Febbraio - Marzo 2010 (PaginaUno
#16) |
Narrativa |
| L'ubicazione del bene, Giorgio Falco,
Einaudi |
| La stanza degli ufficiali, Marc Dugain,
Vertigo |
| Non so dove ho sbagliato, Laura Del
Lama, Cult editore |
Saggistica |
| Firma altrui e nome proprio, Felice
Accame, Odradek |
| Omissis, Philip Shenon, Piemme |
| Pugni chiusi e cerchi olimpici,
Sergio Giuntini, Odradek |
Dicembre 2009 - Gennaio 2010
(PaginaUno #15) |
Narrativa |
| Acasadidio, Giorgio
Morale, Manni |
| Il traditore, Liam
O'Flaherty, Tranchida |
| Un bell'avvenire,
Marco Videtta, e/o edizioni |
Saggistica |
| La pulizia etnica della Palestina,
Ilan Pappe, Fazi editore |
| Vaticano s.p.a.,
Gianluigi Nuzzi, Chiarelettere |
| Il Gotha
di Cosa nostra, Piergiorgio Morosini,
Rubbettino |
Ottobre-Novembre 2009 (PaginaUno
#14) |
Narrativa |
| Rabet, Martin
Jankovski |
| Storie di storie,
Paola Taboga |
| Cronache di una società
annunciata, collettivo Chi fa la Francia? |
Saggistica |
| Piombo Rosso,
Giorgio Galli |
| Social Killer,
Mark Ames |
| Per non morire
di mafia, Pietro Grasso e Alberto La
Volpe |
Giugno-Settembre 2009 (PaginaUno
#13) |
Narrativa |
| La morte moderna,
Carl-Henning Wijkmark |
| Gli anni del sole stanco,
Fulvio Capezzuoli |
| Quelli dalle labbra bianche -
Il parroco di Arasolè, Francesco Masala |
Saggistica |
| Una vita operaia,
Giorgio Manzini |
| Profondo nero,
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza |
| Seppellitemi in
piedi, Isabel Fonseca |
Aprile-Maggio 2009 (PaginaUno
#12) |
Narrativa |
| E adesso, pover'uomo?,
Hans Fallada |
| Maginot, Alessandro
Angeli |
| Le resistenze di un
bibliomaratoneta, Sergio Giuntini |
Saggistica |
| Contro l'etica della verità,
Gustavo Zagrebelsky |
| Aboliamo le prigioni?,
Angela Davis |
| Dossier delitto
Calvi, Kaos edizioni |
Febbraio-Marzo 2009 (PaginaUno
#11) |
Narrativa |
| Senzaterra, Evelina
Santangelo |
| Oltre Babilonia,
Igiaba Scego |
| Uno per tutti,
Gaetano Savatteri |
Saggistica |
| Ebraismo virtuale,
Ariel Toaff |
| Polo Nord, Fabio
Abati, Igor Greganti |
| Dossier P2,
La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla
Loggia massonica segreta di Licio Gelli |
Dicembre 2008- Gennaio 2009
(PaginaUno #10) |
Narrativa |
| Revolutionary Road,
Richard Yates |
| Generazione McDonald's,
Francesca Mazzucato |
| La città perfetta,
Angelo Petrella |
| Vietato giocare
con la palla, Antonio Steffenoni |
| La fornace, William
McIlvanney |
Saggistica |
| La democrazia,
Luciano Canfora |
| Tre suicidi eccellenti,
Mario Almerighi |
| Sarkozy,
Alain Badiou |
Ottobre-Novembre 2008 (PaginaUno
#9) |
Narrativa |
| Centro
permanenza temporanea vista stadio, Daniele Scaglione |
| L'estate
delle magliette a strisce, Diego Colombo |
| Alma Mater, Alessandro
Dal Lago |
| Un
canto clandestino saliva dall'abisso, Mimmo Sammartino |
| L'epidemia (I peccatori
di Borgo Torre), Claudio Nizzi |
| La nebbia del passato,
Leonardo Padura Fuentes |
Saggistica |
| Gaetano Marini Verificatore
di pesi e misure, Pasquale Marchesi |
| Storia criminale,
Enzo Ciconte |
| Non
chiamarmi zingaro, Pino Petruzzelli |
Giugno - Settembre 2008 (PaginaUno
#8) |
Narrativa |
| Nel bozzolo dorato,
Laurana Berra |
| Il vento contro,
Stefano Tassinari |
| Emigranti
Esprèss, Mario Perrotta |
Aprile - Maggio 2008 (PaginaUno
#7) |
Narrativa |
| Dieci, Andrej Longo |
| La moglie
che ha sbagliato cugino, Umberto Domina |
| Se consideri
le colpe, Andrea Bajani |
Febbraio - Marzo 2008 (PaginaUno
#6) |
Narrativa |
| Ragazze, Antonio
Steffenoni |
| Alluminio, Luigi
Cojazzi |
| La sovversiva,
Eugenia Almeida |
Dicembre 2007 -Gennaio 2008 (PaginaUno
#5) |
Narrativa |
| Il pittore di battaglie,
Arturo Pérez-Reverte |
| La femmina della
specie, Joyce Carol Oates |
| Verderame,
Michele Mari |
Ottobre-Novembre 2007 (PaginaUno
#4) |
Narrativa |
| A
immaginare una vita ce ne vuole un'altra, Elena Stancanelli
|
| Il falsario di
Caltagirone, Maria Attanasio |
| A casa non
ci torno, Ines Arciuolo |
Dicembre 2009 - Gennaio 2010
(PaginaUno #15) |
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| Epicentro
di storie e relazioni – al punto da essere quasi il protagonista
del romanzo e non il semplice contesto – il Centro è un’associazione
di volontariato per l’inserimento socio-lavorativo degli immigrati.
Doppiamente a casa di Dio –sperduto nella lontana e degradata
periferia milanese e gestito dalla famigerata Compagnia –
contempla “dappertutto crocifissi ai muri, madonne, frasi del
vangelo”; ma l’etica cristiana non vi trova alcuna dimora.
Con una scrittura precisa e affilata, Morale ne racconta la quotidianità
– dai piccoli abusi di potere degli operatori ai grandi maneggi
finanziari del Presidente – lasciando a una disarmante narrazione
dei fatti il compito di svelare ciò che si muove dietro le quinte
del caritatevole proscenio: false fatture per ottenere finanziamenti
pubblici, soldi che finiscono in tasche private, scambi di favori con
l’amministrazione comunale. Un odor di turibolo mescolato al fetore
di un legalizzato ladrocinio, al quale Teresa non può resistere
a lungo. Le sue scelte di vita – raccontate in prima persona con
un doppio registro narrativo – abitano più un laico senso
di giustizia che non l’ipocrisia di una simile sagrestia. Un luogo
che non è l’eccezione malata di un sistema sano, e in cui
non si muovono spietati cattivi, ma solo piccoli uomini per i quali
l’arrivismo e l’individualismo sono l’unica legge
e l’unico vangelo. (G. Cracco)
ACASADIDIO
Giorgio Morale, Manni, 135 pagg., 14,00 euro
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| ‘I
demoni’ a Dublino. Gypo Nolan è un uomo in fuga, braccato
dagli uomini dell’organizzazione rivoluzionaria. Dan Gallagher,
il capo dell’esecutivo, lo ha condannato a morte per avere denunciato
alla polizia Francis McPhillip, appartenente all’organizzazione,
costretto a vivere in clandestinità per sfuggire alle forze dell’ordine.
Nel breve svolgersi di poche ore di un notturno irlandese, ogni personaggio
tradisce chi il proprio ideale, chi i propri amici e chi se stesso,
per riuscire a sopravvivere.
O’Flaherty comprime il tempo in un piovoso fluire di fatti, per
trasformare una semplice trama d’inseguimento in un’epica
del tradimento dai profondi significati umani. La stessa ottusità
che guida Gypo – ubriacone, ignorante poverocristo preso in un
gioco troppo grande – nel goffo fuggire di strada in strada, di
tugurio in tugurio, di puttana in puttana, diventa a sua volta simbolo,
non solo di una realtà umana debole, disperata, incapace di vedere
oltre le proprie convenienze più immediate, ma anche della stessa
logica rivoluzionaria di un Gallagher, che per sopravvivere e salvare
l’organizzazione, è costretto a condannare a morte una
‘nullità’ d’uomo di straziante ingenuità
come Gypo. (Milton Rogas)
IL TRADITORE
Liam O’Flaherty, Giovanni Tranchida editore, 268 pagg., 18,00
euro
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| A
tre anni dalla fine della guerra, Flavio torna in Piemonte per risolvere
il mistero della morte del fratello Lucio, scomparso durante gli ultimi
giorni di vita della Repubblica di Salò. Il fascismo è
vinto, e Flavio appartiene alla schiera degli sconfitti. L’unica
differenza rispetto al fratello consiste nell’essere uscito vivo
dalla mattanza degli ultimi giorni.
La trama del ritorno si svolge durante i giorni infuocati del 1948,
nel mezzo della prima campagna elettorale della Repubblica. Pieno di
tristezza e di rabbia, Flavio inizia a indagare – secondo la questura
di Milano, Lucio è stato ucciso dai partigiani, quattro giorni
dopo la Liberazione. Ben presto, però, si accorge che la verità
sulla morte del fratello va di pari passo con una verità storica
inconfessabile. Il risultato è un romanzo ricco di personaggi
archetipici del gattopardismo all’italiana – in cui la violenza
la fa da padrona – ognuno dei quali, escluso il protagonista,
riuscirà a riciclare se stesso, transitando indenne da Mussolini
alla Repubblica, e a guadagnare un posto all’interno del nuovo
potere democristiano. Nell’era fascista restano solo quelli come
Lucio, fedeli fino all’ultimo all’ideologia del Ventennio,
e la loro morte sarà il mezzo con cui coloro che li hanno traditi
traghetteranno la propria anima sulla sponda pulita della democrazia.
(Milton Rogas)
UN BELL’AVVENIRE
Marco Videtta, Edizioni e/o, 187 pagg., 16,50 euro
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| Saggistica
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Lo
Stato d’Israele nasce nel 1948, ma il progetto sionista data 1896.
L’organizzazione militare clandestina incaricata di attuarlo,
l’Haganà di Ben Gurion, nasce nel 1920. Inizia con una
schedatura dei villaggi palestinesi e conclude con l’attuazione
del Piano Dalet: la dearabizzazione del futuro Stato ebraico, iniziata
nel dicembre ’47. In meno di sei mesi 800mila palestinesi vengono
cacciati, 531 villaggi rasi al suolo, 11 quartieri urbani svuotati.
Contro la potenza militare israeliana e un Occidente silenziato dalla
‘colpa’ dell’Olocausto, a nulla possono i civili palestinesi
e i rattoppati eserciti arabi, stremati dalle lotte per l’indipendenza.
Disarma la lucidità della realizzazione del progetto, il numero
delle violenze, degli eccidi, delle distruzioni, scritti nero su bianco
negli archivi di Stato israeliani e portati alla luce da Pappe; disarma
accanto alla propaganda politica che ancora oggi parla di “trasferimento
volontario”, di un popolo ebreo che si “difendeva”;
disarma la determinazione nel voler cancellare il “carattere arabo”,
una Storia e una cultura millenarie, per poter negare che lì,
in Palestina, sia mai esistito; disarma la violenza predatoria –
nel ’47 solo il 5,8% della terra era di proprietà ebraica,
dopo la “confisca” del ’48, il 70%. Eretz Israel “aveva
bisogno di terra, non di schiavi”. (G. Cracco)
LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA
Ilan Pappe, Fazi editore, 364 pagg., 19,00 euro
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| Che
il talare della Madre Chiesa stesse prendendo una brutta piega se n’era
già accorto San Francesco secoli fa. Senza l’archetipo
francescano, ma con la lente dell’archivio Dardozzi (4.000 documenti
riservati della Santa Sede resi pubblici dopo la morte del monsignore),
Vaticano S.p.A. attraversa i recenti scandali della nostra Storia e
prova a spiegarci perché l’Italia è diventato il
Paese dei santi e dei misteri irrisolti. Snodo finanziario è
lo Ior, “premiata Lavanderia” di prestanomi e fondazioni
fittizie in cui passano enormi quantità di denaro; a proteggere
il sacro lavaggio, le mura leonine e l’articolo 11 dei
Patti lateranensi, che dal ’29 garantiscono l’impunità
alla Santa Sede.
È con saggezza, toni smussati e avvertimenti mafiosi che tra
le due sponde del Tevere si gioca la partita, e mentre si continua a
“predicare giustizia e carità come inscindibile binomio
cristiano”, sotto lavora una ragnatela attenta a fare affari con
mafiosi e politici, faccendieri e piduisti, sacerdoti e cardinali. Una
distinzione che si assottiglia a ogni pagina fino a confondere i colori:
dal grigioscuro in doppiopetto di onorevoli e venerabili, al rosso dei
porporati, alla luce dell’abito più bianco. Il sogno di
“ricomporre l’uso del denaro e l’utopia francescana”,
là sotto, è già andato in frantumi da tempo. (F.
Gallo)
VATICANO S.P.A.
Gianluigi Nuzzi, Chiarelettere, 280 pagg., 15,00 euro
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Gli
anni successivi all’arresto di Riina sono stati quelli della sommersione.
Gli anni, ovvero, in cui Cosa nostra si è inabissata nel tessuto
sociale per mescolarsi al mondo dell’impresa cosiddetta legale,
accantonando la strategia stragista e dell’omicidio eccellente.
Un periodo durante il quale, mentre gli affari riprendevano a girare
e lo Stato allentava la presa dopo gli eclatanti arresti dei ‘corleonesi’,
Cosa nostra ha cominciato a risolvere alla propria maniera le questioni
interne, derivanti dai lunghi strascichi lasciati dal violento ‘colpo
di Stato’ di Riina e compagni nel 1982. Un lungo decennio che,
tra propositi di vendetta, lotte per la successione e tentativi di riprendere
il controllo del narcotraffico – nel frattempo finito nelle mani
della ’ndrangheta – culminerà con l’arresto
e la condanna dei vertici della nuova direzione strategica di Cosa nostra.
Vicende descritte dettagliatamente dal giudice Morosini nella motivazione
di sentenza dell’operazione Gotha, dalla quale emerge
la caratura del capo Provenzano, capace di tessere relazioni con politici
e imprenditori, di mediare tra vecchi e nuovi uomini di comando e di
gestire il rientro in Sicilia degli ‘esiliati americani’.
Un’immagine assai diversa dalla caricatura dell’uomo coppola,
fucile e cicoria, fornita dai media il giorno della sua cattura. (Milton
Rogas)
IL GOTHA DI COSA NOSTRA
Piergiorgio Morosini, Rubbettino, 203 pagg., 14,00 euro
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Ottobre-Novembre 2009 (PaginaUno
#14) |
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| Un
romanzo sulla lotta organizzata di un gruppo di giovani dissidenti a
Lipsia, che sembrano arrivare per caso, senza eroi ma ineluttabilmente,
alla rivoluzione. Come il Ben del suo libro – dal quale tuttavia
sottolinea il distacco – Jankowski è in uno dei brutti
elenchi della Stasi e rischia la pelle. Come Ben, l’autore è
tra coloro che vorrebbero una riforma dall’interno e che dopo,
finalmente liberi da bavagli e catene, si ritrovano neonati in un mondo
tutto da capire, dove viene da parlare inglese ad Amburgo, come gli
stranieri. Nella Nikolaikirche, ogni lunedì, c’era chi
pregava per la distruzione della gabbia e chi come Ben preferiva il
sogno di poterla restaurare.
Jankowski scrive Rabet – da poco tradotto in Italia – proprio
in quegli anni ’90. Conosce bene la storia perché l’ha
vissuta, tra i promotori delle ‘manifestazioni del lunedì’
che porteranno alla rivoluzione pacifica del 1989. È Ostalgie,
quello che si sente. Ostalgie, neologismo anni Novanta nato
sulle ceneri della DDR e davanti ai frammenti del muro abbattuto. Un
mescolamento di nostalgia (Nostalgie) ed Est (Osten)
a indicare la ricerca – attraverso spettacoli, oggetti, cibi –
di una quotidianità che molti tedeschi orientali avrebbero voluto
conservare, soppiantata da verdura strana e aria condizionata. (A. Giordano)
RABET. LA SCOMPARSA DI UN PUNTO CARDINALE
Martin Jankowski, Cabila edizione, 384 pagg., 16,50 euro
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| Una
raccolta di sei racconti, cinque dei quali ispirati a notizie di cronaca
apparse sui giornali, e l’ultimo che riunisce, in una definitiva
trama di senso (quasi un virtuosismo metatestuale), alcuni dei protagonisti
precedenti nello spazio ristretto di una libreria, dove l’autrice
stessa è invitata a presentare un’opera che parla di loro.
L’interrogativo principale che attraversa Storie di storie
sembra essere rivolto alla narrativa stessa, al suo valore. La risposta
è dentro ogni racconto; nel fatto di sottrarre alla freddezza
della cronaca tutto ciò che essa, per sua natura, omette. In
ogni riga del libro ne va del rispetto per l’essere umano, colto
nella drammaticità del semplice vivere quotidiano che solamente
la finzione narrativa è in grado di restituire alla sua essenza
più profonda. Ecco allora che le paure, le debolezze, le gioie
e le profonde dinamiche psicologiche, vengono, parola dopo parola, riconsegnate
ai fatti della vita vissuta; agli individui/personaggi finalmente restituiti
alle umane conflittualità quotidiane. E così, un omicidio
richiama un commissario nei luoghi del proprio passato, una festa tra
condomini finisce in tragedia, un’anziana vedova viene sottratta
alla solitudine il giorno prima di morire… e la cronaca si riconverte
finalmente in verità. (Milton Rogas)
STORIE DI STORIE,
Paola Taboga, MobyDick, 110 pagg., 11,00 euro
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| Le
cronache delle rivolte parigine hanno consegnato all’immaginario
collettivo italiano una sola, stereotipata, verità:
banlieue uguale degrado, ignoranza, violenza. Le banlieue sono di più
e altro, come narrano questi dodici racconti di un collettivo. Scrittori
che vogliono “abbattere le porte” con una letteratura “engagée,
combattente e feroce”, mostrano quanto la questione dell’identità
sia il fulcro dell’intero disagio; quanto la percezione di prigionia
sia forte e figlia dell’esclusione, del razzismo, della repressione
e del tempo che non ha futuro; quanto nelle banlieue la mente soffochi
perché l’unico colore è il grigio del cemento dei
palazzoni-dormitorio. Ma raccontano anche di una ‘seconda generazione’
appassionata, ironica, informata, che sa di arte e letteratura e rivendica
il diritto d’incidere nella cultura e nella politica del proprio
Paese; non essere solo la manodopera sfruttata buona a far crescere
nell’ombra il pil nazionale. Chi fa la Francia?, appunto.
Ed è la pluralità il plus del progetto: voci,
linguaggi, stili, tematiche che nella loro diversità consegnano
quella realtà complessa che proprio gli stereotipi vogliono negare
con facili equazioni. Qualche racconto è meno incisivo di altri,
ma la potenza del collettivo è lì, fuso nelle parole finali
del suo Manifesto: “Insieme, noi esistiamo”. (G. Cracco)
CRONACHE DI UNA SOCIETÀ ANNUNCIATA,
Collettivo Chi fa la Francia?, Stampa Alternativa, 158 pagg., 14,00
euro
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| Saggistica
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| Il
passaggio dalla prima alla seconda Repubblica fu segnato dalla vicenda
dei ‘fondi neri’ del Sisde e da un patto di sangue tra Stato
e mafia. L’affaire Moro, la morte di Marco Biagi, l’arresto
di Mario Moretti sono solo alcuni dei numerosi nodi, stretti nell’intreccio
tra due forme di governo: quello visibile dei partiti ‘costretti’
all’interno dei vincoli di una democrazia rappresentativa (la
cosiddetta ‘casa di vetro’), e quello invisibile
dei servizi segreti.
Piombo Rosso è il documento resoconto del volto altro della lotta
armata in Italia, che vide una enclave del potere occulto usare le formazioni
extraparlamentari e i gruppi armati per sanare le contraddizioni che
lo Stato non poteva risolvere in maniera ‘democratica’.
Un’èlite in grado di sfruttare, ieri come oggi, l’acronimo
Br, modulando accortamente repressione e laissez faire, e di
allearsi, all’occorrenza, con i capi della malavita organizzata.
Apparati che non sono un ‘doppio Stato’, tantomeno servizi
‘deviati’, ma “uno Stato nello Stato”.
È così che, dalle tensioni degli anni Settanta, impunità,
malversazioni e delitti, nascosti sotto l’egida della ragione
di Stato, sono divenuti attrezzi del mestiere di “uomini non lottizzabili”,
per ‘preservare’ lo Stato nei vari, tanti, momenti di crisi
dei partiti, da ogni sostanziale cambiamento di potere. (D. Corbetta)
PIOMBO ROSSO. LA STORIA COMPLETA DELLA LOTTA
ARMATA IN ITALIA DAL 1970 A OGGI, Giorgio Galli, Baldini Castoldi
Dalai, 525 pagg., 9,90 euro
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| I
massacri hanno inizio con Reagan e il neoliberismo; prendono avvio negli
uffici postali – il primo ente a essere semi-privatizzato –
si estendono ad altri luoghi di lavoro e infine approdano nelle scuole.
I media li presentano come opere di pazzi, eppure nessun apparato riesce
a tracciarne un profilo: diversissimi tra loro, la sola conclusione
è che il ‘pazzo’ potrebbe essere qualunque americano
medio. Sempre più spesso, uomini e ragazzini imbracciano un fucile
entrano in ufficio o a scuola e fanno una strage. Ames li chiama “omicidi
per rabbia”, ne racconta i protagonisti, contestualizza i massacri
e propone una tesi difficilmente confutabile: gli impiegati sono i nuovi
schiavi, gli studenti vivono un ambiente scolastico simile a quello
lavorativo: vessazioni, competizione, repressiva omologazione. E quando
è la struttura sociale a generare il crimine, anche un omicidio
è un atto politico di ribellione. Una rivolta che come ai tempi
della schiavitù non può che assumere la forma di ‘follia’
individuale: sfruttati, terrorizzati di perdere il lavoro, privati di
un sindacato e di strumenti legali per far valere i propri diritti,
isolati da una cultura dominante che vuole tutto questo ‘normale’
– come era considerata normale la schiavitù – il
ceto medio è ‘impazzito’ e si è messo a sparare.
Non nel mucchio, non per strada: contro le imprese e la scuola. (G.
Cracco)
SOCIAL KILLER. LA RIVOLTA DEI NUOVI SCHIAVI,
Mark Ames, Isbn edizioni, 347 pagg., 29,00 euro
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| Ogni
cittadino ha il dovere di concorrere al progresso della società.
Ogni cittadino, borghese, aderisce a questa norma costituzionale tramite
lo strumento lavorativo imprenditoriale. Su queste basi la “Mafia
S.p.A.” – l’organizzazione, in accezione moderna,
del ‘terzo livello’, quello politico e finanziario –
plasma la propria fisionomia. “La mafia è come il cemento,
è capace di assumere forme diverse a seconda di dove si infiltra”.
Come una qualsiasi azienda, oggi la criminalità è un ‘sistema
di potere’ globalizzato, pronto a cambiare pelle a ogni muta del
mercato, celere a far ricadere i costi sui cittadini: quelli della paura,
dell’insicurezza, del silenzio.
La percezione è quella di uno Stato distante, quasi defezionato,
nella lotta alla malvivenza sovversiva, affrancata egualmente da sud
a nord. La società civile, nazionale e internazionale, è
il soggetto più colpito. Affondato, infamato, azzittito non dall’omertà
indotta dal sistema stragista criminale, ma da una carenza culturale,
informativa, che ha fatto del nostro Paese l’esportatore primario
di questo prodotto.
“L’indifferenza è il peso morto della storia”,
diceva Antonio Gramsci; a questo peso è doveroso aggiungere due
misure chiamate Falcone e Borsellino, il segno negativo, nel bilancio
positivo, del volto contemporaneo degli Affari. (D. Corbetta)
PER NON MORIRE DI MAFIA,
Pietro Grasso e Alberto La Volpe, Sperling&Kupfer, 312 pagg., 18,00
euro
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Giugno-Settembre 2009 (PaginaUno
#13) |
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| “Avremo
presto bisogno di più morti, per dirla in modo brutale. Ma come
fare?” La questione è posta in un simposio a porte chiuse
da un funzionario del ministero degli Affari sociali: relatori un esperto
di bioetica, un dottore in teologia e un intellettuale. La crisi economica
incombe e le spese sanitarie e pensionistiche dilapidano le risorse
pubbliche. Nella socialdemocratica Svezia la risposta al problema è
un’eutanasia collettiva, che alleggerisca lo Stato dei costi relativi
alle persone non più produttive; occorre dunque manipolare sapientemente
l’opinione pubblica affinché i cittadini stessi accettino
un “obbligo volontario” alla morte al compimento dei 70
anni. Solo l’intellettuale si oppone, difendendo il diritto di
ogni uomo a nascere e a rimanere libero. Anche se… quale
libertà? Nella società capitalistica “la vita è
diventata la morte vivente, la morte a credito, pagabile a rate”;
nulla di barbaro dunque nel “Progetto B”, portato come soluzione
transitoria, perché “quando i corpi non possono più
essere utilizzati come mezzi di produzione diventano prodotti”.
In quest’opera teatrale del 1978, Wijkmark parla di eutanasia
ma mostra ben altro: che si voglia imporre la morte o che si pretenda
di negarla, in nome dell’economia o dell’etica, la violenza
è la medesima: quella dello Stato sull’individuo. (G. Cracco)
LA MORTE MODERNA,
Carl-Henning Wijkmark, Iperborea, 119 pagg., 11,00 euro
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| Studiato
a scuola come l’impresa di Garibaldi che ha liberato il Sud dal
giogo dei Borbone, il Risorgimento si è trasformato nella testa
degli italiani in un immaginario grondante eroismo e grandi valori.
Alcuni romanzi hanno tentato di sottrarsi alle rigide logiche della
Storia di regime, nel tentativo di riclassificare tali valori sotto
una luce diversa, più vera. A questi, il romanzo di Capezzuoli
aggiunge una nota mancante: il punto di vista degli ultimi, degli sconfitti.
E racconta, attraverso la vicenda romanzata della brigantessa Michelina
De Cesare, la rivolta contadina e la sanguinosa repressione con cui
i conquistatori piemontesi – dal 1860 al 1870 – hanno completato
l’opera di Garibaldi. Storia vera, quindi, narrata con lo spirito
di verità che compete alla migliore narrativa. Il merito dell’autore,
tuttavia, non consiste solo nell’avere restituito vita alla morte
dei vinti, ma di aver mostrato, con l’ausilio stilistico di un’originale
scansione temporale (la cui cifra è l’ellissi), i giochi
di potere tra Cavour e i primi capitani d’industria, il cinico
attendismo interessato di Pio IX e la gaudente stupidità di Vittorio
Emanuele II, in una verticalizzazione della Storia che rende questo
romanzo un prezioso strumento di conoscenza. (W. Pozzi)
GLI ANNI DEL SOLE STANCO,
Fulvio Capezzuoli, Edimond, 187 pagg., 22,00 euro
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| Suonano
le campane a morto, per il ventesimo anniversario dei nove uomini di
Arasolè mai tornati dalla campagna di Russia. Daniele Mele, il
campanaro, è l’unico sopravissuto e batte i tocchi, tre
per due caprai, tre soli “perché erano poveri”. Batte
i tocchi e ricorda. “Ad Arasolè si mangiava pane”;
“i poveri non potevano arrossare le loro labbra sulla carne saporita
dei cinghiali”. Da bambini, toccava loro fare le cavalline, curvi,
mentre i ricchi saltavano sempre e non si curvavano mai; da grandi,
tocca loro buttare l’anima prima nei solchi dell’aratro
poi nella trincea e nei campi della Siberia, tra pidocchi, topi, deliri,
fame, magiche litanie contadine di “parole proibite”.
Anche Don Adamo ha dovuto lasciare Arasolè. Trasferito nella
nuova chiesa costruita con i soldi del complesso petrolchimico, incapace
di divenire “prete industriale” al servizio del Dio Petrolio,
nel suo folle diario tra sogni, incubi, frustrazioni, narra la realtà
spettrale a ciclo continuo della fiaccola che non si spegne mai; dei
suoi contadini “che non sono diventati operai, non sono
più contadini, sono diventati solo emigranti”.
La Sardegna di Masala in due romanzi brevi: un micro-macrocosmo di tutti
i popoli vinti, “eroi buoni, in tempo di guerra, ma cattivi
banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie trincee, in
pace, nelle patrie galere”. (G. Cracco)
QUELLI DALLE LABBRA BIANCHE – IL PARROCO
DI ARASOLÈ,
Francesco Masala, Il Maestrale, 215 pagg., 15,00 euro
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| Saggistica
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| Se
è vero che “nel presente si ritrova sempre qualcosa del
passato”, questo romanzo-inchiesta non parla dell’Italia
di ieri, ma di oggi. A raccontarcela è Giuseppe Granelli, una
vita intera passata tra i reparti delle acciaierie e il Rondò,
la schiena spezzata dal lavoro, le partecipazioni a marce solidali,
con tamburi e campanacci, manifesti del dissenso comune contro un capitalismo
violento “che vive di violenza”.
È della Stalingrado d’Italia, che parla il Giusep,
la Milano operaia della Falck, della Breda, del governo fascista, di
De Gasperi e della Dc. Sono gli anni delle repressioni, degli sbarramenti
forzati, cose già viste quando, “alla folla che pan domandava”,
Bava Beccarsi “gli affamati col piombo sfamò”.
È anche la fotografia delle famiglie che al Villaggio sono cresciute
e morte dipendendo, sempre, dai padroni. Famiglie diverse da quelle
di adesso, più ospitali, più “compagne”, che
a tavola si riunivano per discutere e confrontarsi, parlare di Togliatti
e delle rivolte di Bucarest nel ’56, la prima ferita al comunismo.
Un’abitudine, il dialogo, perduta come i moti del coraggio operaio,
e non c’è da stupirsi, oggi, se quella di Granelli è
una generazione dimenticata, sparita, a causa della propaganda di Stato
che ha trasformato, nel sentire comune, “i contrasti d’interesse
in lotta, se non addirittura in odio di classe”. (D. Corbetta)
UNA VITA OPERAIA,
Giorgio Manzini, Archivio del Lavoro (Sesto San Giovanni, Milano), 175
pagg.
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| La
caduta dell’aereo di Mattei non fu un incidente, De Mauro scomparve
perché stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni,
a massacrare di botte Pasolini furono più persone; verità
storiche, che al di là delle verità processuali gli anni
ci hanno consegnato. Se il legame tra i primi due eventi è ormai
unanimemente riconosciuto, l’uccisione di Pasolini è ancora
avvolta nel mistero. Lo Bianco e Rizza, appoggiandosi anche all’inchiesta
– archiviata per mancanza di prove – del pm Calia, collegano
i tre delitti con “un filo nero come il petrolio”. Un’ipotesi.
Tuttavia, la fosca figura di Eugenio Cefis aleggia sulle tre morti;
altri personaggi legati alla P2 sono inquietanti co-protagonisti delle
tre vicende; il braccio armato della politica della tensione –
mafia e delinquenza neofascista – fa capolino nelle tre storie;
e approssimazioni e depistaggi accomunano le tre indagini. Pasolini
stava scrivendo Petrolio, un romanzo a chiave nel quale proprio
Mattei, Cefis e l’Eni erano i soggetti di una trama che ricostruiva
la natura sanguinaria ed eversiva del potere politico-economico italiano;
dalle pagine del Corsera svelava in tempo reale le dinamiche della strategia
della tensione: je accuse. Io so.
Noi, chi l’ha ucciso, non lo sapremo mai. Di certo sappiamo solo
che l’Italia è paese di misteri, in cui spesso la verità
è un’ipotesi senza prove. (G. Cracco)
PROFONDO NERO,
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 295 pagg., 14,60 euro
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| Seppellitemi
in piedi non ha la pretesa di essere un saggio, né l’apologia
di un popolo che, forse, meriterebbe ben più difensori. Si tratta,
in realtà, di un diario, un viaggio nella “tundra d’intolleranza
umana” dell’Europa dell’ovest. Il tentativo è
quello di destrutturare un paradigma, un appellativo, rom,
divenuto sinonimo di contaminazione, sudiciume, e pensare che la pulizia,
per i gitani, è sacra.
“Gli zingari, come gli ebrei, sono sempre stati il nemico interno”;
gli zigeuner, come gli ebrei, hanno vissuto la diaspora e la
deportazione, benché nessuno lo ricordi. Non esiste un giorno
della memoria zingaro, nessuna commemorazione, nessuna industria
del ricordo. Forse perché, in una società capitalistica,
“lo zingaro nomade non ha ragione di esistere”.
Eppure esiste a Ponticelli, a Bucarest, e nelle città europee
dove (1989) si è scatenata l’idiosincrasia delle masse,
la democrazia a colpi di molotov. La loro uccisione, per molti, “è
stata un atto filantropico”. Prenderne le impronte digitali, oggi,
una giusta necessità contro la fobia generale.
La storia che l’autrice vuole raccontarci, dunque, non è
più la ballata nostalgica dei poeti romeni, ma la cronaca della
“miseria anonima di un intero mondo di povertà, un mondo
che è sempre e soprattutto popolato dai bambini”. (D. Corbetta)
SEPPELLITEMI IN PIEDI,
Isabel Fonseca, Oscar Mondadori, 369 pagg., 9,40 euro
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Aprile-Maggio 2009 (PaginaUno
#12) |
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| “Questi
banditi, ma li sfiora mai, anche lontanamente, l’idea di com’è
che ce la si possa fare?!” 1932, Repubblica di Weimar: il capitale
si risana e il commesso Pinneberg - con moglie e un figlio appena nato
- deve vendere ogni giorno “venti volte l’ammontare del
suo stipendio mensile”, pena il licenziamento. La disoccupazione
incombe su migliaia d’impiegati, dopo aver ridotto alla miseria
milioni di operai, che almeno “si chiamano compagni e si aiutano
l’uno con l’altro. […] Quelli come noi, gli impiegati,
s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore”. Licenziato,
la famiglia trasloca in una baracca, tra comunisti e nazisti. Ostinatamente
(ex) ceto medio, il kleiner mann resta nel mezzo,
anche quando la disperazione s’avvicina a quello “stato
d’animo che spinge a rubare, ad ammazzare per rapina, a partecipare
a una sommossa”. Per due anni i Pinneberg vivono con onestà,
dignità, e un pizzico di viltà; esistenze che rotolano
giù, dritte, fino all’umiliazione finale, perché
la povertà non è solo miseria, “è anche un
reato”, “è un marchio”, “è sospetta”.
Già pubblicato nel ’33, il romanzo è un capolavoro
del neorealismo e l’obiettivo di Fallada, puntato sulla la vita
di una coppia, non è uno zoom bensì un grandangolo: perché
il pubblico condiziona sempre il privato, anche quando quest’ultimo
si ripiega su se stesso disinteressandosi della società. (G.
Cracco)
E ADESSO, POVER'UOMO?,
Hans Fallada, Sellerio, 577 pagg., 15,00 euro
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| Si
guarda verso l’alto, per immaginare una vita più bella.
A maggior ragione se sei stato messo là in basso. Con gli occhi
rivolti al cielo inizia il romanzo di Angeli, quando lo sguardo di Cesiro
– figlio di una Roma di brutta periferia e con i “capelli
fini come la pastina per il brodo” – prima di raggiungere
l’infinito si ferma su un aereo, che fa volare chissà chi.
Sono gli anni Ottanta del Briatore crescente e di Iorio all’attacco.
Rossana, Sisto, lo Zan: vivono nella povertà di soldi e di parole;
la violenza è l’unico linguaggio. Un po’ si salva
Lorenzo, che sa e vuole scrivere. Lo chiamano Pellico per questo, ma
anche il Vecchio. È sua la voce romanesca narrante, che racconta
una lotta per la giustizia fatta con le armi, quelle dei giovani al
concerto degli ADF e quelle dei poliziotti mandati lì dal vicequestore.
Rossana finisce in una stanza d’ospedale e ne esce senza la milza
e con la voglia di cambiare, ma per farlo tradirà i compagni.
Le ‘azioni’ allora superano la linea Maginot, e si spara.
C’è chi ha pagato con plurimi ergastoli (quante vite serviranno
a rimediare?), chi con la pazzia. Così si chiude, con il colore
del sangue, la penultima pagina delle prigioni di Lorenzo detto il Pellico.
L’ultima è bianca: altri dovranno aiutare a scrivere una
storia finalmente diversa. (A. Giordano)
MAGINOT,
Alessandro Angeli, Controluce, 96 pagg., 12,00 euro
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| Ogni
resistenza è una lotta sulla lunga distanza. Lo sa bene Leo,
bibliotecario appassionato di corsa e di libri che si prefigge di “conquistare
Quarto Oggiaro alla lettura”; far della biblioteca una sorta di
“Comune rossa”. Ad assediarla dall’esterno, centri
commerciali, la tv dei reality, internet; a resistere all’interno,
Leo, un manipolo di pensionati ‘biblio-resistenti’ - che
la Resistenza l’avevano fatta davvero - e quei libri che se solo
i ragazzi di Quarto li avessero letti “avrebbero potuto farsi
una ragione di molte cose inesplicabili”. La Questione meridionale,
per esempio, “non gli sarebbe più apparsa una tragica,
ineluttabile sventura” dopo aver letto Il Gattopardo e I Vicerè.
Tenacemente Leo corre la propria “maratona d’emancipazione”,
reale e simbolica, contro lo sport divenuto oppio dei popoli e contro
la fine del libro “come strumento di resistenza, di cambiamento
sociale”.
Un romanzo che risente della propensione alla saggistica dell’autore
ma che grazie a essa si arricchisce: un invito, quello di Giuntini,
a correre con Leo nella storia della narrativa e dello sport, a seguire
le tappe di un allenamento attraverso i titoli dei ‘libri-resistenti’
e le vicende degli epici maratoneti della “collezione di fuggiaschi”,
a cui non si può resistere. Proprio perché “maratona
è l’autentico sinonimo di resistenza”. (G. Cracco)
LE RESISTENZE DI UN BIBLIOMARATONETA,
Sergio Giuntini, Sedizioni, 212 pagg., 13,50 euro
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| Saggistica
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| “È
incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare,
anzi: dubitarne”.
L’incipit del libro di Zagrebelsky, rielaborazione di saggi pubblicati
sul quotidiano la Repubblica, è la lente d’ingrandimento
con cui il costituzionalista vuole affrontare l’etica afferrabile
dell’insicurezza. Le tappe, reiterate nei suoi scritti, interpolano
la coscienza di due stati sovrani: quello Politico e quello Clericale.
La “carenza dei valori di identità”, il “tramonto
dell’Occidente”, la Politica teologica e la Teologia
politica, danno forma a quei soggetti, attivi e passivi, cittadini e
credenti, che nei suoi articoli, l’autore, pone di fronte al dubbio.
Relativismo o assolutismo, ragione soggettiva o nichilismo, salvezza
dell’anima o della società.
Alla base c’è sempre la persona umana, l’uguaglianza,
la libertà (laica) democratica e quella “misura di valori
materiali divenuti valori per se stessi”. Non solo. Il catastrofismo,
l’apatia sociale, la mancanza di solidarietà, il consumismo
giustificato o “l’allarmismo per la tenuta dei vincoli sociali”.
Questi problemi acuiscono quel senso di disagio, il dubbio, che da Tocqueville
a Norberto Bobbio, alcuni coraggiosi cercano di sfidare.
Conclusione? “Non limitiamoci a confrontarci su ciò che
siamo stati, ma ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere”.
(D. Corbetta)
CONTRO L'ETICA DELLA VERITÀ,
Gustavo Zagrebelky, Laterza, 182 pagg., 15,00 euro
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| Oggi
nessuno mette più in dubbio l’istituzione del carcere;
si parla al limite di riforma mai di abolizione, evitando accuratamente
di ripercorrerne l’evoluzione storica. Introdotta come misura
più clemente rispetto alle punizioni corporali, la carcerazione
come pena in realtà consente, una volta abolita la schiavitù,
di perpetuare lo sfruttamento: leggi ancora fortemente razziste riempiono
le carceri di afro-americani trasformandoli da schiavi appena liberati
in ‘detenuti in affitto’, manodopera a basso costo per le
imprese private. Nel secolo successivo le corporation entrano nel complesso
industriale-carcerario: nascono le prigioni private e la detenzione
diventa un lucroso affare. Mentre la crisi industriale e la delocalizzazione
producono disoccupati – condannati dall’assenza di uno stato
sociale al ruolo di ‘criminali’ – ogni carcerato in
più diventa fonte di profitto.
Abolire le prigioni, sostiene la Davis, non significa demolirne a picconate
le mura, bensì la società che le ha prodotte; riflettere
“sulle insidie di quella particolare versione di democrazia rappresentata
dal capitalismo statunitense”. Non così lontana dalla democrazia
italiana, che ha imboccato la stessa strada: privatizza, smantella lo
stato sociale e traccia per legge il profilo del ‘criminale’:
l’immigrato. L’America è dietro l’angolo. (G.
Cracco)
ABOLIAMO LE PRIGIONI? Contro il carcere, la
discriminazione, la violenza del capitale,
Angela Davis, minimumfax, 265 pagg., 14,50 euro
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| La
trama è quella di un libro giallo: un banchiere corrotto dalla
mafia, con legami economici in Vaticano, viene trovato cadavere sotto
il Blackfriars Bridge, sul Tamigi. Moventi? Il riciclaggio di denaro
mafioso e il progetto, con questo, di impedire l’avanzata comunista
nei paesi dell’America latina. Si tratta di un omicidio dei più
classici, camuffato, malamente, da suicidio.
Campi di potere religioso, politico e criminale si alternano in molteplici
figure tra le quali: Cosa Nostra, lo Ior e lo stesso Calvi, il vertice
del Banco Ambrosiano. Eppure non si tratta di una spy story, ma del
nostro passato recente. Sono gli anni di fango, della loggia
P2 e dell’attentato a Giovanni Paolo II, di Riina e dell’on.
Andreotti.
Il dossier non tralascia niente e nessuno, in modo sistematico, a partire
dalle dichiarazioni della figlia Anna, procedendo con quelle del mandante,
Pippo Calò, e le lunghe, mendaci, deposizioni “dell’amico-boia”
Flavio Carboni. Calvi poteva “raccontare tanti segreti”
che la Chiesa (per saldare il debito) “avrebbe dovuto vendersi
piazza San Pietro”. Certo non c’è da stupirsi, se
ci sono voluti vent’anni per ricostruire un puzzle intricato,
dove bisognava far tacere l’uomo d’onore, divenuto
inaffidabile. Un ‘confidente’ lo avrebbe definito Sciascia,
un muto dopo il 18 Giugno del 1982. (D. Corbetta)
DOSSIER DELITTO CALVI,
Kaos Edizioni, 428 pagg., 20,00 euro
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Febbraio-Marzo 2009 (PaginaUno
#11) |
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| La
Sicilia come terra di mafia, da cui emigrare per salvarsi. “Solo
ni la tò casa sei patrone qua… Per il resto, sei ospite…
che deve stare al suo posto… o sensale… un intermediario”.
La Sicilia come terra di approdo di clandestini. “Troppi ne stanno
arrivando, di morti. Venire a mòriri ccà… Ci appìzzanu
la vita, pì levàrisi di la mmerda”. Alí sbarca,
fugge, viene caricato su un pick-up e finisce a lavorare in una serra;
dorme in un capannone, dietro una porta di ferro chiusa a chiave dall’esterno;
si lava in un catino. E poi fugge ancora, perché per lui, tornare,
significa morire. Gaetano il suo paese non lo vuole lasciare, seguire
il padre emigrato in Germania, perché la Sicilia è la
sua terra anche se è “’stu paísi di morti”,
perché “non sono un… emigrante, io”,
perché è “meglio morire di fame a casa propria”.
E allora “è questa bella terra che se ne deve
andare!, ospite a casa mia non ci voglio essere!”. Non
si può dover partire per restare, né si può accettare
di campare di pazienza, come i vecchi, sgranando un rosario e confortandosi
con i santi.
Contro la violenza dello sradicamento la Santangelo sceglie il dialetto,
e il linguaggio diventa simbolo della rabbia, della cultura e dell’identità
di una terra che non vuole morire. Di un Sud che rivendica
giustizia. Pronto a lottare in prima persona per ottenerla. (G. Cracco)
SENZATERRA,
Evelina Santangelo, Einaudi, 174 pagg., 12,50 euro
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| Una
babele di voci. Colori e urla, musica e strepiti dall’Argentina,
dall’Italia, dalla Tunisia, dalla Somalia.
Una giovane donna che ha trovato ospitalità nel nostro Paese
e nella nostra lingua racconta come si vive con le radici spezzate.
Attorno alla sua voce gravitano frammenti di storie narrati in prima
persona.
Un libro interessante per fare esperienza di un’Italia estesa
oltre i suoi confini: in Argentina, terra di emigrazione, e in Somalia,
terra di conquista. Per affrontare senza melodramma le possibili declinazioni
della violenza sul corpo delle donne: stupro, tortura, infibulazione.
Per conoscere una Somalia viva e legata con nodi complessi a un’Italia
colpevole, come mai è stata rappresentata dai nostri mezzi di
comunicazione. Con l’eccezione di Ilaria Alpi, qui ricordata con
l’annuncio della sua morte per mano ignota.
Igiaba Scego, la giovane autrice italo-somala, narra drammi personali
e collettivi con leggerezza, spaziando con disinvoltura dal tono colloquiale
alla lingua letteraria. Si perde purtroppo, nel corso della lettura,
un linguaggio intrigante: un miscuglio di somalo e italiano che viene
abbozzato nelle prime pagine e poi stemperato in registri consueti fino
a scomparire.
Una lettura per superare i confini angusti della propria pelle e indossare
quella dell’altro. (F. Frediani)
OLTRE BABILONIA,
Igiaba Scego, Donzelli editore, 464 pagg., 17,50 euro
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| Il
presente è una Milano notturna, periferica e piovigginosa, illuminata
da luci fredde di insegne e lampioni, dove lampi stranianti fendono
il buio, senza mai annientarlo davvero: ristoranti semideserti, fari
in tangenziale, centri estetici notturni e motel tra Linate e l’Idroscalo.
Una Milano liminale che si fa tropo. Il passato è un altro luogo
‘ai margini’, una città-dormitorio dell’hinterland,
che l’autore battezza Satellite, appunto. È il luogo dei
giorni chiari, dell’oratorio, del salto con la corda, della pedata
al pallone, dello sforzo sul pedale della bici; è la via Pal
da boom economico per i figli dei meridionali immigrati, è un
concetto di ‘casa’ diverso da quello dei loro genitori.
“Perché non rimane tutto così?” si chiede
il protagonista folgorato da un pomeriggio come tanti, la cui perfezione
gli chiude la gola, con “un sapore sfuggente che non si lascia
chiamare per nome”. Ma la perfezione non è di questo mondo.
Nella notte milanese, quattro di questi ragazzini si ritrovano uomini
“consapevoli che non ci sono battaglie vinte o perdute, ma solo
battaglie inutili”. Uno di loro, quello che ha pagato per tutti,
li ha riuniti con una richiesta di aiuto: il passato rimosso ritorna
prepotente, mina gli equilibri e rivela le fragilità di questa
amicizia slabbrata dal tempo e da un rimorso diversamente vissuto. (L.
Viarengo)
UNO PER TUTTI,
Gaetano Savatteri, Sellerio editore, 157 pagg., 12,00 euro
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| Saggistica
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| Un
titolo bellissimo e significativo. Perché non definisce solo
il contenuto del testo ma indica già l’identità
del gruppo a cui non sarà gradito. L’autore, del resto
— figlio del rabbino capo di Roma — ne sa qualcosa. Le violente
proteste sollevate da ambienti del potere ebraico lo avevano, di fatto,
costretto a ritirare il libro precedente, Pasque di sangue. Perché
— si legge nella prefazione — “sei stato imprudente!
Perché sei andato a impelagarti nella Shoah, […] che viene
usata in dosi massicce come deodorante” e per celare, maschera
tragica e ingombrante, la Storia del popolo ebraico, fatta di atti giusti
e ingiusti, che nemmeno l’Olocausto dovrebbe cancellare; pena
la miopia, peggio, la cecità. Il libro, breve, acuto, importante,
nasce dal dolore e dallo sgomento dell’autore di fronte alla violenza
delle reazioni ma esprime, allo stesso tempo, una grande positività
quando indica con chiarezza la via da seguire: la smitizzazione della
Shoah e l’abbandono di ogni eccesso di memoria vittimistica in
favore della consapevolezza che solo evitando tardive rivalse contro
le violenze subite è possibile non realizzarne a propria volta.
Un ebraismo virtuale può diventare un’arma carica,
che imbalsamando il passato nega alla Storia la possibilità di
produrre, proprio dagli errori, un nuovo migliore. (A. Steffenoni)
EBRAISMO VIRTUALE,
Ariel Toaff, Rizzoli, 137 pagg., 12,00 euro
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| Mentre
Formigoni canta il modello lombardo come esempio per tutta Italia, mentre
la Lega sbraita contro clandestini e zingari, al Nord mafia e affari,
criminalità organizzata e colletti bianchi, stringono patti sempre
più ricchi nel silenzio tombale di politica e informazione. Il
riciclaggio dà lavoro a molti e i soldi facili fanno gola anche
alla cosiddetta industria legale. Ogni tanto un arresto, un morto dicono
che qualcosa nel ricco settentrione non va, ma nessuno sembra interessarsene.
Dalla fine degli anni Settanta, ‘su’ al Nord, le mafie ripuliscono
denaro, recuperano crediti per gli imprenditori, ‘aggiustano’
appalti, dirigono il mercato del lavoro, si radicano nel tessuto produttivo
e vendono forza lavoro a prezzi stracciati. Hanno bisogno di aziende
e di partite Iva per ripulire il denaro proveniente dai traffici illegali
e risalgono lo stivale per aprire il mercato alle loro attività.
Una strada di sangue che Abati e Greganti ripercorrono, tra pentiti
e testimoni, per scrivere un’inchiesta dettagliata e coraggiosa,
narrata con il linguaggio del racconto. Non un vero e proprio romanzo
bensì una narrazione, con nomi e fatti veri, per trasformare
la cronaca in vita vissuta, vivida, drammatica. Lungo un’Italia
che non sembra avere più alcuna possibilità di redenzione.
(W. Pozzi)
POLO NORD. LA NUOVA TERRA DEI
'PADRINI' DEL SUD
Fabio Abati, Igor Greganti, Selene edizioni, 181 pagg. 13,90 euro
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| La
giustizia ha il compito di accertare le responsabilità personali,
una Commissione parlamentare va oltre: vi è lo spazio per giudizi
di tipo etico e politico. È su tale premessa che la relazione
finale sulla Loggia P2 sostiene che essa è “responsabile
in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra
economico, organizzativo e morale” della strage dell’Italicus;
che è una “struttura plastica rispetto al potere”
in grado di sostituire la fase eversiva dei primi anni ’70 con
quella “in doppiopetto degli Ortolani e dei Calvi” successiva
alle elezioni del ’76; che in merito al ruolo dei Servizi l’analisi
che li vuole ‘inquinati’ sia altamente riduttiva e molto
più veritiera quella che li vede ‘inquinanti’ del
sistema democratico. Quanto fosse pericoloso quel nuovo fascismo
alla P2 auspicato dalla loggia era quindi già stato ampiamente
compreso nel 1984, quando Tina Anselmi presentò la relazione.
Malgrado ciò, oggi il Piano Rinascita sta per realizzarsi. Occorre
quindi andare a rileggere questa relazione, per comprendere quanto il
percorso ora arrivato alla fase conclusiva – politica e costituzionale
– sia in realtà iniziato con la Seconda repubblica; quanto
vi abbiano contribuito tutti i governi da allora succedutisi, di desta
o di centrosinistra che fossero, con la loro politica economica innanzitutto.
(G. Cracco)
DOSSIER P2,
La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla Loggia massonica segreta di Licio Gelli, Kaos edizioni,
315 pagg., 17,00 euro
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Dicembre 2008- Gennaio
2009 (PaginaUno #10) |
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| La
noia quotidiana prende forma e si fa opprimente non appena April e Frank
Wheeler, giovane coppia borghese degli anni Cinquanta che vive nei sobborghi
di New York, si scontrano con il loro falso anticonformismo e la vacuità
delle rispettive scelte. L’unica soluzione sembra essere la fuga
nella vecchia Europa, alla ricerca dei sogni e degli ideali di un tempo.
Ma gli impedimenti o forse la paura del cambiamento, giocheranno un
ruolo decisivo, rendendo impossibile il risveglio delle coscienze ormai
standardizzate.
In un crescendo di emozioni, l’autore analizza minuziosamente
il disagio dei protagonisti, e lo rende sentimento comune, fino al tragico
finale che suona come un monito a non perdere il proprio spirito critico.
Attraverso la scrittura di Yates e i suoi dialoghi realistici ed estremamente
attuali, una spietata analisi delle chimere offerte dalla società
di allora, del tutto simili a quelle che ancora oggi inseguiamo. (D.
Terraneo)
REVOLUTIONARY ROAD,
Richard Yates, minimum fax, 405 pagg., 11,50 euro
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| Un
romanzo in cui non ci sono lucchetti, né notti prima degli esami
e niente mare di Santorini davanti al quale chiedersi ‘che ne
sarà di noi’. Marcello, a fine maturità, vive il
quotidiano dell’estate bolognese, in fondo alla quale si acquatta
l’inoffensivo babau dei test universitari. Giornate di caldo colloso,
serate di birra con gli amici, e l’amore per l’ondivaga
Cate che corrode ogni pensiero.
Un giro per il web, l’invio ozioso di un curriculum ovviamente
spoglio ed ecco la grande svolta, il lavoro: cartellino e busta paga,
in una famiglia in cui il lavoro ha da sempre contorni fluidi e irregolari
– la madre funambola delle parole, il padre custode delle ‘cose’
e del teatro.
Il datore di lavoro è la discutibile Mc Donald’s e Cate
inorridisce sciorinando horribilia sulla corporation, ma Marcello
accetta, per sentirsi “adatto a un ruolo”. Esperienza
in un familiare non-luogo dall’altra parte del bancone: le assurde
regole, i rapporti gerarchici, l’assenza di coscienza sindacale,
la miope prospettiva degli store manager. Ma anche una diversa scansione
del tempo, la responsabilità dell’impegno sottoscritto,
la fatica fisica. Marcello è conscio di far parte di un meccanismo
di mercato “dilatabile come una gomma da masticare”, lo
strappo è inevitabile ma la diversa consapevolezza di sé
nata dal lavoro lo traghetterà verso scelte importanti.
Romanzo di (in)formazione nel quale, grazie a una scrittura puntuale,
intensa e sensibile, entriamo con lo sguardo disarmante di un ventenne
nella realtà locale della multinazionale. Un impero del profitto
infiltratosi nel nostro paesaggio urbano ed emotivo, e diventato parte
integrante del nostro vissuto. (L. Viarengo)
GENERAZIONE MCDONALD'S,
Francesca Mazzucato, Marlin editore, 190 pagg., 13,50 euro
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| Tre
storie: l’ascesa di Sanguetta da spacciatore a capocamorra, l’inchiesta
di America, poliziotto della Digos al soldo del boss Sarracino e l’ingresso
nella lotta armata di Chimicone, liceale deluso dalla politica. Cinque
anni: dal 1988 al 1993. E
una scrittura frenetica che modula l’uso dell’Io narrante
su tre differenti registri linguistici. Con questi ingredienti, sul
filo delle tre vicende intrecciate fino a diventare una, l’autore
narra il sanguinoso cambio al vertice della Camorra e la disgregazione
della vecchia classe politica corrotta, sepolta da avvisi di garanzia.
Ma La città perfetta è una metafora per raccontare l’Italia
di ieri e di oggi. Una Napoli elevata a corposa rappresentazione della
morte e della cinica conservazione di un Sistema. E mentre il Pci cambia
pelle e svende la sinistra allo Stato e alle privatizzazioni; mentre
operai e studenti abbandonati dal partito si mobilitano contro la dismissione
dell’Ilva e della scuola pubblica, nuovi poteri subentrano nell’ombra.
Emblematica l’apertura del romanzo con il Milan che batte il Napoli
(1988) in un match, simbolo di un potere che in apparenza passa la mano
ma che, come avvisa uno striscione dagli spalti – “Berlusconi
è come De Mita” – nella sostanza sta solo indossando
una nuova maschera. (W. Pozzi)
LA CITTÀ PERFETTA,
Angelo Petrella, Garzanti, 507 pagg., 17,60 euro
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| Un’intera
famiglia sterminata e l’unico sopravvissuto, introvabile; forse
morto anch’egli, forse fuggito; vittima o colpevole. Tuttavia
i fantasmi dei cinque morti di via Pasubio e via Castellini non sono
gli unici ad aleggiare sopra un’afosa Milano agostana: anche il
commissario Campos ha i propri, e la resa dei conti con loro è
molto più difficoltosa di quella con il colpevole della strage.
Perché a ben guardare, colpevoli di qualcosa crediamo di esserlo
sempre, per amore, per odio, per senso di colpa o responsabilità:
“Insieme, legati, allacciati. Tutti nella stessa gabbia, incatenati
a un eterno presente”. E allora giudicare diventa difficile, condannare
ancora di più. Un romanzo che indaga l’animo umano con
lo stesso ritmo incalzante riservato all’inchiesta poliziesca,
ma tanto consegna a quest’ultima, dopo i misteri e i colpi di
scena, le risposte finali, tanto lascia al primo, intatta e irrisolta,
la complessità dei rapporti personali. Un giallo solo apparentemente
consolatorio: perché se è vero che il colpevole è
consegnato al lettore, dove stia la colpa non è altrettanto
chiaro. Forse perché risiede nelle relazioni umane, quando dietro
l’affetto nascondono catene. E allora l’unica salvezza,
per se stessi, è liberarsene. Morti o vivi che siano, i propri
carcerieri. (G. Cracco)
VIETATO GIOCARE CON LA PALLA,
Antonio Steffenoni, Carte scoperte, 359 pagg., 18,50 euro
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| Tam
Docherty, scrittore – e nipote dell’omonimo personaggio
di McIlvanney che, in Docherty (1975), dal fondo di una miniera sognava
un futuro nel quale trionfassero i valori della classe lavoratrice –
seduto nel suo solitario appartamento a Edimburgo, ricorda un viaggio
che da Grenoble lo riporta alla nativa Graithnock. Ma fin dalla prima
pagina si comprende come si tratti di un viaggio metafisico che lo riconduce
a una Graithnock cristallizzata nell’estate del ’55, “un
ghetto nel tempo”, punto di partenza e di arrivo del frammentario
bildungsroman che, in un’alternanza di piani temporali, si ricompone
sotto gli occhi del lettore. L’anelito letterario del diciassettenne
Tam (“un’età da cui pensi non verrai mai fuori”),
le sue esilaranti quanto fallimentari iniziazioni sentimentali e sessuali,
il valore delle relazioni familiari, il lavoro manuale e quello intellettuale
come porte differenti attraverso le quali tentare di accedere alle ragioni
dell’esistenza: scatole cinesi con le quali la scrittura ironica
e penetrante di McIlvanney mostra lo snaturamento di un’intera
classe sociale e la solitudine di chi ha compreso che cultura e conoscenza
non costituiscono armi sufficientemente potenti per opporvisi, pur senza
perdere la speranza. Come sempre, ironia, senso di appartenenza, impegno
e sympatheia nelle pagine di questo grande scrittore contemporaneo.
(L. Viarengo)
LA FORNACE,
William McIlvanney, Giovanni Tranchida Editore, 402 pagg., 19,50 euro
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| Saggistica
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| “La
democrazia è un prodotto instabile; è il prevalere (temporaneo)
dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l’eguaglianza”.
La democrazia riaffiora come tematica, oggi spesso trascurata, in questo
saggio esaustivo di Luciano Canfora. Dalla dittatura periclea alla più
recente guerra fredda, dai delitti dei regimi reazionari alla “ferocia
belluina del governo borghese contro il proletariato che si ribella”,
Canfora non tralascia alcuno degli avvenimenti principali che hanno
costruito lo Stato democratico moderno e che hanno fondato sul sangue,
sui capovolgimenti di fronte e sulle rivolte, un’istituzione decantata
dalla nostra Costituzione. Il reiterarsi di meccanismi sociali mai abbandonati,
mai superati e forse mai voluti migliorare, fattori di comodo per le
classi dominanti, è la chiave con cui l’autore vuole trasmettere
un messaggio ben chiaro: “nel mondo ricco, ciò che ha vinto
è la libertà, con tutte le terribili conseguenze che questo
comporta. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà
pensata daccapo, da altri uomini”.
Col mito della ricchezza l’uomo trova il modo di strumentalizzare
l’opinione pubblica, e le scelte politiche risultano essere niente
di più che il frutto del mito a cui il popolo è devoto.
(D. Corbetta)
LA DEMOCRAZIA Storia di un’ideologia,
Luciano Canfora, Laterza, 452 pagg., 11,00 euro
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| La
verità giudiziaria archivia come suicidi le morti di Castellari,
Cagliari e Gardini, consegnandole come tali anche alla Storia e al sentire
comune: martiri di Tangentopoli, vittime dell’atmosfera
di terrore e infamia creata dai giudici. Il magistrato Almerighi le
indaga nel dettaglio, mostrando le macroscopiche incongruenze delle
tre archiviazioni per suicidio: la pistola di Castellari e l’assenza
di impronte, nel raggio di 100 metri dal corpo, degli animali che avrebbero
dovuto scarnificarne il volto e le mani; l’ematoma cerebrale e
le ecchimosi sul viso rilevate nell’autopsia di Cagliari; le contraddittorie
testimonianze sull’ora del ritrovamento del cadavere di Gardini
e il suo rapido ‘sequestro’ dalla camera da letto –
lenzuola e cuscini compresi – inquinata nelle prove dal passaggio
di fin troppe persone prima dell’arrivo della polizia scientifica.
Incoerenze talmente evidenti che l’unica cosa che può essere
affermata con certezza è che non si sia trattato, in nessuno
dei tre casi, di suicidio. “Anche il Sistema uccide. Uccide chi
diventa inaffidabile”. E Almerighi lo dimostra, oltre ogni ragionevole
dubbio. A restare avvolte nel mistero, sono solo le responsabilità
criminali di quel Sistema; lui sì, ancora oggi vivo e in buona
salute. (G. Cracco)
TRE SUICIDI ECCELLENTI Castellari Cagliari Gardini,
Mario Almerighi, l’Unità, 219 pagg., 6,90 euro
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| Fuorviante
il Sarkozy in copertina, privo del sottotitolo Di che cosa è
il nome?: non dell’uomo politico in sé Badiou si occupa
– sebbene nella prima parte analitica inquadri la figura di questo
“Napoleone piccolo piccolo” che fa “delle trovate
mediatiche, dell’amicizia dell’alta finanza e degli intrighi
di corridoio il segreto della politica”, “servo degli indici
di borsa e autore prolifico di leggi scellerate”, costringendo
il lettore italiano a sincerarsi più volte che il personaggio
non sia un altro, a lui ben più noto. In realtà, questo
saggio breve e denso rappresenta l’analisi, la diagnosi, e la
possibile cura al tragico presente di congiuntura ideologica nel quale
viviamo e del quale la salita al potere di Sarkozy è un effetto,
non una causa. Come nel caso di Berlusconi in Italia, dove tuttavia
non sembra emergere un pensiero intellettuale limpido quanto quello
di Badiou. Una riflessione – sul voto come “disorientamento
organizzato che dà mani libere all’apparato di Stato”,
sulla paura come forza propulsiva della politica, sull’astenia
depressiva della sinistra – che porta alla stesura di otto punti
in cui articolare la simbolica cura di un’azione collettiva nuova,
al di fuori dello stato dominante delle cose, senza invocare la ricostruzione
di una sinistra ormai definitivamente scomparsa: “elevare l’impotenza
all’impossibile”. (L. Viarengo)
SARKOZY,
Alain Badiou, Cronopio, 2008, 139 pagg., 14,50 euro
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| Ottobre-Novembre 2008
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| Lampare,
controvento, approdo, furfante. E poi merluzzi e sbirri, vascelli e
respiri. Parole rubate da Sammartino a una rete di pescatori e divenute
letteratura.
La tragedia è purtroppo vera, e risale alla notte di Natale del
’96, quando al largo di Portopalo, Canale di Sicilia, il peschereccio
F174 si infila dentro il mare. Trasporta migranti partiti da India,
Pakistan, Sri Lanka. Mentre i pezzi dei loro corpi si impigliano nelle
reti, i superstiti, a riva, denunciano l’accaduto, ma non sono
creduti e una sfilza di verbi al condizionale schiaccia ancora più
in fondo il relitto nell’oceano. «Sarebbero annegati
in un presunto naufragio…» Solo i quotidiani il
Manifesto e la Repubblica, aiutati dalla testimonianza del pescatore
Salvatore Lupo, si interessano al naufragio. Nessuno organizzerà
mai il recupero dei cadaveri.
Sammartino affida la cronaca all’arte, e con lirica sapiente in
cento pagine narra lo sfacelo. “Dodici su cento/Sono dodici su
cento/i sogni migranti dei popoli erranti/Dodici su cento/le rotte viandanti
condannate al naufragio/Dodici su cento/il prezzo dei sogni senza permesso
di ingresso…”
Poesia per un gelido dato: 12%. Tante, si stima, le cosiddette ‘navi
fantasma’ che non raggiungono la riva. Ma tra mille schiamazzi
questo grido rimane inascoltato.
“Se ci fosse davvero silenzio si potrebbe udire, anche solo per
un istante, il mormorio della terra. Forse echi d’oceano o memorie
sotterranee di remote galassie o lamento di antenati tornati dal paese
dei morti dopo aver consumato la polvere. Se ci fosse davvero silenzio
si potrebbero ascoltare le storie”. Così avverte il testo,
e ci artiglia la coscienza. (A. Giordano)
UN CANTO CLANDESTINO SALIVA DALL'ABISSO,
Mimmo Sammartino, Sellerio, 128 pagg., 9,00 euro
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| Matteo
Colò non ce la fa più. Trascorre le notti all’osteria
per sfuggire alla moglie che, a sessant’anni suonati, ha iniziato
ad attenderlo nel letto, ben sveglia e trepidante. Le donne di Borgo
Torre sembrano essere “vittime di attacchi di concupiscenza”
per la gioia di (quasi) tutti i mariti e fidanzati; affollano il confessionale
di don Giuseppe, recitano contrite i pateravegloria e tornano a peccare
la notte seguente. Ma un simile uragano di sensi non può lasciare
illesi i già precari equilibri di un paesino di poche anime,
ancor meno nel 1950. Perché al desiderio non si comanda. E se
il sindaco è l’ex podestà, oggi iscritto nelle fila
della Dc, l’impenitente sciupafemmine un ex partigiano, ora ideologo
del Pci locale, e il Ventennio ha lasciato conti in sospeso, anche ciò
che accadde nelle camere da letto può avere risvolti politici.
In un esilarante incalzare di colpi di scena Nizzi tratteggia con acuto
umorismo e leggerezza l’immediato dopoguerra in un paese nel quale
“a nord della strada vivevano le famiglie ricche o benestanti
e a sud quelle povere o poverissime, raccolte in un gruppo di case chiamato
Piccola Russia, ritenuto un covo di comunisti e sovversivi”. Le
armi sono state sotterrate ma Borgo Torre, schietta collina emiliana,
sotto l’apparente tran tran quotidiano è tutt’altro
che pacificato e con ironico disincanto sa ben difendersi dai fascisti,
picchiatori o incravattati, anche in tempo di pace. (G. Cracco)
L'EPIDEMIA (I peccatori di Borgo Torre),
Claudio Nizzi, Mobydick, 157 pagg., 13,00 euro
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| L’Habana,
oggi. Mario Conde, l’ex poliziotto che Leonardo Padura Fuentes
ha reso celebre, alle prese – come la città in cui vive
- con i problemi della sopravvivenza, ha scoperto una nuova professione,
sua unica àncora di salvezza: commerciare in libri antichi. Ma
proprio a partire da un libro, e da un ritaglio di giornale nascosto
fra le pagine, l’ex poliziotto finisce per trovarsi immischiato
in un intrigo che si snoda fra l’attualità del castrismo
in difficoltà e il passato ai tempi – gli ultimi tempi
– del dittatore Fulgencio Batista. Perché è proprio
in quei giorni che sono maturati i presupposti del mistero che oggi
Mario Conde vuole risolvere.
Con grande maestria Padura Fuentes intreccia la storia personale di
Conde con la storia politica dell’isola di Cuba, nei suoi difficili
passaggi dalla dittatura filoamericana al socialismo castrista, e porta
il lettore fra i vicoli miseri e oscuri della città, popolati
dei pochi coraggiosi che resistono e restano fedeli agli ideali e dei
molti che scelgono le vie più violente per sopravvivere.
Scritto con la leggerezza tragica di un bolero e costellato di scelte
stilistiche e trovate di intreccio di grande suggestione, il romanzo
si congeda dicendo: “L’unica cosa sicura era che la vita,
a volte, può assomigliare troppo a un bolero e l’unica
via d’uscita elegante è affidarla, con tutte le sue pene
e le sue gioie, a una voce capace di alleviarne la sostanziale fatalità:
una voce calda”. Diremmo noi, come quella di Padura Fuentes. (A.
Steffenoni)
LA NEBBIA DEL PASSATO,
Leonardo Padura Fuentes, Tropea, 350 pagg., 16,90 euro
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Ottobre-Novembre 2008 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #9) |
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| Due
iraniane, madre e figlia dirette a Lione, finiscono sprovviste di visto
di ingresso in un centro di permanenza temporanea nei pressi di Torino.
Inizia qui la loro avventura in un mondo dove una parte di umanità
viene reclusa e privata a tempo indeterminato del diritto di esistere:
sono gli irregolari nel nostro Paese, tutti indistintamente accatastati
in uno spazio concentrazionario, nell’attesa di essere traghettati
in un altrove ancora più drammatico, spesso dopo essere stati
sfruttati come manovalanza clandestina. Il romanzo di Scaglione vuole
essere testimonianza di una realtà della quale è difficile
sapere. Infatti nei Cpt istituiti dalla legge Turco-Napolitano, poi
modificata dalla Bossi-Fini, l’ingresso pare più volte
interdetto ai rappresentanti di Ong, come ad avvocati, giornalisti,
parlamentari, mentre ci arrivano, quasi inavvertitamente, notizie di
morti sospette. Lo sguardo che viene reso nel libro è quello
di una ragazzina, Sharmin, che proprio nel campo freddo di quel Cpt,
tra una partita di pallone e l’altra, racconta l’Italia
che ha sempre idealizzato.
Un’Italia sorridente, generosa, che punta i riflettori sull’abbraccio
dei campioni di calcio. Ma qui le luci sono spente e l’ombra della
disillusione si fa sempre più cupa e allarmante. (L. Ravera)
CENTRO PERMANENZA TEMPORANEA VISTA STADIO,
Daniele Scaglione, Edizioni e/o, 151 pagg., 12,50 euro
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| Nel
1960 i fascisti ci sono ancora, e forti dell’appoggio al governo
Tambroni indicono a Genova il proprio congresso. La città insorge
e ne ottiene l’annullamento. Le proteste non rientrano, la questione
diventa un’altra: è ora che l’Msi sia dichiarato
illegale, come sancisce la Costituzione. Insorgono Licata, Roma, Reggio
Emilia, Palermo e Catania, i sindacati dichiarano lo sciopero generale.
In piazza scesero gli ex partigiani, i loro figli, gli operai, i contadini,
i ragazzi delle magliette a strisce. In vendita a 300 lire nei grandi
magazzini di un’Italia in crisi economica, quelle magliette non
erano di moda ma andarono a ruba, finendo per connotare socialmente
una rivolta. “Ai cortei è meglio andarci con un fazzoletto
di tela, perché se la polizia spara e resti ferita, lo puoi fare
a pezzi e usarlo come legaccio per bloccare l’emorragia”.
Il ministero degli Interni autorizzò l’uso dei mitra e
in quattro giorni furono uccisi dodici manifestanti. L’Msi non
fu messo al bando. Un libro incalzante come un romanzo e più
minuzioso di un saggio storico, nel quale Colombo mostra la piazza ma
anche il parlamento, facendo luce sulle convenienze politiche che agirono
sulla testa dei manifestanti. Nel 1960, i valori della società
civile erano ancora i valori della Resistenza; quelli della classe politica
erano già i medesimi di oggi. (G. Cracco)
L’ESTATE DELLE MAGLIETTE A STRISCE. Luglio
1960, la rivolta contro Tambroni, Diego Colombo, Sedizioni,
230 pagg., 14,00 euro
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| In
concomitanza con l’ennesimo progetto di fregolismo mercantile
– o di stupro sociale, a seconda di come lo si guardi –
ovvero la morte annunciata degli atenei che non accetteranno di diventare
enti di diritto privato, è uscita sugli scaffali questa raccolta
di quattordici racconti legati dal filo rosso dell’ambientazione
accademica. Sa bene di che parla Alessandro Dal Lago, preside della
facoltà di Scienze della formazione all’università
di Genova dal ricco curriculum accademico, quando, accomunandoli sotto
il nome di Conti, ritrae vizi e virtù di personaggi ai quali
è – almeno teoricamente – demandato il nutrimento
culturale delle nuove generazioni. L’Alma Mater, ovvero la madre
nutrice – locuzione che l‘Università ha mutuato dal
De rerum natura – non sembra capace di fornire alcun nutrimento,
ma solo di generare docenti snaturati da una costante “ricerca
della propria esistenza di professore” che sarebbe troppo semplicistico
bollare come mediocrità. Più preciso il Conti del bellissimo
Non giudicate!, quando lo definisce “il nostro piacere onanistico”.
Figure sgradevoli – qualcuna “pvopvio una mevda” come
il Conti del Diamogli ventisette – e figure degne di rispetto,
alcune delle quali davvero luminose nella loro miseria. Ma tutte, alla
fine, intrappolate negli ingranaggi della discussa e discutibile azienda
universitaria. (L. Viarengo)
ALMA MATER,
Alessandro Dal Lago, manifestolibri, 256 pagg., 18,00 euro
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| Saggistica
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| Nel
1862 l’unità d’Italia è un fatto. Rimangono
sul tavolo i problemi culturali, ovvero: fare gli italiani. Con leggi
fresche, il Governo d’Italia introduce l’obbligatorietà
della Leva e della scuola, oltre a nuove norme per l’Amministrazione
locale.
Anche il commercio ha le sue esigenze. A questa bisogna, Gaetano Marini,
ex garibaldino ora passato all’amministrazione civile, parte da
Torino con il compito di estendere le nuove unità di misura al
sud appena ‘conquistato’. Il compito del ‘verificatore
di pesi e misure’ consiste nell’introdurre in questo lontano
circondario, la lira e il chilo, il metro e il litro, al posto dei vecchi
rotoli, tarì, palmi e quartucci (per altro diversi da zona a
zona). Sembra niente dirlo. Approdato a Bivona, piccolo paese nella
provincia di Girgenti, il forestiero attira su di sé l’ostilità
dei Signori e delle camarille. Inizia così una disavventura surreale
che conduce il funzionario a scontrarsi tanto con il potere locale quanto
con quello centrale di Torino. Questo libro è la raccolta di
tre saggi dell’epoca che descrivono una vicenda italiana emblematica
dei tanti vizi e delle poche virtù di un sistema di potere che
nel tempo non è mai cambiato nella sostanza. (W. Pozzi)
GAETANO MARINI VERIFICATORE DI PESI E MISURE,
Pasquale Marchesi, Sellerio editore, 169 pagg., 10,00 euro
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| ‘Uno
Stato nello Stato’: è tale l’impalcatura ideologica
messa in atto a celare la struttura della mafia, fin dalle sue origini,
che ancora oggi è difficile scardinare l’impostura di una
simile affermazione nel sentire comune degli italiani. Al contrario,
mafia, ’ndrangheta e camorra, oltre a essere un fenomeno unitario
e nazionale, sono parte integrante della storia d’Italia e con
quello Stato, fin dai suoi albori, hanno condiviso interessi, progetti
e vedute politiche. Ciconte, appoggiandosi a una ricca e dettagliata
documentazione che ha attraversato, pur in sordina, più di un
secolo, traccia la loro l’evoluzione, le forme organizzative,
mostra la creazione di rituali e leggende atte a elevarle moralmente
ed evidenzia la costruzione di un’armatura ideologica mirata a
celare le connivenze politiche; connivenze che fin dall’Unità
hanno creato uno scontro acceso tra quella magistratura che della mafia
riconosceva il peso criminale, l’organizzazione complessa e il
potere e quella politica che per interesse negava la sua esistenza.
“La maffia che esiste in Sicilia non è pericolosa, non
è invincibile di per sé, ma perché è strumento
di governo locale”. Lo affermava già Diego Tajani, procuratore
generale di Palermo nel 1871. Dice bene Ciconte: l’ascesa di mafia,
’ndrangheta e camorra era resistibile. Se lo Stato avesse voluto
resistergli. (G. Cracco)
STORIA CRIMINALE. La resistibile ascesa di mafia,
’ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri,
Enzo Ciconte, Rubbettino, 432 pagg., 14,00 euro
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| "La
parola zingaro è diventata offensiva, per cui essi stessi e i
loro amici evitano di pronunciarla. Una volta non lo era... ".
Non chiamarmi zingaro, racconta le difficoltà con le quali rom,
sinti e kalè convivono giornalmente. Nel libro, eventi di cronaca
drammatici tra cui l'incendio di Livorno e la vergogna di Opera si intrecciano
a storie di sinti e rom inseriti nella società dei gagè:
medici, preti, artisti, infermieri, fornai; realtà quotidiane
che hanno dello straordinario. Inoltre, viene affrontata la condizione
di rom e sinti in Italia, Romania, Bulgaria e Francia dove ogni anno
a Saintes Maries de la Mer avviene il pellegrinaggio da Sara la nera,
loro patrona. Nulla cade nell'oblio per Petruzzelli. In chiusura, viene
narrata la vicenda di Mariella Mehr, scrittrice jenisch, vittima del
programma della Pro Juventute "Bambini di strada" che in Svizzera,
in collaborazione con le autorità cantonali e comunali, causò
il sequestro di centinaia di bambini jenisch, sottratti alle loro famiglie.
Un libro, questo, che ci insegna ad ascoltare anche l'altra verità,
quella ingombrante, che qui trova la sua voce il suo mezzo di espressione
e la sua risonanza. (F. Fossati)
NON CHIAMARMI ZINGARO,
Pino Petruzzelli, Chiarelettere 2008, 227 pagg., 12,60 euro
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Giugno - Settembre 2008 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #8) |
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| “Non
erano l’eventuale imbrogliata all’amico, le fatture false,
l’evasione fiscale a preoccupare sua madre, ma le amicizie femminili,
il sesso, il sesso!”
L’ipocrita perbenismo della provincia fa da sfondo alla saga dei
Baragiola, industriosa famiglia lariana “presa dal lavoro come
un apostolato, che non leggeva libri e poco anche i giornali, incapace
di comprendere la necessità civile della cultura. Votavano tutti
‘turandosi il naso’, qualunque partito scegliessero, perché
odiavano la politica considerandola un’inutile escrescenza sulla
pelle della società”. Gli euforici anni ’80 sono
appena alle spalle, Tangentopoli e la crisi economica un’amara
sorpresa ancora non rivelatasi; la Baragiola e figli va a gonfie vele
ed elargisce profitti e miliardari fondi neri, accumulati nelle banche
svizzere, nel Liechtenstein, in Lussemburgo. Ascesa e declino di una
famiglia nella quale il mito del denaro è congenito e trasmesso
di padre in figlio, unito alla convinzione che “il successo economico,
unico tipo di successo riconosciuto, fosse conseguenza delle qualità
morali dell’individuo”. È l’Italia che saluterà
con entusiasmo ‘la discesa in campo’ di Berlusconi due anni
dopo; un arguto ritratto sociale, nonostante la raffinata penna della
Berra non sempre abbia il coraggio – o la volontà –
di graffiare. (G. Cracco)
NEL BOZZOLO DORATO,
Laurana Berra, Mobydick, 217 pagg., 15,00 euro
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| Pietro,
Abraham, Jean e Maurice, “sono compagni che nessuno chiama compagni”:
sono trotskisti, prigionieri, nell’autunno del ’43, nel
campo partigiano di Raffy. Pietro è Pietro Tresso, detto Blasco,
uno dei fondatori nel ’21 del Pcd’I. Mescolando realtà
storica e finzione, Tassinari traccia la vicenda di Blasco e Debora
Seidenfeld, detta Barbara, la sua compagna, divenuti trotskisti e quindi
“traditori in combutta con il nemico” dopo l’ascesa
di Stalin al potere; l’espulsione dal Pcd’I sotto la direzione
di Togliatti, le calunnie, le umiliazioni, l’isolamento e, infine,
il drammatico epilogo nel campo di Raffy, sono l’amara rappresentazione
di ciò che accade quando gli ideali si trasformano in cieca fede
ortodossa, quando “nell’azione politica di ogni giorno,
un po’ di odore d’incenso e di sagrestia pare proprio di
sentirlo”, quando l’egemonia dell’obbedienza prevale
sulla libertà di pensiero e l’indottrinamento trasforma
“l’istinto di un potenziale ribelle in quello di un cane
da guardia”. Blasco e Barbara, che la Storia dei vincitori ha
cancellato dalla memoria, ci ricordano che gli ideali comunisti non
sono lo stalinismo. E oggi più che mai, davanti a partiti di
‘sinistra’ orgogliosi di aver abbandonato i principi comunisti
a favore di una nuova fede – il neoliberismo – occorre ricordarlo.
(G. Cracco)
IL VENTO CONTRO,
Stefano Tassinari, Marco Tropea Editore, 187 pagg., 13,00 euro
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| Le
stazioni intermedie del tratto ferroviario Lecce-Stoccarda scandiscono
i capitoli del libro, e il bambino Mario, dieci anni, racconta con la
vivezza della calata leccese il viaggio-simbolo, uno dei tanti viaggi
mensili nel quale lo imbarca la madre – aggregandolo a una famiglia
emigrante scelta di volta in volta – mentre il padre, professore
a Bergamo, lo attende non senza trepidazione a Milano.
Un’avventura nella quale Mario può dare la stura al proprio
estro di affabulatore – “da grande” Mario Perrotta
è attore e regista – assorbendo e rimandandoci storie,
riflessioni e personaggi dell’epica migratoria italiana. Uno sguardo
solo artatamente infantile, per permettere a Perrotta di affrontare
con leggerezza e ironia un tema dai risvolti tragici. Il ritmo del parlato
rivela, sulla pagina scritta, qualche reiterazione di troppo ma è
una pena lieve in cambio di momenti quali la partita di calcio tra capitalisti
e marxisti, la genesi della Lega attraverso Schwarzenbach, o la discesa
dantesca in miniera. Si sorride amaro, perché dietro le osservazioni
pragmatiche o ricche di pietas del bambino Mario, la voce adulta e accusatoria
di Perrotta ci ricorda miserie e tragedie di un popolo dallo sguardo
sospeso di viaggiatori perenni. Un bel promemoria per chi è pronto
oggi a trasformarsi da vittima in carnefice. (L. Viarengo)
EMIGRANTI ESPRÈSS,
Mario Perrotta, Fandango Libri, 148 pagg., 14,00 euro
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Aprile - Maggio 2008 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #7) |
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| Niente
oro di marottiana memoria, nella Napoli di Andrej Longo. Quello che
lo scrittore dipinge è il terreno di coltura della camorra: la
realtà delle periferie, della disperazione, della solitudine
e dell’assenza totale di sentimenti, nella quale l’espressione
d’amore più forte è rappresentata dalla speranza
di un padre che il figlio non finisca come lui, uomo con la pistola,
o dalla decisione di una madre di liberare la figlia – già
in abito nuziale – dai ceppi di un matrimonio con ‘o malamente
del quartiere. Ma quella che Longo ci descrive è anche una realtà
adolescenziale di ricchezza illecita, preclusione a qualunque futuro
diverso.
Dieci, come i comandamenti. Un’interpretazione tutta napoletana
delle leggi bibliche attraverso le voci di altrettanti personaggi .
La narrazione in prima persona, tagliente e asciutta, regala scorci
tragici – ma privi di melodrammaticità – conservando
una naturale vis comica grazie all’espressività della parlata
dialettale, efficacemente calibrata. Una visione disperante, sebbene
traspaiano a volte, specie nei personaggi femminili, un’energia
e un desiderio di riscatto molto simili alla speranza di un’alternativa.
Quasi che sullo sfondo una voce nota chiosi: “Ha da passa’
‘a nuttata…” (L. Viarengo)
DIECI,
Andrej Longo, Adelphi, 144 pagg., 15,00 euro
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| Liborio
Cappa è geniale, anticonformista, dipoenge (dipinge poetando),
non tollera “il neon, i laminati plastici, le auto di grossa cilindrata,
i cibi surgelati e la civiltà di massa”; l’altro
Liborio Cappa, il cugino omonimo, ha “la casa ultramoderna, la
Giulia Super e le conoscenze altolocate” e 127 spine nell’appartamento,
comprese quelle dello spazzolino elettrico e del nettascarpe. Siciliani
immigrati nella Milano dei primi anni ‘60, i due cugini si scambiano
ruoli e mogli in una girandola incalzante di equivoci, inganni e situazioni
surreali, e mentre Liborio cerca strenuamente di difendere la propria
personalità contro i rigori della tecnica e l’omologazione
di massa, in “un tentativo donchisciottesco di andare all’assalto
dei calcolatori elettronici armato del pennello e della colla”,
la moglie Enula si ritrova “inconsciamente attratta dalle ‘e’
accentate”: “veste in lamé, beve frappé, balla
yé yé, frequenta attaché, maison de beauté
e cabaret, prende cachet, odia i grossier e sogna chalet”. ‘Libero
perché scapolo’, si può affermare parafrasando un
dipoento di Liborio; ma Liborio è sposato e la società
dei consumi una ragnatela tessuta da più ragni. Esilarante l’ironia
pacata, sottile e intelligente di Domina – classe 1922: umorismo
d’altri tempi, vien da dire, con rimpianto. (G. Cracco)
LA MOGLIE CHE HA SBAGLIATO CUGINO,
Umberto Domina, Sellerio, 197 pagg., 10,00 euro
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| Un
tempo, dalla luna, si vedeva solo il palazzo di Ceausescu; ora spiccano
i capannoni di lamiera, tirati su uno accanto all’altro nella
campagna, “ognuno col proprio nome in cima come una bandiera”.
In Romania, ora l’oppressione si chiama industrializzazione, lo
sfruttamento delocalizzazione, e hanno il volto del peggiore capitalismo
nostrano: arroganti e mai sazi, “con la boria di chi è
padrone due volte proprio perché in terra straniera”. “Ci
sono passati accanto tutti uguali, prima il cofano del fuoristrada,
poi il gomito dal finestrino, infine gli occhiali da sole sopra il naso.
[…] Siamo tutti pionieri”. Uno produce salotti, uno scarpe,
uno assicurazioni, uno bare. Qui “si sono rifatti una vita. In
Italia non valevano più nulla”. Lorenzo non è mai
stato in Romania; ci va ora, chiamato da un telegramma che lo avvisa
della morte della madre, pioniera, quindici anni prima, tra i pionieri.
Il ricordo degli arrivi, delle partenze, dei giochi e delle mancate
promesse, lo accompagna in un dialogo silenzioso verso la sua bara,
quando per anni non ha fatto altro che aspettare che fosse lei a tornare.
Una visita ai morti, che per trovare pace deve andare oltre le colpe;
mancato rispetto dell’uomo e sfruttamento della miseria sono colpe
dalle quali, al contrario, il capitalismo non può essere assolto.
(G. Cracco)
SE CONSIDERI LE COLPE,
Andrea Bajani, Einaudi, 170 pagg., 14,00 euro
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Febbraio - Marzo 2008 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #6) |
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| «Se
questa vacanza funziona rischia di diventare un esperimento pericoloso:
forse, dopo, non torniamo più a casa». Arles nella follia
delle Notti spagnole, per cinque amiche di vecchia data che, fresche
cinquantenni, si concedono un lungo fine settimana tutto femminile.
Si trovano per rinsaldare il loro legame, lasciandosi alle spalle –
almeno negli intenti – problemi e fantasmi quotidiani. Impresa
ardua perché il passato non è un concetto temporale: s’insinua
nei discorsi, segna i rapporti e sfuma di ‘giallo’ gli assolati
giorni di Arles. Ciascuna avrà modo – in un bagno di flamenco,
rievocazioni, slanci libertari, toreadas, profonde intese, fiumi di
Sancerre e sconforto – di guardare alla propria vita con maggiore
lucidità. Ma solo una avrà il coraggio, alla fine, di
voltare pagina. Vicenda narrata in presa diretta – dialoghi brillanti
compresi – da una delle ‘ragazze’ al suo invisibile
amante di origini spagnole che, con la sua assenza, consente alla protagonista
narrazione e monologo interiore. Un vero hidalgo, questo muto interlocutore.
Lo si intuisce affascinante ma , come spesso accade alla categoria,
non regge il lungo termine. A dire il vero, nessun uomo esce granché
bene dalle pagine di Ragazze.
Il femminino raccontato da un uomo, con sensibilità e ironia
tutte femminili. (L. Viarengo)
RAGAZZE,
Antonio Steffenoni, Carte Scoperte, 206 pagg., 16,50 euro
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| Fuggire
dal golpe cileno per ritrovarsi in Argentina, dittatura dalla forma
più ambigua i cui delitti sono celati dalla propaganda. Il protagonista
è gettato nella clandestinità di una periferia industriale
senza alcun centro, dove la lotta politica è lotta per la sopravvivenza.
“Ci si illude che da ciò lo spirito possa uscirne integro:
ma sempre, al corpo, resta impigliata l’anima”. Attorno
a lui, il popolo sommerso degli sconfitti ai quali l’autore restituisce
voce e poesia. Nessun vincitore nella storia dei vinti, ma chi mette
in gioco tutto può aiutare a schiudere l’orizzonte di un
differente possibile. Capita, leggendo, di trattenere il fiato in attesa
di un gesto che rovesci le sorti. Come il tiro di Rensenbrink al 90°
minuto della finale dei mondiali di calcio del ’78 – partita
con esito già deciso tra Argentina e Olanda – che “entrando
in rete avrebbe dimostrato che nel tessuto monotonamente omogeneo delle
storie già scritte si potevano aprire delle falle, delle discontinuità”.
Alluminio è un racconto popolato di storie, ma anche polifonia
di temi intrecciati a una trama armonica ritmata dal loro ritorno. E’
sguardo e pensiero sul mondo, cura per l’umanità che lo
abita e per la parola che ha il compito di narrarla. (F. Frediani)
ALLUMINIO,
Luigi Cojazzi, Halley editrice (Hacca), 206 pagg., 12 euro
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| “Victoria
ha imparato a notare tutto e a tenerlo per sé. La biblioteca
è chiusa. […] Stanno inventariando i libri. E alcuni, come
per magia, si perdono. Come alcune persone”.
1977, in uno sperduto paese dell’Argentina: da giorni la corriera
non si ferma; la sbarra della ferrovia è abbassata. Nessuno conosce
le ragioni di tale isolamento forzoso, eppure, nessuno se ne dà
pensiero. La corriera che accelera anziché frenare davanti alla
fermata, diviene solo un diversivo stravagante, un evento da non perdere
per il quale vestirsi a festa e uscire. E se la causa di tutto è
– come affermano le voci che iniziano a circolare – la caccia
da parte delle autorità di una sovversiva nascosta nei paraggi,
basta attendere che la catturino e tutto tornerà come prima,
sotto la calda e rassicurante coltre delle piccole abitudini quotidiane,
dei piccoli poteri, dei piccoli domini, pubblici e privati. Una dittatura
ha vita facile, ci dice la Almeida: poggia le fondamenta su cittadini
indifferenti che accettano ogni menzogna in cambio della propria quiete.
In fondo, il regime si presenta bene: “Dovevi vedere che bei tipi!
Com’erano vestiti bene gli agenti, con i capelli a spazzola, i
baffi perfetti. [...] Tengono pulito il paese, ci proteggono. Fanno
in modo che continuiamo a vivere tranquilli”. (G. Cracco)
LA SOVVERSIVA,
Eugenia Almeida, Guanda, 155 pagg., 13,50 euro
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Dicembre 2007 -Gennaio 2008 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #5) |
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| La
Nemesi ha occhi chiari e freddezza di un militare croato. Il pluripremiato
(ex) fotoreporter di guerra Faulques, oggi eremita in una torre sull’isola
di Ibiza, non intende sfuggirle. Mentre dipinge sulle pareti un immenso
affresco circolare, nel quale si mescolano luci e ombre di un’umanità
agonizzante – vuol catturare ciò che mai gli è riuscito
con la fotografia, fredda arte e non documento dell’orrore umano
– è costretto dal suo giustiziere, per il quale una foto
di Faulques è stata la famosa farfalla di Lorenz, a ripercorrere
esperienze ed eventi che lo hanno portato fin lì. Si delinea
così, nell’attesa di una morte annunciata, la teoria del
caos che governa il mondo, “i passi del Caso su una rigorosa scacchiera”.
Simmetrie, linee rette, diagonali che hanno disciplinato le sue foto
prima e la sua pittura adesso, Faulques le ascrive anche alla realtà:
logica e guerra come uniche chiavi possibili di lettura delle umane
vicende. Arturo Pérez-Reverte non lascia dubbi: fedele alla spaventosa
simmetria della sua natura intelligente, l’uomo è il più
crudele di tutti gli animali anche se “crea eufemismi e cortine
di fumo per negare le leggi naturali. E l’infame condizione che
gli è propria”. Romanzo denso, filosofico, dal finale ineluttabile.
(L. Viarengo)
IL PITTORE DI BATTAGLIE,
Arturo Pérez-Reverte, Tropea, 284 pagg., 15 euro.
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| The
female of the species is more deadly than the male, più
letale del maschio, recita la famosa poesia di Kipling, e questi nove
racconti, perfetti e rigorosamente in prima persona, ne sono la dimostrazione,
come suggerisce il sottotitolo della versione originale, storie di mistero
e suspence, scomparso nella traduzione in italiano. Angoscia degna del
miglior Poe e scandaglio psicologico della migliore Woolf: Joyce Carol
Oates svela le pulsioni nascoste dell’animo femminile, la violenza
presente nelle femmine di ogni specie e che sembra invece sopita nell’uomo.
Nessuna riesce a sfuggire al suo fascino arcano, bambina o vecchia,
privilegiata o miserabile, madre o figlia, moglie o amante: non c’è
differenza anagrafica, sociale, culturale che conti, quando la solitudine
trasforma l’amore in una malattia mortale. Con una lenta metamorfosi
in cui il bene e il male cambiano posto e i legami perdono ogni significato,
le femmine della Oates non ravvisano l’incubo che le avvolge se
non quando tutto è compiuto. Sezionate con chirurgica precisione,
le nove vite ordinate vanno in pezzi, lasciando un’eco di morte
che rimbalza, dannata, da pagina a pagina e ci sussurra: “Potrebbe
succedere a te.” (LaBaer)
LA FEMMINA DELLA SPECIE,
Joyce Carol Oates, Bompiani, 310 pagg., 16,50 euro.
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| Michele
ha 13 anni, Felice ne ha 60; Michele è un borghese, Felice è
un contadino; Michele sa di letteratura e di scienze, Felice è
semianalfabeta. “Per ogni cosa una cosa”. Felice sta perdendo
la memoria e Michele lo aiuta, con tecniche mnemoniche, a ricordare
i nomi degli oggetti, e più Felice dimentica più la sua
mente si espande, costretta a ragionare: le parole assumono la doppia
valenza di significato e significante. “Però perd la memoria
voeur minga dì dumà smentegass di coss, voeur anca dì
smentegass di record” dice Felice. E inizia un’avventurosa
caccia ai ricordi dell’uomo, tra le tessere di un puzzle, rimescolate
e mancanti, memoria di quella casa in cui ha sempre vissuto e di quel
paese, a cui il ventennio fascista ha cambiato nome, teatro di lotte
partigiane. Michele inizia con lo scavare in quella mente e finirà
con lo scavare in giardino, in cerca di una fossa comune, di una Storia
e di una verità che tutti sembrano voler rimuovere, ipnotizzati
dagli sceneggiati televisivi dell’estate del ‘69. Viaggio
alla ricerca di un’identità perduta, simbolo di un’Italia
che ne è divenuta priva, e viaggio psicologico all’interno
di una mente che rivela il dolore, il rimosso e la costruzione arbitraria
di una realtà che non è mai la medesima per tutti. (G.
Cracco)
VERDERAME,
Michele Mari, Einaudi, 164 pagg., 16,50 euro
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Ottobre-Novembre 2007 (PaginaUno
- Percorsi Intellettuali #4) |
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| Idea
davvero felice quella di Elena Stancanelli e della minimum fax di raccogliere
e integrare alcuni pezzi di questa scrittrice e cronista di Repubblica,
legati dal comune denominatore di un vagabondaggio romano fra luoghi,
non-luoghi e ipo-luoghi che forniscono all'autrice lo spunto per un'immersione
in uno spazio ben più profondo, una dimensione introvabile nel
“solito mantra idiota, nella vulgata becera che gira di bocca
in bocca nelle redazioni”, tanto per citare parole della stessa
scrittrice, a proposito dei quotidiani. “Quando il racconto è
la trasfusione di un sentimento, non c'è alcun dubbio che le
parole siano non solo utili, ma necessarie”. E il sentimento c'è
– fortemente condito di ironia, disincanto e provocazione –
nel libro A immaginare una vita ce ne vuole un'altra, titolo mutuato
da una poesia di Victor Cavallo. Come chiarisce l'autrice nelle pagine
di apertura, è solo dalla vita “altra”, quella fatta
di certezze, di paletti, di sicurezza che possiamo lanciarci verso il
caos e il buio di una vita “immaginata”. Questa è
l'operazione che Elena Stancanelli si propone, rileggendo con occhi
diversi un itinerario già percorso. Frammenti di storia, personaggi
famosi e non, realtà sociali e digressioni in questo mosaico
critico di politica, costume, arte che fa di Roma (e non solo) un luogo
metafisico (L. Viarengo)
A IMMAGINARE UNA VITA CE NE VUOLE UN'ALTRA,
Elena Stancanelli, minimum fax, 176 pagg., 11 euro
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| Il
falsario di Caltagirone è un romanzo che unisce Storia e storia.
La Sicilia delle rivolte dei Fasci siciliani, delle elezioni del 1889
vinte dal partito dei circoli operai nei comuni dell’isola, la
repressione militare nelle strade e i maneggi politici che portarono
al commissariamento delle giunte; la Storia con tanto di nomi e cognomi,
viva come mai sarebbe possibile in un saggio storico. La Parigi del
j'accuse di Zola, di Picasso, degli anarchici. L’Argentina, dove
“in ogni migrante italiano si sospettava un terrorista”,
e con tale pretesto fu messa in piedi una campagna xenofoba che opponeva
lavoratori emigrati a basso costo a quelli locali a più alto
costo. La Storia si ripete… Il ritorno, infine, nella Sicilia
di Don Sturzo e del nascente regime fascista. Su tutto, o meglio, attraverso
tutto, la vita di Paolo Ciulla, l’artista e i suoi quadri, l’uomo
e gli appassionati amori omosessuali, le lotte politiche e la decisione
di divenire falsario in attesa di una rivoluzione “che tanto prossima
non sembrava”, e spezzare con la sua arte il monopolio della lira
che “liberamente moltiplicata poteva diventare cibo, vestito,
gratuito medicamento”. Paolo Ciulla mise in circolazione, in due
anni di solitario lavoro tra il 1920 e il 1922, quasi ventimila banconote
da 500 lire. Una gratuita ricchezza. (G. Cracco)
IL FALSARIO DI CALTAGIRONE,
Maria Attanasio, Sellerio editore, 201 pagg., 10 euro
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| L’Italia
delle sezioni del PCI, negli anni ‘50 e ‘60; le lotte operaie,
le manifestazioni per i contratti di lavoro, la costituzione dei Consigli
di Fabbrica e i picchetti alla Brionvega di Milano nei primi anni ‘70;
il ‘77 a Torino, il movimento dell’Autonomia, le “Ronde
proletarie”. La Fiat Mirafiori: i 61 operai licenziati nell’ottobre
‘79 con l’accusa di terrorismo, i trentasette giorni del
1980, i 23.000 cassaintegrati con la benedizione dei sindacati, la Marcia
dei quarantamila. Pagine di Storia italiana. Ines Arciuolo quella Storia
l’ha vissuta, per scelta. “Ho avuto la fortuna di avere
un padre comunista”, scrive in A casa non ci torno. E nella sua
autobiografia, i valori, le teorie, le lotte in fabbrica, diventano
realtà quotidiana. Che cosa significa far parte di “una
squadra” di operai alla catena? Resistere alla stanchezza in un
picchetto notturno? Che cosa significa voler essere operaia fin da bambina,
sognare la fabbrica e l’impegno politico attivo, al punto da partire
per il Nicaragua sandinista e partecipare alla rivoluzione? E ritrovarsi
infine nell’individualismo diffuso dell’Italia degli anni
‘90 ma ancora con la “ferma convinzione, rafforzata da cocenti
delusioni e da una realtà scoraggiante, che non vi possa essere
miglioramento della condizione umana se non nella forza collettiva”.
(G. Cracco)
A CASA NON CI TORNO. Autobiografia
di una comunista eretica
Ines Arciuolo, Stampa Alternativa, 254 pagg., 15 euro
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