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Epicentro
di storie e relazioni – al punto da essere quasi il protagonista
del romanzo e non il semplice contesto – il Centro è
un’associazione di volontariato per l’inserimento socio-lavorativo
degli immigrati. Doppiamente a casa di Dio – sperduto nella
lontana e degradata periferia milanese e gestito dalla famigerata
Compagnia – contempla “dappertutto crocifissi
ai muri, madonne, frasi del vangelo”; ma l’etica cristiana
non vi trova alcuna dimora.
Con una scrittura precisa e affilata, Morale ne racconta la quotidianità
– dai piccoli abusi di potere degli operatori ai grandi maneggi
finanziari del Presidente – lasciando a una disarmante narrazione
dei fatti il compito di svelare ciò che si muove dietro le
quinte del caritatevole proscenio: false fatture per ottenere finanziamenti
pubblici, soldi che finiscono in tasche private, scambi di favori
con l’amministrazione comunale. Un odor di turibolo mescolato
al fetore di un legalizzato ladrocinio, al quale Teresa non può
resistere a lungo. Le sue scelte di vita – raccontate in prima
persona con un doppio registro narrativo – abitano più
un laico senso di giustizia che non l’ipocrisia di una simile
sagrestia. Un luogo che non è l’eccezione malata di un
sistema sano, e in cui non si muovono spietati cattivi, ma solo piccoli
uomini per i quali l’arrivismo e l’individualismo sono
l’unica legge e l’unico vangelo. (G. Cracco)
ACASADIDIO
Giorgio Morale, Manni, 135 pagg., 14,00 euro
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‘I
demoni’ a Dublino. Gypo Nolan è un uomo in fuga, braccato
dagli uomini dell’organizzazione rivoluzionaria. Dan Gallagher,
il capo dell’esecutivo, lo ha condannato a morte per avere denunciato
alla polizia Francis McPhillip, appartenente all’organizzazione,
costretto a vivere in clandestinità per sfuggire alle forze
dell’ordine. Nel breve svolgersi di poche ore di un notturno
irlandese, ogni personaggio tradisce chi il proprio ideale, chi i
propri amici e chi se stesso, per riuscire a sopravvivere.
O’Flaherty comprime il tempo in un piovoso fluire di fatti,
per trasformare una semplice trama d’inseguimento in un’epica
del tradimento dai profondi significati umani. La stessa ottusità
che guida Gypo – ubriacone, ignorante poverocristo preso in
un gioco troppo grande – nel goffo fuggire di strada in strada,
di tugurio in tugurio, di puttana in puttana, diventa a sua volta
simbolo, non solo di una realtà umana debole, disperata, incapace
di vedere oltre le proprie convenienze più immediate, ma anche
della stessa logica rivoluzionaria di un Gallagher, che per sopravvivere
e salvare l’organizzazione, è costretto a condannare
a morte una ‘nullità’ d’uomo di straziante
ingenuità come Gypo. (Milton Rogas)
IL TRADITORE
Liam O’Flaherty, Giovanni Tranchida editore, 268 pagg., 18,00
euro
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A
tre anni dalla fine della guerra, Flavio torna in Piemonte per risolvere
il mistero della morte del fratello Lucio, scomparso durante gli ultimi
giorni di vita della Repubblica di Salò. Il fascismo è
vinto, e Flavio appartiene alla schiera degli sconfitti. L’unica
differenza rispetto al fratello consiste nell’essere uscito
vivo dalla mattanza degli ultimi giorni.
La trama del ritorno si svolge durante i giorni infuocati del 1948,
nel mezzo della prima campagna elettorale della Repubblica. Pieno
di tristezza e di rabbia, Flavio inizia a indagare – secondo
la questura di Milano, Lucio è stato ucciso dai partigiani,
quattro giorni dopo la Liberazione. Ben presto, però, si accorge
che la verità sulla morte del fratello va di pari passo con
una verità storica inconfessabile. Il risultato è un
romanzo ricco di personaggi archetipici del gattopardismo all’italiana
– in cui la violenza la fa da padrona – ognuno dei quali,
escluso il protagonista, riuscirà a riciclare se stesso, transitando
indenne da Mussolini alla Repubblica, e a guadagnare un posto all’interno
del nuovo potere democristiano. Nell’era fascista restano solo
quelli come Lucio, fedeli fino all’ultimo all’ideologia
del Ventennio, e la loro morte sarà il mezzo con cui coloro
che li hanno traditi traghetteranno la propria anima sulla sponda
pulita della democrazia. (Milton Rogas)
UN BELL’AVVENIRE
Marco Videtta, Edizioni e/o, 187 pagg., 16,50 euro
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Lo
Stato d’Israele nasce nel 1948, ma il progetto sionista data
1896. L’organizzazione militare clandestina incaricata di attuarlo,
l’Haganà di Ben Gurion, nasce nel 1920. Inizia con una
schedatura dei villaggi palestinesi e conclude con l’attuazione
del Piano Dalet: la dearabizzazione del futuro Stato ebraico, iniziata
nel dicembre ’47. In meno di sei mesi 800mila palestinesi vengono
cacciati, 531 villaggi rasi al suolo, 11 quartieri urbani svuotati.
Contro la potenza militare israeliana e un Occidente silenziato dalla
‘colpa’ dell’Olocausto, a nulla possono i civili
palestinesi e i rattoppati eserciti arabi, stremati dalle lotte per
l’indipendenza.
Disarma la lucidità della realizzazione del progetto, il numero
delle violenze, degli eccidi, delle distruzioni, scritti nero su bianco
negli archivi di Stato israeliani e portati alla luce da Pappe; disarma
accanto alla propaganda politica che ancora oggi parla di “trasferimento
volontario”, di un popolo ebreo che si “difendeva”;
disarma la determinazione nel voler cancellare il “carattere
arabo”, una Storia e una cultura millenarie, per poter negare
che lì, in Palestina, sia mai esistito; disarma la violenza
predatoria – nel ’47 solo il 5,8% della terra era di proprietà
ebraica, dopo la “confisca” del ’48, il 70%. Eretz
Israel “aveva bisogno di terra, non di schiavi”. (G. Cracco)
LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA
Ilan Pappe, Fazi editore, 364 pagg., 19,00 euro
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Che
il talare della Madre Chiesa stesse prendendo una brutta piega se
n’era già accorto San Francesco secoli fa. Senza l’archetipo
francescano, ma con la lente dell’archivio Dardozzi (4.000 documenti
riservati della Santa Sede resi pubblici dopo la morte del monsignore),
Vaticano S.p.A. attraversa i recenti scandali della nostra Storia
e prova a spiegarci perché l’Italia è diventato
il Paese dei santi e dei misteri irrisolti. Snodo finanziario è
lo Ior, “premiata Lavanderia” di prestanomi e fondazioni
fittizie in cui passano enormi quantità di denaro; a proteggere
il sacro lavaggio, le mura leonine e l’articolo 11
dei Patti lateranensi, che dal ’29 garantiscono l’impunità
alla Santa Sede.
È con saggezza, toni smussati e avvertimenti mafiosi che tra
le due sponde del Tevere si gioca la partita, e mentre si continua
a “predicare giustizia e carità come inscindibile binomio
cristiano”, sotto lavora una ragnatela attenta a fare affari
con mafiosi e politici, faccendieri e piduisti, sacerdoti e cardinali.
Una distinzione che si assottiglia a ogni pagina fino a confondere
i colori: dal grigioscuro in doppiopetto di onorevoli e venerabili,
al rosso dei porporati, alla luce dell’abito più bianco.
Il sogno di “ricomporre l’uso del denaro e l’utopia
francescana”, là sotto, è già andato in
frantumi da tempo. (F. Gallo)
VATICANO S.P.A.
Gianluigi Nuzzi, Chiarelettere, 280 pagg., 15,00 euro
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Gli
anni successivi all’arresto di Riina sono stati quelli della
sommersione. Gli anni, ovvero, in cui Cosa nostra si è inabissata
nel tessuto sociale per mescolarsi al mondo dell’impresa cosiddetta
legale, accantonando la strategia stragista e dell’omicidio
eccellente. Un periodo durante il quale, mentre gli affari riprendevano
a girare e lo Stato allentava la presa dopo gli eclatanti arresti
dei ‘corleonesi’, Cosa nostra ha cominciato a risolvere
alla propria maniera le questioni interne, derivanti dai lunghi strascichi
lasciati dal violento ‘colpo di Stato’ di Riina e compagni
nel 1982. Un lungo decennio che, tra propositi di vendetta, lotte
per la successione e tentativi di riprendere il controllo del narcotraffico
– nel frattempo finito nelle mani della ’ndrangheta –
culminerà con l’arresto e la condanna dei vertici della
nuova direzione strategica di Cosa nostra. Vicende descritte dettagliatamente
dal giudice Morosini nella motivazione di sentenza dell’operazione
Gotha, dalla quale emerge la caratura del capo Provenzano,
capace di tessere relazioni con politici e imprenditori, di mediare
tra vecchi e nuovi uomini di comando e di gestire il rientro in Sicilia
degli ‘esiliati americani’. Un’immagine assai diversa
dalla caricatura dell’uomo coppola, fucile e cicoria, fornita
dai media il giorno della sua cattura. (Milton Rogas)
IL GOTHA DI COSA NOSTRA
Piergiorgio Morosini, Rubbettino, 203 pagg., 14,00 euro
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Un
romanzo sulla lotta organizzata di un gruppo di giovani dissidenti
a Lipsia, che sembrano arrivare per caso, senza eroi ma ineluttabilmente,
alla rivoluzione. Come il Ben del suo libro – dal quale tuttavia
sottolinea il distacco – Jankowski è in uno dei brutti
elenchi della Stasi e rischia la pelle. Come Ben, l’autore è
tra coloro che vorrebbero una riforma dall’interno e che dopo,
finalmente liberi da bavagli e catene, si ritrovano neonati in un
mondo tutto da capire, dove viene da parlare inglese ad Amburgo, come
gli stranieri. Nella Nikolaikirche, ogni lunedì, c’era
chi pregava per la distruzione della gabbia e chi come Ben preferiva
il sogno di poterla restaurare.
Jankowski scrive Rabet – da poco tradotto in Italia –
proprio in quegli anni ’90. Conosce bene la storia perché
l’ha vissuta, tra i promotori delle ‘manifestazioni del
lunedì’ che porteranno alla rivoluzione pacifica del
1989. È Ostalgie, quello che si sente. Ostalgie,
neologismo anni Novanta nato sulle ceneri della DDR e davanti ai frammenti
del muro abbattuto. Un mescolamento di nostalgia (Nostalgie)
ed Est (Osten) a indicare la ricerca – attraverso spettacoli,
oggetti, cibi – di una quotidianità che molti tedeschi
orientali avrebbero voluto conservare, soppiantata da verdura strana
e aria condizionata. (A. Giordano)
RABET. LA SCOMPARSA DI UN PUNTO CARDINALE
Martin Jankowski, Cabila edizione, 384 pagg., 16,50 euro
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Una
raccolta di sei racconti, cinque dei quali ispirati a notizie di cronaca
apparse sui giornali, e l’ultimo che riunisce, in una definitiva
trama di senso (quasi un virtuosismo metatestuale), alcuni dei protagonisti
precedenti nello spazio ristretto di una libreria, dove l’autrice
stessa è invitata a presentare un’opera che parla di
loro. L’interrogativo principale che attraversa Storie di
storie sembra essere rivolto alla narrativa stessa, al suo valore.
La risposta è dentro ogni racconto; nel fatto di sottrarre
alla freddezza della cronaca tutto ciò che essa, per sua natura,
omette. In ogni riga del libro ne va del rispetto per l’essere
umano, colto nella drammaticità del semplice vivere quotidiano
che solamente la finzione narrativa è in grado di restituire
alla sua essenza più profonda. Ecco allora che le paure, le
debolezze, le gioie e le profonde dinamiche psicologiche, vengono,
parola dopo parola, riconsegnate ai fatti della vita vissuta; agli
individui/personaggi finalmente restituiti alle umane conflittualità
quotidiane. E così, un omicidio richiama un commissario nei
luoghi del proprio passato, una festa tra condomini finisce in tragedia,
un’anziana vedova viene sottratta alla solitudine il giorno
prima di morire… e la cronaca si riconverte finalmente in verità.
(Milton Rogas)
STORIE DI STORIE,
Paola Taboga, MobyDick, 110 pagg., 11,00 euro
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Le
cronache delle rivolte parigine hanno consegnato all’immaginario
collettivo italiano una sola, stereotipata, verità:
banlieue uguale degrado, ignoranza, violenza. Le banlieue sono di
più e altro, come narrano questi dodici racconti di un collettivo.
Scrittori che vogliono “abbattere le porte” con una letteratura
“engagée, combattente e feroce”, mostrano
quanto la questione dell’identità sia il fulcro dell’intero
disagio; quanto la percezione di prigionia sia forte e figlia dell’esclusione,
del razzismo, della repressione e del tempo che non ha futuro; quanto
nelle banlieue la mente soffochi perché l’unico colore
è il grigio del cemento dei palazzoni-dormitorio. Ma raccontano
anche di una ‘seconda generazione’ appassionata, ironica,
informata, che sa di arte e letteratura e rivendica il diritto d’incidere
nella cultura e nella politica del proprio Paese; non essere solo
la manodopera sfruttata buona a far crescere nell’ombra il pil
nazionale. Chi fa la Francia?, appunto.
Ed è la pluralità il plus del progetto: voci,
linguaggi, stili, tematiche che nella loro diversità consegnano
quella realtà complessa che proprio gli stereotipi vogliono
negare con facili equazioni. Qualche racconto è meno incisivo
di altri, ma la potenza del collettivo è lì, fuso nelle
parole finali del suo Manifesto: “Insieme, noi esistiamo”.
(G. Cracco)
CRONACHE DI UNA SOCIETÀ ANNUNCIATA,
Collettivo Chi fa la Francia?, Stampa Alternativa, 158 pagg., 14,00
euro
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Il
passaggio dalla prima alla seconda Repubblica fu segnato dalla vicenda
dei ‘fondi neri’ del Sisde e da un patto di sangue tra
Stato e mafia. L’affaire Moro, la morte di Marco Biagi,
l’arresto di Mario Moretti sono solo alcuni dei numerosi nodi,
stretti nell’intreccio tra due forme di governo: quello visibile
dei partiti ‘costretti’ all’interno dei vincoli
di una democrazia rappresentativa (la cosiddetta ‘casa di vetro’),
e quello invisibile dei servizi segreti.
Piombo Rosso è il documento resoconto del volto altro della
lotta armata in Italia, che vide una enclave del potere occulto usare
le formazioni extraparlamentari e i gruppi armati per sanare le contraddizioni
che lo Stato non poteva risolvere in maniera ‘democratica’.
Un’èlite in grado di sfruttare, ieri come oggi, l’acronimo
Br, modulando accortamente repressione e laissez faire, e
di allearsi, all’occorrenza, con i capi della malavita organizzata.
Apparati che non sono un ‘doppio Stato’, tantomeno servizi
‘deviati’, ma “uno Stato nello Stato”.
È così che, dalle tensioni degli anni Settanta, impunità,
malversazioni e delitti, nascosti sotto l’egida della ragione
di Stato, sono divenuti attrezzi del mestiere di “uomini non
lottizzabili”, per ‘preservare’ lo Stato nei vari,
tanti, momenti di crisi dei partiti, da ogni sostanziale cambiamento
di potere. (D. Corbetta)
PIOMBO ROSSO. LA STORIA COMPLETA DELLA LOTTA
ARMATA IN ITALIA DAL 1970 A OGGI, Giorgio Galli, Baldini
Castoldi Dalai, 525 pagg., 9,90 euro
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I
massacri hanno inizio con Reagan e il neoliberismo; prendono avvio
negli uffici postali – il primo ente a essere semi-privatizzato
– si estendono ad altri luoghi di lavoro e infine approdano
nelle scuole. I media li presentano come opere di pazzi, eppure nessun
apparato riesce a tracciarne un profilo: diversissimi tra loro, la
sola conclusione è che il ‘pazzo’ potrebbe essere
qualunque americano medio. Sempre più spesso, uomini e ragazzini
imbracciano un fucile entrano in ufficio o a scuola e fanno una strage.
Ames li chiama “omicidi per rabbia”, ne racconta i protagonisti,
contestualizza i massacri e propone una tesi difficilmente confutabile:
gli impiegati sono i nuovi schiavi, gli studenti vivono un ambiente
scolastico simile a quello lavorativo: vessazioni, competizione, repressiva
omologazione. E quando è la struttura sociale a generare il
crimine, anche un omicidio è un atto politico di ribellione.
Una rivolta che come ai tempi della schiavitù non può
che assumere la forma di ‘follia’ individuale: sfruttati,
terrorizzati di perdere il lavoro, privati di un sindacato e di strumenti
legali per far valere i propri diritti, isolati da una cultura dominante
che vuole tutto questo ‘normale’ – come era considerata
normale la schiavitù – il ceto medio è ‘impazzito’
e si è messo a sparare. Non nel mucchio, non per strada: contro
le imprese e la scuola. (G. Cracco)
SOCIAL KILLER. LA RIVOLTA DEI NUOVI SCHIAVI,
Mark Ames, Isbn edizioni, 347 pagg., 29,00 euro
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Ogni
cittadino ha il dovere di concorrere al progresso della società.
Ogni cittadino, borghese, aderisce a questa norma costituzionale tramite
lo strumento lavorativo imprenditoriale. Su queste basi la “Mafia
S.p.A.” – l’organizzazione, in accezione moderna,
del ‘terzo livello’, quello politico e finanziario –
plasma la propria fisionomia. “La mafia è come il cemento,
è capace di assumere forme diverse a seconda di dove si infiltra”.
Come una qualsiasi azienda, oggi la criminalità è un
‘sistema di potere’ globalizzato, pronto a cambiare pelle
a ogni muta del mercato, celere a far ricadere i costi sui cittadini:
quelli della paura, dell’insicurezza, del silenzio.
La percezione è quella di uno Stato distante, quasi defezionato,
nella lotta alla malvivenza sovversiva, affrancata egualmente da sud
a nord. La società civile, nazionale e internazionale, è
il soggetto più colpito. Affondato, infamato, azzittito non
dall’omertà indotta dal sistema stragista criminale,
ma da una carenza culturale, informativa, che ha fatto del nostro
Paese l’esportatore primario di questo prodotto.
“L’indifferenza è il peso morto della storia”,
diceva Antonio Gramsci; a questo peso è doveroso aggiungere
due misure chiamate Falcone e Borsellino, il segno negativo, nel bilancio
positivo, del volto contemporaneo degli Affari. (D. Corbetta)
PER NON MORIRE DI MAFIA,
Pietro Grasso e Alberto La Volpe, Sperling&Kupfer, 312 pagg.,
18,00 euro
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“Avremo
presto bisogno di più morti, per dirla in modo brutale. Ma
come fare?” La questione è posta in un simposio a porte
chiuse da un funzionario del ministero degli Affari sociali: relatori
un esperto di bioetica, un dottore in teologia e un intellettuale.
La crisi economica incombe e le spese sanitarie e pensionistiche dilapidano
le risorse pubbliche. Nella socialdemocratica Svezia la risposta al
problema è un’eutanasia collettiva, che alleggerisca
lo Stato dei costi relativi alle persone non più produttive;
occorre dunque manipolare sapientemente l’opinione pubblica
affinché i cittadini stessi accettino un “obbligo volontario”
alla morte al compimento dei 70 anni. Solo l’intellettuale si
oppone, difendendo il diritto di ogni uomo a nascere e a rimanere
libero. Anche se… quale libertà? Nella società
capitalistica “la vita è diventata la morte vivente,
la morte a credito, pagabile a rate”; nulla di barbaro dunque
nel “Progetto B”, portato come soluzione transitoria,
perché “quando i corpi non possono più essere
utilizzati come mezzi di produzione diventano prodotti”.
In quest’opera teatrale del 1978, Wijkmark parla di eutanasia
ma mostra ben altro: che si voglia imporre la morte o che si pretenda
di negarla, in nome dell’economia o dell’etica, la violenza
è la medesima: quella dello Stato sull’individuo. (G.
Cracco)
LA MORTE MODERNA,
Carl-Henning Wijkmark, Iperborea, 119 pagg., 11,00 euro
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Studiato
a scuola come l’impresa di Garibaldi che ha liberato il Sud
dal giogo dei Borbone, il Risorgimento si è trasformato nella
testa degli italiani in un immaginario grondante eroismo e grandi
valori. Alcuni romanzi hanno tentato di sottrarsi alle rigide logiche
della Storia di regime, nel tentativo di riclassificare tali valori
sotto una luce diversa, più vera. A questi, il romanzo di Capezzuoli
aggiunge una nota mancante: il punto di vista degli ultimi, degli
sconfitti. E racconta, attraverso la vicenda romanzata della brigantessa
Michelina De Cesare, la rivolta contadina e la sanguinosa repressione
con cui i conquistatori piemontesi – dal 1860 al 1870 –
hanno completato l’opera di Garibaldi. Storia vera, quindi,
narrata con lo spirito di verità che compete alla migliore
narrativa. Il merito dell’autore, tuttavia, non consiste solo
nell’avere restituito vita alla morte dei vinti, ma di aver
mostrato, con l’ausilio stilistico di un’originale scansione
temporale (la cui cifra è l’ellissi), i giochi di potere
tra Cavour e i primi capitani d’industria, il cinico attendismo
interessato di Pio IX e la gaudente stupidità di Vittorio Emanuele
II, in una verticalizzazione della Storia che rende questo romanzo
un prezioso strumento di conoscenza. (W. Pozzi)
GLI ANNI DEL SOLE STANCO,
Fulvio Capezzuoli, Edimond, 187 pagg., 22,00 euro
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Suonano
le campane a morto, per il ventesimo anniversario dei nove uomini
di Arasolè mai tornati dalla campagna di Russia. Daniele Mele,
il campanaro, è l’unico sopravissuto e batte i tocchi,
tre per due caprai, tre soli “perché erano poveri”.
Batte i tocchi e ricorda. “Ad Arasolè si mangiava pane”;
“i poveri non potevano arrossare le loro labbra sulla carne
saporita dei cinghiali”. Da bambini, toccava loro fare le cavalline,
curvi, mentre i ricchi saltavano sempre e non si curvavano mai; da
grandi, tocca loro buttare l’anima prima nei solchi dell’aratro
poi nella trincea e nei campi della Siberia, tra pidocchi, topi, deliri,
fame, magiche litanie contadine di “parole proibite”.
Anche Don Adamo ha dovuto lasciare Arasolè. Trasferito nella
nuova chiesa costruita con i soldi del complesso petrolchimico, incapace
di divenire “prete industriale” al servizio del Dio Petrolio,
nel suo folle diario tra sogni, incubi, frustrazioni, narra la realtà
spettrale a ciclo continuo della fiaccola che non si spegne mai; dei
suoi contadini “che non sono diventati operai, non
sono più contadini, sono diventati solo emigranti”.
La Sardegna di Masala in due romanzi brevi: un micro-macrocosmo di
tutti i popoli vinti, “eroi buoni, in tempo di guerra,
ma cattivi banditi, in tempo di pace: in guerra, nelle patrie
trincee, in pace, nelle patrie galere”. (G. Cracco)
QUELLI DALLE LABBRA BIANCHE – IL PARROCO
DI ARASOLÈ,
Francesco Masala, Il Maestrale, 215 pagg., 15,00 euro
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Se
è vero che “nel presente si ritrova sempre qualcosa del
passato”, questo romanzo-inchiesta non parla dell’Italia
di ieri, ma di oggi. A raccontarcela è Giuseppe Granelli, una
vita intera passata tra i reparti delle acciaierie e il Rondò,
la schiena spezzata dal lavoro, le partecipazioni a marce solidali,
con tamburi e campanacci, manifesti del dissenso comune contro un
capitalismo violento “che vive di violenza”.
È della Stalingrado d’Italia, che parla il Giusep,
la Milano operaia della Falck, della Breda, del governo fascista,
di De Gasperi e della Dc. Sono gli anni delle repressioni, degli sbarramenti
forzati, cose già viste quando, “alla folla che pan domandava”,
Bava Beccarsi “gli affamati col piombo sfamò”.
È anche la fotografia delle famiglie che al Villaggio sono
cresciute e morte dipendendo, sempre, dai padroni. Famiglie diverse
da quelle di adesso, più ospitali, più “compagne”,
che a tavola si riunivano per discutere e confrontarsi, parlare di
Togliatti e delle rivolte di Bucarest nel ’56, la prima ferita
al comunismo. Un’abitudine, il dialogo, perduta come i moti
del coraggio operaio, e non c’è da stupirsi, oggi, se
quella di Granelli è una generazione dimenticata, sparita,
a causa della propaganda di Stato che ha trasformato, nel sentire
comune, “i contrasti d’interesse in lotta, se non addirittura
in odio di classe”. (D. Corbetta)
UNA VITA OPERAIA,
Giorgio Manzini, Archivio del Lavoro (Sesto San Giovanni, Milano),
175 pagg.
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La
caduta dell’aereo di Mattei non fu un incidente, De Mauro scomparve
perché stava indagando sulla morte del presidente dell’Eni,
a massacrare di botte Pasolini furono più persone; verità
storiche, che al di là delle verità processuali gli
anni ci hanno consegnato. Se il legame tra i primi due eventi è
ormai unanimemente riconosciuto, l’uccisione di Pasolini è
ancora avvolta nel mistero. Lo Bianco e Rizza, appoggiandosi anche
all’inchiesta – archiviata per mancanza di prove –
del pm Calia, collegano i tre delitti con “un filo nero come
il petrolio”. Un’ipotesi. Tuttavia, la fosca figura di
Eugenio Cefis aleggia sulle tre morti; altri personaggi legati alla
P2 sono inquietanti co-protagonisti delle tre vicende; il braccio
armato della politica della tensione – mafia e delinquenza neofascista
– fa capolino nelle tre storie; e approssimazioni e depistaggi
accomunano le tre indagini. Pasolini stava scrivendo Petrolio,
un romanzo a chiave nel quale proprio Mattei, Cefis e l’Eni
erano i soggetti di una trama che ricostruiva la natura sanguinaria
ed eversiva del potere politico-economico italiano; dalle pagine del
Corsera svelava in tempo reale le dinamiche della strategia della
tensione: je accuse. Io so.
Noi, chi l’ha ucciso, non lo sapremo mai. Di certo sappiamo
solo che l’Italia è paese di misteri, in cui spesso la
verità è un’ipotesi senza prove. (G. Cracco)
PROFONDO NERO,
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Chiarelettere, 295 pagg., 14,60
euro
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Seppellitemi
in piedi non ha la pretesa di essere un saggio, né l’apologia
di un popolo che, forse, meriterebbe ben più difensori. Si
tratta, in realtà, di un diario, un viaggio nella “tundra
d’intolleranza umana” dell’Europa dell’ovest.
Il tentativo è quello di destrutturare un paradigma, un appellativo,
rom, divenuto sinonimo di contaminazione, sudiciume, e pensare
che la pulizia, per i gitani, è sacra.
“Gli zingari, come gli ebrei, sono sempre stati il nemico interno”;
gli zigeuner, come gli ebrei, hanno vissuto la diaspora e
la deportazione, benché nessuno lo ricordi. Non esiste un giorno
della memoria zingaro, nessuna commemorazione, nessuna industria
del ricordo. Forse perché, in una società capitalistica,
“lo zingaro nomade non ha ragione di esistere”.
Eppure esiste a Ponticelli, a Bucarest, e nelle città europee
dove (1989) si è scatenata l’idiosincrasia delle masse,
la democrazia a colpi di molotov. La loro uccisione, per molti, “è
stata un atto filantropico”. Prenderne le impronte digitali,
oggi, una giusta necessità contro la fobia generale.
La storia che l’autrice vuole raccontarci, dunque, non è
più la ballata nostalgica dei poeti romeni, ma la cronaca della
“miseria anonima di un intero mondo di povertà, un mondo
che è sempre e soprattutto popolato dai bambini”. (D.
Corbetta)
SEPPELLITEMI IN PIEDI,
Isabel Fonseca, Oscar Mondadori, 369 pagg., 9,40 euro
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“Questi
banditi, ma li sfiora mai, anche lontanamente, l’idea di com’è
che ce la si possa fare?!” 1932, Repubblica di Weimar: il capitale
si risana e il commesso Pinneberg - con moglie e un figlio appena
nato - deve vendere ogni giorno “venti volte l’ammontare
del suo stipendio mensile”, pena il licenziamento. La disoccupazione
incombe su migliaia d’impiegati, dopo aver ridotto alla miseria
milioni di operai, che almeno “si chiamano compagni e si aiutano
l’uno con l’altro. […] Quelli come noi, gli impiegati,
s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore”.
Licenziato, la famiglia trasloca in una baracca, tra comunisti e nazisti.
Ostinatamente (ex) ceto medio, il kleiner mann resta nel
mezzo, anche quando la disperazione s’avvicina a quello
“stato d’animo che spinge a rubare, ad ammazzare per rapina,
a partecipare a una sommossa”. Per due anni i Pinneberg vivono
con onestà, dignità, e un pizzico di viltà; esistenze
che rotolano giù, dritte, fino all’umiliazione finale,
perché la povertà non è solo miseria, “è
anche un reato”, “è un marchio”, “è
sospetta”. Già pubblicato nel ’33, il romanzo è
un capolavoro del neorealismo e l’obiettivo di Fallada, puntato
sulla la vita di una coppia, non è uno zoom bensì un
grandangolo: perché il pubblico condiziona sempre il privato,
anche quando quest’ultimo si ripiega su se stesso disinteressandosi
della società. (G. Cracco)
E ADESSO, POVER'UOMO?,
Hans Fallada, Sellerio, 577 pagg., 15,00 euro
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Si
guarda verso l’alto, per immaginare una vita più bella.
A maggior ragione se sei stato messo là in basso. Con gli occhi
rivolti al cielo inizia il romanzo di Angeli, quando lo sguardo di
Cesiro – figlio di una Roma di brutta periferia e con i “capelli
fini come la pastina per il brodo” – prima di raggiungere
l’infinito si ferma su un aereo, che fa volare chissà
chi. Sono gli anni Ottanta del Briatore crescente e di Iorio all’attacco.
Rossana, Sisto, lo Zan: vivono nella povertà di soldi e di
parole; la violenza è l’unico linguaggio. Un po’
si salva Lorenzo, che sa e vuole scrivere. Lo chiamano Pellico per
questo, ma anche il Vecchio. È sua la voce romanesca narrante,
che racconta una lotta per la giustizia fatta con le armi, quelle
dei giovani al concerto degli ADF e quelle dei poliziotti mandati
lì dal vicequestore. Rossana finisce in una stanza d’ospedale
e ne esce senza la milza e con la voglia di cambiare, ma per farlo
tradirà i compagni. Le ‘azioni’ allora superano
la linea Maginot, e si spara. C’è chi ha pagato con plurimi
ergastoli (quante vite serviranno a rimediare?), chi con la pazzia.
Così si chiude, con il colore del sangue, la penultima pagina
delle prigioni di Lorenzo detto il Pellico. L’ultima è
bianca: altri dovranno aiutare a scrivere una storia finalmente diversa.
(A. Giordano)
MAGINOT,
Alessandro Angeli, Controluce, 96 pagg., 12,00 euro
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Ogni
resistenza è una lotta sulla lunga distanza. Lo sa bene Leo,
bibliotecario appassionato di corsa e di libri che si prefigge di
“conquistare Quarto Oggiaro alla lettura”; far della biblioteca
una sorta di “Comune rossa”. Ad assediarla dall’esterno,
centri commerciali, la tv dei reality, internet; a resistere all’interno,
Leo, un manipolo di pensionati ‘biblio-resistenti’ - che
la Resistenza l’avevano fatta davvero - e quei libri che se
solo i ragazzi di Quarto li avessero letti “avrebbero potuto
farsi una ragione di molte cose inesplicabili”. La Questione
meridionale, per esempio, “non gli sarebbe più apparsa
una tragica, ineluttabile sventura” dopo aver letto Il Gattopardo
e I Vicerè.
Tenacemente Leo corre la propria “maratona d’emancipazione”,
reale e simbolica, contro lo sport divenuto oppio dei popoli e contro
la fine del libro “come strumento di resistenza, di cambiamento
sociale”.
Un romanzo che risente della propensione alla saggistica dell’autore
ma che grazie a essa si arricchisce: un invito, quello di Giuntini,
a correre con Leo nella storia della narrativa e dello sport, a seguire
le tappe di un allenamento attraverso i titoli dei ‘libri-resistenti’
e le vicende degli epici maratoneti della “collezione di fuggiaschi”,
a cui non si può resistere. Proprio perché
“maratona è l’autentico sinonimo di resistenza”.
(G. Cracco)
LE RESISTENZE DI UN BIBLIOMARATONETA,
Sergio Giuntini, Sedizioni, 212 pagg., 13,50 euro
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“È
incontestabile che solo chi crede nella verità può dubitare,
anzi: dubitarne”.
L’incipit del libro di Zagrebelsky, rielaborazione di saggi
pubblicati sul quotidiano la Repubblica, è la lente d’ingrandimento
con cui il costituzionalista vuole affrontare l’etica afferrabile
dell’insicurezza. Le tappe, reiterate nei suoi scritti, interpolano
la coscienza di due stati sovrani: quello Politico e quello Clericale.
La “carenza dei valori di identità”, il “tramonto
dell’Occidente”, la Politica teologica e la Teologia
politica, danno forma a quei soggetti, attivi e passivi, cittadini
e credenti, che nei suoi articoli, l’autore, pone di fronte
al dubbio. Relativismo o assolutismo, ragione soggettiva
o nichilismo, salvezza dell’anima o della società.
Alla base c’è sempre la persona umana, l’uguaglianza,
la libertà (laica) democratica e quella “misura di valori
materiali divenuti valori per se stessi”. Non solo. Il catastrofismo,
l’apatia sociale, la mancanza di solidarietà, il consumismo
giustificato o “l’allarmismo per la tenuta dei vincoli
sociali”. Questi problemi acuiscono quel senso di disagio, il
dubbio, che da Tocqueville a Norberto Bobbio, alcuni coraggiosi cercano
di sfidare.
Conclusione? “Non limitiamoci a confrontarci su ciò che
siamo stati, ma ragioniamo soprattutto di quel che vogliamo essere”.
(D. Corbetta)
CONTRO L'ETICA DELLA VERITÀ,
Gustavo Zagrebelky, Laterza, 182 pagg., 15,00 euro
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Oggi
nessuno mette più in dubbio l’istituzione del carcere;
si parla al limite di riforma mai di abolizione, evitando accuratamente
di ripercorrerne l’evoluzione storica. Introdotta come misura
più clemente rispetto alle punizioni corporali, la carcerazione
come pena in realtà consente, una volta abolita la schiavitù,
di perpetuare lo sfruttamento: leggi ancora fortemente razziste riempiono
le carceri di afro-americani trasformandoli da schiavi appena liberati
in ‘detenuti in affitto’, manodopera a basso costo per
le imprese private. Nel secolo successivo le corporation entrano nel
complesso industriale-carcerario: nascono le prigioni private e la
detenzione diventa un lucroso affare. Mentre la crisi industriale
e la delocalizzazione producono disoccupati – condannati dall’assenza
di uno stato sociale al ruolo di ‘criminali’ – ogni
carcerato in più diventa fonte di profitto.
Abolire le prigioni, sostiene la Davis, non significa demolirne a
picconate le mura, bensì la società che le ha prodotte;
riflettere “sulle insidie di quella particolare versione di
democrazia rappresentata dal capitalismo statunitense”. Non
così lontana dalla democrazia italiana, che ha imboccato la
stessa strada: privatizza, smantella lo stato sociale e traccia per
legge il profilo del ‘criminale’: l’immigrato. L’America
è dietro l’angolo. (G. Cracco)
ABOLIAMO LE PRIGIONI? Contro il carcere, la
discriminazione, la violenza del capitale,
Angela Davis, minimumfax, 265 pagg., 14,50 euro
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La
trama è quella di un libro giallo: un banchiere corrotto dalla
mafia, con legami economici in Vaticano, viene trovato cadavere sotto
il Blackfriars Bridge, sul Tamigi. Moventi? Il riciclaggio di denaro
mafioso e il progetto, con questo, di impedire l’avanzata comunista
nei paesi dell’America latina. Si tratta di un omicidio dei
più classici, camuffato, malamente, da suicidio.
Campi di potere religioso, politico e criminale si alternano in molteplici
figure tra le quali: Cosa Nostra, lo Ior e lo stesso Calvi, il vertice
del Banco Ambrosiano. Eppure non si tratta di una spy story, ma del
nostro passato recente. Sono gli anni di fango, della loggia
P2 e dell’attentato a Giovanni Paolo II, di Riina e dell’on.
Andreotti.
Il dossier non tralascia niente e nessuno, in modo sistematico, a
partire dalle dichiarazioni della figlia Anna, procedendo con quelle
del mandante, Pippo Calò, e le lunghe, mendaci, deposizioni
“dell’amico-boia” Flavio Carboni. Calvi poteva “raccontare
tanti segreti” che la Chiesa (per saldare il debito) “avrebbe
dovuto vendersi piazza San Pietro”. Certo non c’è
da stupirsi, se ci sono voluti vent’anni per ricostruire un
puzzle intricato, dove bisognava far tacere l’uomo d’onore,
divenuto inaffidabile. Un ‘confidente’ lo avrebbe definito
Sciascia, un muto dopo il 18 Giugno del 1982. (D. Corbetta)
DOSSIER DELITTO CALVI,
Kaos Edizioni, 428 pagg., 20,00 euro
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La
Sicilia come terra di mafia, da cui emigrare per salvarsi. “Solo
ni la tò casa sei patrone qua… Per il resto, sei ospite…
che deve stare al suo posto… o sensale… un intermediario”.
La Sicilia come terra di approdo di clandestini. “Troppi ne
stanno arrivando, di morti. Venire a mòriri ccà…
Ci appìzzanu la vita, pì levàrisi di la mmerda”.
Alí sbarca, fugge, viene caricato su un pick-up e finisce a
lavorare in una serra; dorme in un capannone, dietro una porta di
ferro chiusa a chiave dall’esterno; si lava in un catino. E
poi fugge ancora, perché per lui, tornare, significa morire.
Gaetano il suo paese non lo vuole lasciare, seguire il padre emigrato
in Germania, perché la Sicilia è la sua terra anche
se è “’stu paísi di morti”, perché
“non sono un… emigrante, io”, perché
è “meglio morire di fame a casa propria”. E allora
“è questa bella terra che se ne deve andare!,
ospite a casa mia non ci voglio essere!”. Non si può
dover partire per restare, né si può accettare di campare
di pazienza, come i vecchi, sgranando un rosario e confortandosi con
i santi.
Contro la violenza dello sradicamento la Santangelo sceglie il dialetto,
e il linguaggio diventa simbolo della rabbia, della cultura e dell’identità
di una terra che non vuole morire. Di un Sud che rivendica
giustizia. Pronto a lottare in prima persona per ottenerla. (G. Cracco)
SENZATERRA,
Evelina Santangelo, Einaudi, 174 pagg., 12,50 euro
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Una
babele di voci. Colori e urla, musica e strepiti dall’Argentina,
dall’Italia, dalla Tunisia, dalla Somalia.
Una giovane donna che ha trovato ospitalità nel nostro Paese
e nella nostra lingua racconta come si vive con le radici spezzate.
Attorno alla sua voce gravitano frammenti di storie narrati in prima
persona.
Un libro interessante per fare esperienza di un’Italia estesa
oltre i suoi confini: in Argentina, terra di emigrazione, e in Somalia,
terra di conquista. Per affrontare senza melodramma le possibili declinazioni
della violenza sul corpo delle donne: stupro, tortura, infibulazione.
Per conoscere una Somalia viva e legata con nodi complessi a un’Italia
colpevole, come mai è stata rappresentata dai nostri mezzi
di comunicazione. Con l’eccezione di Ilaria Alpi, qui ricordata
con l’annuncio della sua morte per mano ignota.
Igiaba Scego, la giovane autrice italo-somala, narra drammi personali
e collettivi con leggerezza, spaziando con disinvoltura dal tono colloquiale
alla lingua letteraria. Si perde purtroppo, nel corso della lettura,
un linguaggio intrigante: un miscuglio di somalo e italiano che viene
abbozzato nelle prime pagine e poi stemperato in registri consueti
fino a scomparire.
Una lettura per superare i confini angusti della propria pelle e indossare
quella dell’altro. (F. Frediani)
OLTRE BABILONIA,
Igiaba Scego, Donzelli editore, 464 pagg., 17,50 euro
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Il
presente è una Milano notturna, periferica e piovigginosa,
illuminata da luci fredde di insegne e lampioni, dove lampi stranianti
fendono il buio, senza mai annientarlo davvero: ristoranti semideserti,
fari in tangenziale, centri estetici notturni e motel tra Linate e
l’Idroscalo. Una Milano liminale che si fa tropo. Il passato
è un altro luogo ‘ai margini’, una città-dormitorio
dell’hinterland, che l’autore battezza Satellite, appunto.
È il luogo dei giorni chiari, dell’oratorio, del salto
con la corda, della pedata al pallone, dello sforzo sul pedale della
bici; è la via Pal da boom economico per i figli dei meridionali
immigrati, è un concetto di ‘casa’ diverso da quello
dei loro genitori. “Perché non rimane tutto così?”
si chiede il protagonista folgorato da un pomeriggio come tanti, la
cui perfezione gli chiude la gola, con “un sapore sfuggente
che non si lascia chiamare per nome”. Ma la perfezione non è
di questo mondo. Nella notte milanese, quattro di questi ragazzini
si ritrovano uomini “consapevoli che non ci sono battaglie vinte
o perdute, ma solo battaglie inutili”. Uno di loro, quello che
ha pagato per tutti, li ha riuniti con una richiesta di aiuto: il
passato rimosso ritorna prepotente, mina gli equilibri e rivela le
fragilità di questa amicizia slabbrata dal tempo e da un rimorso
diversamente vissuto. (L. Viarengo)
UNO PER TUTTI,
Gaetano Savatteri, Sellerio editore, 157 pagg., 12,00 euro
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Un
titolo bellissimo e significativo. Perché non definisce solo
il contenuto del testo ma indica già l’identità
del gruppo a cui non sarà gradito. L’autore, del resto
— figlio del rabbino capo di Roma — ne sa qualcosa. Le
violente proteste sollevate da ambienti del potere ebraico lo avevano,
di fatto, costretto a ritirare il libro precedente, Pasque di sangue.
Perché — si legge nella prefazione — “sei
stato imprudente! Perché sei andato a impelagarti nella Shoah,
[…] che viene usata in dosi massicce come deodorante”
e per celare, maschera tragica e ingombrante, la Storia del popolo
ebraico, fatta di atti giusti e ingiusti, che nemmeno l’Olocausto
dovrebbe cancellare; pena la miopia, peggio, la cecità. Il
libro, breve, acuto, importante, nasce dal dolore e dallo sgomento
dell’autore di fronte alla violenza delle reazioni ma esprime,
allo stesso tempo, una grande positività quando indica con
chiarezza la via da seguire: la smitizzazione della Shoah e l’abbandono
di ogni eccesso di memoria vittimistica in favore della consapevolezza
che solo evitando tardive rivalse contro le violenze subite è
possibile non realizzarne a propria volta. Un ebraismo virtuale
può diventare un’arma carica, che imbalsamando il passato
nega alla Storia la possibilità di produrre, proprio dagli
errori, un nuovo migliore. (A. Steffenoni)
EBRAISMO VIRTUALE,
Ariel Toaff, Rizzoli, 137 pagg., 12,00 euro
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Mentre
Formigoni canta il modello lombardo come esempio per tutta Italia,
mentre la Lega sbraita contro clandestini e zingari, al Nord mafia
e affari, criminalità organizzata e colletti bianchi, stringono
patti sempre più ricchi nel silenzio tombale di politica e
informazione. Il riciclaggio dà lavoro a molti e i soldi facili
fanno gola anche alla cosiddetta industria legale. Ogni tanto un arresto,
un morto dicono che qualcosa nel ricco settentrione non va, ma nessuno
sembra interessarsene.
Dalla fine degli anni Settanta, ‘su’ al Nord, le mafie
ripuliscono denaro, recuperano crediti per gli imprenditori, ‘aggiustano’
appalti, dirigono il mercato del lavoro, si radicano nel tessuto produttivo
e vendono forza lavoro a prezzi stracciati. Hanno bisogno di aziende
e di partite Iva per ripulire il denaro proveniente dai traffici illegali
e risalgono lo stivale per aprire il mercato alle loro attività.
Una strada di sangue che Abati e Greganti ripercorrono, tra pentiti
e testimoni, per scrivere un’inchiesta dettagliata e coraggiosa,
narrata con il linguaggio del racconto. Non un vero e proprio romanzo
bensì una narrazione, con nomi e fatti veri, per trasformare
la cronaca in vita vissuta, vivida, drammatica. Lungo un’Italia
che non sembra avere più alcuna possibilità di redenzione.
(W. Pozzi)
POLO NORD. LA NUOVA TERRA
DEI 'PADRINI' DEL SUD
Fabio Abati, Igor Greganti, Selene edizioni, 181 pagg. 13,90 euro
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La
giustizia ha il compito di accertare le responsabilità personali,
una Commissione parlamentare va oltre: vi è lo spazio per giudizi
di tipo etico e politico. È su tale premessa che la relazione
finale sulla Loggia P2 sostiene che essa è “responsabile
in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra
economico, organizzativo e morale” della strage dell’Italicus;
che è una “struttura plastica rispetto al potere”
in grado di sostituire la fase eversiva dei primi anni ’70 con
quella “in doppiopetto degli Ortolani e dei Calvi” successiva
alle elezioni del ’76; che in merito al ruolo dei Servizi l’analisi
che li vuole ‘inquinati’ sia altamente riduttiva e molto
più veritiera quella che li vede ‘inquinanti’ del
sistema democratico. Quanto fosse pericoloso quel nuovo fascismo
alla P2 auspicato dalla loggia era quindi già stato ampiamente
compreso nel 1984, quando Tina Anselmi presentò la relazione.
Malgrado ciò, oggi il Piano Rinascita sta per realizzarsi.
Occorre quindi andare a rileggere questa relazione, per comprendere
quanto il percorso ora arrivato alla fase conclusiva – politica
e costituzionale – sia in realtà iniziato con la Seconda
repubblica; quanto vi abbiano contribuito tutti i governi da allora
succedutisi, di desta o di centrosinistra che fossero, con la loro
politica economica innanzitutto. (G. Cracco)
DOSSIER P2,
La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla Loggia massonica segreta di Licio Gelli, Kaos edizioni,
315 pagg., 17,00 euro
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La
noia quotidiana prende forma e si fa opprimente non appena April e
Frank Wheeler, giovane coppia borghese degli anni Cinquanta che vive
nei sobborghi di New York, si scontrano con il loro falso anticonformismo
e la vacuità delle rispettive scelte. L’unica soluzione
sembra essere la fuga nella vecchia Europa, alla ricerca dei sogni
e degli ideali di un tempo. Ma gli impedimenti o forse la paura del
cambiamento, giocheranno un ruolo decisivo, rendendo impossibile il
risveglio delle coscienze ormai standardizzate.
In un crescendo di emozioni, l’autore analizza minuziosamente
il disagio dei protagonisti, e lo rende sentimento comune, fino al
tragico finale che suona come un monito a non perdere il proprio spirito
critico.
Attraverso la scrittura di Yates e i suoi dialoghi realistici ed estremamente
attuali, una spietata analisi delle chimere offerte dalla società
di allora, del tutto simili a quelle che ancora oggi inseguiamo. (D.
Terraneo)
REVOLUTIONARY ROAD,
Richard Yates, minimum fax, 405 pagg., 11,50 euro
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Un
romanzo in cui non ci sono lucchetti, né notti prima degli
esami e niente mare di Santorini davanti al quale chiedersi ‘che
ne sarà di noi’. Marcello, a fine maturità, vive
il quotidiano dell’estate bolognese, in fondo alla quale si
acquatta l’inoffensivo babau dei test universitari. Giornate
di caldo colloso, serate di birra con gli amici, e l’amore per
l’ondivaga Cate che corrode ogni pensiero.
Un giro per il web, l’invio ozioso di un curriculum ovviamente
spoglio ed ecco la grande svolta, il lavoro: cartellino e busta paga,
in una famiglia in cui il lavoro ha da sempre contorni fluidi e irregolari
– la madre funambola delle parole, il padre custode delle ‘cose’
e del teatro.
Il datore di lavoro è la discutibile Mc Donald’s e Cate
inorridisce sciorinando horribilia sulla corporation, ma
Marcello accetta, per sentirsi “adatto a un ruolo”.
Esperienza in un familiare non-luogo dall’altra parte del bancone:
le assurde regole, i rapporti gerarchici, l’assenza di coscienza
sindacale, la miope prospettiva degli store manager. Ma anche una
diversa scansione del tempo, la responsabilità dell’impegno
sottoscritto, la fatica fisica. Marcello è conscio di far parte
di un meccanismo di mercato “dilatabile come una gomma da masticare”,
lo strappo è inevitabile ma la diversa consapevolezza di sé
nata dal lavoro lo traghetterà verso scelte importanti.
Romanzo di (in)formazione nel quale, grazie a una scrittura puntuale,
intensa e sensibile, entriamo con lo sguardo disarmante di un ventenne
nella realtà locale della multinazionale. Un impero del profitto
infiltratosi nel nostro paesaggio urbano ed emotivo, e diventato parte
integrante del nostro vissuto. (L. Viarengo)
GENERAZIONE MCDONALD'S,
Francesca Mazzucato, Marlin editore, 190 pagg., 13,50 euro
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Tre
storie: l’ascesa di Sanguetta da spacciatore a capocamorra,
l’inchiesta di America, poliziotto della Digos al soldo del
boss Sarracino e l’ingresso nella lotta armata di Chimicone,
liceale deluso dalla politica. Cinque anni: dal 1988 al 1993. E
una scrittura frenetica che modula l’uso dell’Io narrante
su tre differenti registri linguistici. Con questi ingredienti, sul
filo delle tre vicende intrecciate fino a diventare una, l’autore
narra il sanguinoso cambio al vertice della Camorra e la disgregazione
della vecchia classe politica corrotta, sepolta da avvisi di garanzia.
Ma La città perfetta è una metafora per raccontare l’Italia
di ieri e di oggi. Una Napoli elevata a corposa rappresentazione della
morte e della cinica conservazione di un Sistema. E mentre il Pci
cambia pelle e svende la sinistra allo Stato e alle privatizzazioni;
mentre operai e studenti abbandonati dal partito si mobilitano contro
la dismissione dell’Ilva e della scuola pubblica, nuovi poteri
subentrano nell’ombra. Emblematica l’apertura del romanzo
con il Milan che batte il Napoli (1988) in un match, simbolo di un
potere che in apparenza passa la mano ma che, come avvisa uno striscione
dagli spalti – “Berlusconi è come De Mita”
– nella sostanza sta solo indossando una nuova maschera. (W.
Pozzi)
LA CITTÀ PERFETTA,
Angelo Petrella, Garzanti, 507 pagg., 17,60 euro
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Un’intera
famiglia sterminata e l’unico sopravvissuto, introvabile; forse
morto anch’egli, forse fuggito; vittima o colpevole. Tuttavia
i fantasmi dei cinque morti di via Pasubio e via Castellini non sono
gli unici ad aleggiare sopra un’afosa Milano agostana: anche
il commissario Campos ha i propri, e la resa dei conti con loro è
molto più difficoltosa di quella con il colpevole della strage.
Perché a ben guardare, colpevoli di qualcosa crediamo di esserlo
sempre, per amore, per odio, per senso di colpa o responsabilità:
“Insieme, legati, allacciati. Tutti nella stessa gabbia, incatenati
a un eterno presente”. E allora giudicare diventa difficile,
condannare ancora di più. Un romanzo che indaga l’animo
umano con lo stesso ritmo incalzante riservato all’inchiesta
poliziesca, ma tanto consegna a quest’ultima, dopo i misteri
e i colpi di scena, le risposte finali, tanto lascia al primo, intatta
e irrisolta, la complessità dei rapporti personali. Un giallo
solo apparentemente consolatorio: perché se è vero che
il colpevole è consegnato al lettore, dove stia la colpa
non è altrettanto chiaro. Forse perché risiede nelle
relazioni umane, quando dietro l’affetto nascondono catene.
E allora l’unica salvezza, per se stessi, è liberarsene.
Morti o vivi che siano, i propri carcerieri. (G. Cracco)
VIETATO GIOCARE CON LA PALLA,
Antonio Steffenoni, Carte scoperte, 359 pagg., 18,50 euro
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Tam
Docherty, scrittore – e nipote dell’omonimo personaggio
di McIlvanney che, in Docherty (1975), dal fondo di una miniera sognava
un futuro nel quale trionfassero i valori della classe lavoratrice
– seduto nel suo solitario appartamento a Edimburgo, ricorda
un viaggio che da Grenoble lo riporta alla nativa Graithnock. Ma fin
dalla prima pagina si comprende come si tratti di un viaggio metafisico
che lo riconduce a una Graithnock cristallizzata nell’estate
del ’55, “un ghetto nel tempo”, punto di partenza
e di arrivo del frammentario bildungsroman che, in un’alternanza
di piani temporali, si ricompone sotto gli occhi del lettore. L’anelito
letterario del diciassettenne Tam (“un’età da cui
pensi non verrai mai fuori”), le sue esilaranti quanto fallimentari
iniziazioni sentimentali e sessuali, il valore delle relazioni familiari,
il lavoro manuale e quello intellettuale come porte differenti attraverso
le quali tentare di accedere alle ragioni dell’esistenza: scatole
cinesi con le quali la scrittura ironica e penetrante di McIlvanney
mostra lo snaturamento di un’intera classe sociale e la solitudine
di chi ha compreso che cultura e conoscenza non costituiscono armi
sufficientemente potenti per opporvisi, pur senza perdere la speranza.
Come sempre, ironia, senso di appartenenza, impegno e sympatheia nelle
pagine di questo grande scrittore contemporaneo. (L. Viarengo)
LA FORNACE,
William McIlvanney, Giovanni Tranchida Editore, 402 pagg., 19,50 euro
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“La
democrazia è un prodotto instabile; è il prevalere (temporaneo)
dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l’eguaglianza”.
La democrazia riaffiora come tematica, oggi spesso trascurata, in
questo saggio esaustivo di Luciano Canfora. Dalla dittatura periclea
alla più recente guerra fredda, dai delitti dei regimi reazionari
alla “ferocia belluina del governo borghese contro il proletariato
che si ribella”, Canfora non tralascia alcuno degli avvenimenti
principali che hanno costruito lo Stato democratico moderno e che
hanno fondato sul sangue, sui capovolgimenti di fronte e sulle rivolte,
un’istituzione decantata dalla nostra Costituzione. Il reiterarsi
di meccanismi sociali mai abbandonati, mai superati e forse mai voluti
migliorare, fattori di comodo per le classi dominanti, è la
chiave con cui l’autore vuole trasmettere un messaggio ben chiaro:
“nel mondo ricco, ciò che ha vinto è la libertà,
con tutte le terribili conseguenze che questo comporta. La democrazia
è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata daccapo,
da altri uomini”.
Col mito della ricchezza l’uomo trova il modo di strumentalizzare
l’opinione pubblica, e le scelte politiche risultano essere
niente di più che il frutto del mito a cui il popolo è
devoto. (D. Corbetta)
LA DEMOCRAZIA Storia di un’ideologia,
Luciano Canfora, Laterza, 452 pagg., 11,00 euro
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La
verità giudiziaria archivia come suicidi le morti di Castellari,
Cagliari e Gardini, consegnandole come tali anche alla Storia e al
sentire comune: martiri di Tangentopoli, vittime dell’atmosfera
di terrore e infamia creata dai giudici. Il magistrato Almerighi le
indaga nel dettaglio, mostrando le macroscopiche incongruenze delle
tre archiviazioni per suicidio: la pistola di Castellari e l’assenza
di impronte, nel raggio di 100 metri dal corpo, degli animali che
avrebbero dovuto scarnificarne il volto e le mani; l’ematoma
cerebrale e le ecchimosi sul viso rilevate nell’autopsia di
Cagliari; le contraddittorie testimonianze sull’ora del ritrovamento
del cadavere di Gardini e il suo rapido ‘sequestro’ dalla
camera da letto – lenzuola e cuscini compresi – inquinata
nelle prove dal passaggio di fin troppe persone prima dell’arrivo
della polizia scientifica. Incoerenze talmente evidenti che l’unica
cosa che può essere affermata con certezza è che non
si sia trattato, in nessuno dei tre casi, di suicidio. “Anche
il Sistema uccide. Uccide chi diventa inaffidabile”. E Almerighi
lo dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio. A restare avvolte nel
mistero, sono solo le responsabilità criminali di quel Sistema;
lui sì, ancora oggi vivo e in buona salute. (G. Cracco)
TRE SUICIDI ECCELLENTI Castellari Cagliari
Gardini,
Mario Almerighi, l’Unità, 219 pagg., 6,90 euro
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Fuorviante
il Sarkozy in copertina, privo del sottotitolo Di che cosa è
il nome?: non dell’uomo politico in sé Badiou si
occupa – sebbene nella prima parte analitica inquadri la figura
di questo “Napoleone piccolo piccolo” che fa “delle
trovate mediatiche, dell’amicizia dell’alta finanza e
degli intrighi di corridoio il segreto della politica”, “servo
degli indici di borsa e autore prolifico di leggi scellerate”,
costringendo il lettore italiano a sincerarsi più volte che
il personaggio non sia un altro, a lui ben più noto. In realtà,
questo saggio breve e denso rappresenta l’analisi, la diagnosi,
e la possibile cura al tragico presente di congiuntura ideologica
nel quale viviamo e del quale la salita al potere di Sarkozy è
un effetto, non una causa. Come nel caso di Berlusconi in Italia,
dove tuttavia non sembra emergere un pensiero intellettuale limpido
quanto quello di Badiou. Una riflessione – sul voto come “disorientamento
organizzato che dà mani libere all’apparato di Stato”,
sulla paura come forza propulsiva della politica, sull’astenia
depressiva della sinistra – che porta alla stesura di otto punti
in cui articolare la simbolica cura di un’azione collettiva
nuova, al di fuori dello stato dominante delle cose, senza invocare
la ricostruzione di una sinistra ormai definitivamente scomparsa:
“elevare l’impotenza all’impossibile”. (L.
Viarengo)
SARKOZY,
Alain Badiou, Cronopio, 2008, 139 pagg., 14,50 euro
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Lampare,
controvento, approdo, furfante. E poi merluzzi e sbirri, vascelli
e respiri. Parole rubate da Sammartino a una rete di pescatori e divenute
letteratura.
La tragedia è purtroppo vera, e risale alla notte di Natale
del ’96, quando al largo di Portopalo, Canale di Sicilia, il
peschereccio F174 si infila dentro il mare. Trasporta migranti partiti
da India, Pakistan, Sri Lanka. Mentre i pezzi dei loro corpi si impigliano
nelle reti, i superstiti, a riva, denunciano l’accaduto, ma
non sono creduti e una sfilza di verbi al condizionale schiaccia ancora
più in fondo il relitto nell’oceano. «Sarebbero
annegati in un presunto naufragio…» Solo i quotidiani
il Manifesto e la Repubblica, aiutati dalla testimonianza del pescatore
Salvatore Lupo, si interessano al naufragio. Nessuno organizzerà
mai il recupero dei cadaveri.
Sammartino affida la cronaca all’arte, e con lirica sapiente
in cento pagine narra lo sfacelo. “Dodici su cento/Sono dodici
su cento/i sogni migranti dei popoli erranti/Dodici su cento/le rotte
viandanti condannate al naufragio/Dodici su cento/il prezzo dei sogni
senza permesso di ingresso…”
Poesia per un gelido dato: 12%. Tante, si stima, le cosiddette ‘navi
fantasma’ che non raggiungono la riva. Ma tra mille schiamazzi
questo grido rimane inascoltato.
“Se ci fosse davvero silenzio si potrebbe udire, anche solo
per un istante, il mormorio della terra. Forse echi d’oceano
o memorie sotterranee di remote galassie o lamento di antenati tornati
dal paese dei morti dopo aver consumato la polvere. Se ci fosse davvero
silenzio si potrebbero ascoltare le storie”. Così avverte
il testo, e ci artiglia la coscienza. (A. Giordano)
UN CANTO CLANDESTINO SALIVA DALL'ABISSO,
Mimmo Sammartino, Sellerio, 128 pagg., 9,00 euro
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Matteo
Colò non ce la fa più. Trascorre le notti all’osteria
per sfuggire alla moglie che, a sessant’anni suonati, ha iniziato
ad attenderlo nel letto, ben sveglia e trepidante. Le donne di Borgo
Torre sembrano essere “vittime di attacchi di concupiscenza”
per la gioia di (quasi) tutti i mariti e fidanzati; affollano il confessionale
di don Giuseppe, recitano contrite i pateravegloria e tornano a peccare
la notte seguente. Ma un simile uragano di sensi non può lasciare
illesi i già precari equilibri di un paesino di poche anime,
ancor meno nel 1950. Perché al desiderio non si comanda. E
se il sindaco è l’ex podestà, oggi iscritto nelle
fila della Dc, l’impenitente sciupafemmine un ex partigiano,
ora ideologo del Pci locale, e il Ventennio ha lasciato conti
in sospeso, anche ciò che accadde nelle camere da letto può
avere risvolti politici. In un esilarante incalzare di colpi di scena
Nizzi tratteggia con acuto umorismo e leggerezza l’immediato
dopoguerra in un paese nel quale “a nord della strada vivevano
le famiglie ricche o benestanti e a sud quelle povere o poverissime,
raccolte in un gruppo di case chiamato Piccola Russia, ritenuto un
covo di comunisti e sovversivi”. Le armi sono state sotterrate
ma Borgo Torre, schietta collina emiliana, sotto l’apparente
tran tran quotidiano è tutt’altro che pacificato e con
ironico disincanto sa ben difendersi dai fascisti, picchiatori o incravattati,
anche in tempo di pace. (G. Cracco)
L'EPIDEMIA (I peccatori di Borgo Torre),
Claudio Nizzi, Mobydick, 157 pagg., 13,00 euro
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L’Habana,
oggi. Mario Conde, l’ex poliziotto che Leonardo Padura Fuentes
ha reso celebre, alle prese – come la città in cui vive
- con i problemi della sopravvivenza, ha scoperto una nuova professione,
sua unica àncora di salvezza: commerciare in libri antichi.
Ma proprio a partire da un libro, e da un ritaglio di giornale nascosto
fra le pagine, l’ex poliziotto finisce per trovarsi immischiato
in un intrigo che si snoda fra l’attualità del castrismo
in difficoltà e il passato ai tempi – gli ultimi tempi
– del dittatore Fulgencio Batista. Perché è proprio
in quei giorni che sono maturati i presupposti del mistero che oggi
Mario Conde vuole risolvere.
Con grande maestria Padura Fuentes intreccia la storia personale di
Conde con la storia politica dell’isola di Cuba, nei suoi difficili
passaggi dalla dittatura filoamericana al socialismo castrista, e
porta il lettore fra i vicoli miseri e oscuri della città,
popolati dei pochi coraggiosi che resistono e restano fedeli agli
ideali e dei molti che scelgono le vie più violente per sopravvivere.
Scritto con la leggerezza tragica di un bolero e costellato di scelte
stilistiche e trovate di intreccio di grande suggestione, il romanzo
si congeda dicendo: “L’unica cosa sicura era che la vita,
a volte, può assomigliare troppo a un bolero e l’unica
via d’uscita elegante è affidarla, con tutte le sue pene
e le sue gioie, a una voce capace di alleviarne la sostanziale fatalità:
una voce calda”. Diremmo noi, come quella di Padura Fuentes.
(A. Steffenoni)
LA NEBBIA DEL PASSATO,
Leonardo Padura Fuentes, Tropea, 350 pagg., 16,90 euro
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Due
iraniane, madre e figlia dirette a Lione, finiscono sprovviste di
visto di ingresso in un centro di permanenza temporanea nei pressi
di Torino. Inizia qui la loro avventura in un mondo dove una parte
di umanità viene reclusa e privata a tempo indeterminato del
diritto di esistere: sono gli irregolari nel nostro Paese, tutti indistintamente
accatastati in uno spazio concentrazionario, nell’attesa di
essere traghettati in un altrove ancora più drammatico, spesso
dopo essere stati sfruttati come manovalanza clandestina. Il romanzo
di Scaglione vuole essere testimonianza di una realtà della
quale è difficile sapere. Infatti nei Cpt istituiti dalla legge
Turco-Napolitano, poi modificata dalla Bossi-Fini, l’ingresso
pare più volte interdetto ai rappresentanti di Ong, come ad
avvocati, giornalisti, parlamentari, mentre ci arrivano, quasi inavvertitamente,
notizie di morti sospette. Lo sguardo che viene reso nel libro è
quello di una ragazzina, Sharmin, che proprio nel campo freddo di
quel Cpt, tra una partita di pallone e l’altra, racconta l’Italia
che ha sempre idealizzato.
Un’Italia sorridente, generosa, che punta i riflettori sull’abbraccio
dei campioni di calcio. Ma qui le luci sono spente e l’ombra
della disillusione si fa sempre più cupa e allarmante. (L.
Ravera)
CENTRO PERMANENZA TEMPORANEA VISTA STADIO,
Daniele Scaglione, Edizioni e/o, 151 pagg., 12,50 euro
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Nel
1960 i fascisti ci sono ancora, e forti dell’appoggio al governo
Tambroni indicono a Genova il proprio congresso. La città insorge
e ne ottiene l’annullamento. Le proteste non rientrano, la questione
diventa un’altra: è ora che l’Msi sia dichiarato
illegale, come sancisce la Costituzione. Insorgono Licata, Roma, Reggio
Emilia, Palermo e Catania, i sindacati dichiarano lo sciopero generale.
In piazza scesero gli ex partigiani, i loro figli, gli operai, i contadini,
i ragazzi delle magliette a strisce. In vendita a 300 lire nei grandi
magazzini di un’Italia in crisi economica, quelle magliette
non erano di moda ma andarono a ruba, finendo per connotare socialmente
una rivolta. “Ai cortei è meglio andarci con un fazzoletto
di tela, perché se la polizia spara e resti ferita, lo puoi
fare a pezzi e usarlo come legaccio per bloccare l’emorragia”.
Il ministero degli Interni autorizzò l’uso dei mitra
e in quattro giorni furono uccisi dodici manifestanti. L’Msi
non fu messo al bando. Un libro incalzante come un romanzo e più
minuzioso di un saggio storico, nel quale Colombo mostra la piazza
ma anche il parlamento, facendo luce sulle convenienze politiche che
agirono sulla testa dei manifestanti. Nel 1960, i valori della società
civile erano ancora i valori della Resistenza; quelli della classe
politica erano già i medesimi di oggi. (G. Cracco)
L’ESTATE DELLE MAGLIETTE A STRISCE.
Luglio 1960, la rivolta contro Tambroni, Diego Colombo, Sedizioni,
230 pagg., 14,00 euro
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In
concomitanza con l’ennesimo progetto di fregolismo mercantile
– o di stupro sociale, a seconda di come lo si guardi –
ovvero la morte annunciata degli atenei che non accetteranno di diventare
enti di diritto privato, è uscita sugli scaffali questa raccolta
di quattordici racconti legati dal filo rosso dell’ambientazione
accademica. Sa bene di che parla Alessandro Dal Lago, preside della
facoltà di Scienze della formazione all’università
di Genova dal ricco curriculum accademico, quando, accomunandoli sotto
il nome di Conti, ritrae vizi e virtù di personaggi ai quali
è – almeno teoricamente – demandato il nutrimento
culturale delle nuove generazioni. L’Alma Mater, ovvero la madre
nutrice – locuzione che l‘Università ha mutuato
dal De rerum natura – non sembra capace di fornire alcun nutrimento,
ma solo di generare docenti snaturati da una costante “ricerca
della propria esistenza di professore” che sarebbe troppo semplicistico
bollare come mediocrità. Più preciso il Conti del bellissimo
Non giudicate!, quando lo definisce “il nostro piacere onanistico”.
Figure sgradevoli – qualcuna “pvopvio una mevda”
come il Conti del Diamogli ventisette – e figure degne di rispetto,
alcune delle quali davvero luminose nella loro miseria. Ma tutte,
alla fine, intrappolate negli ingranaggi della discussa e discutibile
azienda universitaria. (L. Viarengo)
ALMA MATER,
Alessandro Dal Lago, manifestolibri, 256 pagg., 18,00 euro
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Nel
1862 l’unità d’Italia è un fatto. Rimangono
sul tavolo i problemi culturali, ovvero: fare gli italiani. Con leggi
fresche, il Governo d’Italia introduce l’obbligatorietà
della Leva e della scuola, oltre a nuove norme per l’Amministrazione
locale.
Anche il commercio ha le sue esigenze. A questa bisogna, Gaetano Marini,
ex garibaldino ora passato all’amministrazione civile, parte
da Torino con il compito di estendere le nuove unità di misura
al sud appena ‘conquistato’. Il compito del ‘verificatore
di pesi e misure’ consiste nell’introdurre in questo lontano
circondario, la lira e il chilo, il metro e il litro, al posto dei
vecchi rotoli, tarì, palmi e quartucci (per altro diversi da
zona a zona). Sembra niente dirlo. Approdato a Bivona, piccolo paese
nella provincia di Girgenti, il forestiero attira su di sé
l’ostilità dei Signori e delle camarille. Inizia così
una disavventura surreale che conduce il funzionario a scontrarsi
tanto con il potere locale quanto con quello centrale di Torino. Questo
libro è la raccolta di tre saggi dell’epoca che descrivono
una vicenda italiana emblematica dei tanti vizi e delle poche virtù
di un sistema di potere che nel tempo non è mai cambiato nella
sostanza. (W. Pozzi)
GAETANO MARINI VERIFICATORE DI PESI E MISURE,
Pasquale Marchesi, Sellerio editore, 169 pagg., 10,00 euro
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‘Uno
Stato nello Stato’: è tale l’impalcatura ideologica
messa in atto a celare la struttura della mafia, fin dalle sue origini,
che ancora oggi è difficile scardinare l’impostura di
una simile affermazione nel sentire comune degli italiani. Al contrario,
mafia, ’ndrangheta e camorra, oltre a essere un fenomeno unitario
e nazionale, sono parte integrante della storia d’Italia e con
quello Stato, fin dai suoi albori, hanno condiviso interessi, progetti
e vedute politiche. Ciconte, appoggiandosi a una ricca e dettagliata
documentazione che ha attraversato, pur in sordina, più di
un secolo, traccia la loro l’evoluzione, le forme organizzative,
mostra la creazione di rituali e leggende atte a elevarle moralmente
ed evidenzia la costruzione di un’armatura ideologica mirata
a celare le connivenze politiche; connivenze che fin dall’Unità
hanno creato uno scontro acceso tra quella magistratura che della
mafia riconosceva il peso criminale, l’organizzazione complessa
e il potere e quella politica che per interesse negava la sua esistenza.
“La maffia che esiste in Sicilia non è pericolosa, non
è invincibile di per sé, ma perché è strumento
di governo locale”. Lo affermava già Diego Tajani, procuratore
generale di Palermo nel 1871. Dice bene Ciconte: l’ascesa di
mafia, ’ndrangheta e camorra era resistibile. Se lo Stato avesse
voluto resistergli. (G. Cracco)
STORIA CRIMINALE. La resistibile ascesa di
mafia, ’ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni
nostri,
Enzo Ciconte, Rubbettino, 432 pagg., 14,00 euro
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"La
parola zingaro è diventata offensiva, per cui essi stessi e
i loro amici evitano di pronunciarla. Una volta non lo era... ".
Non chiamarmi zingaro, racconta le difficoltà con le quali
rom, sinti e kalè convivono giornalmente. Nel libro, eventi
di cronaca drammatici tra cui l'incendio di Livorno e la vergogna
di Opera si intrecciano a storie di sinti e rom inseriti nella società
dei gagè: medici, preti, artisti, infermieri, fornai; realtà
quotidiane che hanno dello straordinario. Inoltre, viene affrontata
la condizione di rom e sinti in Italia, Romania, Bulgaria e Francia
dove ogni anno a Saintes Maries de la Mer avviene il pellegrinaggio
da Sara la nera, loro patrona. Nulla cade nell'oblio per Petruzzelli.
In chiusura, viene narrata la vicenda di Mariella Mehr, scrittrice
jenisch, vittima del programma della Pro Juventute "Bambini di
strada" che in Svizzera, in collaborazione con le autorità
cantonali e comunali, causò il sequestro di centinaia di bambini
jenisch, sottratti alle loro famiglie. Un libro, questo, che ci insegna
ad ascoltare anche l'altra verità, quella ingombrante, che
qui trova la sua voce il suo mezzo di espressione e la sua risonanza.
(F. Fossati)
NON CHIAMARMI ZINGARO,
Pino Petruzzelli, Chiarelettere 2008, 227 pagg., 12,60 euro
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“Non
erano l’eventuale imbrogliata all’amico, le fatture false,
l’evasione fiscale a preoccupare sua madre, ma le amicizie femminili,
il sesso, il sesso!”
L’ipocrita perbenismo della provincia fa da sfondo alla saga
dei Baragiola, industriosa famiglia lariana “presa dal lavoro
come un apostolato, che non leggeva libri e poco anche i giornali,
incapace di comprendere la necessità civile della cultura.
Votavano tutti ‘turandosi il naso’, qualunque partito
scegliessero, perché odiavano la politica considerandola un’inutile
escrescenza sulla pelle della società”. Gli euforici
anni ’80 sono appena alle spalle, Tangentopoli e la crisi economica
un’amara sorpresa ancora non rivelatasi; la Baragiola e figli
va a gonfie vele ed elargisce profitti e miliardari fondi neri, accumulati
nelle banche svizzere, nel Liechtenstein, in Lussemburgo. Ascesa e
declino di una famiglia nella quale il mito del denaro è congenito
e trasmesso di padre in figlio, unito alla convinzione che “il
successo economico, unico tipo di successo riconosciuto, fosse conseguenza
delle qualità morali dell’individuo”. È
l’Italia che saluterà con entusiasmo ‘la discesa
in campo’ di Berlusconi due anni dopo; un arguto ritratto sociale,
nonostante la raffinata penna della Berra non sempre abbia il coraggio
– o la volontà – di graffiare. (G. Cracco)
NEL BOZZOLO DORATO,
Laurana Berra, Mobydick, 217 pagg., 15,00 euro
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Pietro,
Abraham, Jean e Maurice, “sono compagni che nessuno chiama compagni”:
sono trotskisti, prigionieri, nell’autunno del ’43, nel
campo partigiano di Raffy. Pietro è Pietro Tresso, detto Blasco,
uno dei fondatori nel ’21 del Pcd’I. Mescolando realtà
storica e finzione, Tassinari traccia la vicenda di Blasco e Debora
Seidenfeld, detta Barbara, la sua compagna, divenuti trotskisti e
quindi “traditori in combutta con il nemico” dopo l’ascesa
di Stalin al potere; l’espulsione dal Pcd’I sotto la direzione
di Togliatti, le calunnie, le umiliazioni, l’isolamento e, infine,
il drammatico epilogo nel campo di Raffy, sono l’amara rappresentazione
di ciò che accade quando gli ideali si trasformano in cieca
fede ortodossa, quando “nell’azione politica di ogni giorno,
un po’ di odore d’incenso e di sagrestia pare proprio
di sentirlo”, quando l’egemonia dell’obbedienza
prevale sulla libertà di pensiero e l’indottrinamento
trasforma “l’istinto di un potenziale ribelle in quello
di un cane da guardia”. Blasco e Barbara, che la Storia dei
vincitori ha cancellato dalla memoria, ci ricordano che gli ideali
comunisti non sono lo stalinismo. E oggi più che mai, davanti
a partiti di ‘sinistra’ orgogliosi di aver abbandonato
i principi comunisti a favore di una nuova fede – il neoliberismo
– occorre ricordarlo. (G. Cracco)
IL VENTO CONTRO,
Stefano Tassinari, Marco Tropea Editore, 187 pagg., 13,00 euro
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Le
stazioni intermedie del tratto ferroviario Lecce-Stoccarda scandiscono
i capitoli del libro, e il bambino Mario, dieci anni, racconta con
la vivezza della calata leccese il viaggio-simbolo, uno dei tanti
viaggi mensili nel quale lo imbarca la madre – aggregandolo
a una famiglia emigrante scelta di volta in volta – mentre il
padre, professore a Bergamo, lo attende non senza trepidazione a Milano.
Un’avventura nella quale Mario può dare la stura al proprio
estro di affabulatore – “da grande” Mario Perrotta
è attore e regista – assorbendo e rimandandoci storie,
riflessioni e personaggi dell’epica migratoria italiana. Uno
sguardo solo artatamente infantile, per permettere a Perrotta di affrontare
con leggerezza e ironia un tema dai risvolti tragici. Il ritmo del
parlato rivela, sulla pagina scritta, qualche reiterazione di troppo
ma è una pena lieve in cambio di momenti quali la partita di
calcio tra capitalisti e marxisti, la genesi della Lega attraverso
Schwarzenbach, o la discesa dantesca in miniera. Si sorride amaro,
perché dietro le osservazioni pragmatiche o ricche di pietas
del bambino Mario, la voce adulta e accusatoria di Perrotta ci ricorda
miserie e tragedie di un popolo dallo sguardo sospeso di viaggiatori
perenni. Un bel promemoria per chi è pronto oggi a trasformarsi
da vittima in carnefice. (L. Viarengo)
EMIGRANTI ESPRÈSS,
Mario Perrotta, Fandango Libri, 148 pagg., 14,00 euro
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Niente
oro di marottiana memoria, nella Napoli di Andrej Longo. Quello che
lo scrittore dipinge è il terreno di coltura della camorra:
la realtà delle periferie, della disperazione, della solitudine
e dell’assenza totale di sentimenti, nella quale l’espressione
d’amore più forte è rappresentata dalla speranza
di un padre che il figlio non finisca come lui, uomo con la pistola,
o dalla decisione di una madre di liberare la figlia – già
in abito nuziale – dai ceppi di un matrimonio con ‘o malamente
del quartiere. Ma quella che Longo ci descrive è anche una
realtà adolescenziale di ricchezza illecita, preclusione a
qualunque futuro diverso.
Dieci, come i comandamenti. Un’interpretazione tutta napoletana
delle leggi bibliche attraverso le voci di altrettanti personaggi
. La narrazione in prima persona, tagliente e asciutta, regala scorci
tragici – ma privi di melodrammaticità – conservando
una naturale vis comica grazie all’espressività della
parlata dialettale, efficacemente calibrata. Una visione disperante,
sebbene traspaiano a volte, specie nei personaggi femminili, un’energia
e un desiderio di riscatto molto simili alla speranza di un’alternativa.
Quasi che sullo sfondo una voce nota chiosi: “Ha da passa’
‘a nuttata…” (L. Viarengo)
DIECI,
Andrej Longo, Adelphi, 144 pagg., 15,00 euro
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Liborio
Cappa è geniale, anticonformista, dipoenge (dipinge poetando),
non tollera “il neon, i laminati plastici, le auto di grossa
cilindrata, i cibi surgelati e la civiltà di massa”;
l’altro Liborio Cappa, il cugino omonimo, ha “la casa
ultramoderna, la Giulia Super e le conoscenze altolocate” e
127 spine nell’appartamento, comprese quelle dello spazzolino
elettrico e del nettascarpe. Siciliani immigrati nella Milano dei
primi anni ‘60, i due cugini si scambiano ruoli e mogli in una
girandola incalzante di equivoci, inganni e situazioni surreali, e
mentre Liborio cerca strenuamente di difendere la propria personalità
contro i rigori della tecnica e l’omologazione di massa, in
“un tentativo donchisciottesco di andare all’assalto dei
calcolatori elettronici armato del pennello e della colla”,
la moglie Enula si ritrova “inconsciamente attratta dalle ‘e’
accentate”: “veste in lamé, beve frappé,
balla yé yé, frequenta attaché, maison de beauté
e cabaret, prende cachet, odia i grossier e sogna chalet”. ‘Libero
perché scapolo’, si può affermare parafrasando
un dipoento di Liborio; ma Liborio è sposato e la società
dei consumi una ragnatela tessuta da più ragni. Esilarante
l’ironia pacata, sottile e intelligente di Domina – classe
1922: umorismo d’altri tempi, vien da dire, con rimpianto. (G.
Cracco)
LA MOGLIE CHE HA SBAGLIATO CUGINO,
Umberto Domina, Sellerio, 197 pagg., 10,00 euro
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Un
tempo, dalla luna, si vedeva solo il palazzo di Ceausescu; ora spiccano
i capannoni di lamiera, tirati su uno accanto all’altro nella
campagna, “ognuno col proprio nome in cima come una bandiera”.
In Romania, ora l’oppressione si chiama industrializzazione,
lo sfruttamento delocalizzazione, e hanno il volto del peggiore capitalismo
nostrano: arroganti e mai sazi, “con la boria di chi è
padrone due volte proprio perché in terra straniera”.
“Ci sono passati accanto tutti uguali, prima il cofano del fuoristrada,
poi il gomito dal finestrino, infine gli occhiali da sole sopra il
naso. […] Siamo tutti pionieri”. Uno produce salotti,
uno scarpe, uno assicurazioni, uno bare. Qui “si sono rifatti
una vita. In Italia non valevano più nulla”. Lorenzo
non è mai stato in Romania; ci va ora, chiamato da un telegramma
che lo avvisa della morte della madre, pioniera, quindici anni prima,
tra i pionieri. Il ricordo degli arrivi, delle partenze, dei giochi
e delle mancate promesse, lo accompagna in un dialogo silenzioso verso
la sua bara, quando per anni non ha fatto altro che aspettare che
fosse lei a tornare. Una visita ai morti, che per trovare pace deve
andare oltre le colpe; mancato rispetto dell’uomo e sfruttamento
della miseria sono colpe dalle quali, al contrario, il capitalismo
non può essere assolto. (G. Cracco)
SE CONSIDERI LE COLPE,
Andrea Bajani, Einaudi, 170 pagg., 14,00 euro
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«Se
questa vacanza funziona rischia di diventare un esperimento pericoloso:
forse, dopo, non torniamo più a casa». Arles nella follia
delle Notti spagnole, per cinque amiche di vecchia data che, fresche
cinquantenni, si concedono un lungo fine settimana tutto femminile.
Si trovano per rinsaldare il loro legame, lasciandosi alle spalle
– almeno negli intenti – problemi e fantasmi quotidiani.
Impresa ardua perché il passato non è un concetto temporale:
s’insinua nei discorsi, segna i rapporti e sfuma di ‘giallo’
gli assolati giorni di Arles. Ciascuna avrà modo – in
un bagno di flamenco, rievocazioni, slanci libertari, toreadas, profonde
intese, fiumi di Sancerre e sconforto – di guardare alla propria
vita con maggiore lucidità. Ma solo una avrà il coraggio,
alla fine, di voltare pagina. Vicenda narrata in presa diretta –
dialoghi brillanti compresi – da una delle ‘ragazze’
al suo invisibile amante di origini spagnole che, con la sua assenza,
consente alla protagonista narrazione e monologo interiore. Un vero
hidalgo, questo muto interlocutore. Lo si intuisce affascinante ma
, come spesso accade alla categoria, non regge il lungo termine. A
dire il vero, nessun uomo esce granché bene dalle pagine di
Ragazze.
Il femminino raccontato da un uomo, con sensibilità e ironia
tutte femminili. (L. Viarengo)
RAGAZZE,
Antonio Steffenoni, Carte Scoperte, 206 pagg., 16,50 euro
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Fuggire
dal golpe cileno per ritrovarsi in Argentina, dittatura dalla forma
più ambigua i cui delitti sono celati dalla propaganda. Il
protagonista è gettato nella clandestinità di una periferia
industriale senza alcun centro, dove la lotta politica è lotta
per la sopravvivenza. “Ci si illude che da ciò lo spirito
possa uscirne integro: ma sempre, al corpo, resta impigliata l’anima”.
Attorno a lui, il popolo sommerso degli sconfitti ai quali l’autore
restituisce voce e poesia. Nessun vincitore nella storia dei vinti,
ma chi mette in gioco tutto può aiutare a schiudere l’orizzonte
di un differente possibile. Capita, leggendo, di trattenere il fiato
in attesa di un gesto che rovesci le sorti. Come il tiro di Rensenbrink
al 90° minuto della finale dei mondiali di calcio del ’78
– partita con esito già deciso tra Argentina e Olanda
– che “entrando in rete avrebbe dimostrato che nel tessuto
monotonamente omogeneo delle storie già scritte si potevano
aprire delle falle, delle discontinuità”.
Alluminio è un racconto popolato di storie, ma anche polifonia
di temi intrecciati a una trama armonica ritmata dal loro ritorno.
E’ sguardo e pensiero sul mondo, cura per l’umanità
che lo abita e per la parola che ha il compito di narrarla. (F. Frediani)
ALLUMINIO,
Luigi Cojazzi, Halley editrice (Hacca), 206 pagg., 12 euro
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“Victoria
ha imparato a notare tutto e a tenerlo per sé. La biblioteca
è chiusa. […] Stanno inventariando i libri. E alcuni,
come per magia, si perdono. Come alcune persone”.
1977, in uno sperduto paese dell’Argentina: da giorni la corriera
non si ferma; la sbarra della ferrovia è abbassata. Nessuno
conosce le ragioni di tale isolamento forzoso, eppure, nessuno se
ne dà pensiero. La corriera che accelera anziché frenare
davanti alla fermata, diviene solo un diversivo stravagante, un evento
da non perdere per il quale vestirsi a festa e uscire. E se la causa
di tutto è – come affermano le voci che iniziano a circolare
– la caccia da parte delle autorità di una sovversiva
nascosta nei paraggi, basta attendere che la catturino e tutto tornerà
come prima, sotto la calda e rassicurante coltre delle piccole abitudini
quotidiane, dei piccoli poteri, dei piccoli domini, pubblici e privati.
Una dittatura ha vita facile, ci dice la Almeida: poggia le fondamenta
su cittadini indifferenti che accettano ogni menzogna in cambio della
propria quiete. In fondo, il regime si presenta bene: “Dovevi
vedere che bei tipi! Com’erano vestiti bene gli agenti, con
i capelli a spazzola, i baffi perfetti. [...] Tengono pulito il paese,
ci proteggono. Fanno in modo che continuiamo a vivere tranquilli”.
(G. Cracco)
LA SOVVERSIVA,
Eugenia Almeida, Guanda, 155 pagg., 13,50 euro
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La
Nemesi ha occhi chiari e freddezza di un militare croato. Il pluripremiato
(ex) fotoreporter di guerra Faulques, oggi eremita in una torre sull’isola
di Ibiza, non intende sfuggirle. Mentre dipinge sulle pareti un immenso
affresco circolare, nel quale si mescolano luci e ombre di un’umanità
agonizzante – vuol catturare ciò che mai gli è
riuscito con la fotografia, fredda arte e non documento dell’orrore
umano – è costretto dal suo giustiziere, per il quale
una foto di Faulques è stata la famosa farfalla di Lorenz,
a ripercorrere esperienze ed eventi che lo hanno portato fin lì.
Si delinea così, nell’attesa di una morte annunciata,
la teoria del caos che governa il mondo, “i passi del Caso su
una rigorosa scacchiera”. Simmetrie, linee rette, diagonali
che hanno disciplinato le sue foto prima e la sua pittura adesso,
Faulques le ascrive anche alla realtà: logica e guerra come
uniche chiavi possibili di lettura delle umane vicende. Arturo Pérez-Reverte
non lascia dubbi: fedele alla spaventosa simmetria della sua natura
intelligente, l’uomo è il più crudele di tutti
gli animali anche se “crea eufemismi e cortine di fumo per negare
le leggi naturali. E l’infame condizione che gli è propria”.
Romanzo denso, filosofico, dal finale ineluttabile. (L. Viarengo)
IL PITTORE DI BATTAGLIE,
Arturo Pérez-Reverte, Tropea, 284 pagg., 15 euro.
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The
female of the species is more deadly than the male, più
letale del maschio, recita la famosa poesia di Kipling, e questi nove
racconti, perfetti e rigorosamente in prima persona, ne sono la dimostrazione,
come suggerisce il sottotitolo della versione originale, storie di
mistero e suspence, scomparso nella traduzione in italiano. Angoscia
degna del miglior Poe e scandaglio psicologico della migliore Woolf:
Joyce Carol Oates svela le pulsioni nascoste dell’animo femminile,
la violenza presente nelle femmine di ogni specie e che sembra invece
sopita nell’uomo. Nessuna riesce a sfuggire al suo fascino arcano,
bambina o vecchia, privilegiata o miserabile, madre o figlia, moglie
o amante: non c’è differenza anagrafica, sociale, culturale
che conti, quando la solitudine trasforma l’amore in una malattia
mortale. Con una lenta metamorfosi in cui il bene e il male cambiano
posto e i legami perdono ogni significato, le femmine della Oates
non ravvisano l’incubo che le avvolge se non quando tutto è
compiuto. Sezionate con chirurgica precisione, le nove vite ordinate
vanno in pezzi, lasciando un’eco di morte che rimbalza, dannata,
da pagina a pagina e ci sussurra: “Potrebbe succedere a te.”
(LaBaer)
LA FEMMINA DELLA SPECIE,
Joyce Carol Oates, Bompiani, 310 pagg., 16,50 euro.
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Michele
ha 13 anni, Felice ne ha 60; Michele è un borghese, Felice
è un contadino; Michele sa di letteratura e di scienze, Felice
è semianalfabeta. “Per ogni cosa una cosa”. Felice
sta perdendo la memoria e Michele lo aiuta, con tecniche mnemoniche,
a ricordare i nomi degli oggetti, e più Felice dimentica più
la sua mente si espande, costretta a ragionare: le parole assumono
la doppia valenza di significato e significante. “Però
perd la memoria voeur minga dì dumà smentegass di coss,
voeur anca dì smentegass di record” dice Felice. E inizia
un’avventurosa caccia ai ricordi dell’uomo, tra le tessere
di un puzzle, rimescolate e mancanti, memoria di quella casa in cui
ha sempre vissuto e di quel paese, a cui il ventennio fascista ha
cambiato nome, teatro di lotte partigiane. Michele inizia con lo scavare
in quella mente e finirà con lo scavare in giardino, in cerca
di una fossa comune, di una Storia e di una verità che tutti
sembrano voler rimuovere, ipnotizzati dagli sceneggiati televisivi
dell’estate del ‘69. Viaggio alla ricerca di un’identità
perduta, simbolo di un’Italia che ne è divenuta priva,
e viaggio psicologico all’interno di una mente che rivela il
dolore, il rimosso e la costruzione arbitraria di una realtà
che non è mai la medesima per tutti. (G. Cracco)
VERDERAME,
Michele Mari, Einaudi, 164 pagg., 16,50 euro
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Idea
davvero felice quella di Elena Stancanelli e della minimum fax di
raccogliere e integrare alcuni pezzi di questa scrittrice e cronista
di Repubblica, legati dal comune denominatore di un vagabondaggio
romano fra luoghi, non-luoghi e ipo-luoghi che forniscono all'autrice
lo spunto per un'immersione in uno spazio ben più profondo,
una dimensione introvabile nel “solito mantra idiota, nella
vulgata becera che gira di bocca in bocca nelle redazioni”,
tanto per citare parole della stessa scrittrice, a proposito dei quotidiani.
“Quando il racconto è la trasfusione di un sentimento,
non c'è alcun dubbio che le parole siano non solo utili, ma
necessarie”. E il sentimento c'è – fortemente condito
di ironia, disincanto e provocazione – nel libro A immaginare
una vita ce ne vuole un'altra, titolo mutuato da una poesia di Victor
Cavallo. Come chiarisce l'autrice nelle pagine di apertura, è
solo dalla vita “altra”, quella fatta di certezze, di
paletti, di sicurezza che possiamo lanciarci verso il caos e il buio
di una vita “immaginata”. Questa è l'operazione
che Elena Stancanelli si propone, rileggendo con occhi diversi un
itinerario già percorso. Frammenti di storia, personaggi famosi
e non, realtà sociali e digressioni in questo mosaico critico
di politica, costume, arte che fa di Roma (e non solo) un luogo metafisico
(L. Viarengo)
A IMMAGINARE UNA VITA CE NE VUOLE UN'ALTRA,
Elena Stancanelli, minimum fax, 176 pagg., 11 euro
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Il
falsario di Caltagirone è un romanzo che unisce Storia e storia.
La Sicilia delle rivolte dei Fasci siciliani, delle elezioni del 1889
vinte dal partito dei circoli operai nei comuni dell’isola,
la repressione militare nelle strade e i maneggi politici che portarono
al commissariamento delle giunte; la Storia con tanto di nomi e cognomi,
viva come mai sarebbe possibile in un saggio storico. La Parigi del
j'accuse di Zola, di Picasso, degli anarchici. L’Argentina,
dove “in ogni migrante italiano si sospettava un terrorista”,
e con tale pretesto fu messa in piedi una campagna xenofoba che opponeva
lavoratori emigrati a basso costo a quelli locali a più alto
costo. La Storia si ripete… Il ritorno, infine, nella Sicilia
di Don Sturzo e del nascente regime fascista. Su tutto, o meglio,
attraverso tutto, la vita di Paolo Ciulla, l’artista e i suoi
quadri, l’uomo e gli appassionati amori omosessuali, le lotte
politiche e la decisione di divenire falsario in attesa di una rivoluzione
“che tanto prossima non sembrava”, e spezzare con la sua
arte il monopolio della lira che “liberamente moltiplicata poteva
diventare cibo, vestito, gratuito medicamento”. Paolo Ciulla
mise in circolazione, in due anni di solitario lavoro tra il 1920
e il 1922, quasi ventimila banconote da 500 lire. Una gratuita ricchezza.
(G. Cracco)
IL FALSARIO DI CALTAGIRONE,
Maria Attanasio, Sellerio editore, 201 pagg., 10 euro
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L’Italia
delle sezioni del PCI, negli anni ‘50 e ‘60; le lotte
operaie, le manifestazioni per i contratti di lavoro, la costituzione
dei Consigli di Fabbrica e i picchetti alla Brionvega di Milano nei
primi anni ‘70; il ‘77 a Torino, il movimento dell’Autonomia,
le “Ronde proletarie”. La Fiat Mirafiori: i 61 operai
licenziati nell’ottobre ‘79 con l’accusa di terrorismo,
i trentasette giorni del 1980, i 23.000 cassaintegrati con la benedizione
dei sindacati, la Marcia dei quarantamila. Pagine di Storia italiana.
Ines Arciuolo quella Storia l’ha vissuta, per scelta. “Ho
avuto la fortuna di avere un padre comunista”, scrive in A casa
non ci torno. E nella sua autobiografia, i valori, le teorie, le lotte
in fabbrica, diventano realtà quotidiana. Che cosa significa
far parte di “una squadra” di operai alla catena? Resistere
alla stanchezza in un picchetto notturno? Che cosa significa voler
essere operaia fin da bambina, sognare la fabbrica e l’impegno
politico attivo, al punto da partire per il Nicaragua sandinista e
partecipare alla rivoluzione? E ritrovarsi infine nell’individualismo
diffuso dell’Italia degli anni ‘90 ma ancora con la “ferma
convinzione, rafforzata da cocenti delusioni e da una realtà
scoraggiante, che non vi possa essere miglioramento della condizione
umana se non nella forza collettiva”. (G. Cracco)
A CASA NON CI TORNO. Autobiografia
di una comunista eretica
Ines Arciuolo, Stampa Alternativa, 254 pagg., 15 euro
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