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dicembre 2011- gennaio 2012
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Inchiesta |
| Scoppiare di salute (1ª
parte) di Giovanna Baer |
(Paginauno n. 10, dicembre 2008 - gennaio 2009) QUI la seconda parte dell'inchiesta |
| Dentro
la sanità pubblica e privata |
| “Sulla definizione di azienda sanitaria si sono purtroppo
cimentati troppi personaggi che poco conoscono i fondamentali concetti
dell’economia aziendale, così nel passato un ministro
della Sanità poté affermare a grandi titoli di cronaca
che l’ospedale non è un’azienda”. Il caso Ma la vicenda è solo l’ultima, e forse non la più
grave, degli episodi di malasanità che hanno riguardato la
Lombardia negli ultimi anni. Con ciò non si intende dimenticare
la quota di reati in campo medico ascrivibili alle altre regioni
italiane; quel che stupisce è che queste tragedie non impediscano
di continuare a proporre, da parte politica e non solo, il modello
di sanità lombardo come esempio di eccellenza da seguire.
Giuseppe Santagati, avvocato specializzato in diritto amministrativo,
è da vent’anni manager della Sanità a Milano.
Di quel che succede negli ospedali parla con cognizione di causa,
perché è lui che, nel lontano 1996, ha scoperto la
madre di tutti gli scandali, quello ‘delle ricette d’oro’
(700 medici indagati, 175 condannati), e che invece di voltarsi
dall’altra parte, o di pretendere la sua parte nel banchetto,
ha raccolto le proprie carte ed è andato a consegnarle nelle
mani dell’allora procuratore della Repubblica Francesco Saverio
Borrelli. “La regione paga, butta i nostri soldi. Come fanno
a ripetere che la Sanità lombarda è la migliore d’Italia?
Hanno trasformato gli ospedali in un supermercato: ed è una
gara a offrire le cure più costose, non importa se utili
o no. Uno entra per una visita ed esce con un trapianto. L’interesse
del sistema è il profitto dell’imprenditore della sanità,
non la salute del paziente” (1). La riforma del SSN Nello stesso tempo, la legge ha introdotto il cosiddetto ‘rimborso
a prestazione’, stabilendo che le strutture sanitarie non
fossero più finanziate a piè di lista, sulla base
delle spese effettivamente sostenute (per quanto riguarda gli istituti
pubblici) o sulla base dei giorni di degenza (per quanto concerne
gli istituti privati), ma attraverso un meccanismo centrato sulla
scheda di dimissione ospedaliera (SDO), un modulo che contiene tutte
le informazioni rilevanti relative al ricovero. Quanto in essa indicato
permette di attribuire il paziente a un gruppo diagnostico predefinito
(il tanto citato DRG, Diagnosis related group) cui corrisponde un
valore di rimborso predeterminato, a prescindere dalle specificità
dei singoli casi clinici (ogni malato è diverso dagli altri,
anche a parità di patologia) e dal percorso diagnostico-terapeutico
seguito: tanto per un parto cesareo, tanto per una nefrectomia,
tanto per un trapianto di fegato, e così di seguito. Regione che vai, Sanità che trovi In Lombardia, ogni ASL riceve fondi dalla regione sulla base della ‘quota capitaria pesata’, cioè sulla base della dimensione della popolazione di riferimento ponderata in relazione alle caratteristiche socio-demografiche. Con questi finanziamenti, la ASL copre i costi dell’attività socio-sanitaria e di prevenzione, provvede alla spesa farmaceutica, retribuisce i medici generici e acquista le cure mediche, definite ‘prestazioni sanitarie’, dalle strutture erogatrici pubbliche o private accreditate. Il principio che caratterizza il modello lombardo è rappresentato dalla ‘libera scelta’ del cittadino che, almeno sulla carta, può decidere in quale istituto, pubblico o privato, ricevere le terapie di cui ha bisogno. Attuando la riforma, la Lombardia ha posto dunque i soggetti pubblici in diretta competizione con i soggetti privati (convenzionati), che hanno visto crescere in modo considerevole la propria quota di mercato. Ma il sistema competitivo non ha le stesse regole per gli operatori pubblici e per quelli privati: mentre le cliniche private possono ‘scremare’ i pazienti sulla base dei valori di rimborso, e di conseguenza possono rifiutarsi di curare i malati cui corrispondono DRG inferiori ai costi delle terapie (per ragioni che approfondiremo più avanti, spesso i valori di rimborso stabiliti non sono consistenti, cioè non riflettono in modo adeguato i costi che l’ospedale deve effettivamente sostenere), gli istituti pubblici sono obbligati ad accettare i pazienti con qualsiasi tipo di patologia (2). A questa distorsione si affianca in Lombardia la crucialità del ruolo svolto dalla Regione, che rappresenta “la holding delle aziende sanitarie pubbliche, in quanto ne detiene la proprietà e ne nomina i direttori generali” (3). Inoltre, disavanzi di gestione ‘ingiustificati’ (termine quanto mai ambiguo trattandosi di salute, soprattutto se lasciato all’interpretazione di soggetti senza competenze mediche) a carico degli ospedali pubblici, policlinici universitari compresi, comportano su tutto il territorio nazionale il commissariamento da parte della regione di competenza e la revoca dell’autonomia aziendale (4). Possiamo solo immaginare cosa capiterebbe nella malaugurata ipotesi che il governatore della regione – l’amministratore delegato della holding – avesse interesse allo smantellamento del servizio pubblico, per tornaconto personale o appartenenza politica, dal momento che la legge non pone nessun tipo di controllo specifico al suo operato. L’altro modello organizzativo, emiliano ma largamente diffuso
in tutta Italia, prevede un finanziamento diretto della regione
sia alle ASL, che al loro interno svolgono anche un’attività
ospedaliera ‘di primo livello’, sia a nosocomi di rilievo
nazionale autonomi, solitamente di alta specializzazione, definiti
di ‘secondo livello’, cui i cittadini possono ricorrere
nei casi in cui la gravità o la particolarità delle
proprie patologie lo richieda. In questo caso, le regioni finanziano
il sistema privato solo in quelle situazioni in cui la specificità
delle terapie prestate lo giustifica: in una logica economica, potremmo
dire che le strutture indipendenti svolgono un ruolo integrativo
dell’offerta. Nell’attesa di una risposta, notiamo con stupore quale triste destino accomuni i ministri della Sanità che hanno messo mano al sistema per orientarlo in senso privatistico: il 17 aprile scorso anche Sirchia è stato condannato in primo grado (tre anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici) per avere incassato tangenti da aziende del settore sanitario nel periodo in cui ricopriva il ruolo di primario di Ematologia al Policlinico di Milano. Come è capitato al suo illustre predecessore (5), ci aspettiamo di vederlo presto al lavoro con nuovi e prestigiosi incarichi istituzionali, magari una pubblica docenza di Economia sanitaria. DRG: molte ombre, poche luci Ma, fatto ancor più preoccupante, né le regioni né lo Stato hanno mai avuto interesse a valutare se il nuovo sistema abbia peggiorato o migliorato l’efficienza delle strutture sanitarie – limitandosi a dichiarare, fin troppo ideologicamente, che all’aziendalizzazione si accompagna per forza un aumento di efficienza – e neppure se sia cresciuta o diminuita la qualità delle cure mediche prestate: “Il nostro SSN non dispone di alcun sistema di sorveglianza di eventi sentinella relativi alla qualità delle prestazioni erogate; né risultano pubblicati studi, ancorché di dimensione locale, che abbiano indagato la relazione fra SPP e qualità dell’assistenza nell’ambito dei nostri ospedali” (9). Quel che è certo, e la letteratura economico-sanitaria lo conferma, è che all’adozione dei DRG si accompagnano sempre importanti fenomeni distorsivi (10), fra cui: la riduzione della durata della degenza, in quanto per ogni DRG è prevista una degenza standard e, di conseguenza, il paziente deve essere dimesso più rapidamente (quicker and sicker: più in fretta e più malato); l’attribuzione delle diagnosi ai DRG più convenienti (per esempio, il parto cesareo); la pratica in ricovero di interventi effettuabili in day hospital o in ambulatorio (per esempio, ernie); e la già citata scrematura dei casi meno remunerativi (cream skimming). Questi effetti distorsivi sono causati o aggravati dal fatto che, come abbiamo accennato in precedenza, i DRG non sono stati adeguati ai costi effettivi dell’ospedale che il controllo di gestione consente di rilevare (11): sono identici per strutture grandi o piccole, nonostante la dimensione abbia evidentemente un ruolo nell’architettura dei costi e nella flessibilità operativa; identici per regioni diverse con problemi sociosanitari diversi; per strutture pubbliche e private, che hanno un diverso grado di libertà nell’accettare i casi da trattare, e così di seguito. Di conseguenza, per raggiungere il pareggio di bilancio (istituti pubblici) o per aumentare i profitti (cliniche private) i medici sono messi nella condizione di essere ricattati dal direttore generale – la nuova figura introdotta dalla riforma, che ha pieni poteri pur non essendo un clinico – affinché siano sempre più produttivi (12). Se poi, come alla Santa Rita, il loro stipendio viene commisurato alla quantità di denaro che riescono a far entrare nelle casse della clinica, non ci si deve stupire che un paziente con un’unghia incarnita subisca un’operazione al menisco, o peggio ancora. Aziendalizzazione perché? Aziendalizzazione per
chi? Sembra che non ci sia niente da eccepire finché non si
riflette sul fatto che non sono le operazioni economiche che aumentano
lo stato di salute dei pazienti, ma è la pratica clinica.
Proprio come ogni famiglia prende delle decisioni che hanno un riflesso
economico senza per questo trasformarsi in azienda (pensiamo alla
scelta del percorso scolastico più adatto ai figli e alla
sua incidenza sul bilancio familiare), allo stesso modo il fatto
di operare con risorse finanziarie limitate e di prendere decisioni
con conseguenze economiche non può permettere di definire
azienda un ospedale. Costringendo la pratica della medicina entro
un insieme di regole economiche si altera in modo radicale non solo
la natura del rapporto medico-paziente (che diventa un rapporto
fornitore-consumatore di cure sanitarie) ma della scienza medica
nel suo complesso, aprendo la strada a storture di ogni tipo. Ci
sono parecchie ragioni per cui curare le malattie non può
essere considerato alla stregua di vendere un piatto di spaghetti
o un telefonino: per citarne solo una, il cliente (cioè il
paziente) non è in grado di stabilire autonomamente quale
sia il suo bisogno (di quale malattia soffra) e nemmeno di quali
beni e prestazioni (cioè di quali terapie) necessiti per
raggiungere la sua soddisfazione economica (ovvero la sua guarigione).
Leggere nei manuali di economia sanitaria (che sono destinati non
solo agli amministratori, ma anche ai clinici) che un paziente è
“un individuo razionale che valuta le informazioni ricevute;
decide in modo strategico se e quanto informarsi; e quanta conoscenza
trasferire al medico” (14) è talmente lontano dalla
realtà di una persona ammalata da far rabbrividire. E infatti,
“nel discutere i modelli economici del comportamento degli
ospedali la teoria dell’impresa non è molto utile,
a causa del grado di discrezione che il decisore può esercitare”
(15). Tutte le motivazioni dichiarate (contenimento della spesa sanitaria
e miglioramento della qualità delle cure) crollano di fronte
all’evidenza: come abbiamo visto, nonostante la riforma, i
costi del SSN continuano ad aumentare a un tasso di crescita invariato,
e di che cosa sia successo alla qualità delle prestazioni
mediche le autorità si sono bellamente disinteressate. QUI la seconda parte dell'inchiesta
(1) Il Venerdì di Repubblica, 11 luglio
2008
Altri articoli sull'argomento: Farmaci,
business e lo strano caso dell'Aulin di Giovanna Baer,
Paginauno n. 16/2010
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