È uscito il numero
25
dicembre 2011- gennaio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Sotto i ri(f)lettori |
| La Storia degli ultimi di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Il pino e la rufola, Ezio Taddei |
|
Gli americani non ci andavano leggeri con immigrati
anarchici, è cosa risaputa almeno da Sacco e Vanzetti in poi.
Già nel 1901, nel primo atto che regolava il flusso degli stranieri,
è presente una frase inequivocabile, che preclude l’accesso
a chiunque “rifiuti di credere o si opponga al governo, o sia
membro o affiliato di organizzazioni che nutrano o divulghino questo
discredito o si oppongano al governo”; ma l’Immigration
act del 1918 proibisce l’accesso al suolo americano in modo
specifico, tra gli altri, “agli stranieri anarchici”. Di quanto Taddei avesse visto giusto nelle sue indagini,
raccolte e registrate nel breve libro Il caso Tresca, arrivò
conferma solo in seguito, purtroppo ben dopo la sua morte, avvenuta
nel ’56 a Roma dove era tornato a vivere, perché le regole
sull’immigrazione parlavano chiaro: il discredito dell’establishment
non era consentito, e tutto quel suo ficcare il naso e gridare ai
quattro venti i risultati delle sue scoperte gli aveva procurato un
decreto di espulsione come sovversivo e indesiderabile. La critica americana riconobbe immediatamente la
validità di questo lavoro del quale a tutt’oggi, in Italia,
si sa invece poco o nulla: anche la letteratura ufficiale, quella
governata dalle regole del mercato, possiede le invisibili barriere
di dissimulazione e di ostracismo con le quali la società dei
normali si protegge dall’imbarazzante presenza degli altri,
e Taddei non appartiene sicuramente alla categoria dei primi. L’ambientazione delle vicende narrate nel romanzo è la Livorno del primo dopoguerra, dal biennio rosso al delitto Matteotti. Della sua città, Taddei ci offre più volti: il primo è quello affollato di passi e parole dei tribunali, ambiente ben noto allo scrittore, nel quale si muovono tra gli altri due personaggi – gli avvocati Casella e Pellizzari – che apriranno e chiuderanno la storia; il secondo è quello soleggiato e arioso delle passeggiate sul mare dei borghesi à la page, quello delle camere da letto dove donne affascinanti si spostano dal talamo allo specchio drappeggiandosi con cura le sottovesti di seta mentre indugiano pensierose sull’adulterio, quello dei salotti curati e immobili come diorama, dove siedono in compite crapule capitani coperti di medaglie, commendatori e avvocati più o meno illuminati, a discettare sotto luci perfettamente studiate di investimenti militari e di casi forensi. In questi salotti un altro volto della città entra simbolicamente, attraverso il gemito prolungato delle sirene delle fabbriche e dei piroscafi per il quale la padrona di casa ordina stizzita che si chiudano le finestre e del quale i convitati neppure saprebbero la ragione, se la domestica non spiegasse che si tratta dello sciopero generale “perché a Firenze avevano ucciso due operai”. È livido e cupo, quest’ultimo volto
di Livorno che Taddei ci mostra, e ricorda di molto le atmosfere notturne
da suburbio fine Ottocento, nelle quali all’infimo gradino della
scala sociale corrisponde anche una mancanza di grazia e di bellezza,
perché il solo affanno è quello della sopravvivenza.
Le case sono fatiscenti e malsane, tranne che nel caso della Gugliotti,
prosciolta da un’accusa di lenocinio, che fonda il proprio benessere
sulla pedofilia dei ricchi; i personaggi vecchi e storpi, e se giovani
e belli hanno il destino segnato. Su questo sfondo si delinea la società post
bellica e il sogno nascente di un socialismo imperituro, fra i capannelli
dei reduci, portatori di un nuovo dis-ordine sociale, terreno di coltura
per le squadracce prossime a venire, e i nuclei operai, ai quali il
contropotere anarchico degli emarginati è strettamente correlato,
impegnati ad avviare l’utopia rivoluzionaria. L’aggettivo che meglio definisce la scrittura
di Taddei è ‘scabra’, in tutte le sue diverse accezioni:
ruvida quanto la mano callosa di un operaio, brulla di ridondanze
e orpelli, essenziale con i suoi dialoghi nei quali le frasi sono
tronche e minimali, e se vogliamo considerare l’animo dal quale
questa scrittura è scaturita, ci sta anche l’ultimo significato:
capace di urtare e turbare.
Il pino e la rufola, Ezio Taddei, Spoon River, 2004 |