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Intervista

 

Progetto Rojava resiste
Pratiche rivoluzionarie in Kurdistan

di Domenico Corrado

“La rivoluzione è stare insieme in un modo diverso, e quindi la solidarietà internazionale è un modo concreto per dare voce a questa esigenza di partecipare e di esserci”. Con questo spirito, lo scorso 4 ottobre 2015 diversi attivisti degli spazi sociali milanesi riuniti nel progetto Rojava resiste sono partiti alla volta del Bakur, il Kurdistan turco, dove hanno percorso 1.000 chilometri tra “bombe, coprifuoco e zone liberate” per portare dei fondi per la ricostruzione di Kobane. Ne parliamo con un attivista.


Per prima cosa, il quadro generale: proviamo a contestualizzare la storia della lotta dei curdi. Quali sono le tappe fondamentali di questo percorso e da quale progetto politico è contrassegnato?
La lotta del popolo curdo per l’autodeterminazione è iniziata durante gli anni della Grande Guerra con lo sgretolamento dell’Impero Ottomano e il processo di turchizzazione dell’area portato avanti da Kemal Atatürk. Con il Trattato di Versailles del 1919 è nata l’odierna Turchia e le moderne nazioni del nord Africa e del Medioriente. In questo processo di ridefinizione dell’area ci sono stati dei grandi esclusi: gli armeni, che hanno subìto la deportazione e lo sterminio, e i curdi, che hanno visto le loro rivendicazioni soffocate nel sangue. Nel 1978, con la nascita del Pkk di Abdullah Öcalan, si è aperta una nuova stagione della lotta di liberazione del popolo curdo: il Partito dei Lavoratori Curdi, l’organizzazione politica e paramilitare di ispirazione marxista-leninista nata in Turchia e operante anche in Iraq, ha rivendicato la nascita di uno Stato nazione indipendente nella regione storico-linguistica del Kurdistan, a cavallo tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. A causa della sua prerogativa armata, inaugurata nel 1984, il Pkk è ritenuta una formazione terroristica, malgrado nel Vecchio Continente ci siano state, negli anni, diverse proposte di rimuoverlo dalla black list e considerarlo una legittima forza di resistenza.


Poi, nel 1999, viene arrestato Öcalan, il leader storico del Pkk. Quali dinamiche ha innescato questo avvenimento?

Dopo quasi dieci anni di lotta armata e il fallimento della tregua del 1993, con cui i curdi si sono impegnati a deporre le armi in cambio dell’autonomia, e a cui è seguita una feroce repressione da parte di Ankara, nel 1999, come tu dici, viene arrestato Öcalan.
Dal quel momento inizia un processo di revisione ideologica che porterà il Pkk all’abbandono del marxismo-lenismo, a superare l’idea della necessità di uno Stato nazionale curdo e ad adottare la nuova piattaforma politica del Confederalismo democratico: una visione della società influenzata da principî del socialismo libertario e fondata sulla democrazia diretta e su un’economia solidale ed ecologica. Nel marzo 2013 il Pkk ha annunciato un nuovo cessate il fuoco, e ha concentrato le sue forze in Rojava – il Kurdistan siriano – dove si oppone all’Isis e sta tentando di realizzare la rivoluzione. E come sappiamo, nel 2015, malgrado il nemico comune, il governo Erdogan ha violato la tregua, riaprendo le ostilità armate.


Che cosa è cambiato per la situazione curda con la crisi siriana, prima, e la nascita dell’Isis e la guerra conseguente, dopo?

Con lo scoppio della guerra civile siriana, le forze governative del presidente Bashar al-Assad, ritenendo necessario concentrare le forze contro i cosiddetti ribelli, hanno considerato opportuno ritirarsi dalla regione del Rojava, lasciando un vuoto di potere che i curdi hanno colmato innescando un processo rivoluzionario ispirato alle idee del Confederalismo democratico di Öcalan.
Un processo che rappresenta un modello e una fonte d’ispirazione per la lotta di tutti i curdi, e che, dopo la difesa di Kobane dall’assalto dell’Isis, ha raggiunto una dimensione epica che ha richiamato combattenti curdi dalla Turchia, dall’Iran e dall’Iraq, e che le nuove generazioni hanno vissuto come un’odierna Stalingrado mediorientale. La difesa di Kobane ha incarnato un vero e proprio punto di svolta nella storia della lotta dei curdi, un elemento di spinta sorretto da una grande narrazione popolare.


Dunque che cos’è il progetto Rojava resiste, quando nasce e con che scopo?
Il progetto prende il via all’inizio del 2015. Riunisce diversi attivisti degli spazi sociali milanesi, ed è nato in nome della solidarietà internazionale e con l’intento di raccogliere fondi per la ricostruzione di Kobane. Dopo aver preso contatti con l’Uki (Ufficio Informazioni Kurdistan in Italia), l’istituzione che qui rappresenta il movimento di liberazione curdo, e aver esposto il nostro progetto, abbiamo programmato la nostra partenza per il Bakur, il Kurdistan turco.


E siete partiti ai primi di ottobre. Tra l’altro, alla vigilia delle elezioni politiche turche di novembre, in un clima di alta tensione. Come avete appreso la notizia dell’attentato del 10 ottobre ad Ankara, avvenuto durante un corteo organizzato dai sindacati e dalle organizzazioni di sinistra – tra le quali anche il partito curdo HDP – e che ha fatto un centinaio di morti tra i manifestanti?
Il 10 ottobre eravamo a Diyarbakir con l’intento di dirigerci a Suruc – storica roccaforte del movimento – presso il Centro culturale Hamara, per consegnare i fondi destinati alla ricostruzione di Kobane. Durante il viaggio abbiamo ricevuto un sms in cui ci è stato comunicato l’accaduto. Al nostro arrivo l’atmosfera era tesa, perché a Suruc è ancora vivo il ricordo dell’attentato al centro culturale dello scorso 20 luglio che ha provocato trentadue morti. Abbiamo consegnato i fondi raccolti e siamo ripartiti verso Urfa, dove abbiamo passato la notte. L’indomani ci siamo diretti nuovamente verso Diyarbakir, e abbiamo trovato la città sotto il coprifuoco, compresa la zona in cui era ubicato il nostro albergo. Nei tre giorni successivi abbiamo vissuto e visto con nostri occhi la politica repressiva del governo turco, e la risposta dei curdi, che nelle ‘zone liberate’ della città hanno dato dimostrazione della loro volontà e capacità di resistere.


Spiegaci meglio, cosa sono le ‘zone liberate’?
In risposta alla violazione della tregua del 2015 e all’attentato del 20 luglio a Suruc, nelle maggiori città Bakur sono nate delle ‘zone liberate’, dove sul modello dell’esperienza vincente del Rojava vengono sperimentate le pratiche rivoluzionarie che hanno come fine l’autogoverno e l’autodifesa. È un processo in fase embrionale, dinamico e stratificato.
Embrionale perché in questa fase la prerogativa della difesa militare, gestita dalle Ybs, Unità di protezione civile (che prendono il nome da una formazione operante in Rojava), dalle Hpg (l’ala militare dei Pkk) e dallo Ydg-H (il Movimento Patriottico Giovanile) – che più di altri sembra incarnare l’entusiasmo di questa nuova generazione di combattenti curdi – risulta preminente rispetto alla costruzione prettamente politica.

Dinamico e stratificato perché in esso convergono, con diverse strategie – tutte finalizzate alla costruzione del Confederalismo democratico – organizzazioni come il KJA, il Congresso delle donne libere – il movimento femminista curdo – e l’HDP, il partito che governa le maggiori municipalità del Bakur, e che a livello nazionale si presenta come un partito inclusivo rispetto ai turchi e alle altre minoranze, progressista e aperto alla democratizzazione della società turca.

Nei giorni di coprifuoco a Diyarbakir, dopo gli attentati di Ankara del 10 ottobre, abbiamo sperimentato con nostri occhi come la resistenza passasse attraverso un caleidoscopio di pratiche, da un livello più basso con i ‘battitori di pentole’ che scendono in piazza e annunciano la presenza delle forze turche, fino all’organizzazione di cortei finalizzati a sfondare i blocchi e al presidio delle barricate da parte dei miliziani. Una dinamicità che riflette il momento di costruzione, e in cui il progetto del Rojava rimane un obiettivo.


Domenico Corrado

 

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