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Invocato già in
epoche remote per richiedere la canonizzazione immediata e plebiscitaria
del pontefice appena defunto, lo slogan ‘santo subito’ si
è imposto durante l’oceanica adunata dei fedeli cattolici
a Roma, in seguito alla morte di Giovanni Paolo II. Non tutti possono
diventare santi. Esistono caratteristiche che la Chiesa cattolica deve
ravvisare per dare avvio al processo di canonizzazione, che con attenzione
valuterà l’intera vita del ‘presunto’ santo
prima di riconoscerlo come tale. Innanzitutto deve essere rinvenuta
la presenza straordinaria dello Spirito Santo e della Volontà
di Dio, in vita e dopo la morte, davanti alla quale lo stesso riconoscimento
di un miracolo passa spesso in secondo piano. Il santo è esempio
da seguire e imitare, rivela nel suo agire quotidiano qualcosa di Dio,
è modello di vita cristiana per tutte le comunità di fedeli
e contribuisce a rendere salda la fede nei valori fondanti del cristianesimo:
l’amore per Dio e quindi per il prossimo, la carità, il
perdono, l’accoglienza verso i deboli, il rispetto della dignità
umana, il rifiuto dell’egoismo e di ogni forma di violenza. Le
esistenze dei santi hanno quindi ispirato la vita dei cristiani durante
la millenaria storia della Chiesa.
Molti di loro, infatti, soprattutto negli anni ’30 e ’40
del secolo scorso, hanno preso esempio da Sant’Ambrogio, patrono
della città meneghina, e dal suo rapporto con gli ebrei. Nel
quarto secolo d.C. il santo scriveva, nell’Expositio Evangelii
secundum Lucam, che il popolo giudaico è “perduto,
spirito immondo, preda del diavolo anche all’interno del suo tempio
sacro, la sinagoga: anzi la stessa sinagoga è ormai sede e ricettacolo
del demonio che stringe entro spire serpentine tutto il popolo giudaico”.
Nel 388 d.C. a Callinicum, sul fiume Eufrate, il vescovo locale aveva
guidato una piccola folla di cristiani all’assalto della sinagoga,
incitando i fedeli a dar fuoco al tempio. Per placare gli animi il governatore
romano, con il consenso dell’imperatore Teodosio I, condannò
l’accaduto e ordinò che il luogo di culto, distrutto dalle
fiamme, venisse ricostruito a spese del vescovo. Ambrogio inviò
una lettera a Teodosio nella quale dichiarava che quell’incendio
non era affatto un crimine: bruciare le sinagoghe era un “atto
glorioso” di cui il santo stesso si assunse la paternità:
“Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì,
sono stato io che ho dato loro l’incarico, perché non ci
sia più nessun luogo dove Cristo venga negato [...]. Che cosa
è più importante, il mantenimento dell’ordine o
l’interesse della religione?”. Si rifiutò di salire
sull’altare se Teodosio non avesse abolito il decreto imperiale
che sanciva la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo, e l’imperatore
ubbidì. In materia religiosa, l’unica istituzione atta
a decidere era la Chiesa cattolica, secondo le convinzioni dell’allora
vescovo di Milano, il quale rivendicava la superiorità delle
leggi cristiane su quelle dello Stato. La sua influenza sulla politica
di Teodosio portò all’editto di Tessalonica (380 d.C.),
con il quale la religione cattolica divenne religione di Stato.
Altre volte le vite dei santi non risultano sufficientemente
ispiratrici finché non si verificano particolari congiunture
storiche: è forse questo il caso di San Thomas Moore (il nostro
Tommaso Moro).
Cancelliere di Enrico VIII, fu giustiziato nel 1535 per essersi opposto
al divorzio del suo sovrano – solo il papa, secondo Moore, poteva
annullare il sacramento del matrimonio – e al successivo scisma
dalla Chiesa cattolica. Dopo 400 anni, nel luglio del 1935, giusto in
tempo per benedire i falangisti di Franco che insorsero contro il governo
del Fronte popolare l’anno successivo, Moore viene beatificato
da papa Pio XI. Secondo lo storico Lucio Villari, il dramma personale,
religioso e politico di Moore era per la Santa Sede un traslato del
dramma che la religione cattolica stava vivendo in Spagna da quando,
quattro anni prima, era stata proclamata una repubblica non subalterna
alla Chiesa di Roma ma decisamente laica e in alcune sue componenti
apertamente anticlericale. Diventava dunque attuale l’esempio
di Moore: il cattolico ha il dovere di ribellarsi al potere politico
se questo si allontana dai dogmi della religione (o più prosaicamente
quando si oppone alle ambizioni terrene del Vaticano).
Ma pensando alla vicenda di Thomas Moore, il quadro neppure oggi è
così netto e leggibile come lo si voleva fare apparire allora.
Egli diede il meglio di sé sul piano filosofico e letterario,
ma il peggio lo mise in pratica nell’esercizio delle funzioni
di cancelliere del Regno d’Inghilterra promulgando, quando il
suo re era chiamato dal papa ‘difensore della fede’, la
legge De Heretico comburendo, grazie alla quale almeno quindici
anabattisti furono bruciati vivi dopo un grottesco processo.
Beatificare, nel pieno della crisi della Spagna, un personaggio come
Moore, significava dare una precisa indicazione ai cattolici e agli
uomini di chiesa spagnoli che avevano osato appoggiare la Repubblica.
Nel 2000, papa Giovanni Paolo II proclama Tommaso Moro patrono dei governanti
e dei politici.
Quando nel VI secolo d.C. san Benedetto dettava con
la Regola le basi del monachesimo occidentale, auspicava per
i monaci una vita all’insegna dell’obbedienza assoluta e
del raggiungimento della santità: “Non vivono più
del loro libero arbitrio, ambulantes alieno iudicio et imperios, ma
procedono sotto il giudizio e l’ordine di un altro, desiderando
sempre che un abate li comandi” (cap. V della Regola).
Molti secoli dopo la ‘santa subito’ per antonomasia, Madre
Teresa di Calcutta, utilizzava gli stessi metodi per assicurare la santità
alle sue sorelle e ai malati che avevano la sfortuna di ricevere le
sue cure. Ecco alcune testimonianze tratte dal libro di Christopher
Hitchens, La posizione della missionaria.
Susan Shields, suora: “All’interno dell’ordine, l’obbedienza
totale ai dettami di un’unica donna è imposta a ogni livello.
Mettere in discussione l’autorità non è ammesso.
Riuscivo a tenere a bada la mia coscienza recalcitrante perché
ci era stato insegnato che lo Spirito Santo guidava la Madre. Dubitare
di lei significava che non avevamo fiducia e, ancora peggio, che ci
eravamo macchiate del peccato dell’orgoglio. [...] A San Francisco
fu messo a disposizione delle suore un convento a tre piani con molte
stanze spaziose e uno scantinato immenso. [...] Le suore non esitarono
a sbarazzarsi dei mobili indesiderati. Tolsero le panche dalla cappella
e strapparono via tutta la moquette dalle stanze e dai corridoi. Buttarono
grossi materassi dalle finestre e spogliarono l’edificio di tutti
i divani, di tutte le sedie e di tutte le tende. Quel magnifico edificio
fu reso conforme allo stile di vita che doveva aiutare le sorelle a
diventare delle sante. Spaziosi soggiorni furono trasformati in dormitori
stipati di letti. [...] I riscaldamenti rimasero spenti per tutto l’inverno
nonostante la casa fosse umidissima. Nel periodo in cui vissi là
molte sorelle contrassero la Tbc”.
Mary Loudon, volontaria, in merito alla Casa dei moribondi: “La
mia prima impressione fu quella di tutte le fotografie e i filmati che
avevo visto di Belsen e posti del genere, perché tutti i pazienti
avevano la testa rasata. Non c’erano sedie, solo barelle. Allora
mi chiesi: che cos’è questo posto? Sono due stanze, di
cui una ospita tra i cinquanta e i sessanta uomini, e l’altra
tra le cinquanta e le sessanta donne. Stanno morendo. Non ricevono molte
cure mediche. Praticamente non ricevono nemmeno antidolorifici oltre
all’aspirina. Gli aghi li usavano e riusavano all’infinito
e di tanto in tanto si vedeva una suora sciacquare gli aghi sotto il
rubinetto dell’acqua fredda. Chiesi a una di loro perché
lo faceva, e mi rispose: «Be’, per pulirli». Allora
le dissi: «Sì, ma perché non li sterilizzi; perché
non fai bollire l’acqua e sterilizzi gli aghi?» Mi rispose:
«Non ce n’è motivo. Non c’è tempo»”.
Nicola Loda
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