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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Nel segno della distopia di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il racconto dell'ancella, Margaret Atwood |
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Così quel lieve sentore di rogo che ciclicamente
torna a prendere alla gola preclude da sempre qualunque tregua fra
l’estremo più forte e quello più debole dell’asse
del potere, perché il secondo è strumentale al primo
nella gestione di problemi di governamentalità , dei quali
la legge 40 o la minacciata 194 sono solo simboli. Il racconto dell’Ancella si colloca nel filone
del romanzo distopico, che vede in Orwell e Huxley gli esponenti più
famosi. A differenza della fantascienza, la distopia si fonda, amplificandoli,
su aspetti sociali e politici negativi di un certo periodo storico
e mostra come la loro sottovalutazione o, peggio, l’accettazione
passiva consentano l’instaurazione dei regimi aberranti rappresentati
nei romanzi. Il racconto dell’Ancella è una sorta
di diario che si apre in medias res, costruendo pagina dopo pagina
la visione della società nata in seguito alla presa di potere
della destra teocratica, una società fondata sul ritorno ai
‘valori tradizionali’ (altra definizione che ci suona
sinistramente familiare) avallati da una rigida interpretazione della
Bibbia, nella quale le donne hanno perso ogni tipo di diritto e dove
il controllo del corpo femminile ha un ruolo centrale per la sopravvivenza
della società stessa. Il colore degli abiti è uno stigma per ciascuna
casta femminile – azzurro per le Mogli, verde per le Marte,
bianco per le Zie – ovvio quindi che alle Ancelle sia riservato
quello simbolico del sangue femminile e al contempo dell’adulterio,
seppure legalizzato, delle quali sono partecipi; come non collegare
infatti la loro divisa, e il trattamento di esclusione/reclusione
a loro riservato, alla grande lettera scarlatta di Hawthorne? La routine delle Ancelle – fintanto che il Comandante prima, e il suo factotum poi, non mescoleranno le carte del destino di Difred – è alienante: nessuna privacy, nessuna possibilità di leggere o scrivere, nessun contatto, se non durante la periodica passeggiata in compagnia di un’altra Ancella, per recarsi a comprare ciò che la Marta di casa ha deciso di cucinare. Passeggiata durante la quale, a mezza bocca, protette dalle lunghe ali della loro cuffia, le Ancelle si scambiano le notizie sulle altre case, o sugli attacchi dei dissidenti ai confini di Galaad. Notizie la cui veridicità non può essere controllata, ma delle quali sono assetate, e grazie alle quali Difred verrà a conoscenza di un movimento di resistenti denominato Mayday. Il racconto è spesso intervallato da flashback della vita precedente all’instaurarsi del regime o del periodo di ‘formazione’ a opera delle Zie, e ricco di riferimenti simbolici e di tematiche che diventerebbe difficile elencare. Quella comune a molti romanzi distopici, primo fra tutti 1984, è la perversione del linguaggio come strumento di potere, come arma di repressione. Attraverso il linguaggio, la realtà assume contorni in sintonia con i desideri della classe dominante: gli uomini vengono definiti secondo il loro grado militare, le donne vengono connotate dal proprio ruolo di genere, private del nome e con esso della propria identità. Neri ed ebrei sono chiamati con i nomi biblici di figli di Cam e di Giacobbe, e tenuti separati dal contesto sociale rendendo così più facile la loro criminalizzazione. Neologismi mascherano le valenze cruente e repressive dei cerimoniali della nuova repubblica (non ci stiamo forse abituando a sentir definire ‘censimento’ una raccolta di impronte digitali?) o, al contrario, focalizzano crudelmente gli status ritenuti perseguibili (un po’ come quel ‘feticide’ di fresco conio nazionale). Tanti quindi i motivi per rileggere Il racconto
dell’Ancella di Margaret Atwood, non ultima la sua abilità
di tessere la distopia senza privarci della ricchezza di un linguaggio
e di un ritmo narrativo di straordinaria sensibilità.
Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood, TEA su licenza Ponte alle Grazie, 2007 |