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dicembre 2011- gennaio 2012
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Vocabolario
storico |
| Santo subito (1ª
parte) di Nicola Loda |
(Paginauno n. 10, dicembre 2008 - gennaio 2009) QUI la seconda parte dell'articolo |
| Santi
e beati: politica e convenienze dietro i processi di canonizzazione |
| Invocato già in epoche remote per richiedere la canonizzazione immediata e plebiscitaria del pontefice appena defunto, lo slogan ‘santo subito’ si è imposto durante l’oceanica adunata dei fedeli cattolici a Roma, in seguito alla morte di Giovanni Paolo II. Non tutti possono diventare santi. Esistono caratteristiche che la Chiesa cattolica deve ravvisare per dare avvio al processo di canonizzazione, che con attenzione valuterà l’intera vita del ‘presunto’ santo prima di riconoscerlo come tale. Innanzitutto deve essere rinvenuta la presenza straordinaria dello Spirito Santo e della Volontà di Dio, in vita e dopo la morte, davanti alla quale lo stesso riconoscimento di un miracolo passa spesso in secondo piano. Il santo è esempio da seguire e imitare, rivela nel suo agire quotidiano qualcosa di Dio, è modello di vita cristiana per tutte le comunità di fedeli e contribuisce a rendere salda la fede nei valori fondanti del cristianesimo: l’amore per Dio e quindi per il prossimo, la carità, il perdono, l’accoglienza verso i deboli, il rispetto della dignità umana, il rifiuto dell’egoismo e di ogni forma di violenza. Le esistenze dei santi hanno quindi ispirato la vita dei cristiani durante la millenaria storia della Chiesa. Molti di loro, infatti, soprattutto negli anni ’30
e ’40 del secolo scorso, hanno preso esempio da Sant’Ambrogio,
patrono della città meneghina, e dal suo rapporto con gli ebrei.
Nel quarto secolo d.C. il santo scriveva, nell’Expositio
Evangelii secundum Lucam, che il popolo giudaico è “perduto,
spirito immondo, preda del diavolo anche all’interno del suo
tempio sacro, la sinagoga: anzi la stessa sinagoga è ormai
sede e ricettacolo del demonio che stringe entro spire serpentine
tutto il popolo giudaico”. Altre volte le vite dei santi non risultano sufficientemente
ispiratrici finché non si verificano particolari congiunture
storiche: è forse questo il caso di San Thomas Moore (il nostro
Tommaso Moro). Ma pensando alla vicenda di Thomas Moore, il quadro
neppure oggi è così netto e leggibile come lo si voleva
fare apparire allora. Egli diede il meglio di sé sul piano
filosofico e letterario, ma il peggio lo mise in pratica nell’esercizio
delle funzioni di cancelliere del Regno d’Inghilterra promulgando,
quando il suo re era chiamato dal papa ‘difensore della fede’,
la legge De Heretico comburendo, grazie alla quale almeno
quindici anabattisti furono bruciati vivi dopo un grottesco processo. Quando nel VI secolo d.C. san Benedetto dettava
con la Regola le basi del monachesimo occidentale, auspicava
per i monaci una vita all’insegna dell’obbedienza assoluta
e del raggiungimento della santità: “Non vivono più
del loro libero arbitrio, ambulantes alieno iudicio et imperios, ma
procedono sotto il giudizio e l’ordine di un altro, desiderando
sempre che un abate li comandi” (cap. V della Regola). Susan Shields, suora: “All’interno dell’ordine, l’obbedienza totale ai dettami di un’unica donna è imposta a ogni livello. Mettere in discussione l’autorità non è ammesso. Riuscivo a tenere a bada la mia coscienza recalcitrante perché ci era stato insegnato che lo Spirito Santo guidava la Madre. Dubitare di lei significava che non avevamo fiducia e, ancora peggio, che ci eravamo macchiate del peccato dell’orgoglio. [...] A San Francisco fu messo a disposizione delle suore un convento a tre piani con molte stanze spaziose e uno scantinato immenso. [...] Le suore non esitarono a sbarazzarsi dei mobili indesiderati. Tolsero le panche dalla cappella e strapparono via tutta la moquette dalle stanze e dai corridoi. Buttarono grossi materassi dalle finestre e spogliarono l’edificio di tutti i divani, di tutte le sedie e di tutte le tende. Quel magnifico edificio fu reso conforme allo stile di vita che doveva aiutare le sorelle a diventare delle sante. Spaziosi soggiorni furono trasformati in dormitori stipati di letti. [...] I riscaldamenti rimasero spenti per tutto l’inverno nonostante la casa fosse umidissima. Nel periodo in cui vissi là molte sorelle contrassero la Tbc”. Mary Loudon, volontaria, in merito alla Casa dei moribondi: “La mia prima impressione fu quella di tutte le fotografie e i filmati che avevo visto di Belsen e posti del genere, perché tutti i pazienti avevano la testa rasata. Non c’erano sedie, solo barelle. Allora mi chiesi: che cos’è questo posto? Sono due stanze, di cui una ospita tra i cinquanta e i sessanta uomini, e l’altra tra le cinquanta e le sessanta donne. Stanno morendo. Non ricevono molte cure mediche. Praticamente non ricevono nemmeno antidolorifici oltre all’aspirina. Gli aghi li usavano e riusavano all’infinito e di tanto in tanto si vedeva una suora sciacquare gli aghi sotto il rubinetto dell’acqua fredda. Chiesi a una di loro perché lo faceva, e mi rispose: «Be’, per pulirli». Allora le dissi: «Sì, ma perché non li sterilizzi; perché non fai bollire l’acqua e sterilizzi gli aghi?» Mi rispose: «Non ce n’è motivo. Non c’è tempo»”. QUI la seconda parte dell'articolo
Altri articoli sull'argomento: La
vocazione finanziaria del Vaticano di Erica Gramaglia,
Paginauno n. 11/2009 E tu chiamale
Onlus di Giorgio Morale, Paginauno n. 15/2009 La
ricca economia della carcerazione di Giovanna Cracco,
Paginauno n. 14/2009
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