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Nel segno della distopia
di Luciana Viarengo
Recensione de Il racconto dell'ancella, Margaret Atwood

Questa volta il consiglio di lettura nasce da alcune considerazioni, la prima delle quali è che lo Stato non protegge le donne, nemmeno quando si fregia del titolo ‘di diritto’. Qualcuno potrebbe obiettare – soprattutto di questi tempi nei quali ‘diritto’ è una parola dal significato labile e dai contorni indefiniti quanto una spirale di fumo – che il rapporto Stato/singolo si rivela comunque conflittuale, se il singolo è inteso come individuo sociale e non come elemento di una cittadinanza. Ma è un’obiezione che non regge, per accorgersene basta considerare le donne proprio secondo quest’ultima accezione, ‘il travestimento politico dell’individuo’, come la definiva Marx.
La popolazione femminile rappresenta il terreno più fecondo per l’esercizio di quella che Foucault ha identificato come biopolitica. Se il corpo e la sessualità sono fatti oggetto di controllo costante – scientifico, etico, religioso – per l’esercizio di un potere che in un continuo gioco di rimandi e commistioni fonde corpo biologico e corpo politico, è innegabile che il destino di procreatrici – tornato a delinearsi come prioritario anche dal punto di vista politico – rende le donne giuridicamente subordinate. Persino al proprio prodotto biologico, come ci hanno dimostrato i toni e i fatti dei mesi passati.

Così quel lieve sentore di rogo che ciclicamente torna a prendere alla gola preclude da sempre qualunque tregua fra l’estremo più forte e quello più debole dell’asse del potere, perché il secondo è strumentale al primo nella gestione di problemi di governamentalità , dei quali la legge 40 o la minacciata 194 sono solo simboli.
Così, facciamoci del bene rinvigorendo il disgusto del periodo pre-elettorale – minacciosamente altalenante fra aggressione e paternalismo esacerbati dalle schiere vendicatrici di clero, teocon, teodem e compagnia orante – e rileggiamo Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood, scrittrice canadese da sempre sensibile alle tematiche legate ai ruoli sessuali e attenta osservatrice del degrado politico dell’Occidente.
Il romanzo fu scritto a metà degli anni Ottanta, quindi il periodo che vide la vittoria elettorale di Ronald Reagan in America e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna, momento di forte ripresa dei conservatori e di recrudescenza delle correnti religiose reazionarie, con un ridimensionamento degli ‘eccessi’ libertari indotti dalla rivoluzione sociale e sessuale dei decenni precedenti. Un clima che, seppure in salsa nostrana, ci è tristemente familiare.

Il racconto dell’Ancella si colloca nel filone del romanzo distopico, che vede in Orwell e Huxley gli esponenti più famosi. A differenza della fantascienza, la distopia si fonda, amplificandoli, su aspetti sociali e politici negativi di un certo periodo storico e mostra come la loro sottovalutazione o, peggio, l’accettazione passiva consentano l’instaurazione dei regimi aberranti rappresentati nei romanzi.
Dimentichiamo, però, nella repubblica di Galaad nella quale il romanzo di Margaret Atwood è ambientato, l’atmosfera cupa e deprivata del 1984 orwelliano. Qui le case sono le dimore alto borghesi dell’America pre-galaadiana, con mobili d’epoca, tappeti preziosi e giardini perfettamente curati che si affacciano su strade lastricate e pulite. Ma l’orrore si insinua, sotto questa apparente normalità: quelle stesse strade sono presidiate dai Custodi, giovani militari impiegati nelle operazioni di polizia e in mansioni secondarie (una visione al quale ci sta abituando anche il nostro attuale ministro degli Interni, e il fatto che a Galaad sia appena stata uccisa una donna, scambiata per una terrorista solo per aver infilato la mano in tasca per prendere il lasciapassare, è uno spunto di ulteriore riflessione); tutta la popolazione è oggetto di controllo da parte degli Occhi, la polizia segreta e, soprattutto, esiste il Muro. Si intuisce essere stato un tempo la sede dell’università, ma oggi, piantonato da sentinelle, protetto da allarmi elettronici, sovrastato dai riflettori, cintato di filo spinato e costellato alla sommità da cocci di vetro, è il teatro delle periodiche Rigenerazioni, in seguito alle quali vengono esposti i cadaveri penzolanti dei dissidenti, o di coloro che prima del regime hanno permesso e attuato pratiche oggi proibite, come l’aborto: i crimini, a Galaad, sono retroattivi.

Il racconto dell’Ancella è una sorta di diario che si apre in medias res, costruendo pagina dopo pagina la visione della società nata in seguito alla presa di potere della destra teocratica, una società fondata sul ritorno ai ‘valori tradizionali’ (altra definizione che ci suona sinistramente familiare) avallati da una rigida interpretazione della Bibbia, nella quale le donne hanno perso ogni tipo di diritto e dove il controllo del corpo femminile ha un ruolo centrale per la sopravvivenza della società stessa.
Nella neonata repubblica di Galaad, per effetto dell’inquinamento e dei disastri nucleari pregressi, gran parte della popolazione femminile è sterile: le Mogli, le Marte (votate ai lavori domestici), le Zie (istitutrici), le Nondonne (ribelle e reiette confinate a lavorare nelle Colonie, contaminate dalle radiazioni e condannate a una vita piuttosto breve).
Solo alcune hanno mantenuto il prezioso dono della fertilità, un dono che non appartiene a loro ma alla società intera e del quale esse rappresentano solo l’involucro. Come tali, vengono assegnate alle coppie della classe dominante in qualità di fattrici: sono le Ancelle, chiuse nei loro abiti monacali rosso fuoco.

Il colore degli abiti è uno stigma per ciascuna casta femminile – azzurro per le Mogli, verde per le Marte, bianco per le Zie – ovvio quindi che alle Ancelle sia riservato quello simbolico del sangue femminile e al contempo dell’adulterio, seppure legalizzato, delle quali sono partecipi; come non collegare infatti la loro divisa, e il trattamento di esclusione/reclusione a loro riservato, alla grande lettera scarlatta di Hawthorne?
L’Ancella della quale leggiamo il racconto è Difred, il suo nome vero non lo sapremo mai: Fred è il nome del Comandante al quale è assegnata. Il suo compito, come quello di ogni Ancella, è di accoppiarsi ogni mese – nel periodo fertile del ciclo – con il Comandante, in un amplesso muto e impersonale, reso ulteriormente grottesco dalla legittima presenza della Moglie che seduta su un apposito scranno alle spalle dell’Ancella le regge le mani, diventando così, in un simbolico prolungamento, la destinataria finale dell’atto. A lei sarà infatti destinato l’eventuale frutto del concepimento.
Scisso su due persone per necessità biologica, troviamo dunque ben simboleggiato l’imperativo al quale sembra dover sottostare ogni donna che rispetti i ‘valori tradizionali’: concepire ed essere madre.

La routine delle Ancelle – fintanto che il Comandante prima, e il suo factotum poi, non mescoleranno le carte del destino di Difred – è alienante: nessuna privacy, nessuna possibilità di leggere o scrivere, nessun contatto, se non durante la periodica passeggiata in compagnia di un’altra Ancella, per recarsi a comprare ciò che la Marta di casa ha deciso di cucinare. Passeggiata durante la quale, a mezza bocca, protette dalle lunghe ali della loro cuffia, le Ancelle si scambiano le notizie sulle altre case, o sugli attacchi dei dissidenti ai confini di Galaad. Notizie la cui veridicità non può essere controllata, ma delle quali sono assetate, e grazie alle quali Difred verrà a conoscenza di un movimento di resistenti denominato Mayday.

Il racconto è spesso intervallato da flashback della vita precedente all’instaurarsi del regime o del periodo di ‘formazione’ a opera delle Zie, e ricco di riferimenti simbolici e di tematiche che diventerebbe difficile elencare. Quella comune a molti romanzi distopici, primo fra tutti 1984, è la perversione del linguaggio come strumento di potere, come arma di repressione. Attraverso il linguaggio, la realtà assume contorni in sintonia con i desideri della classe dominante: gli uomini vengono definiti secondo il loro grado militare, le donne vengono connotate dal proprio ruolo di genere, private del nome e con esso della propria identità. Neri ed ebrei sono chiamati con i nomi biblici di figli di Cam e di Giacobbe, e tenuti separati dal contesto sociale rendendo così più facile la loro criminalizzazione. Neologismi mascherano le valenze cruente e repressive dei cerimoniali della nuova repubblica (non ci stiamo forse abituando a sentir definire ‘censimento’ una raccolta di impronte digitali?) o, al contrario, focalizzano crudelmente gli status ritenuti perseguibili (un po’ come quel ‘feticide’ di fresco conio nazionale).

Tanti quindi i motivi per rileggere Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood, non ultima la sua abilità di tessere la distopia senza privarci della ricchezza di un linguaggio e di un ritmo narrativo di straordinaria sensibilità.
Grazie alle tracce che l’autrice sparge qua e là per il lettore, è anche possibile percepire come, a tratti, lo sforzo di Difred di difendersi dalla realtà che la circonda attraverso una sorta di ibernazione emozionale, venga meno fino a farle considerare ‘sua’ la camera in cui vegeta, o a provare quasi tenerezza per il Comandante.
Ed è proprio questo, più di ogni altro aspetto della storia, a dover suonare come campanello di allarme, a ricordarci come ogni situazione, per quanto abnorme, rischi alla fine di venire introiettata, accettata, sfrondata degli aspetti più aberranti e vissuta come normale.


Luciana Viarengo

 

Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood, TEA su licenza Ponte alle Grazie, 2007

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