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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| E il carbone dipingeva di
nero il mondo di Luciana Viarengo |
| Recensione
de Rue des italiens, Girolamo Santocono |
|
Nella quasi totalità dei casi, nella letteratura
maggiore il contesto storico e sociale svolge un ruolo di sfondo o
di substrato alla vicenda primaria. Nelle letterature minori, invece
– per Deleuze, quelle prodotte da minoranze che scelgono di
esprimersi nella lingua dominante – proprio per la limitatezza
dello spazio a loro ascrivibile all’interno del panorama letterario,
ogni storia individuale è in realtà storia comunitaria,
e quindi collettiva, ovvero Storia. Nel Belgio di oggi, un cittadino su dieci non è
di nazionalità belga – percentuale ancora più
elevata nella parte francofona del paese – e se consideriamo,
sulla totalità della popolazione, quanti hanno ascendenze straniere,
la percentuale sale al 25%. La nuova patria di Santocono è
quindi un paese fortemente esemplificativo sia per quanto riguarda
le seconde generazioni, sia per l’immigrazione ai fini occupazionali. Ma sarà al termine della seconda guerra mondiale
che gli accordi tra il nuovo governo italiano e quello belga –
il primo impegnato a fronteggiare la profonda crisi dell’industria
e la mancanza di lavoro, il secondo ansioso di sopperire alla carenza
di manodopera tedesca – sanciranno il contratto che sposterà
50mila lavoratori italiani verso le miniere del Belgio, attirati da
campagne pubblicitarie nelle quali la vita del minatore del Nord è
a dir poco edulcorata, quando addirittura non mostrano immagini di
allegri lavoratori locali intenti ad accendersi le sigarette con i
biglietti da mille. Qualche anno dopo, precisamente nel 1953, ha inizio
la storia di Santocono, bambino così piccolo che “la
sua età si poteva contare sulle dita di una mano”. È l’approdo nella nuova terra, dopo
l’interminabile viaggio in treno per lasciare ‘il paese’
e due giorni di sosta nella stazione di Milano per le visite mediche.
I controlli attuati dai medici belgi sugli aspiranti minatori erano
alquanto scrupolosi, bastava un niente, piedi piatti, zucchero nelle
urine, per venire scartati: come garantirsi altrimenti la resistenza
necessaria a sopportare il lavoro in miniera? “E questa non
era una bella cosa, perché al ritorno in paese la gente avrebbe
mormorato, avrebbe detto che avevi una malattia che non si poteva
neanche nominare, che eri un uomo inutile, un mezzo morto buono solo
per la spazzatura”. Ma se il bambino che è stato conserva questo
ricordo paradisiaco, l’adulto che è diventato “tappa
la bocca al bambino, un minchione incosciente incapace di afferrare
la realtà delle cose”. In realtà, la rete di opere benefiche messa
in atto ha permesso loro di gestire al meglio gli ingranaggi del potere
e di manipolare le coscienze dei lavoratori. Ciò che potremmo
definire un esempio di capitalismo etico. Pagine godibili, ricche di riflessioni profonde
e di situazioni comiche, contrappuntate da un eccesso di interiezioni
potenti che non escludono le bestemmie. Pagine divertenti e tenere,
utili a rinfrescare memorie oggi pericolosamente rimosse, in un’epoca
in cui si è pronti a inaugurare alla presenza del presidente
della Camera il “Centro italiano della cultura del carbone”
(Carbonia, 2006), ma incapaci di imparare qualcosa dalla sofferenza
che tale ‘cultura’ ha comportato. Rue des italiens, Girolamo Santocono, Edizioni Gorée, 2006 |