno/esterno, donano alla narrazione dinamismo e vivacità.
Sbalordisce la pietas dello scrittore. Gendarmi, clandestini, traditori hanno pari dignità. La struttura stessa a episodi impedisce all’uno di predominare sull’altro. Non esistono buoni o cattivi, solo uomini. (R. Brioschi)


PIANETA SENZA VISTO
Jean Malaquais, Lupetti, 581 pagg., 18,00 euro

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Rimasto chiuso per sbaglio dentro una cella frigorifera, l’operaio Antonio Schifino sopravvive in uno stato d’ibernazione dentro un cubo di ghiaccio. È il 1976. Quando riemerge dal congelamento, si ritrova catapultato in un mondo e in un tempo lontani. I telegiornali sono diversi, cambiati i giochi a premi, carosello è stato sostituito da una valanga di spot trasmessi a tutte le ore. Il presidente americano ora è l’ex attore Ronald Reagan, Lady Diana ha appena avuto un figlio maschio ed è in corso la tragedia di Chernobyl.
Inizia così, con un travolgente incipit, l’ultimo romanzo di Cataldo Russo. Una satira amara con la quale racconta la trasformazione dell’Italia e degli italiani avvenuta negli ultimi trent’anni.
Schifino, novello antieroe, diventa così il Virgilio di un viaggio picaresco, in cui lo spazio diventa tempo compresso. I suoi incontri sono la cronaca di un mondo smemorato che ha perso il conforto dello spirito umano. Finiti i movimenti operai e il tempo della solidarietà, è ora la volta della Lega, del craxismo, dello star system, su su fino al berlusconismo, ripresi da una cronaca spietata che, tra una risata e una lacrima, costringe il lettore a regolare i conti con le ragioni di un Paese ormai alla deriva. (Milton Rogas)


CORTIGIANI, GIULLARI E MAMMASANTISSIMA
Cataldo Russo, Guida, 227 pagg., 15,00 euro

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Immagini agghiaccianti della Tour Eiffel “inginocchiata come una giraffa sul punto di morire” con i pilastri spezzati dalle bombe, il fumo, le ambulanze, i mezzi dei Vigili del fuoco e gli elicotteri che tentano di salvare i superstiti rimasti intrappolati.
Movimenti religiosi di ogni culto e credo, decisi con tutti i mezzi a fermare un importante esperimento, da tempo programmato presso il Cern di Ginevra, fomentando nella gente il terrore di scenari apocalittici e l’imminente fine del mondo causata da incoscienti scienziati ansiosi di mostrare all’uomo il non rivelabile mistero divino.
Strani collegamenti tra un fisico e hacker appartenenti a una cellula di fondamentalisti islamici, risoluti a sabotare e far fallire quello stesso esperimento.
La fuga disperata tra le strade di Svizzera, Francia e Spagna, di un padre e di un figlio, coscienti del pericolo che incombe su di loro ma ignari delle cause che hanno determinato quella preoccupante situazione.
Su tutto ciò, il mondo imperscrutabile dell’atomo, sempre in frenetico movimento, che agisce secondo leggi non ancora del tutto chiare, e che non ha tempo da perdere (ammesso che il tempo esista) con le patetiche miserie umane. (G. Ciarallo)


L’ENERGIA DEL VUOTO
Bruno Arpaia, Guanda, 266 pagg., 16,50 euro

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L’origine della massoneria non potrebbe avere storia meno misteriosa: le logge dei liberi muratori nascono nel XII secolo in Scozia, e riuniscono le corporazioni in possesso delle competenze per la costruzione delle cattedrali; la conoscenza della geometria contribuisce all’alone di mistero. Divenute potenti e titolari di troppi privilegi, nel Seicento iniziano a essere infiltrate da figure onorarie, nobili e cortigiani, che vi entrano grazie a forti donazioni di denaro e che ne avviano la cooptazione da parte del potere politico e finanziario; fino a far perdere del tutto alla massoneria la connotazione originale e a trasformare radicalmente anche l’aspetto esoterico.
Poggiandosi a un’ampia documentazione e bibliografia, la Randazzo traccia il percorso storico, sociale e politico della massoneria dalle origini a oggi; ne analizza la simbologia, le diverse logge, fa nomi e cognomi e la definisce una rete di potere mondiale, capeggiata da un vertice che ha i mezzi finanziari e politici per realizzare eventi e progetti. Il deus ex machina di tutti i principali avvenimenti degli ultimi tre secoli. Forse un’interpretazione a tratti un po’ forzata. Forse. (G. Cracco)

DISSIMULAZIONI MASSONICHE
Antonella Randazzo, Espavo, 358 pagg., 19,50 euro

 

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“Qualora venga osservata una giusta distanza e si scelga una giusta prospettiva, c’è una visibilità profonda in ogni cosa”. Specialmente nella ricerca di Foucault, che si rispecchia in quest’opera, chiarificatrice dell’approccio utilizzato dal filosofo in due momenti differenti della propria vita intellettuale e umana: la scoperta delle regole nel discorso autonomo (archeologia strutturalista) e il metodo di interpretazione delle pratiche sociali quotidiane (analitica genealogica).
Ripercorrendo le tappe fondamentali del suo pensiero, Dreyfus e Rabinow attualizzano quella oggettivazione del corpo produttivo, represso e disciplinato (utile così all’economia del Sistema) per svelare un legame profondo: quello tra corpo e potere. O, per rivendicare un terreno più prossimo ai giorni nostri, tra sesso e politica, lavoro e profitto. Una lettura che porta a interrogarsi sulle verità della storia presente e su quelle del proprio sé: è dunque l’uomo soggetto e “oggetto totale del proprio sapere”, il destinatario dell’indagine. Il folle, perfettamente catalogato, e calato nelle tecnologie di potere (ospedali, prigioni, scuole e confessionali) che fanno di sorveglianza e punizione elementi naturali della società e della cultura. (D. Corbetta)


LA RICERCA DI MICHEL FOUCAULT
H.L. Dreyfus e P. Rabinow, La casa Usher, 342 pagg., 22,50 euro

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Nel 2000 la guerra è finita da un po’ e serbi, croati e mussulmani vivono di nuovo insieme in una Bosnia multietnica; questa la favola raccontata dalle istituzioni sovranazionali che hanno imposto confini e giurisdizione dopo la guerra degli anni ’90. Tochman va a vedere con i suoi occhi, sceglie soggetto e punto di vista – quello dei mussulmani – e scrive un reportage dai toni fortemente emotivi e letterari. La disperazione delle ossa: fosse comuni, spostate più volte, la dottoressa Klonowski che cerca di dare un nome a tibie, costole, crani, madri e mogli in attesa perché “niente ossa, niente lutto”. La disperazione delle case: Dayton ha stabilito che ogni profugo ha diritto al ritorno, ma quei pochi che vogliono farlo trovano le proprie case abitate da famiglie serbe e paesi strutturati su chiave etnica. La disperazione della sopravvivenza: la disoccupazione sfiora il 60%, fame, anemie infantili, infezioni, indolenza, bocche sdentate e scarpe bucate, e questa disperazione non fa differenza tra serbi, croati e mussulmani.
La dicotomia vittime/carnefici tende a troppo semplificare quel che semplice non è mai, ma il reportage riesce comunque a far emergere la questione principale: “Dopo tutto quello che abbiamo passato, come faremo a vivere gli uni accanto agli altri?” (G. Cracco)

COME SE MANGIASSI PIETRE
Wojciech Tochman, Keller editore, 136 pagg., 14,00 euro

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Ambientata in Louisiana alla fine degli anni ’40, la vicenda di Jefferson, giovane cajun condannato a morte da una giuria di bianchi, non è il ‘solito’ romanzo di denuncia incentrato sul razzismo. Accusato ingiustamente di avere ucciso il vecchio negoziante ‘bianco’ Gropé, Jefferson subisce durante il processo l’umiliazione di essere definito, dall’avvocato che lo difende, un subumano, uno stupido, un maiale incapace di fare del male. L’inevitabile condanna è, però, solo l’elemento conflittuale di una vicenda che ha nei temi della dignità e dell’identità, il proprio focus. Protagonista della storia, efficacemente raccontata in prima persona, è Grant Wiggings, maestro di Jefferson ai tempi della scuola. A lui spetta il compito di andare a trovarlo in cella e seguirlo, tra mille difficoltà, per aiutarlo a morire da uomo (e non da maiale, come pensano i bianchi) sulla sedia elettrica. ‘Negro’ istruito e realizzato, l’insegnante Grant presto si trova a scontrarsi con fantasmi personali, storici e sociali, nella consapevolezza che solamente affrontandoli può sperare di aiutare il giovane Jefferson a riabilitare se stesso e, nel contempo, restituire dignità alla comunità nera cui appartiene. (Milton Rogas)

UNA LEZIONE PRIMA DI MORIRE
Ernest J. Gaines, Mattioli 1855, 253 pagg., 18,00 euro

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Vita dura per un ragazzo che di nome fa Non Sono Sidney e di cognome Poitier. Soprattutto se è identico a Sidney Poitier, senza alcuna ragione genetica. Orfano a undici anni di una madre lucidissima (e quindi folle), Non Sono Sidney si ritrova milionario e ospite del fondatore della CNN , Ted Turner. Da lì inizia il suo percorso di formazione, un viaggio surreale e ironico che giocando tra sogno e realtà, passato e presente, mostra razzismi e stereotipi della cultura
americana.
Il tema dell’identità, asse portante del romanzo – identità sia individuale che collettiva, dei neri americani, di cui Sidney Poitier, perfettamente assimilato alla cultura bianca, rappresenta la negazione – e il registro del paradosso, si uniscono non solo nel nome del protagonista ma anche nella figura dell’autore, che diventa a sua volta un personaggio del romanzo. In qualità di docente di Filosofia dell’assurdo, Everett raccomanda a Non Sono Sidney di non essere mai una pecora – “Va bene qualsiasi cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una pecora” – e di essere se stesso “a meno che non le venga in mente qualcuno di meglio”. L’ennesimo acuto gioco di parole, in vista di un finale che non tradisce né il tema né il registro. (G. Cracco)


NON SONO SIDNEY POITIER
Percival Everett, Nutrimenti, 251 pagg., 16,50 euro

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Un gruppo di assistenti di letteratura inglese e di studenti si ritrova tra le mura di un’antica villa vittoriana per trascorrere un fine settimana di studio. Ma il weekend, una consuetudine universitaria organizzata dal professor Andrew Lawson, presto si trasforma in un tourbillon di letti, di tradimenti e di difficili esami di coscienza.
Sofferto ritorno al romanzo di McIlvanney, dopo dieci anni trascorsi a studiare le ragioni dell’umano disagio postmoderno. Una questione complessa che lo scrittore risolve grazie a una struttura narrativa originale e un linguaggio ricco di immagini.
La scelta stessa di ambientare la vicenda, negli anni del dopo-Thatcher, in un luogo vittoriano, è simbolica. Nel castello, si dice, appaiono i fantasmi, e forse è vero; peccato che gli spettri a passeggio tra corridoi e stanze siano i corpi e le teste allo sbando – privi di riferimenti esistenziali – degli umani prodotti del thatcherismo. Alla fine lo scrittore sembra amaramente salvare, nel confronto, l’era vittoriana, capace almeno, pur nei suoi rigori puritani, di creare durevoli valori. ‘Antichi’ princìpi, qui contrapposti ai risultati disumanizzati prodotti dall’era Thatcher. Alla fine si salveranno in due; al lettore, costretto a usare il cervello, capire perché. (Milton Rogas)

WEEKEND
William McIlvanney, Tranchida Editore, 255 pagg., 16,00 euro

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Confindustria ha la struttura, le dimensioni e il potere di un grande partito di massa, con il vantaggio di non essere costretta a presentarsi al giudizio elettorale. Rappresentante di 142 imprese, con circa 4mila dipendenti e organizzata come un sistema politico diretto da una presidenza con pieni poteri, Confindustria si struttura in maniera simile, per complessità, a quella del partito comunista cinese. Come i partiti, è divisa in una destra in un centro e una sinistra e, dal cuore di Roma, controlla i giochi economici e detta le regole alla politica italiana.
I mass-media parlano poco delle lotte intestine che la dividono e dei giochi di alleanze attraverso cui le famiglie italiane più ricche controllano i propri feudi. Filippo Astone ha il merito di sottrarre dall’ombra la più micidiale macchina di potere del Paese e di mostrarne le logiche di dominio, di cui familismo, nepotismo, corruzione, scatole cinesi e fondi neri sono la costante; nonché di illuminare le carriere di uomini di riconosciuta fama, evidenziando quanto il loro successo sia dovuto alle conoscenze giuste molto più che al merito; uomini che sono parte di una casta retta da 75 individui che hanno in mano tutto e il doppio di tutto. (Milton Rogas)

IL PARTITO DEI PADRONI
Filippo Astone, Longanesi, 383 pagg., 17,60 euro

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Negli anni ’90, in contrasto con la vecchia politica corrotta e frustrata (Dc-Psi), compare un nuovo partito del popolo: la Lega Nord. Una consorteria dal programma politico trasformista, un movimento a ‘tolleranza zero’ che si mostra rivoluzionario (e armato), una congrega di personaggi che fonda istituti di credito (Credieuronord) che depauperano i risparmi dei correntisti.
Bonasera e Romano, in questo saggio, ricostruiscono le vicende di un partito che fa dell’inganno la sua base ideologica, e non solo per l’invenzione della Padania e della discendenza celtica con cui imbambola i suoi elettori; grazie alla raccolta delle dichiarazioni di dissidenti leghisti, sostenute anche dalla cronaca recente, gli autori smascherano le logiche, famigliari e clientelari, di conduzione del potere. Testimonianze basilari per comprendere: la proposta attuale del federalismo, che dietro la promessa di efficienza e risparmio cela una rete di scialo economico e finanziario; l’accaparramento di privilegi e poltrone in cambio del sostegno fedele all’alleato Berlusconi (il caso Brancher); l’emanazioni di leggi elettorali che creano un Parlamento di nominati dai partiti. Altro che partito del popolo… (D. Corbetta)

INGANNO PADANO
Fabio Bonasera e Davide Romano, La Zisa, 176 pagg., 14,90 euro

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Il 26 maggio 2009 muoiono tre operai della Saras, la raffineria di Sarroch, Sardegna, di proprietà dei Moratti. Da lì parte Meletti per questo libro inchiesta che si sviluppa in orizzontale e in verticale. L’incidente, l’impatto lavorativo e culturale dell’impianto petrolifero sulla vita del paese, sulla salute e sull’ambiente sono gli aspetti affrontati per primi e i più immediati da analizzare: la violenza visibile, orizzontale. Gli interessi finanziari e politici dei Moratti, quelli di una gestione fallimentare dell’Inter e l’inchiesta giudiziaria sulla quotazione in borsa sono la parete in ombra di un sistema economico su cui spesso le analisi scelgono di non inerpicarsi: la parete verticale della violenza invisibile da cui tutto consegue. È questa faccia oscura che invece l’autore decide di illuminare con un occhio di bue, allargando pian piano il raggio fino a mettere in luce un ‘capitalismo di relazione’ di cui i Moratti sono i degni rappresentanti. Ne emerge un Paese a sistema ‘coloniale’, condannato all’immobilismo economico.
A fine lettura, il richiamo a un ‘capitalismo etico’, presente tra le righe del saggio e nella scelta di inserire alcuni passi della Caritas in veritate, appare una ben blanda panacea. Etica e profitto: l’acqua santa e il diavolo. (G. Cracco)

 

NEL PAESE DEI MORATTI
Giorgio Meletti, Chiarelettere, 234 pagg., 14,60 euro

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A quattro anni dalla caduta del Muro, le installazioni militari nel Triveneto sono ancora un necessario baluardo contro i nemici dell’ex Patto di Varsavia e il fronte di guerra balcanico che minaccia di travolgere il nuovo assetto geopolitico occidentale. Quando l’esplosione di una polveriera sul confine italo-sloveno riduce l’ufficiale Anselmo Manca in fin di vita, il professore Lampis, ordinario di antropologia all’università di Trieste e suo tutore accademico, inizia a pensare che i quaderni dell’allievo, sequestrati dalla procura, celino qualcosa di più di una semplice “parata militare di buoni sentimenti”. Aiutato dall’assistente, l’antropologo scava nella vita di Manca, e finisce in un inghiottitoio carsico di armamenti militari, imprenditori di scorie e interstizi, zingari che s’intendono d’artiglieria e ufficiali che se la intendono con la retrovia.
Giulio Angioni traccia i vertici di un ideale triangolo che dalla Soglia di Gorizia alla regione serba della Vojvodina, passando per la discarica-imbuto di Repen, racchiude una monade di micro conflitti narrati con uno stile aforistico che dà al lettore un’unica, socratica certezza: “La verità non è soltanto il credito che una notizia si guadagna. Spesso è meno, è solo ciò che i tempi possono accettare”. (G. Caputi)

GABBIANI SUL CARSO
Giulio Angioni, Sellerio, 437 pagg., 14,00 euro

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La vecchia sulla porta si è perduta, schiantata, un giorno affatto speciale, dall’insostenibile leggerezza dell’esistenza. Il ragazzo condannato a vivere per cent’anni per fortuna ereditaria, decide di spezzare la linea già tracciata, sfidando Dio o il destino, di certo la famiglia. L’anziano professore omosessuale sceglie di morire doppiamente trafitto da un giovane sfrontato, piuttosto che continuare a chiedere perdono ai preti di tutte le sue voglie. E poi c’è Maddalenina che nessuno vuole, che si è intromessa ancora in embrione tra la madre e il suo lutto per il marito morto troppo presto. Nata per forza, nonostante tutti i tentativi di sbarazzarsi di lei e caparbiamente venuta su, sorda al primo “vattene” dalla bocca materna, come a tutti quelli che verranno. Scacciata come un cane eppure non più infelice degli altri, spettacolo tanto più osceno per quelli che hanno scelto di non vederla quando qualcosa si sarebbe potuto salvare, Maddalenina vive, soprattutto da quando deciderà, a cinquant’anni suonati, di scriversi da sola l’amore che vuole, fino al (in)naturale epilogo della maternità. Una favola perversa e poetica sul potere salvifico del narrare, contro l’indifferenza assassina. (S. Campolongo)


MIA FIGLIA FOLLIA
Savina Dolores Massa, Il Maestrale, 192 pagg., 16,00 euro

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Se il proletariato non esiste quasi più, schiacciato e umiliato da un capitalismo liberista sempre più selvaggio e miope, il sottoproletariato, inteso come classe emarginata delle opulente società occidentali, è invece più vivo e vegeto che mai. Quel sottoproletariato urbano fatto di schiere di disperati convinti di vivere una vita vera facendo propri i modelli imposti da media spietati, vero braccio armato di quel capitalismo cialtrone poc’anzi citato. I protagonisti dei racconti disperati sono loro, i tossicomani, gli usurai, i travestiti sovrappeso, i rapinatori, i sognatori, le ragazze senza speranza condannate alle vite fallite delle loro madri.
L’inchiostro sulle pagine pulsa e ribolle come il sangue di questa umanità caparbiamente impegnata a farsi del male, a dare e a darsi dolore. Una cosa è certa, Peppe Lanzetta ogni volta che impugna (o è più consono dire brandisce?) la penna per scrivere della sua Napoli, scaraventa in malo modo il lettore in un ‘basso’, a stretto contatto con quella monnezza, materiale e morale, che ricopre e cela da sempre l’anima di una città infinitamente capace e al contempo bisognosa di amore. (G. Ciarallo)


RACCONTI DISPERATI
Peppe Lanzetta, Tullio Pironti Editore, 134 pagg., 12,00 euro

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Nel 1995 il presidente Scalfaro dà il via all’operazione Coscienza pulita e gli italiani scoprono che dal ’93 un impianto militare a Civitavecchia sta neutralizzando tonnellate di armi chimiche risalenti al Ventennio e rimaste nascoste in depositi segreti disseminati lungo lo Stivale. L’operazione durerà fino al 2015: si tratta infatti di smantellare quello che nel ’41 era uno dei maggiori arsenali chimici del mondo: i gas letali utilizzati in Libia nel ’27 e in Etiopia nel ’36.
Ma ciò che Scalfaro non dice è che la produzione di iprite, fosgene, di miscele di arsenico, non ha prodotto solo armi: gli scarti tossici della lavorazione hanno inquinato terreni, falde acquifere e fiumi, seminando, dal dopoguerra a oggi, tumori e morti. I dati inquietano. Dalla Lombardia alla Puglia, le aree delle industrie chimiche smantellate e mai bonificate sono ormai zone residenziali; in Abruzzo c’è la più grande discarica clandestina d’Europa, che nasconde 240mila metri cubi di rifiuti tossici; nel mare di Napoli e del Gargano giacciono migliaia di testate inesplose, armate con gas letali.
Sessant’anni di interessi politici, militari e industriali sepolti dai silenzi di Stato, e che Di Feo porta alla luce scavando negli archivi britannici, americani e tedeschi. (G. Cracco)

VELENI DI STATO
Gianluca Di Feo, Bur Rizzoli, 254 pagg., 10,50 euro

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Dall’accurata raccolta di scritti e interviste messa insieme da M.L. Bernadac e H.U. Obrist, emerge il ritratto spietatamente coerente (non ci si lasci depistare dal piacere dell’intervistata nel mescolare le carte) di una grande artista e del suo lavoro, vita e arte così intimamente legate da farle affermare: “Il mio corpo è la mia scultura”. Pur nell’insofferenza verso la teorizzazione, Louise Bourgeois non si risparmia, regalandoci la sua visione adamantina di un’arte incorruttibile, centrata sulla ricerca, legata all’inconscio e sganciata dal potere, dai salotti e dalle scuole. Libera anche dall’appartenenza di genere.
“Non esiste un’estetica femminista. Assolutamente no! Esiste un contenuto psicologico. Ma non lavoro come lavoro perché sono una donna. È per le esperienze che ho attraversato. Le donne non si sono unite perché avevano qualcosa in comune, ma perché a tutte mancava qualcosa – erano trattate tutte nello stesso modo”. Prima che si affermi un aspetto stilistico comune alle donne artiste “le donne dovranno dimenticare il loro desiderio di compiacere la struttura del potere maschile”.
E, rispetto a questa necessaria indifferenza, Bourgeois, che mai accettò la definizione di femminista, si dimostra, di gran lunga, più avanti del suo tempo. (S. Campolongo)

DISTRUZIONE DEL PADRE. RICOSTRUZIONE DEL PADRE
Louise Bourgeois, Scritti e interviste, Quodlibet, 444 pagg., 32,00 euro

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In questo libro l’autore mette a confronto, in forma d’intervista, le esperienze nella guerra civile spagnola di due giovani schierati sui fronti opposti: l’antifascista svizzero Eolo Morenzoni, volontario a sedici anni, fuggito di casa per combattere per la causa repubblicana, e il fascista italiano Dario Ferri (pseudonimo utilizzato per l’indisponibilità dell’interessato a rivelare la propria identità), legionario di Cristo inquadrato nella Divisione ‘Dio lo vuole’, partito per la Spagna a difesa della cristianità.
Nelle parole dei due, oramai anziani, ci sono le attese, le speranze e le delusioni dei ragazzi che furono e l’entusiasmo che li spinse all’esperienza devastante della guerra, uno mosso dalla ricerca di uguaglianza e giustizia sociale, l’altro dal desiderio di affermare armi in pugno il concetto di Dio, Patria e Famiglia.
Il volume è corredato da interessanti documenti d’epoca (ritagli di giornale di avverso schieramento, volantini, atti giudiziari, schede segnaletiche) che il lettore, munito di una buona lente d’ingrandimento, può leggere e confrontare con i passi del racconto autobiografico dei protagonisti. (G. Ciarallo)


TERUEL-MALAGA 1936-1939
Massimo De Lorenzi, Edizioni Arterigere, 184 pagg., 14,00 euro

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Alfred White ha 71 anni e un improvviso malore lo porta in un letto d’ospedale. I figli accorrono e il capezzale si trasforma nella resa dei conti, familiare e sociale, degli ultimi cinquant’anni. Darren lo accusa di essere stato un padre violento, Shirley fa pesare il suo dolore e Dirk si rivela un disadattato rabbioso, represso e razzista. Fuori, il quartiere è passato dalla fiduciosa vitalità del dopoguerra all’abbandono; dalla solidarietà tra inglesi all’ostilità multietnica; dai negozi alle sale corse; dagli investimenti pubblici alle privatizzazioni degli anni ’90. Solo il parco ha resistito, ultimo baluardo di civiltà, bellezza, pulizia, regole. Lo ha protetto Alfred, il guardiano amato e rispettato che ha sempre creduto nell’autorità e nell’ordine: c’è il bene e c’è il male, ci sono i bianchi e ci sono i neri; fino al drammatico vortice finale che trascina tutto con sé.
Maggie Gee scava nell’incapacità affettiva, nella brutalità e nel razzismo di un’ordinaria famiglia inglese, non dimenticando la società che la circonda e la influenza; con profonda sensibilità si tiene lontana da comode semplificazioni, e con un’abile prisma narrativo a più voci restituisce a ogni personaggio quella umana complessità che sfugge le facili sentenze. (G. Cracco)


THE WHITE FAMILY
Maggie Gee, Edizioni Spartaco, 395 pagg., 16,50 euro

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Cosa succede nelle ‘famiglie perbene’ quando si scopre che i figli adolescenti, invece del calcetto, hanno l’hobby di picchiare i mendicanti e dar fuoco ai senzatetto? È vero che “certe cose devono restare in famiglia”, oppure educare implica anche insegnare a espiare? Da queste domande prende le mosse il romanzo di Koch, che riunisce a cena, in un ristorante di lusso, il candidato numero uno alla carica di Primo ministro olandese, suo fratello Paul e le relative mogli. Sul tavolo, il futuro dei rispettivi figli, appeso a una ‘bravata’ più grossa dei loro quindici anni: l’omicidio di un indigente, ripreso dalle telecamere di sicurezza di una banca e da un cellulare. Resta poco tempo prima che i due ragazzi siano identificati, ma l’ambiguità delle immagini, ormai di dominio pubblico, lascia ancora un margine di manovra. La narrazione in prima persona è di Paul e alterna, con l’ausilio stilistico dell’analessi, presente e passato delle due famiglie: il primo è diluito in vaniloqui alto borghesi e raffinata cucina, in un graduale disvelamento del ‘piatto forte’ della serata; il secondo restituisce al lettore eredità genitoriali, co-responsabilità, e un dominio etico tirato come una portata di nouvelle cuisine. (G. Caputi)


LA CENA
Herman Koch, Neri Pozza, 288 pagg., 16,00 euro

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Una donna bellissima, quella che si definisce una bellezza naturale, sprofonda improvvisamente nel coma, lasciando un marito stravolto dal dolore, finché lo spuntare di imprevedibili peli scuri su quella pelle perfetta gli rivela un primo innocente inganno, innescando il dubbio su tutto il resto; un ordinario esemplare di uomo convive pacificamente con la più mostruosa delle devianze sessuali; una donna, di ritorno da un difficile viaggio di lavoro, viene accolta dal compagno con attenzioni speciali che tuttavia non riescono a nascondere la solita, feroce e silenziosa lotta tra i sessi.
I racconti di Zardi sembrano scritti con la cinepresa. Restringendo implacabilmente il campo, inquadrando sempre più da vicino situazioni all’apparenza banali, ne mostrano la straordinarietà o, al contrario, stringendo il fuoco su una vicenda che si presenta estrema, ne scoprono il nucleo di umanità, dominato da dinamiche elementari: desiderio/paura, amore/possesso, violenza/frustrazione. Una narrazione che smonta il reale – spesso a partire da un elemento all’apparenza innocuo, finché non rivela il suo potere destabilizzante – invitando il lettore a osservarne con attenzione gli ingranaggi, i tranelli, ma anche la poesia invisibile sotto agli occhi di tutti. (S. Campolongo)

ANTROPOMETRIA
Paolo Zardi, Neo edizioni, 173 pagg., 12,00 euro

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Nel ’44 viene istituito l’Alto Commissariato per le sanzioni contro il Fascismo. Clara Conti, segretaria di un giudice istruttore, racconta l’inchiesta aperta a carico del generale Roatta, capo del SIM e della cosiddetta ‘banda Roatta’ – che l’opinione pubblica oggi definirebbe ‘servizi deviati’ – responsabile dell’omicidio dei fratelli Rosselli e di vari sabotaggi terroristici nell’epoca pre-bellica.
Scritta nel ’45, questa cronaca giudiziaria rivela illuminanti parallelismi con il presente e mostra la doppiezza della politica italiana nel biennio in cui, mentre in pubblico manifestava l’intenzione di epurare lo Stato dal fascismo, nell’ombra ordiva pressioni, depistaggi e coperture per gettare le basi della futura Repubblica da costruirsi in sostanziale continuità con il vecchio regime.
Per quanto storicamente preziosa, la narrazione risente del coinvolgimento diretto dell’autrice e di una scrittura troppo prossima agli eventi. Fondamentale dunque la contestualizzazione storica e politica tracciata in prefazione da Davide Pinardi, per comprendere quanto la pulizia fosse irrealizzabile: per la volontà di governi stranieri – che avevano già stabilito il futuro dell’Italia – e per la conseguente natura politica della Commissione stessa. (G. Cracco)


SERVIZIO SEGRETO. Cronache e documenti dei delitti di Stato
Clara Conti, Odradek, 182 pagg., 18,00 euro

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La storia non è solo evenemenziale. Il controllo politico della produzione storica è un mercato, globalizzato, teso a legittimare nuove forme di governo. Giannuli ricostruisce il ‘canone storico’, da Furet a Croce, per trattare quella “guerra civile fredda” che ha nei genocidi, nei principi rivoluzionari e nelle ideologie novecentesche, gli strumenti adeguati per infirmare il sistema.
L’indagine sulle ‘false verità’ comincia dal revisionismo del Novecento, lancia della rivoluzione neoliberista, per scontrarsi col negazionismo. S’imbatte nella legislazione punitiva antinegazionista, “ginepraio di questioni giuridiche”, per trovare esempio nella tribunalizzazione della storia che, col processo di Norimberga, ha dato il via alla diatriba tra verità storica e verità processuale.
Giannuli parla della subalternità delle classi popolari al ‘populismo storiografico’, alla ‘straccioneria culturale’ e ‘all’abuso pubblico della storia’, e mostra perché la politica di una nazione, al di là delle opposizioni di facciata, ha bisogno di ricostruire la propria storia per creare valori condivisi. (D. Corbetta)


L’ABUSO PUBBLICO DELLA STORIA
Aldo Giannuli, Guanda Editore, 359 pagg., 18,50 euro

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Buone per le grandi dittature che vogliono rifarsi l’immagine di fronte al mondo, ottima legna su cui accendere il fuoco del nazionalismo, importante veicolo elettorale per le democrazie, le manifestazioni sportive sono sempre state uno strumento di distrazione di massa nelle mani della politica. Tra loro – evento degli eventi – l’olimpiade, messaggera di buoni princìpi universali per eccellenza, è stata quella maggiormente utilizzata a fini propagandistici.
A partire dal ‘padre’ dello sport moderno, De Coubertin – abile a intuirne il profondo spirito pacificatore in un’epoca in cui occorreva tenere a freno l’insoddisfazione delle masse sfruttate – fino ad arrivare al razzista Avery Brundage, sempre gli uomini delle istituzioni olimpiche si sono prestati ad asservire il gesto agonistico alle esigenze del potere politico occidentale, per trasformarlo in un suo supporto indispensabile.
Scegliendo di raccontare la reale funzione dello sport nel tessuto culturale della società, Giuntini ripercorre la storia dei boicottaggi, riusciti o meno, arrivando a costruire una Storia sportiva del Novecento tutt’altro che parallela a quella dei grandi eventi politici; perché lo sport non è mai solo sport. (Milton Rogas)


L’OLIMPIADE DIMEZZATA
Sergio Giuntini, Sedizioni, 237 pagg., 15,00 euro

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L’educazione alla paura comincia fin da piccoli, con la lettura serale di favole e fiabe la cui morale insegna chi dobbiamo temere. Gli stessi insegnamenti sopravvivono, adattati, in età adulta: fiction e cronaca, popolati da orchi e streghe travestiti da umani, replicano in chiave moderna il mostruoso repertorio infantile, in una reiterazione di cliché e schemi interpretativi che perpetuano il remoto senso d’inquietudine e sospetto. Così quando Carlos tenta di aiutare il figlio adolescente, che a scuola è in balìa di un gruppo di bulli, ne diventa a sua volta vittima; si ritrova paralizzato da un’alterata percezione del reale che travalica la sua capacità di razionalizzare, causata proprio dal quel ripetersi d’emergenze e norme per la sicurezza, imposte ‘in nome del bene del cittadino’, che invece di proteggerlo lo inducono a reazioni difensive inappropriate e persino dannose.
Rosa ha scritto un romanzo sulla fenomenologia della “paura da classe media, propria di chi ha molto da perdere ma non abbastanza per proteggersi, né per rimediare alle perdite”; mostrando che la pedagogia del terrore, altro non è che il più efficace strumento di controllo e repressione messo in atto dallo Stato sugli individui. (G. Caputi)

IL PAESE DELLA PAURA
Isaac Rosa, Gran vìa edizioni, 268 pagg., 16,50 euro

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Tre lunghi racconti, scritti a distanza di anni, ma con gli stessi protagonisti: due coppie di amici, quattro persone che vivono fino in fondo – senza risparmiarsi – l’enorme contraddizione tra ciò che vogliono e quello che riescono a essere.
Coraggioso e spietato (per quanto la sua scrittura non manchi di lirismo) questo autore americano, ammirato in patria e pressoché sconosciuto in Italia, scava nel terreno franoso delle relazioni, pone domande esistenziali e non si ferma, come aveva abituato il minimalismo, un passo prima della rivelazione. Al contrario, a quel punto Dubus scende ancora, regolando la messa a fuoco del suo obiettivo in modo che nessun elemento risulti meno che limpido. Non risparmia la violenza che vive in ogni amore e che si esaspera nella cattività del matrimonio, anche se non c’è compiacimento nel mostrare l’insanabile innaturalezza della monogamia. L’assenza di cinismo, il profondo, reale bisogno di purezza di tutti i protagonisti, rende così dilaniante il loro dibattersi per fare funzionare le cose conformemente all’etica che hanno interiorizzato, che il loro inevitabile fallimento non può lasciare indenne il lettore. Neppure quando si esprime con un goffo monologo ‘riparatore’, come accade nell’ultimo racconto. (S. Campolongo)


NON ABITIAMO PIÙ QUI
Andre Dubus, Mattioli 1885, 240 pagg., 18,00 euro

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Dopo la caduta di Ceausescu, in via delle Acacie pensionati e disoccupati si ritrovano poveri in canna e senza prospettive. E così la comparsa di strani lombrichi è sufficiente a riempire di
chiacchiere le ore vuote, accanto ai racconti densi di rassegnazione, nostalgia e sarcasmo che mescolano passato e presente. Con Ceausescu l’impiombato, il crivellato, tutti lavoravano e avevano il materasso pieno di soldi, ma i negozi erano vuoti: però “se non ce n’era, non ce n’era per nessuno”. Con la nonnina, il presidente Iliescu, “alcuni hanno, altri no”. Nel mezzo la Transizione, con le sue società commerciali e finanziarie che promettevano miracoli, che hanno fatto incetta di fiducia e denaro per scappare poi con la cassa. La piccola luce alla fine del tunnel della Transizione, leitmotiv della stampa romena dei primi anni ’90, si è rivelata essere solo una tivù a colori. Ora le donne aspettano la telenovela e gli uomini passano ore al bancone del Trattore stazzonato, il “paradiso degli uomini”, sognando “il paradiso delle galline”: quel tempo in cui i lavoratori, come le chiocce, si stringevano gli uni agli altri, con calore.
Lungu scrive un romanzo corale e veste di acuta ironia un’amara disillusione, che abbraccia tanto il passato quanto il futuro. (G. Cracco)

 

IL PARADISO DELLE GALLINE
Dan Lungu, Manni, 180 pagg., 16,00 euro

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Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano. Con l’aria che si respira, qualcuno potrebbe leggere, in questa caratterizzazione, quattro capi di imputazione più che la sintetica biografia di Emilio Colombo, in arte Filopanti, nemico giurato dell’ingiustizia di classe e del suo garante politico: il fascismo. In un Paese in cui l’attacco di classe dall’alto è una costante, i revisionisti sono l’esercito più potente. Bermani, storico doc, cerca di riequilibrare la bilancia, impartendo una lezione di metodo ai pubblicisti di regime. Si pone da parte e lascia parlare le carte, le testimonianze dirette, senza le quali la Storia diventa solo opinione. Stende i documenti sul filo del tempo, li ordina per argomento e dipana la vita e il pensiero di Filopanti, lungo cinquant’anni di storia italiana, per mostrarla dalla parte di chi ha scelto di non subire, di non farsi schiacciare dal tallone di ferro. Ne emerge un personaggio da romanzo – ma vivo, umano – seppure trasfigurato in simbolo di valore. Un racconto grazie al quale Bermani propone implicitamente una questione etica, basilare, quasi dolorosa per chi sceglie il mestiere di storico. E lo fa proprio rialzando questo simbolico paletto, abbattuto da chi della Storia ha scelto di fare strame. (W. Pozzi)

 

FILOPANTI. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano
Cesare Bermani, Odradek, 122 pagg., 14,00 euro

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Ogni Stato ha il proprio servizio segreto. Il Vaticano ha l’Entità. Fu Pio V, nel 1566, a istituire una delle più antiche attività di spionaggio: nunzi, delegati apostolici, sacerdoti e vescovi, votati alla difesa dei precetti di Dio. “Se il papa ordina di liquidare qualcuno in difesa della fede, si fa senza porre domande. Egli è la voce di Dio e noi (l’Entità) il braccio che esegue”.
Frattini rivela un vangelo diverso da quelli canonici, riscrivendo la storiografia cattolica degli ultimi cinque secoli. È la parabola apocrifa dell’operazione Odessa, via di fuga vaticana per i gerarchi nazisti; quella dei fondi neri (mafiosi) dello IOR e del Banco Ambrosiano, novella che professa il buon risanamento delle casse vaticane; la parabola gnostica del foraggiamento ai regimi dittatoriali in America latina e del sostegno a Solidarnosc contro il governo di Varsavia, che ha nella lotta al comunismo la morale e l’insegnamento della parola, anzi della politica, del Vaticano.
I successori al trono di Pietro, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, hanno condizionato politiche nazionali e internazionali, utilizzando la longa manus dell’intelligence al servizio di “un papato dal doppio volto: uno per il papa e l’altro per il resto del mondo”. (D. Corbetta)

 

L'ENTITÀ
Erik Frattini, Fazi Editore, 524 pagg., 12,00 euro

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Vale la pena incontrare una vita come quella di Jean Claude Izzo. Chi ha conosciuto e amato le sue storie e il suo mondo – non solo la trilogia noir che l’ha reso celebre assieme al suo protagonista, Fabio Montale, (Casino totale, Chourmo e Solea) – proverà un commovente senso di riconoscimento, molti altri saranno colpiti dalla sostanziale – anacronistica – coerenza che la caratterizza.
Anima inquieta e appassionata, quella di Izzo, che Stefania Nardini dipana a partire dai suoi snodi fondamentali: le radici di rital, figlio di immigrati, un marchio portato con orgoglio, l’amore profondo per la sua Marsiglia meticcia e popolare e per le donne della vita, l’impegno politico. Al di là dell’adesione giovanile a un gruppo cattolico pacifista e poi al Partito comunista, il ritratto che emerge da questa appassionata biografia è quello di un uomo libero, refrattario al compromesso, un uomo che ha vissuto ogni scelta a fondo e senza farsi sconti, un giornalista e un intellettuale non allineato, che non si stancò mai di difendere la necessità di una società multietnica, che continuò a puntare i riflettori sul ruolo politico ed economico delle organizzazioni criminali andando al di là della cortina fumogena dei misfatti della piccola delinquenza, che continuò a cercare “il pane dei poveri”: la verità. (S. Campolongo)

 

JEAN CLAUDE IZZO. Storia di un marsigliese
Stefania Nardini, Perdisa Editore, 160 pagg., 14,00 euro

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In un piccolo borgo del sud Italia un ragazzino scompare; il paese è sconvolto e gli uomini si mobilitano nella ricerca. Solo una famiglia resta indifferente alla tragedia: una famiglia di cinesi giunta da poco, che ha vissuto per un mese in una roulotte sporca e abbandonata ai margini del borgo e poi ha comprato la casa di don Girolamo, la più gloriosa di tutte, sulla piazza, e ne ha fatto un ristorante. Non si erano mai visti cinesi ad Agarthi. Chiusura e diffidenza popolare, manovrate dagli interessi che stanno dietro al nuovo piano regolatore, si trasformano in odio: malelingue e sospetti si fermano alla casa di Feng invece di percorrere qualche centinaio di metri in più per arrivare alla villa del notabile, e un’intera comunità diventa una massa feroce, violenta, cieca, che si abbatte sul diverso purificando tutto con il fuoco.
Pugliese sceglie una narrazione a posteriori, una prima persona a più voci, per raccontare una tragedia che tutti vorrebbero dimenticare: i punti di vista, le auto-giustificazioni, l’egoismo, i sensi di colpa, l’impotenza. Un incastro complesso e perfetto, che solo alla fine si rivela nella sua interezza, consegnando al lettore un romanzo potente capace di scavare la complessità degli animi quanto la fredda semplicità del potere economico, politico, mafioso. (G. Cracco)

TUTTO O NIENTE
Alessandro Pugliese, Gingko edizioni, 172 pagg., 12,50 euro

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Il direttore di un quotidiano nazionale, il suo caporedattore, un programma televisivo, e una galleria di grotteschi casi umani “a gentile richiesta” del pubblico: in un mondo massificato e prevedibile in cui la gente ruba, stupra e ammazza senza un po’ di fantasia, gli affabulatori mediatici attingono all’insipido calderone della cronaca, poi scremano, condiscono e servono a questa afflitta umanità una moderna chimera: la celebrità. Ed ecco sfilare sotto le luci della ribalta esseri “vergognosi e sbigottiti come talpe lanciate al sole”, esistenze ontologicamente insignificanti, che sembrano acquisire dignità solo in funzione di un utile collettivo che è la catarsi televisiva. In questo romanzo datato 1974, Bordon preannuncia una deriva senza ritorno consegnandoci un’umanità stilizzata, dai tratti bestiali: donne levriero, bambine ringhianti e giornalisti felini si muovono per inerzia come la giovane vedova in primo piano, che per salvare le figlie da un futuro di stenti, si mutila in un crescendo di follia trasmessa per osmosi. Non saprà mai che a fruire dell’utile sono solo “tutti quelli che esistono realmente”, ovvero: “quelli che producono, dirigono e faticano. Quelli che contano”. Per tutti gli altri, ignari attanti di un circo, spenti i riflettori resta solo l’oblio. (G. Caputi)

A GENTILE RICHIESTA
Furio Bordon, Sellerio, 236 pagg., 12,00 euro

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Pubblicato la prima volta nel 1996 da Tropea e riproposto due anni or sono da Shake edizioni, Com’è grande la città è uno dei romanzi più riusciti sul Riflusso.
Il termine è da intendersi secondo il suo senso politico; nel significato, cioè, di involuzione. Di un passato che si ripresenta mutato, ma carico di vecchi insediamenti semantici. Descritta in tempo reale, la Storia viene consegnata al lettore attraverso tre registri narrativi distribuiti con il montaggio alternato nella forma di diario, di saggio e di narrativa. L’ultima mostra il percorso del protagonista, raccontato in prima persona, lungo lo snodarsi formativo di un ragazzo nato e vissuto nella provincia di Milano, dalle avventure della strada alla laurea. Lo stesso personaggio oggi riflette, in forma saggistica, sulle ragioni dello sfascio italiano seguito al termine degli anni Settanta, che ha condotto all’affermazione oscurantista di Berlusconi. Ed è sempre la stessa persona che, a partire dal 1994 decide di tenere un diario su cui annota, giorno per giorno, i due anni dall’affermazione del Signore della televisione alla vittoria di Prodi nel 1996. Una vittoria, quest’ultima, senza felicità, poiché segna la morte definitiva della sinistra. La deriva televisiva ha intrapreso definitivamente il suo corso. (Milton Rogas)


COM’È GRANDE LA CITTÀ
Bruno Pischedda, Shake edizioni, 252 pagg., 17,00 euro

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La premessa di una civiltà democratica è il libero scambio di informazioni circolanti tra vita pubblica e privata. È in questo humus che si alimentano i servizi segreti, broker di un nuovo mercato dove i soggetti contraenti non sono solo le istituzioni e l’imprenditoria, ma anche la polizia politica, l’intelligence militare e lo spionaggio commerciale. La moneta di scambio del ‘sapere informativo’ diventa tutto ciò che fa notizia: segreto di Stato e professionale, amministrativo ed epistolare, il cui valore d’uso non è la verità, ma l’utilità.
L’utilità di sostenere guerre civili, e sabotare aziende concorrenti; di fornire armi a gruppi criminali, e controllare la distribuzione delle merci; di ricorrere alla disinformazione di massa, uno dei principali compiti di un servizio intelligente che vive sull’analfabetismo informativo dell’opinione pubblica.
C’è bisogno di un libro come quello di Giannuli per iniziare a guardare con altra prospettiva le notizie che quotidianamente passano sui quotidiani, alla televisione o per radio. Accorgersi che il punto di fuga può essere diverso – negli scandali di tutti i giorni, come quello dell’ex presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, o nelle responsabilità degli attentati, come le Torri Gemelle – quando la mancanza di chiarezza, l’inquinamento semantico, sono all’uopo di chi esercita il potere. (D. Corbetta)

COME FUNZIONANO I SERVIZI SEGRETI
Aldo Giannuli, Ponte alle grazie, 391 pagg., 15,00 euro

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Quali sono i passaggi che trasformano un uomo politico idealizzato per decenni da milioni di persone in un orrendo demonio, un paranoico omicida, un criminale assoluto? Come si sostituisce, a un’eccessiva esaltazione acritica, la deprecazione totale?
Losurdo cerca – e in molti momenti riesce – di analizzare e spiegare questo processo di “sostituzione di rappresentazioni” che avviene ‘tra le masse’ (il che è forse più spiegabile) e tra gli ‘specialisti’, gli intellettuali, i professionisti della conoscenza storiografica; indaga i motivi e le costruzioni ideologiche con cui il rivoluzionario Stalin – in un’epoca di vertiginose violenze in tutto il mondo a opera di tutte le grandi nazioni ‘civilizzate’ – diventa un infame, il criminale simmetrico a Hitler, l’inqualificabile, l’irrecuperabile. Altri (Usa, Gran Bretagna e Francia) pianificano deportazioni di massa, aggrediscono Paesi incolpevoli, inceneriscono popolazioni civili con bombe atomiche e bombardamenti a tappeto, tollerano razzismi, organizzano genocidi ecc.. Eppure le loro gesta sono spiegate, comprese, relativizzate, occultate; trovano poderose schiere di avvocati difensori. Stalin vive le convulsioni di una rivoluzione assediata, guida una nazione aggredita ma non gli si riconosce alcuna possibile attenuante; si inventano le accuse più inverosimili e quasi nessuno ha il coraggio di farle cadere. (D. Pinardi)

STALIN. STORIA E CRITICA DI UNA LEGGENDA NERA
Domenico Losurdo, Carocci, 380 pagg., 29,50 euro

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Dal 1969 al 1974 si contano in Italia circa 4.000 attentati politici e sei stragi: dei primi, l’85% ha una matrice di destra, le seconde sono tutte ascrivibili al terrorismo neofascista.
Un ‘ciclo nero’ iniziato con la strage di piazza Fontana e terminato con quella di Brescia che Franzinelli mette a fuoco attraverso un minuzioso resoconto documentato. Un percorso che dai protagonisti della ‘manovalanza armata’ risale al sostegno, alla complicità e alle protezioni fornite loro dagli industriali, dall’Msi, da una parte della politica e, soprattutto, dai servizi segreti. Sono questi ultimi i burattinai di un progetto di “stabilizzazione autoritaria” deciso a tavolino contro una società civile che volgeva a sinistra, un progetto fortemente eversivo abbandonato solamente dopo le dimissioni di Nixon e con il crollo delle dittature portoghese e greca.
Le carte processuali, i memoriali e i documenti inediti riuniti in questo saggio, dimostrano quanto decenni di depistaggi siano riusciti a consegnare agli attori di quel lustro l’impunità giudiziaria e politica e a cancellare i fatti dalla memoria dell’opinione pubblica. Al punto che ancora oggi, nella testa degli italiani, gli anni Settanta sono solo un decennio di ‘terrorismo rosso’. (G. Cracco)

LA SOTTILE LINEA NERA
Mimmo Franzinelli, Rizzoli, 474 pagg., 20,00 euro

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Giorni di ordinaria follia, ma senza lo scatto rabbioso di un sovversivo e liberatorio gesto finale. Un vecchio insegna a un pappagallo a dire ‘papà’, un aspirante dirigente trae il proprio carisma dalla vittoria del suo pesce combattente, una moglie vuole un figlio e intanto compra un cane e un’altra è alla disperata ricerca del fotografo che non le consegna l’album del matrimonio. Accade a Cortesforza, agglomerato residenziale di villette a schiera a venti chilometri da Milano, che come un insettivoro elettrico “aspira, convoglia nel ventre estraibile e lavabile, uccide per finta, rimanda e delega la decisione di vita o di morte”. I protagonisti di questi racconti sono ombre, assenti a loro stessi e passivi, e incapaci di desiderare una vita diversa riproducono all’infinito gli schemi sociali che li imprigionano – matrimonio, figli, cane, mutuo, carriera, code in tangenziale, gite fuori porta. L’aria ha il fetore della decomposizione e la scrittura di Falco è un impietoso bisturi che seziona i corpi anestetizzati di una piccola borghesia meschina, apolitica, noiosa, ombelicale.
Nove racconti come nove tessere di un puzzle. A incastro completato, appare nella sua devastante interezza il vuoto culturale di una classe media che ben sa dove ubicare il bene di proprietà ma non sa dove siano di casa il bene umano e sociale. (G. Cracco)

L’UBICAZIONE DEL BENE
Giorgio Falco, Einaudi, 141 pagg., 16,00 euro

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L’uomo ha conosciuto la potenza distruttiva del progresso scientifico col primo conflitto mondiale e il suo impressionante dispiegamento di tecnologie belliche. I mutilati di guerra ne diventano emblema, in questo romanzo su un giovane ufficiale francese sfigurato da una granata alla sua prima ricognizione, nel 1914. Non vedrà mai trincee, solo una camera d’ospedale riservata ai feriti maxillofacciali, con le inferriate e senza specchi: orgoglio nazionale e giusta causa sono sconfitti dagli istinti suicidi di chi ha perso per sempre l’identità.
Ma l’etica militare è spietata e dicotomica: non c’è pace senza guerra né evoluzione senza perdite. Così i trapianti, gli atroci dolori, i rigetti, sono sconfitte individuali funzionali al progresso collettivo (la chirurgia fece passi da gigante) e gli sfigurati si trasformano in macchine da guerra, cavie e trofei, i volti rattoppati come pupazzi di una grottesca opera teatrale per la regia di una ragion di Stato che utilizza e segrega alla bisogna. Dugain romanza da maestro i massimi sistemi, amicizia, dolore, amore e sacrificio, con uno stile privo di fronzoli e falsi moralismi, perché “è nell’ordine delle cose. Il ragno attende la mosca. La mosca finisce nella tela. La mosca ha perso. Non si lamenta. Non c’è dramma in natura”. (G. Caputi)

LA STANZA DEGLI UFFICIALI
Marc Dugain, Vertigo, 156 pagg., 14,00 euro

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Belinda ha quarant’anni, un marito, un figlio e uno zio che vende arance in una piazzola. La sua vita scorre sullo stesso grigio binario da vent’anni, finché un malore di zio Tonio porta lui all’ospedale e lei nella piazzola. Pochi giorni bastano a comprendere che lo zio commercia in ben più loschi prodotti che non gli agrumi e che una piccola deviazione dal proprio abitudinario percorso è sufficiente a smuovere amare domande: su un figlio venuto fuori “lungo e scemo”; su un marito incolore sposato “quando andava di moda avere il fidanzato metalmeccanico”; sulla propria rassegnazione; sulla voglia d’invecchiare.
Presto i loschi traffici si rivelano criminali, la separazione tra buoni e cattivi non così netta e le risposte alle domande impossibili da trovare. Ma la Del Lama fornisce a Belinda, attraverso una scrittura in prima persona ironica e priva di sentimentalismo, un disincanto, una capacità di graffiare e una sana piccola dose di cinismo, che quasi le si perdona di arrendersi a una vita mediocre. Perché per scendere da un treno in corsa, per quanto lento e scassato, sarcasmo e lucidità non sono sufficienti; perché mediocri, forse, lo sono un po’ tutte le vite; perché non ha senso porsi domande se più forte di ogni cosa, è lo spirito di adattamento. (G. Cracco)

NON SO DOVE HO SBAGLIATO
Laura Del Lama, Cult editore, 185 pagg., 9,50 euro

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L’atto del nominare cataloga, ordina, dà la vita e consegna un’anima. Soprattutto assegna un’identità, secondo i principi di relazione su cui si fondano la società e il rapporto tra l’individuo e l’apparato burocratico. Ma non solo. L’importanza del nome implica un portato emotivo ed esistenziale in chi lo porta e anche in chi lo assegna, come sa bene ogni genitore quando sceglie il nome del proprio figlio. Appropriato quindi il sottotitolo, Un saggio di sociologia di se stessi, che suggerisce il tramite attraverso cui è possibile comprendere i fattori culturali sottintesi nell’atto del nominare e nelle operazioni mentali che vi stanno a monte.
Seguendo un percorso logico di ordine spazio-temporale, l’autore parte da una vicenda personale – un trasloco – per poi spostarsi tra mitologia religiosa e rigore scientifico, lungo un viaggio, serio-ironico, nel corso del quale il solenne atto del nominare divinamente assegnato ad Adamo, ‘degrada’ nell’irriflessiva e necessaria forma relazionale dell’umano in cui linguaggio e pensiero si incontrano; nell’inconsapevole lavorio cerebrale, sito tra il nome e il nominare, con cui si assegna a esseri e cose una perfetta sintesi di valore, di significato e di proprietà. Pesante carico semantico di cui ogni ‘nominato’ diviene fatalmente portatore a vita. (W. Pozzi)

FIRMA ALTRUI E NOME PROPRIO
Felice Accame con documento fotografico di Anna Rocco,
Odradek, 79 pagg., 12,00 euro

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Dopo l’11 settembre, l’istituzione di una commissione indipendente (e bipartisan) fu la risposta, obbligata, del governo americano a quel lutto nazionale divenuto, ben presto, strumento di campagna elettorale. La rielezione di Bush esigeva, dall’establishment politico, risposte immediate: trovare un capro espiatorio, Saddam Hussein, per vendere la guerra in Iraq, e in tal modo “non mettere a rischio il flusso di petrolio saudita verso gli Stati Uniti”. Greggio approvvigionato da quella casata reale, stesso fornitore della Bin Laden Group.
La fatwa di al-Qaeda contro il nemico occidentale, quindi, non causò solo il crollo del simbolo economico borghese dell’America benestante. Le indagini evidenziarono il malfunzionamento del modello federale: l’inadeguatezza dei privilegi dell’esecutivo, un sistema che avrebbe dovuto difendere la patria “contro tutti i nemici”; l’omertà della compagine legislativa, in sintonia con la “burocrazia sclerotica e gerarchica di Washington”; e la negligenza delle numerose agenzie (Cia, Fbi, Faa, Nsc), responsabili (non lo furono l’11 settembre) della difesa del popolo.
Più degli aerei dirottati, o dei video di Al jazeera, è stata la faziosità della classe dirigente a esacerbare, agli occhi dell’opinione pubblica, i rapporti tra Oriente e Occidente. Quell’Oriente avverso, tuttavia necessario per il prezioso oro nero. (D. Corbetta)


OMISSIS
Philip Shenon, Edizioni Piemme, 583 pagg., 20,00 euro

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De Coubertin gioirebbe, nel vedere il suo sogno realizzato non solo alle Olimpiadi ma in ogni competizione: lo sport falsamente universale, neutrale, apolitico, interclassista. Altri dopo di lui hanno compreso quanto potesse contribuire all’inquadramento dell’uomo-massa, divenire ‘oppio dei popoli’ al pari della religione, valvola di sfogo per la frustrazione sociale, strumento circenses. Il capitale ha capito che enorme macchina per far soldi potesse diventare quello professionista e quanto fosse più sano e produttivo un lavoratore/sportivo dilettante. Nella società capitalista, lo sport replica le stesse logiche lavorative: è selettivo, autoritario, mira al massimo rendimento e al costante superamento dei risultati raggiunti.
Sono aspetti che pochi analizzano, ormai dati per ontologici, eppure nel decennio che va dal ’68 al ’78 l’Italia e il mondo hanno vissuto un’ampia discussione e molti atleti hanno fatto parlare di sé. A essere messa in crisi era la funzione dello sport divenuto sovrastruttura, la pretesa che gli atleti fossero pupazzi privi di pensiero; rivendicato era lo sport come diritto, popolare, privo di record, antagonismo, classifiche.
Giuntini percorre quegli anni, dalle Olimpiadi di Città del Messico ai Mondiali di calcio in Argentina; anche nel mondo dello sport è stata tentata una rivoluzione, e anche lì è stata sconfitta. (G. Cracco)


PUGNI CHIUSI E CERCHI OLIMPICI
Sergio Giuntini, Odradek, 212 pagg., 16,00 euro

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