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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Più rosso che rosa di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il rimorso, Alba De Cespedes |
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Il fraintendimento è certamente nato dal
fatto che questa scrittrice fosse tra le più attente e sensibili
osservatrici dell’animo femminile, che femminili siano i suoi
personaggi principali e le tematiche portanti di molte sue opere,
in una realtà storica e sociale in cui il maschile rappresentava
l'essere umano e il femminile rappresentava soltanto il femminile
– condizione non ancora del tutto superata. Nacque nel 1911, nipote del primo presidente cubano
e figlia dell’ambasciatore cubano a Roma, inevitabile quindi
che al suo amore per la letteratura si affiancasse quello per la politica,
con un impegno concreto che in pieno regime fascista le costò
addirittura il carcere. Da Bari, con lo pseudonimo di Clorinda, fu
la voce radiofonica della Resistenza con la rubrica “L’Italia
combatte” e due suoi lavori, un libro di racconti e un romanzo,
Nessuno torna indietro, che diventerà poi un bestseller internazionale,
vennero bloccati dalla censura fascista. Proprio dalle pagine del Mercurio prenderà vita il carteggio con Natalia Ginzburg sul lato oscuro delle donne: l’immanenza, la tendenza femminile all’introspezione, il famoso “pozzo” nel quale le donne a volte sprofondano e che la Ginzburg vede come un limite; Alba De Céspedes, al contrario, non lo rinnega. La discesa nel pozzo rappresenta a suo parere il punto di rottura, il momento nel quale la donna può operare una scelta di libertà, prendendo coscienza (e forse distanza) dalle sovrastrutture sociali che ne condizionano l’esistenza . Grazie alla discesa nel pozzo, potremmo dire parafrasando Simone De Beauvoir, la donna può divenire consapevole dei mille legami sottili che la ancorano alla terra e ne stroncano lo slancio. Secondo Alba De Céspedes, in quel pozzo «sono proprio gli uomini a spingerci […] con le loro parole e più ancora con i loro silenzi» e quando parla di uomini la De Céspedes parla sì di figli, mariti e padri, ma anche di uomini del potere, i quali di spazio e di parola alle donne ne concedevano (forse l’uso del tempo imperfetto è improprio) davvero pochi. La forte componente femminista contenuta in questa asserzione, tuttavia, non deve far perdere di vista un’altrettanto importante implicazione contenuta nel binomio parole/silenzi, essendo l’incomunicabilità – declinata come impossibilità di affidarsi ad un linguaggio condiviso fino all’estremo limite del silenzio-menzogna – una fra le tematiche portanti di uno dei suoi libri migliori, Il rimorso del 1962. Un romanzo certamente molto amato dalla sua autrice, basterebbe a testimoniarlo la veemenza con la quale, in una lettera conservata nel Fondo Mondadori, chiede la rescissione del contratto che la lega alla casa editrice, per poter pubblicare, una volta concluso il romanzo, con chiunque altro all’infuori di Mondadori. Che cosa poteva averla spinta, a lavoro quasi ultimato, a decidere di abbandonare il suo editore storico, nonché amico? Semplice: il risvolto di copertina di un’ennesima riedizione del suo libro Dalla parte di lei per mano del direttore di collana, nel quale il romanzo rischiava davvero di apparire come un ennesimo prodotto della letteratura rosa. Il commento, infarcito di espressioni come “tormento interiore”, “toni dominanti che riflettono il suo cuore”, “disegno sfumato e dolce”, usate per descrivere la sua opera, fece infuriare Alba De Céspedes che con una lettera all’incauto direttore bollò tali parole come “escluse dal suo vocabolario”, precisando che avrebbe desiderato piuttosto vedere riconosciuta la validità artistica della sua scrittura, il contenuto etico e lo stile che tale contenuto esprimeva. Lamentò la disistima della quale era fatta oggetto proprio da parte di chi, in qualità di direttore di collana, avrebbe dovuto difendere e apprezzare il suo operato. Sostituire il risvolto di copertina, specificò, non sarebbe servito a farle cambiare idea, «poiché non è la presentazione ai lettori che importa ma quello che Lei pensa». E ciò che l’allora direttore di collana pensava, evidentemente non lo rendeva adatto, «per gli anni impiegati in questo lavoro e il valore che attribuisco al risultato artistico di esso», a ricevere il nuovo nato. Se teniamo conto del fatto che la stesura de Il
Rimorso aveva comportato, per stessa ammissione della scrittrice,
l’abbandono di ogni collaborazione giornalistica, con una conseguente
situazione economica tutt’altro che florida, non possiamo che
apprezzare la sua coerenza, soprattutto pensando a tanti stipendiati
dell’industria editoriale di oggi. La trama: Francesca scrive a Isabella, amica d’infanzia
con la quale non ha più rapporti da tempo, per chiederle aiuto.
La richiesta è in realtà quella di leggere e conservare
le lettere che Francesca sta per scriverle e consegnarle poi a Guglielmo,
marito di Francesca, solo nel caso che “qualcosa di grave accada”.
Come racconterà in queste lettere, Francesca, si è innamorata
di un uomo incontrato durante una vacanza e la storia che ne è
nata sembra evidenziare, per contrasto, tutti i limiti e le mistificazioni
della vita matrimoniale. Per questo, e non tanto per l’amore
che la lega a questo nuovo uomo, Francesca sta per abbandonare Guglielmo.
La vicenda si dipana così attraverso lo scambio
epistolare tra le due donne, fino a quando Isabella, incapace di portarne
il peso da sola e all’insaputa di Francesca, non scriverà
a Guglielmo, permettendogli di entrare nel romanzo come voce narrante.
Isabella non si rivelerà migliore, la sua amicizia con Francesca, così come la sua vita domestica, nasconde silenzi-menzogne. Dietro la parvenza di amica integerrima e moglie fedele, Isabella annovera una serie di tradimenti: un rapporto con il primo amore di Francesca, una relazione con Guglielmo che ha lasciato segni ben più tangibili del solo ricordo, una serie di incontri sporadici con sconosciuti occasionali. Ciò che maggiormente colpisce nello svelarsi degli aspetti più sordidi è l’assoluta ipocrisia che Isabella, a differenza di Guglielmo ben conscio del proprio essere, mantiene anche nei confronti di se stessa, fino a quando lo stesso Guglielmo non la obbligherà a guardarsi, metaforicamente, allo specchio. Una vista che, si suppone per un rimorso tardivo, Isabella non riuscirà a sopportare. Parallelamente a questa storia e apparentemente
senza motivo, se non per un legame professionale con Guglielmo, ci
viene offerto uno spaccato della vita di Gerardo, giornalista presso
il quotidiano diretto da Guglielmo, deciso a rinunciare al ruolo di
inviato e più tardi all’impiego stesso per la stesura
di un libro del quale non riesce neppure a scrivere l’incipit,
ma per il quale non fa che accumulare riflessioni e appunti. Fino
alla decisione di tenere un diario per monitorare il suo impasse.
Sono proprio le pagine del suo diario a comparire nel romanzo, come
testimonianza diretta del disagio intellettuale della sua generazione. Il romanzo è quindi polifonico: tre voci narranti attraverso uno scambio epistolare e una quarta per mezzo di un diario. Questa scelta stilistica, piuttosto desueta per gli anni Sessanta, è funzionale ad alcune importanti tematiche del romanzo, prima fra tutte l’incomunicabilità. I personaggi molto di rado comunicano verbalmente tra loro, poiché la reciproca comprensione attraverso la parola detta sembra essere preclusa; ogni individuo possiede un linguaggio proprio, non condivisibile. Tuttavia scrivono – ciascuno di loro ha anche un legame con il mondo della scrittura, per professione o velleità – e la scrittura, intesa sia come letteratura sia in senso oggettivo come prodotto dello scrivere (lettere, diario, romanzo) diviene così il solo mezzo di auto-riflessione e di analisi, l’unico strumento per guardare criticamente se stessi e la realtà nel suo aspetto più peculiare, la frammentarietà. Questa costruzione narrativa diaristico-epistolare
dà spazio, attraverso la metascrittura – che troviamo
sia nelle pagine-monologo costituite dalle lettere con le quali i
personaggi comunicano sostituendole al dialogo e sull’utilità
e efficacia delle quali si interrogano e disquisiscono, sia nel diario
di Gerardo, dove spesso l’oggetto della scrittura è la
Scrittura stessa – a un’altra tematica portante del libro,
la crisi degli intellettuali. Così, la difficoltà di
Gerardo nello scrivere il libro contrapposta alla continua e fluente
redazione del diario simboleggia l’avvitamento su se stessi
operato da quegli intellettuali delusi dal clima politico, incapaci
di diventare analisti ed esegeti del proprio tempo. Anche la crisi di Francesca, in realtà, non
è riducibile banalmente a una crisi personale per cause sentimentali;
è una crisi di valori e lei è il personaggio che compie
con coraggio, fino alla fine, il suo doloroso percorso di miglioramento,
il cammino che la porterà a comprendere che non è in
un’altra storia sentimentale (quindi nel piccolo orticello privato)
la risposta ai suoi bisogni. «Basta di tutto questo, basta. Sono scuse,
pretesti. Queste cose lasciale scrivere a loro. […] La colpa
sta diventando la nostra Resistenza. Perché sentire la colpa
di vivere? I credenti possono continuare a scrivere della colpa, come
certuni continuano a scrivere della Resistenza. Loro possono anche
buttarla via la vita». Il messaggio è chiaro, il passato
serve a capire il presente, ma è l’impegno per il presente
che l’intellettuale deve riscoprire. Tristemente attuale anche un articolo di Alba De
Céspedes, “Quando l’Italia perse le illusioni”
apparso nel ‘94 sul Corriere della sera, testimonia quanto forte
fosse stata la disillusione di chi aveva riposto nella Resistenza
una speranza di rinnovamento poi disattesa dagli eventi: «Vedevo
i protagonisti politici della Resistenza avvilirsi e spegnersi nell’accettazione
dei riti della democrazia parlamentare. La tragedia diveniva commedia.
Il mio paese d’adozione usciva dalla Storia e il mio paese d’origine,
Cuba, si preparava a rientrarvi, ma ciò sarebbe accaduto solo
una decina di anni più tardi ».
Il Rimorso, Alba De Céspedes, Arnoldo Mondadori Editore, 1963 |