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dicembre 2011- gennaio 2012
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Restituzione prospettica |
| La questione dell'ingovernabilità di Walter G. Pozzi |
| Confindustria,
Berlusconi e Veltroni: come isolare la sinistra |
| Se il berlusconismo politico (purtroppo, ne esiste anche un derivato sociale molto forte) è stato un momento di cambiamento strutturale all’interno degli equilibri del Parlamento, il veltronismo ne rappresenta la necessaria reazione. Necessaria non tanto alla società civile (per la quale nulla potrà cambiare in meglio), bensì per la vecchia classe politica ‘politicante’. E tutto il gran daffare che si è dato Veltroni negli ultimi mesi, reso vano dalla caduta del governo Prodi, ha messo in moto una lotta all’interno del campo di potere che si può comprendere solamente afferrando il cambiamento delle modalità dell’agire politico apportato dalla nascita di Forza Italia. Stretto dalla necessità di essere operativo in tempi brevi, l’ex presidente del Consiglio ha fondato dal niente un partito, arruolando un consistente numero di quadri dalle sue aziende e una nutrita schiera di liberi professionisti e industriali, affamati di potere e di visibilità. Gente priva della più elementare cultura politica, ma ben consapevole dei propri interessi personali. E, se per un verso la sua netta vittoria del 2001, nulla ha mutato della linea politico-economica italiana precedente, l’affermazione parlamentare di una coalizione così congegnata, ha di fatto operato un profondo cambiamento nel concetto di politica. Raggiungendo il risultato di annullare le distanze tra il dominio politico e quello degli affari. Difficile sostenere che la politica abbia mai brillato per autonomia e indipendenza. È vero però che, prima di Berlusconi, il Parlamento si era sempre curato di apparire, agli occhi dei cittadini, un luogo di mediazione credibile tra le parti sociali. Dopo Berlusconi, senza che la cosa producesse un
rilievo critico da parte dei commentatori di professione, le maschere
sono cadute e l’antico antagonismo parlamentare si è
ridotto a una lotta di consorteria tra la vecchia classe politica,
rivendicatrice di una propria ‘aristocratica’ legittimità,
e la nuova genia, più sfacciata e aggressiva, piena di conflitti
di interesse, non più intenzionata a fare sconti ai lavoratori
e ben decisa a impossessarsi, oltre che del comando economico, anche
del dominio politico. Il risultato è l’attuale strisciante
lotta intestina all’apparato, non confessata, sebbene percepibile,
oltre che dalle manovre, tra le parole degli spot lanciati ogni giorno
attraverso i canali d’informazione, impostata sulla ricerca
del largo consenso popolare e infarcita di centrismo e di vecchi valori
reazionari, non ultimi razzismo e papismo. Una lotta che resterebbe
invisibile se non fosse per l’ingombrante presenza di Berlusconi,
dalla quale occorre prendere spunto se si vuole comprendere il futuro
dei lavoratori italiani, alla luce delle manovre politiche nascoste
dietro la parola ‘ingovernabilità’. Termine che
ha monopolizzato l’ordine del Berlusconi è un caso unico di eclettismo economico. Come ormai sanno anche i sassi, il suo dominio spazia dai mezzi di informazione al cinema, dalle assicurazioni alla finanza, dalla telefonia al calcio, al mercato immobiliare. È stato quindi un processo naturale per lui, dopo le elezioni del 2001, entrare in possesso del potere politico e, nello stesso tempo, rendere la propria coalizione un gigantesco comitato di affari a garanzia e protezione, oltre che dei propri interessi, di tutte le esigenze del dominio padronale. Serva a esempio la conclusione del processo sul caso Sme, da cui l’ex presidente del Consiglio è uscito assolto dopo avere varato, a un anno dal suo insediamento, una legge che depenalizzava il falso in bilancio. La prima di un vasto corpo di leggi calibrate sulle sue esigenze difensive, che hanno reso il confine tra la legalità e l’illegalità, una porta spalancata là dove prima rappresentava, almeno formalmente, un limite invalicabile. Un passaggio di cui qualunque imprenditore può agevolmente servirsi per delinquere in piena legittimità. Questa esperienza di governo, conclusasi nel 2006, a Confindustria è piaciuta moltissimo, tanto da trasformarsi in inconsolabile saudade nell’animo del suo presidente Montezemolo, dopo la vittoria di Prodi. Non che questi non gli andasse bene. A contrariarlo era la sua risicata vittoria al Senato e la presenza di una forte componente (10%) di quella sinistra che i media, per propaganda, definiscono radicale. Una componente di opposizione interna, per quanto sempre destinata a capitolare, che rischiava di creare una situazione di blocco politico, dannosa per gli immediati interessi di Confindustria. Montezemolo si era talmente abituato al nuovo status politico portato dal berlusconismo, che lo poneva in prima linea nella gestione degli interessi della propria categoria, da non riuscire più a sopportare – in un momento in cui per il potere padronale è diventato vitale, per non perdere profitti, scaricare la crisi del mercato sulle spalle del lavoratore dipendente – noiose lungaggini parlamentari. Che magari fanno tanto democrazia, ma che sono di impedimento alle grandi possibilità di arricchimento garantite da una situazione di controllo assoluto dei giochi politici ed economici. Per quanto la componente neoliberista, maggioritaria tra la sinistra progressista del nuovo governo, fosse evidentemente protesa a favorire i suoi interessi di categoria, alla lunga Montezemolo non ha potuto fare a meno di considerare che la nuova esperienza di governo fosse da chiudere il più rapidamente possibile. Il successo elettorale del berlusconismo aveva reso ben chiaro ai padroni del vapore che in Italia erano sorti i presupposti per abbattere definitivamente ogni tipo di opposizione parlamentare. La ‘buona’ riuscita di Berlusconi, e
quanto di buono fatto per Confindustria dal governo Prodi, permettevano
tre considerazioni. Primo, che a un 50% di elettorato non importava
che un imprenditore diventasse capo del governo per fare gli interessi
propri e della sua categoria nel totale sprezzo dei più elementari
principi democratici. Secondo, che con Berlusconi presidente l’altro
50% protestava volentieri insieme ai sindacati contro la palese illegalità
di un presidente-imprenditore. Terzo, che se la stessa politica di
Berlusconi veniva attuata da Prodi, nessuno protestava, a esclusione
degli ostinati partitini della sinistra, che insistevano a volere
sensibilizzare il Parlamento sul tema dell’impoverimento della
popolazione e del dilagare della precarietà lavorativa. Per comprendere il significato di questo termine,
occorre declinarlo secondo le esigenze economiche di chi lo pronuncia
con tanta insistenza. Rendersi cioè conto della gravità
dell’attuale congiuntura storica in cui il capitalismo vive
un momento di implosione. Le varie riforme del mercato del lavoro,
la privatizzazione del mercato pensionistico culminato con l’esproprio
del Tfr, l’aumento della precarietà lavorativa, la defiscalizzazione
degli straordinari, l’abbassamento del cuneo fiscale, l’aumento
delle ore di lavoro sono messaggi fin troppo chiari di un violento
attacco classista posto in atto dall’élite dirigenziale
ai propri salariati, al fine di conservare intatti i profitti e fronteggiare
la crisi. E notare la linea di continuità, a tal proposito,
che ha contraddistinto il lavoro parlamentare, malgrado l’alternanza
del governo di centro-sinistra a quello di centro-destra, stabilisce
senza possibilità di dubbio a che cosa alludano Montezemolo,
i rappresentanti dei due partiti di maggioranza e i vari analisti
politici, quando chiedono una condizione politica di governabilità.
Il governo Prodi, malgrado l’opposizione interna, è riuscito
a varare un protocollo sul welfare che rende la definizione ‘classista’
un eufemismo da salotto. Ha assecondato tutti i desiderata del potere
economico; eppure, la difficoltà con la quale ogni volta è
riuscito a farlo, ha dimostrato al padronato che il giochino di usare
un governo di centro-sinistra per imporre riforme di destra, ormai
non funziona più. Era riuscito in precedenza, ai tempi del
pacchetto Treu, con la complicità del sindacato, ma non è
valso oggi, con quella componente di sinistra intenzionata a non perdere
eccessivamente la faccia di fronte al proprio elettorato. Prodi è
caduto lasciando parte del lavoro incompiuta. E doveva necessariamente
cadere, nel momento in cui era lampante che le enormi concessioni
politiche già elargite da Rifondazione, Comunisti e Verdi erano
diventate l’ultimo cedimento possibile, prima di perdere completamente
credibilità. Restano sul tavolo due problemi: il primo riguarda
il modo in cui isolare la sinistra; il secondo è la presenza
a destra di Berlusconi. In questo si annida lo stallo dell’ingovernabilità
italiana. In Francia, Sarkozy è riuscito a massacrare i lavoratori
con gli applausi della sinistra ‘progressista’, compresa
quella italiana; in Germania, la Merkel ha creato la coalizione mista
di centro, suscitando impotente invidia negli industriali nostrani. Come sarebbe possibile al centrosinistra firmare
accordi con Berlusconi, se la propria garanzia di sopravvivenza politica
dipende dal fatto di contrapporvisi? Il Partito democratico nasce
per permettere al padronato una silenziosa e definitiva presa del
potere. Per giungere alla quale occorre attuare un doppio passaggio:
annientare definitivamente il residuale pensiero di sinistra rimasto
in Parlamento, evirandolo culturalmente dei suoi contenuti politici,
dopo aver mostrato al Paese, con la massiccia complicità dei
media, la finzione di una pacificazione sociale in essere. È
il patto di Faust. Il giuramento di fedeltà a chi ha nelle
mani la proprietà dei mezzi di produzione, Il piatto del disconoscimento di un antagonismo sociale di classe, è stato servito caldo in un’intervista rilasciata al Corsera da Veltroni: “È tempo di uscire dalla contrapposizione tra impresa e lavoro [...] L’imprenditore è un uomo che rischia, che ci mette del suo. È tempo di uscire dalla contrapposizione culturale”. Tocca a lui il gioco sporco, in grado di garantire al vecchio politico ‘politicante’ il ritorno al comando del proprio campo di potere. Ma per riuscire, deve percorrere la strada aperta dal berlusconismo, e farlo meglio dello stesso Berlusconi; l’unica via possibile agli occhi del Potere economico reale del paese. La strada che vuole la violenza dell’indifferenziato politico come sola logica di potere praticabile, che trasformi la sinistra progressista nel credibile sedativo di ogni forma di protesta. Se al veltronismo riuscisse l’impresa di mascherare politicamente quanto è funzionale all’economia, il Pd raccoglierebbe il duplice risultato di restituire alla politica il vecchio ruolo sovrastrutturale al ‘soldo’ del potere economico e di rintuzzare la carica della nuova classe politica imprenditrice. Il prezzo da pagare è la garanzia di tenuta una volta approdato al governo. Si spiega così la commedia della concertazione, del dialogo tra le parti (politiche, come è ovvio, non sociali) inscenata da Veltroni (anche in netta contraddizione con l’operato di Prodi), sin dal giorno della sua elezione alle primarie. Quanto detto, riguardo alla necessità di
questo nuovo magma politico, nato come clone ‘nobile’
del berlusconismo, di sganciarsi dalla sinistra, è illustrato
come meglio non sarebbe possibile dalla tronfia dichiarazione, lanciata
dopo il tonfo di Prodi, di correre da solo alle elezioni, anche a
costo di perdere drammaticamente. Nel frattempo, Montezemolo sghignazza,
muove i fili, declina inviti di candidatura e lancia messaggi. Tiene
in scacco la politica italiana e gioca su due tavoli da cui uscirà
comunque vincente: quello del veltronismo, se tutto va bene; o, in
caso contrario, quello del berlusconismo con Berlusconi, la cui presenza
non costituirebbe più un problema, di fronte a un centro-sinistra
ormai balcanizzato e impossibilitato a capitalizzare l’odio
elettorale per il rivale di sempre.
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