| Questa volta il consiglio
di lettura nasce da alcune considerazioni, la prima delle quali è
che lo Stato non protegge le donne, nemmeno quando si fregia del titolo
‘di diritto’. Qualcuno potrebbe obiettare – soprattutto
di questi tempi nei quali ‘diritto’ è una parola
dal significato labile e dai contorni indefiniti quanto una spirale
di fumo – che il rapporto Stato/singolo si rivela comunque conflittuale,
se il singolo è inteso come individuo sociale e non come elemento
di una cittadinanza. Ma è un’obiezione che non regge, per
accorgersene basta considerare le donne proprio secondo quest’ultima
accezione, ‘il travestimento politico dell’individuo’,
come la definiva Marx.
La popolazione femminile rappresenta il terreno più fecondo per
l’esercizio di quella che Foucault ha identificato come biopolitica.
Se il corpo e la sessualità sono fatti oggetto di controllo costante
– scientifico, etico, religioso – per l’esercizio
di un potere che in un continuo gioco di rimandi e commistioni fonde
corpo biologico e corpo politico, è innegabile che il destino
di procreatrici – tornato a delinearsi come prioritario anche
dal punto di vista politico – rende le donne giuridicamente subordinate.
Persino al proprio prodotto biologico, come ci hanno dimostrato i toni
e i fatti dei mesi passati.
Così quel lieve sentore di rogo che ciclicamente torna a prendere
alla gola preclude da sempre qualunque tregua fra l’estremo più
forte e quello più debole dell’asse del potere, perché
il secondo è strumentale al primo nella gestione di problemi
di governamentalità , dei quali la legge 40 o la minacciata 194
sono solo simboli.
Così, facciamoci del bene rinvigorendo il disgusto del periodo
pre-elettorale – minacciosamente altalenante fra aggressione e
paternalismo esacerbati dalle schiere vendicatrici di clero, teocon,
teodem e compagnia orante – e rileggiamo Il racconto dell’Ancella
di Margaret Atwood, scrittrice canadese da sempre sensibile alle tematiche
legate ai ruoli sessuali e attenta osservatrice del degrado politico
dell’Occidente.
Il romanzo fu scritto a metà degli anni Ottanta, quindi il periodo
che vide la vittoria elettorale di Ronald Reagan in America e di Margaret
Thatcher in Gran Bretagna, momento di forte ripresa dei conservatori
e di recrudescenza delle correnti religiose reazionarie, con un ridimensionamento
degli ‘eccessi’ libertari indotti dalla rivoluzione sociale
e sessuale dei decenni precedenti. Un clima che, seppure in salsa nostrana,
ci è tristemente familiare.
Il racconto dell’Ancella si colloca nel filone del romanzo distopico,
che vede in Orwell e Huxley gli esponenti più famosi. A differenza
della fantascienza, la distopia si fonda, amplificandoli, su aspetti
sociali e politici negativi di un certo periodo storico e mostra come
la loro sottovalutazione o, peggio, l’accettazione passiva consentano
l’instaurazione dei regimi aberranti rappresentati nei romanzi.
Dimentichiamo, però, nella repubblica di Galaad nella quale il
romanzo di Margaret Atwood è ambientato, l’atmosfera cupa
e deprivata del 1984 orwelliano. Qui le case sono le dimore alto borghesi
dell’America pre-galaadiana, con mobili d’epoca, tappeti
preziosi e giardini perfettamente curati che si affacciano su strade
lastricate e pulite. Ma l’orrore si insinua, sotto questa apparente
normalità: quelle stesse strade sono presidiate dai Custodi,
giovani militari impiegati nelle operazioni di polizia e in mansioni
secondarie (una visione al quale ci sta abituando anche il nostro attuale
ministro degli Interni, e il fatto che a Galaad sia appena stata uccisa
una donna, scambiata per una terrorista solo per aver infilato la mano
in tasca per prendere il lasciapassare, è uno spunto di ulteriore
riflessione); tutta la popolazione è oggetto di controllo da
parte degli Occhi, la polizia segreta e, soprattutto, esiste il Muro.
Si intuisce essere stato un tempo la sede dell’università,
ma oggi, piantonato da sentinelle, protetto da allarmi elettronici,
sovrastato dai riflettori, cintato di filo spinato e costellato alla
sommità da cocci di vetro, è il teatro delle periodiche
Rigenerazioni, in seguito alle quali vengono esposti i cadaveri penzolanti
dei dissidenti, o di coloro che prima del regime hanno permesso e attuato
pratiche oggi proibite, come l’aborto: i crimini, a Galaad, sono
retroattivi.
Il racconto dell’Ancella è una sorta di diario che si apre
in medias res, costruendo pagina dopo pagina la visione della società
nata in seguito alla presa di potere della destra teocratica, una società
fondata sul ritorno ai ‘valori tradizionali’ (altra definizione
che ci suona sinistramente familiare) avallati da una rigida interpretazione
della Bibbia, nella quale le donne hanno perso ogni tipo di diritto
e dove il controllo del corpo femminile ha un ruolo centrale per la
sopravvivenza della società stessa.
Nella neonata repubblica di Galaad, per effetto dell’inquinamento
e dei disastri nucleari pregressi, gran parte della popolazione femminile
è sterile: le Mogli, le Marte (votate ai lavori domestici), le
Zie (istitutrici), le Nondonne (ribelle e reiette confinate a lavorare
nelle Colonie, contaminate dalle radiazioni e condannate a una vita
piuttosto breve).
Solo alcune hanno mantenuto il prezioso dono della fertilità,
un dono che non appartiene a loro ma alla società intera e del
quale esse rappresentano solo l’involucro. Come tali, vengono
assegnate alle coppie della classe dominante in qualità di fattrici:
sono le Ancelle, chiuse nei loro abiti monacali rosso fuoco.
Il colore degli abiti è uno stigma per ciascuna casta femminile
– azzurro per le Mogli, verde per le Marte, bianco per le Zie
– ovvio quindi che alle Ancelle sia riservato quello simbolico
del sangue femminile e al contempo dell’adulterio, seppure legalizzato,
delle quali sono partecipi; come non collegare infatti la loro divisa,
e il trattamento di esclusione/reclusione a loro riservato, alla grande
lettera scarlatta di Hawthorne?
L’Ancella della quale leggiamo il racconto è Difred, il
suo nome vero non lo sapremo mai: Fred è il nome del Comandante
al quale è assegnata. Il suo compito, come quello di ogni Ancella,
è di accoppiarsi ogni mese – nel periodo fertile del ciclo
– con il Comandante, in un amplesso muto e impersonale, reso ulteriormente
grottesco dalla legittima presenza della Moglie che seduta su un apposito
scranno alle spalle dell’Ancella le regge le mani, diventando
così, in un simbolico prolungamento, la destinataria finale dell’atto.
A lei sarà infatti destinato l’eventuale frutto del concepimento.
Scisso su due persone per necessità biologica, troviamo dunque
ben simboleggiato l’imperativo al quale sembra dover sottostare
ogni donna che rispetti i ‘valori tradizionali’: concepire
ed essere madre.
La routine delle Ancelle – fintanto che il Comandante prima, e
il suo factotum poi, non mescoleranno le carte del destino di Difred
– è alienante: nessuna privacy, nessuna possibilità
di leggere o scrivere, nessun contatto, se non durante la periodica
passeggiata in compagnia di un’altra Ancella, per recarsi a comprare
ciò che la Marta di casa ha deciso di cucinare. Passeggiata durante
la quale, a mezza bocca, protette dalle lunghe ali della loro cuffia,
le Ancelle si scambiano le notizie sulle altre case, o sugli attacchi
dei dissidenti ai confini di Galaad. Notizie la cui veridicità
non può essere controllata, ma delle quali sono assetate, e grazie
alle quali Difred verrà a conoscenza di un movimento di resistenti
denominato Mayday.
Il racconto è spesso intervallato da flashback della vita precedente
all’instaurarsi del regime o del periodo di ‘formazione’
a opera delle Zie, e ricco di riferimenti simbolici e di tematiche che
diventerebbe difficile elencare. Quella comune a molti romanzi distopici,
primo fra tutti 1984, è la perversione del linguaggio come strumento
di potere, come arma di repressione. Attraverso il linguaggio, la realtà
assume contorni in sintonia con i desideri della classe dominante: gli
uomini vengono definiti secondo il loro grado militare, le donne vengono
connotate dal proprio ruolo di genere, private del nome e con esso della
propria identità. Neri ed ebrei sono chiamati con i nomi biblici
di figli di Cam e di Giacobbe, e tenuti separati dal contesto sociale
rendendo così più facile la loro criminalizzazione. Neologismi
mascherano le valenze cruente e repressive dei cerimoniali della nuova
repubblica (non ci stiamo forse abituando a sentir definire ‘censimento’
una raccolta di impronte digitali?) o, al contrario, focalizzano crudelmente
gli status ritenuti perseguibili (un po’ come quel ‘feticide’
di fresco conio nazionale).
Tanti quindi i motivi per rileggere Il racconto dell’Ancella di
Margaret Atwood, non ultima la sua abilità di tessere la distopia
senza privarci della ricchezza di un linguaggio e di un ritmo narrativo
di straordinaria sensibilità.
Grazie alle tracce che l’autrice sparge qua e là per il
lettore, è anche possibile percepire come, a tratti, lo sforzo
di Difred di difendersi dalla realtà che la circonda attraverso
una sorta di ibernazione emozionale, venga meno fino a farle considerare
‘sua’ la camera in cui vegeta, o a provare quasi tenerezza
per il Comandante.
Ed è proprio questo, più di ogni altro aspetto della storia,
a dover suonare come campanello di allarme, a ricordarci come ogni situazione,
per quanto abnorme, rischi alla fine di venire introiettata, accettata,
sfrondata degli aspetti più aberranti e vissuta come normale.
Il racconto dell’ancella, Margaret
Atwood, TEA su licenza Ponte alle Grazie, 2007
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