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Sanità lombarda: altro che Formigoni!
La truffa legalizzata e la farsa della libera stampa
di Giovanna Cracco

La truffa della privatizzazione, la congruità dei rimborsi Drg, i milioni di euro delle cosiddette ‘funzioni non tariffate’ e la strana evanescenza di alcuni giornalisti

Dopo lo scandalo giudiziario del San Raffaele, il sistema lombardo della Sanità è tornato nuovamente sotto i riflettori con la vicenda della fondazione Maugeri.
In entrambi i casi la magistratura ipotizza la distrazione di denaro dai bilanci societari tramite false fatture e la conseguente creazione di fondi neri: un buco da quasi un miliardo di euro per il San Raffaele e da 70 milioni per la fondazione di Pavia.
Il 16 aprile, la risposta di Roberto Formigoni al pressing mediatico è lapidaria: “Nella vicenda della Maugeri e del San Raffaele non è stato sottratto un solo euro pubblico né alla Regione né allo Stato e nessun politico o dirigente di Regione Lombardia è indagato. Se ci sono state irregolarità, esse riguardano aziende private e rapporti tra privati”.
Il governatore lombardo ha in parte ragione, non c’è dubbio: sia la Maugeri che il San Raffaele sono infatti aziende private, e lo sono anche le società che, secondo la procura, hanno emesso le false fatture. Tuttavia, in merito alla mancata sottrazione di soldi pubblici, il ciellino Formigoni ha torto. “Acquistiamo prestazioni sanitarie o assistenziali di assoluta eccellenza che alcuni soggetti privati erogano. Le acquistiamo a un prezzo congruo stabilito per legge e le mettiamo a disposizione dei cittadini”, ha argomentato il Celeste; e qui sta il nocciolo del torto.

Le parole chiave, in questa vicenda e in generale nel sistema sanitario lombardo, sono due: la prima è ‘legge’. Non esiste reato se la legge non identifica un’azione come tale, e poiché il potere legislativo è esercitato dalla politica, è quest’ultima a tracciare i confini della legalità; confini all’interno dei quali viene disegnata l’intera architettura sociale di un Paese. Se dunque una legge decide di fare entrare le cliniche private nel campo della sanità, di parificarle agli ospedali pubblici e di fissare l’entità dei rimborsi da erogare in cambio delle prestazioni sanitarie fornite da entrambi i soggetti, il sistema è legale e la magistratura ha ben poco da indagare.
Tuttavia, se l’entità di tali rimborsi consente ai privati di produrre utili, i concetti di ‘legale’ e ‘illegale’ perdono di significato perché la questione diventa un’altra: la privatizzazione della sanità trasforma i soldi pubblici in profitti privati.

Ed è proprio di questo salto di paradigma – o meglio, della sua assenza – che risente il dibattito sulla sanità lombarda aperto dalle vicende giudiziarie del San Raffaele e della Maugeri: non si può infatti criticare il sistema senza criticare le fondamenta ideologiche che l’hanno creato, ossia il neoliberismo, pena improbabili equilibrismi che mirano a condannare le conseguenze e salvare le cause. E poiché la sanità è solo uno degli ambiti del welfare nei quali il capitale privato è entrato, non si può criticare il sistema lombardo senza criticare le privatizzazioni tout court, ossia il meccanismo che dagli anni Novanta ha lentamente trasformato lo stato sociale in un oligopolio privato, dove pochi gruppi societari fanno affari d’oro con i soldi pubblici.

La vicenda ha inevitabilmente riservato al Pd l’angolo più angusto dal quale uscire: avendo anch’esso abbracciato calorosamente l’ideologia neoliberista da ormai vent’anni, si trova nella condizione di non poter criticare la privatizzazione della sanità, e dunque l’unica via per togliersi d’impaccio è mettere sotto accusa la giunta Formigoni e il sistema di potere di Comunione e liberazione – che ha, e questo è indubbio, conquistato l’oligopolio della sanità regionale, pubblica e privata. Una strada che lo costringe a sacrificare anche la logica, con dichiarazioni come quella di Luca Gaffuri, capogruppo in Regione, ripresa da Repubblica il 14 aprile scorso: “Dalle operazioni inutili alla Santa Rita ai milioni sottratti al San Raffaele e alla Maugeri, nella costosa sanità formigoniana gli scandali sono troppi e troppo gravi: è ora di ridare la parola ai lombardi”.
Ora: è evidente che il parallelo non regge, non solo perché le due vicende sono radicalmente diverse tra loro – la Santa Rita è stata accusata di aver truffato la Regione, il San Raffaele e la Maugeri di aver distratto fondi dai propri (privati) bilanci – ma anche perché la difformità che le caratterizza è particolarmente significativa proprio per svelare la falsità dell’etica ufficiale che mira a salvare il neoliberismo.

La seconda parola chiave comune, questa sì, a tutte e tre le vicende giudiziarie, è infatti quel ‘congruo’ riferito al prezzo pagato dalla Regione per le prestazioni sanitarie fornite dagli ospedali pubblici e privati.
Il 26 luglio 2007, i sostituti procuratori di Milano, Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, sono invitate a riferire alla “Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale” in merito alle presunte truffe messe in atto da alcune cliniche private accreditate; il meccanismo truffaldino consiste, secondo la procura, nel gonfiare i Drg, ossia nell’indicare nella scheda di dimissione ospedaliera codici non corretti al fine di ottenere dalla Regione rimborsi economicamente più alti. Sono sotto indagine diverse case di cura lombarde, tra le più importanti: San Carlo, San Donato, San Siro, Sant’Ambrogio, Galeazzi, Santa Rita e San Raffaele.

In quella sede, una delle questioni focalizzate dalla Commissione è l’adeguatezza dei controlli. Si chiede infatti se il sistema dei Drg, strutturato sul rimborso a prestazione, e in particolare quello lombardo, che ha parificato il pubblico al privato, non si sia rivelato carente dal punto di vista delle verifiche, dato che le presunte truffe – all’epoca gli accertamenti giudiziari erano ancora in corso e nessun processo si era concluso – sono state scoperte solo grazie a indagini della magistratura e non tramite controlli statistici interni al sistema stesso. Il pubblico ministero Siciliano risponde che “il sistema dei Drg è particolarmente complesso” e che “senza avere la possibilità di esaminare concretamente le cartelle cliniche, un potere proprio della procura della Repubblica (che effettua un sequestro, preleva le cartelle, le legge e valuta l’accaduto)”, risulta praticamente impossibile smascherare la truffa. Aggiunge il procuratore Pradella che nemmeno la lettura delle cartelle cliniche può, in alcuni casi, essere sufficiente: nelle indagini in corso è infatti risultato necessario intervenire anche con “una tecnica investigativa più propriamente tradizionale. I dati comparativi che ci giungono dalla Regione andranno comunque confrontati con quanto potranno riferire i pazienti” afferma il pubblico ministero, poiché “certe situazioni non possono che emergere dall’audizione diretta dell’interessato”.

La privatizzazione che ha nel meccanismo dei rimborsi Drg il suo nucleo centrale appare quindi, in quel momento, strutturata in modo da favorire la truffa e garantire anche una sorta di impunità, salvo l’intervento diretto della magistratura.
Tuttavia, le principali inchieste giudiziarie approdano a nulla – tranne quella della Santa Rita, anomala rispetto alle altre, che vedremo. Assoluzione per il San Raffaele (28 marzo 2010), assoluzione per la San Carlo (in primo grado, 20 aprile 2010), archiviazione per le quattro cliniche di Giuseppe Rotelli – l’istituto Galeazzi, il policlinico San Donato, la clinica Sant’Ambrogio e la San Siro – (20 gennaio 2011). Sembra quindi che le imprese private della sanità lombarda operino regolarmente, nonostante la mancanza di controlli interni al sistema. E questo vale anche per l’unico processo che ha avuto sentenza di condanna – al momento in secondo grado, manca ancora il giudizio della Cassazione – ossia quello relativo alla clinica Santa Rita.

 

Nel filone principale del dibattimento, infatti, le accuse a carico dell’équipe di chirurgia toracica diretta dal dottor Pier Paolo Brega Massone si reggono, nella quasi totalità dei casi, sul reato di lesioni dolose, di cui quello di truffa è solo una mera conseguenza. Non è stato infatti indicato in cartella un Drg non corretto a fronte della prestazione sanitaria fornita: il Drg è giusto, come sostenuto anche dalla procura, ed è l’intervento stesso che, secondo l’accusa, non doveva essere eseguito, e dunque il conseguente Drg non doveva essere incassato. Questo al di là del fatto che il processo stesso non sia esente da dubbi, lacune e contraddizioni, come evidenziato nel libro inchiesta E se il mostro fosse innocente? (1).
Per quanto riguarda gli altri sei imputati del dibattimento Santa Rita, accusati del solo reato di truffa e falso, uno di essi è stato assolto in primo grado e due in appello. Ne restano dunque solo tre, e anche in questo caso l’accusa di truffa, malgrado le condanne comminate, fa acqua da tutte le parti (2). Ammesso comunque che in questi tre casi truffa ci sia stata, le indagini a tappeto sulle principali case di cura private accreditate condotte nel corso di due anni dalla procura di Milano hanno portato a un ben misero risultato.

Gli imprenditori della sanità lombarda appaiono dunque particolarmente virtuosi. Ma poiché essi sono anche particolarmente ricchi, tutto fa pensare che la sanità sia un settore redditizio – non si spiega altrimenti nemmeno la loro pervicace volontà di farne parte (nessun uomo d’affari investe in un settore improduttivo). Occorre dunque chiedersi quanto sia ‘congruo’ quel prezzo stabilito per legge: talmente congruo, che perfino davanti a un sistema strutturato in modo da favorire sia la truffa che l’impunità, nessun imprenditore sembra correre il rischio di porsi fuori legge.

I sostenitori della privatizzazione affermano che i rimborsi Drg sono i medesimi per gli ospedali pubblici e per le cliniche private, a riprova della economicità a cui mira il sistema e in nome della quale è stato creato; è dunque solo l’efficienza della struttura a produrre o meno profitti, non l’entità del rimborso, dicono. Dando per assodato che ad alcuni settori ad alta specializzazione equivalgono Drg più elevati e che le cliniche private, potendo decidere in quali ambiti sanitari operare, scelgono ovviamente quelli più redditizi – opzione non perseguibile per un ospedale pubblico, che deve fornire innanzitutto un servizio al cittadino.
Tutto vero. Ma la sanità in Lombardia – e in Italia – non è solo Drg.

Nell’interrogatorio del 17 aprile scorso rilasciato davanti al gip, Pierangelo Daccò, faccendiere coinvolto nelle in chieste giudiziarie San Raffaele e Maugeri, dichiara che la sua collaborazione con quest’ultima aveva per oggetto le “funzioni non tariffate”. Ogni anno, infatti, tramite delibera, la giunta regionale determina l’ambito e l’importo di tali ‘funzioni’, e il compito di Daccò consisteva nel perorare gli interessi della fondazione di Pavia, all’interno della Regione, in questo particolare spicchio di sistema sanitario. Recita la delibera relativa al 2010 (ultimi dati disponibili) che sono “comprese in questa modalità di finanziamento attività indicate dalla programmazione nazionale e regionale nonché provvedimenti specifici della Giunta Regionale volti a riconoscere particolari attività svolte dagli Enti Sanitari, che vengono di volta in volta citati” (3).

Le attività finanziate sono diverse e vanno dal “Trasporto neonatale” alle “Attività connesse al trapianto d’organi”, alle “Attività di Ricerca degli IRCSS” (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), alla “Funzione per complessità dell’Assistenza riabilitativa”. Ed è proprio quest’ultima funzione, per esempio, che ha portato nelle casse della Maugeri, nel solo 2010, ben 11,3 milioni – su 20,7 complessivi percepiti dalla struttura per funzioni non tariffate – mentre è l’attività di ricerca che ha rimpinguato i conti del San Raffaele di 17 milioni – su 41,3 complessivi. A queste cifre occorre sommare i rimborsi Drg, pari a 16,3 milioni per la Maugeri e a 193,2 milioni per il San Raffaele (4). Risulta quindi evidente che per entrambi gli istituti le funzioni non tariffate rappresentino una fetta consistente del fatturato: per il primo, superano l’importo corrispondente ai rimborsi per prestazioni (20,7 milioni contro 16,3) – e sempre, negli anni, lo hanno ampiamente superato – per il secondo rappresentano il 21,4% (41,3 milioni contro 193,2) – vedi tabella.

clicca qui per ingrandire la tabella

 

Occorre inoltre sottolineare che la “Funzione per complessità dell’Assistenza riabilitativa” è per buona parte appannaggio della fondazione di Pavia: su un totale erogato di 28 milioni – interamente a favore di cliniche private – ben 11,3 milioni, come abbiamo visto, sono finiti nelle casse della Maugeri.
Ci sono poi alcune funzioni che appaiono decisamente curiose. La “Funzione per casistica extraregionale in % doppia rispetto alla media regionale” è una sorta di premio attribuito “alle strutture che erogano prestazioni per cittadini provenienti da altre regioni in misura almeno doppia rispetto alla media regionale”: per l’anno 2010 la Regione ha pagato 1,9 milioni complessivi, tutti a cliniche private, tra le quali spicca l’istituto Galeazzi di Giuseppe Rotelli, che da solo si è aggiudicato 671mila euro. Il gruppo San Donato che fa capo a Rotelli ha anche incassato interamente l’importo relativo a un’altra particolare funzione, inerente la “Didattica universitaria della Facoltà di Medicina e Chirurgia”, pari nel 2010 a 3,2 milioni: 2,5 sono andati alla clinica San Donato, 453mila al Galeazzi, 52mila all’istituto Zucchi e 192mila all’istituto clinico Città di Pavia. A margine, vale la pena ricordare che nel gennaio scorso Giuseppe Rotelli ha acquistato anche il San Raffaele.

Sembra insomma che alcuni imprenditori godano in misura maggiore di tali funzioni, al punto che appaiono create dalla Regione su loro misura; e sembra anche che questi imprenditori si collochino all’interno o nelle vicinanze di Comunione e Liberazione.
Nel bilancio sanitario regionale, oltretutto, le funzioni non tariffate rappresentano una parte di discreto peso.
Nel 2010, a una spesa per rimborsi Drg pari a 5,7 miliardi di euro, si è aggiunto quasi un miliardo (995 milioni) per funzioni non tariffate. Come evidenzia la tabella, in meno di dieci anni l’importo relativo a questa erogazione è passato dai 531 milioni del 2002 ai 995 milioni del 2010, e la percentuale di incidenza sui rimborsi Drg è cresciuta dal 10,8% al 17,5%, con un picco oltre il 19% nel 2008 e nel 2009.

Non si tratta di mettere in dubbio la qualità dei servizi sanitari forniti dalla Maugeri o dalle cliniche del gruppo Rotelli né la ricerca scientifica effettuata al San Raffaele. Il punto è un altro: quanto costano effettivamente queste attività e quanto le paga la Regione? È un quesito banale eppure destinato a restare insoluto. Per verificare infatti se la sanità di un tempo, interamente pubblica, costasse alle casse regionali (ossia ai cittadini) più o meno dell’attuale sistema pubblico/privato basato sui rimborsi Drg, non basta certo un semplice totale annuo di spesa ma occorrono dati omogenei da confrontare fra loro (numero di posti letto, tipo di prestazioni erogate, degenza media, servizi offerti ecc.); dati che la Regione non ha mai reso disponibili. Tecnici e politici – la direzione sanità e la giunta lombarda – affermano imperterriti da anni che il sistema dei Drg ha permesso un importante risparmio di denaro pubblico, ma senza dati, crederlo o meno si riduce a un atto di fede; di certo, quel denaro pubblico ora consente a pochi imprenditori privati di fare lauti profitti.

In tutta questa vicenda, c’è anche un altro aspetto meritevole di attenzione: la pessima gestione della notizia da parte dell’informazione. Il 16 aprile Formigoni è nel salotto de L’infedele di Gad Lerner e, incalzato dal giornalista che gli chiede conto dei soldi che la Regione eroga alle cliniche private, affermando che i 56 milioni distratti dal bilancio della Maugeri erano denaro dei cittadini, il Celeste rilancia: «Lei sa, in questi anni, quanti milioni ha dato Regione Lombardia alla Maugeri? 7,3 milioni». In tutta risposta, Lerner non replica alla cifra e cambia argomento, e Formigoni vince senza colpo ferire il confronto, smantellando l’accusa con una semplice logica matematica. È chiara l’ignoranza che pervade il giornalista, incapace di smascherare la menzogna. Un bluff che facilmente si poteva andare a vedere, conoscendo qualche dato tra quelli sopra riportati ed estrapolati da documenti che sono, tra l’altro, pubblici.

Ma se Lerner pecca di superficialità, è a Massimo Giannini, vice direttore di Repubblica, che va la palma di peggiore giornalismo. Invitato insieme al governatore lombardo nella puntata di Matrix del 24 aprile, quando Formigoni scodella la stessa cifra, il giornalista non apre bocca e continua a chiedergli, come un disco rotto, dove abbia passato i suoi ultimi capodanni e se Daccò gli abbia mai pagato le ferie. Il silenzio di Giannini è ben più grave di quello di Lerner, per due motivi.
Innanzitutto il suo giornale ha già pubblicato, sul sito internet, l’interrogatorio di Daccò del 17 aprile sopra citato, nel quale il faccendiere afferma che suo compito era curare gli interessi della Maugeri relativi alle funzioni non tariffate (pari, come abbiamo visto, a 20,7 milioni nel solo 2010). Quindi, quando Formigoni ribadisce che oggetto del contendere sono le delibere regionali che hanno concesso sovvenzioni agli istituti no profit per progetti di adeguamento strutturale, e che questi aiuti negli ultimi anni sono ammontati, per la Maugeri, a 7,3 milioni, Giannini dovrebbe avere in mano tutti gli elementi per contestare l’affermazione – a meno che non legga i documenti pubblicati dallo stesso giornale di cui è vice direttore.

In seconda battuta, il silenzio di Giannini – che poco prima parla di “libera stampa” riferendosi al quotidiano Repubblica – è ben più curioso perché investe gli interessi economici del padrone del giornale per cui scrive, ossia De Benedetti, e dall’ambito della buona fede – l’ignoranza – si rischia di scivolare in quello della cattiva fede.
Tramite il gruppo KOS, De Benedetti possiede in Italia 60 strutture sanitarie private, tra Residenze per anziani (anch’esse accreditate al servizio sanitario nazionale e quindi oggetto di rimborsi regionali) e Centri di riabilitazione.
Due di questi sono presenti in Lombardia, dove il proprietario di Repubblica gestisce anche l’ospedale di Suzzara. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una nuova forma di privatizzazione, di cui De Benedetti sembra essere il precursore: la sua impresa privata gestisce interamente quello che resta un ospedale di proprietà pubblica, intascando quindi i rimborsi dalla Regione per le prestazioni sanitarie erogate (al pari di qualsiasi clinica privata) e accollandosi, in cambio, la ristrutturazione e la messa a norma del nosocomio, ma evitando, in tal modo, l’enorme investimento finanziario che la creazione dal nulla di una nuova struttura sanitaria comporterebbe. Nel 2010 De Benedetti ha incassato, in capo ai due centri di riabilitazione e all’ospedale di Suzzara, 22,1 milioni per rimborsi Drg e 851mila euro per funzioni non tariffate. Questo nella sola Lombardia e relativo e tre sole strutture sulle 60 possedute.

Si può immaginare quanto sia scomoda la poltrona di Giannini. Tanto quanto quella degli esponenti del Pd. Entrambi attaccano infatti Formigoni, impossibilitati come sono a mettere sotto accusa il sistema privatizzato della sanità nelle sue fondamenta. Ma se per i secondi è una questione politica – sospesi da ormai vent’anni nell’annoso impiccio di presentarsi come un partito di sinistra a un elettorato che ancora si considera tale, e la politica economica di destra che hanno abbracciato – per Giannini si tratta di attaccare l’asino dove vuole il padrone.
E così, agli occhi dei cittadini, il problema è Formigoni e non il Sistema; il problema è Comunione e liberazione e non tutti gli imprenditori privati della sanità; il problema sono gli eventuali favoritismi agli amici e non la ‘congruità’ del prezzo pagato dalle diverse Regioni per le prestazioni sanitarie.

Eppure, che gli uomini d’affari siano ciellini è un aspetto secondario dal punto di vista sistemico: se il denaro pubblico, attraverso le privatizzazioni, va ad arricchire Cielle oppure Rotelli (primo azionista del Corriere della Sera con il 16,5%) o Giampaolo Angelucci (re delle cliniche del Lazio e proprietario del quotidiano Libero) o De Benedetti, poco importa. Certo cambia dal punto di vista etico: Comunione e liberazione è un’organizzazione fondamentalista, con tutto ciò che ne consegue in termini di diritto dei cittadini a uno Stato – e a una salute – laica: aborto, fine vita, ricerca sulle cellule staminali.
Ma, a ben vedere, anche questa è una conseguenza del neoliberismo.
Cielle è, innanzitutto, un potente gruppo economico che ha scalato lo Stato sociale, e finché la legge glielo permette può arricchirsi con soldi pubblici. Esattamente come quel capitano d’industria che, per non avere giornalisti che frughino tra i propri interessi, compra un grande gruppo editoriale per dare vita alla libera stampa.

Giovanna Cracco

 

 

(1) E se il mostro fosse innocente? Controinchiesta sul processo a Brega Massone e sulla clinica Santa Rita, Giovanna Baer e Giovanna Cracco, Paginauno edizioni
(2) Per farsi un’idea, sul sito di radio radicale è possibile ascoltare le udienze del dibattimento di appello
(3) Cfr. Deliberazione n. IX/2132 seduta del 04/08/2011, Oggetto: Determinazione in ordine alla remunerazione di alcune funzioni non coperte da tariffe predefinite svolte dalle aziende ed enti sanitari pubblici e privati accreditati per l’anno 2010
(4) Tutti i dati contenuti nell’articolo relativi alla spesa sanitaria sono elaborati dalle pubblicazioni annuali della Regione Lombardia, Direzione generale della Sanità

 

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