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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| La schiavitù nello
sguardo di Luciana Viarengo |
| Recensione
di Riflessi in un occhio d'oro, Carson McCullers |
|
In un ambiente nel quale il conformismo la fa da
padrone, le relazioni fra i personaggi, i loro desideri a distanza,
trovano la loro espressione più intensa in un voyeurismo che
può avere, di volta in volta, la durata e l'intensità
di un amplesso, o la fulminea rapidità di un affondo di lama,
con sguardi tesi a carpire o a esprimere molto di più di quanto
potrebbero le parole. La vicenda si svolge in una guarnigione militare
che, come precisa la scrittrice fin dalla prima riga, in tempo di
pace è un luogo noioso. Ci sottolinea, nel primo paragrafo,
la monotonia, il tedio, la rigidità, l'isolamento e la necessità,
nella vita militare, di segnare il passo di chi ti sta davanti. Solo a volte Carson McCullers semina qua e là
brevi e incisivi giudizi morali, quasi sempre negativi, circa la stupidità
o la grettezza di qualche personaggio. Sono interventi forse non sempre
necessari, perché i fatti narrati sono sufficientemente esplicativi
da permettere al lettore di formulare un giudizio proprio. Ma l'intrusione
è talmente sporadica e rarefatta da non risultare sgradevole. Fin dall'accenno a Uccello di Fuoco e la successiva, incauta potatura di una quercia, si intuisce che il destino di William è quello di indispettire il capitano Penderton, al quale tempo prima, nel fortino, aveva servito del caffè, versandoglielo maldestramente sull'impeccabile completo di seta cinese. Ma l'inettitudine imputata a William è in realtà soltanto un pretesto; il vero motivo dell'irritazione di Penderton è costituito dall'attrazione che questi prova nei confronti del giovane soldato. Dal canto suo l'ignaro soldato William subisce, secondo una logica più prevedibile, una irresistibile fascinazione per Leonora al punto che, dopo averla vista dalla porta spalancata di casa mentre si spoglia davanti al camino e sale nuda le scale con l'unico scopo di indispettire il marito, non riuscirà più a fare a meno di quella visione e passerà le notti spiando la vita della coppia dal giardino, fino a quando Leonora non si addormenta e lui può entrare nella sua camera, silenzioso come un ninja, per restare a fissarla assorto fino all'alba. Anche in questo caso, Carson McCullers ci presenta
questa insolita situazione voyeuristica come se non ci fosse assolutamente
nulla di anomalo, come se questo capitasse ogni notte in centinaia
di case. Del resto sappiamo quanto sia stata strana la vita familiare
di William e scopriremo anche che tempo prima ha ucciso un uomo senza
motivo e senza il minimo senso di colpa: è ovvio che dobbiamo
adeguare i nostri canoni di giudizio. L'unica ad accorgersi di questa nera figura di uomo
che esce furtivamente da casa Penderton è Alison Langdon, durante
le sue tante notti insonni, ma poiché la poveretta soffre di
gravi disturbi nervosi ed emotivi, la malaugurata idea di parlarne
a Penderton non farà che aggravare la già critica opinione
che tutti hanno di lei. Il destino del capitano è segnato dall'inizio, essendo dominato da pulsioni autodistruttive che rivolge verso l'esterno, basti vedere la maniacalità con cui ogni sera prepara la scrivania per i suoi studi, la sia cleptomania e gli improvvisi accessi di crudeltà nei confronti degli indifesi – il sadismo con il quale frusta il cavallo della moglie e il lontano episodio nel quale raccoglie un gattino per la strada e lo coccola a lungo sentendolo ronfare tra le mani per poi buttarlo improvvisamente in una cassetta postale, sono sufficienti ad alienargli la simpatia di qualunque lettore. Il suo corrispettivo femminile è Alison.
Ugualmente tormentata e oppressa dal suo ruolo e dalla rigidità
del contesto sociale, perennemente malata, depressa per la morte di
una figlia neonata, incompresa da un marito totalmente aderente al
sistema militare e disgustato da ogni debolezza o malattia al punto
da tradirla con Leonora subito dopo la morte della figlia, Alison
rivolge contro se stessa il proprio istinto di morte, fino al punto
da tornare a casa una sera dopo una cena dai Penderton e tagliarsi
i capezzoli con un paio di forbici da giardinaggio. Anche in questo
caso, ci troviamo di fronte a una crisi di genere, con tutta la forza
scatenante di una femminilità e di una maternità frustrate. La claustrofobica ambientazione del fortino, con
le case tutte uguali, i giardini curati e il silenzio delle strade
interrotto dalla tromba che scandisce i ritmi di vita militare, bene
rappresenta i recinti sociali e il conformismo di chi pretende di
rispettare questi recinti anche tradendo se stesso. Del romanzo del sud, Riflessi in un occhio d'oro
non rispetta tutti i canoni; il tono distaccato del narratore rende
difficile provare simpatia perfino per i personaggi più deboli
e rende l'atmosfera più asettica di quella a cui ci ha abituato
la letteratura “sudista”, tuttavia riesce a trasmettere
la medesima sensazione di torbido malessere attraverso l'immobilità
di certe situazioni e la percezione della claustrofobica vita dei
personaggi, che anche davanti alla morte e ai conseguenti lampi di
consapevolezza non hanno la capacità di riscatto, né
quella di sottrarsi a un destino da tragedia greca.
Riflessi in un occhio d'oro, Carson McCullers |