| Esistevano un tempo anche
nel nostro Paese – molto prima che il boom economico e le leggi
del mercato ci trasformassero tutti, intellettuali compresi, in un sonnacchioso
esercito di galline in batteria – uomini che non si facevano annientare:
anche quando la vita, col suo accanirsi, negava ogni presupposto per
potersi definire ‘umana’, loro continuavano a stringere
i denti e ad andare avanti, attaccati ai propri sogni e ai propri ideali.
Non c’erano dittature, carceri o miseria che potessero avere la
meglio: dal niente che era stato loro concesso da quando erano nati,
sapevano trarre più talenti di quanti la famosa parabola avrebbe
mai potuto prevedere.
Di molti di loro, forse, non si è mai saputo; di altri ha fatto
scempio l’oblio. Al gruppo di questi ultimi appartiene lo scrittore
anarchico livornese Ezio Taddei.
Dopo un’infanzia tanto nera da far impallidire quella di David
Copperfield (l’eroe di Dickens e non l’illusionista oggi,
ahimé, di gran lunga più noto), la scuola di vita di Taddei
furono la strada – come la ‘ligera’ milanese, con
la sua umanità di piccoli malviventi, contrabbandieri e puttane
– e il carcere, dove le amicizie e una lettura indisciplinata
e ingorda, mostrarono a questo ragazzo senza titoli di studio la via
lungo la quale convogliare, una volta uscito ormai uomo dalle patrie
galere, la smania di uno spirito libertario. Una via che sarebbe arrivata
oltreoceano.
Gli americani non ci andavano leggeri con immigrati anarchici, è
cosa risaputa almeno da Sacco e Vanzetti in poi. Già nel 1901,
nel primo atto che regolava il flusso degli stranieri, è presente
una frase inequivocabile, che preclude l’accesso a chiunque “rifiuti
di credere o si opponga al governo, o sia membro o affiliato di organizzazioni
che nutrano o divulghino questo discredito o si oppongano al governo”;
ma l’Immigration act del 1918 proibisce l’accesso al suolo
americano in modo specifico, tra gli altri, “agli stranieri anarchici”.
Ciò nonostante, sul finire degli anni ’30, l’anarchico
Ezio Taddei vuole emigrare, rifugiarsi in America, dopo che per quasi
vent’anni il fascismo ne ha fatto un ospite quasi fisso delle
carceri italiane, per partecipazione – mai provata – ad
attentati dinamitardi, per istigazione alla rivolta, per tentato espatrio
in Svizzera.
E dopo quattro anni di confino in Basilicata, un passaggio per la Svizzera
infine raggiunta, e un breve soggiorno in Francia, ecco l’occasione
per sfuggire anche dalla morsa delle leggi Daladier: un imbarco clandestino
per gli Stati Uniti, il mondo nuovo dove continuare la sua lotta personale
contro i poteri forti, mafia compresa. Là, infatti, l’uccisione
del suo amico e mentore Carlo Tresca, giornalista e sindacalista anarchico,
lo spinge a indagare – facendo luce come pochi altri – sulle
connivenze mafiose di stampa, economia e politica.
Di quanto Taddei avesse visto giusto nelle sue indagini, raccolte e
registrate nel breve libro Il caso Tresca, arrivò conferma solo
in seguito, purtroppo ben dopo la sua morte, avvenuta nel ’56
a Roma dove era tornato a vivere, perché le regole sull’immigrazione
parlavano chiaro: il discredito dell’establishment non era consentito,
e tutto quel suo ficcare il naso e gridare ai quattro venti i risultati
delle sue scoperte gli aveva procurato un decreto di espulsione come
sovversivo e indesiderabile.
Non che per un uomo come Taddei quel documento ufficiale avesse più
valore di un pezzo di carta straccia, ma ci pensò la mafia a
convincerlo: un anarchico incastonato in un pilone di cemento sarebbe
servito a ben poco, e Taddei si lasciò rimpatriare.
Che ha a che fare tutto questo con la letteratura? Moltissimo, perché
per Ezio Taddei la scrittura costituiva un’arma efficace quanto
ogni altra degna di questo nome, ed è proprio durante il periodo
trascorso in America che si dedicò alla stesura del suo romanzo
più importante, Il pino e la rufola, pubblicato nel 1944 da una
casa editrice newyorkese nella versione di Putnam, traduttore di tutte
le opere di Pirandello.
La critica americana riconobbe immediatamente la validità di
questo lavoro del quale a tutt’oggi, in Italia, si sa invece poco
o nulla: anche la letteratura ufficiale, quella governata dalle regole
del mercato, possiede le invisibili barriere di dissimulazione e di
ostracismo con le quali la società dei normali si protegge dall’imbarazzante
presenza degli altri, e Taddei non appartiene sicuramente alla categoria
dei primi.
Il microcosmo di ultimi con i quali ha da sempre, e per sempre, condiviso
pane ed esperienze – pur annoverando fra i suoi amici Alvaro,
Jovine e Arthur Miller – entra infatti vivo e potente nelle sue
pagine, a testimonianza di ciò che lo scrittore considerava l’
unico vero contropotere.
L’ambientazione delle vicende narrate nel romanzo è la
Livorno del primo dopoguerra, dal biennio rosso al delitto Matteotti.
Della sua città, Taddei ci offre più volti: il primo è
quello affollato di passi e parole dei tribunali, ambiente ben noto
allo scrittore, nel quale si muovono tra gli altri due personaggi –
gli avvocati Casella e Pellizzari – che apriranno e chiuderanno
la storia; il secondo è quello soleggiato e arioso delle passeggiate
sul mare dei borghesi à la page, quello delle camere da letto
dove donne affascinanti si spostano dal talamo allo specchio drappeggiandosi
con cura le sottovesti di seta mentre indugiano pensierose sull’adulterio,
quello dei salotti curati e immobili come diorama, dove siedono in compite
crapule capitani coperti di medaglie, commendatori e avvocati più
o meno illuminati, a discettare sotto luci perfettamente studiate di
investimenti militari e di casi forensi. In questi salotti un altro
volto della città entra simbolicamente, attraverso il gemito
prolungato delle sirene delle fabbriche e dei piroscafi per il quale
la padrona di casa ordina stizzita che si chiudano le finestre e del
quale i convitati neppure saprebbero la ragione, se la domestica non
spiegasse che si tratta dello sciopero generale “perché
a Firenze avevano ucciso due operai”.
È livido e cupo, quest’ultimo volto di Livorno che Taddei
ci mostra, e ricorda di molto le atmosfere notturne da suburbio fine
Ottocento, nelle quali all’infimo gradino della scala sociale
corrisponde anche una mancanza di grazia e di bellezza, perché
il solo affanno è quello della sopravvivenza. Le case sono fatiscenti
e malsane, tranne che nel caso della Gugliotti, prosciolta da un’accusa
di lenocinio, che fonda il proprio benessere sulla pedofilia dei ricchi;
i personaggi vecchi e storpi, e se giovani e belli hanno il destino
segnato.
La potenza di Taddei si rivela nella strana alchimia che spinge il lettore
ad amare non già la Livorno solare e i suoi esponenti, ma quest’ultima,
quella dell’asilo dei poveri dove campeggia un adorabile Toni
sdentato e incontinente, o la Maria Sdràiati, ex prostituta ormai
sessantenne, grassa e con una gamba cionca, ma una volta tanto bella
che l’esortazione più frequente rivoltale dagli uomini
ha finito per diventare il suo nome.
Insieme a loro una teoria infinita di personaggi che Taddei immette
senza soluzione di continuità, attraverso i dialoghi sincopati,
nei quali senza bisogno di eccessivi ‘toscanismi’, la parlata
livornese emerge forte e chiara.
Su questo sfondo si delinea la società post bellica e il sogno
nascente di un socialismo imperituro, fra i capannelli dei reduci, portatori
di un nuovo dis-ordine sociale, terreno di coltura per le squadracce
prossime a venire, e i nuclei operai, ai quali il contropotere anarchico
degli emarginati è strettamente correlato, impegnati ad avviare
l’utopia rivoluzionaria.
Trait d’union, la vicenda dell’avvocato Pellizzari e di
riflesso quella del collega Casella. Pellizzari, di estrazione contadina
– proviene infatti da Bernalda, il paese di confino lucano di
Taddei – rimossa nell’arrampicata forense prima, e in quella
politica poi, passando dall’enfasi del sogno socialista alla candidatura
fascista, tornerà alle origini nel tentativo di lenire le ferite,
una volta aperti gli occhi sulla sua puntata e avendo scoperto che a
vincere è il banco.
L’aggettivo che meglio definisce la scrittura di Taddei è
‘scabra’, in tutte le sue diverse accezioni: ruvida quanto
la mano callosa di un operaio, brulla di ridondanze e orpelli, essenziale
con i suoi dialoghi nei quali le frasi sono tronche e minimali, e se
vogliamo considerare l’animo dal quale questa scrittura è
scaturita, ci sta anche l’ultimo significato: capace di urtare
e turbare.
Una scrittura in tutto simile a come doveva essere lui, indomabile,
scarruffato e scomodo. Come gli ideali e i compagni di vita che si era
scelto.
Il pino e la rufola, Ezio Taddei,
Spoon River, 2004
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