(Intervista del 27 gennaio, Gaza City)
«All’inizio non capivamo che cosa stesse succedendo, dalle
finestre della redazione vedevamo in tutte le direzioni aerei, fuoco,
esplosioni» racconta Bassem Abu Oun, direttore di Radio Voce
del Popolo (Radio Saut El Shaab), emittente di riferimento del Fronte
popolare per la liberazione della Palestina. «Ma indipendente,
con un palinsesto che si rivolge a tutti gli abitanti della Striscia»
precisa Abu Oun. Radio Voce del Popolo rappresenta l’unica alternativa
alle radio di Hamas (Al Aqsa) e Jihad (Al Quds).
Colti di sorpresa dall’intensità dell’operazione
israeliana Piombo fuso, i redattori di Radio Saut El Shaab hanno messo
a punto un piano per coprire tutto il territorio, «con giornalisti
presenti nella sede centrale 24 ore su 24, a turni, e altri in giro
per la Striscia» racconta il direttore. «Non è
stato facile, alcuni dei miei ragazzi dormivano in redazione».
In realtà, Radio Voce del Popolo non nasce con una vocazione
‘all news’, ma come un’emittente al servizio della
comunità, «con un palinsesto vario, fatto di sport, cultura,
sociale, e programmi mirati per donne e giovani, cosa che le altre
radio non hanno mai fatto». Questo era il progetto iniziale,
ormai due anni e mezzo fa, e così è stato fino all’inizio
dell’offensiva israeliana. «In tempi di guerra –
commenta Oun – quando non ci sono altri punti di riferimento,
una radio può e deve diventare il solo punto di riferimento
per i civili e per i combattenti».
Tutto intorno alla sede dell’emittente, gli aerei militari
F16 colpivano altri palazzi sedi di organi di stampa (5 distrutti
e 2 danneggiati gravemente, secondo il rapporto del 22 gennaio pubblicato
dal Centro palestinese per i diritti umani, Pchr). «A volte
abbiamo pensato che i bombardamenti fossero per noi, dalle finestre
sono entrate schegge pericolose quanto proiettili. Certe esplosioni
sono avvenute a qualche centinaio di metri da qui».
Durante i 22 giorni di guerra, Radio Saut El Shaab ha dato informazioni
su quanto accadeva nelle diverse zone della Striscia, ha lanciato
appelli per gli aiuti, ha segnalato i casi più gravi, ha contribuito
a rafforzare i legami fra le diverse anime della società gazawi.
«Grazie a un generatore di corrente abbiamo rappresentato per
i nostri ascoltatori una voce amica e affidabile». Per tutti,
senza distinzioni politiche.
Fino a ora l’emittente si è finanziata attraverso introiti
pubblicitari e donazioni di privati. I giornalisti sono studenti di
comunicazione negli atenei della Striscia o giovani appena laureati,
pagati circa 200 dollari al mese: «Hanno rischiato la loro vita
girando in lungo e in largo, e tre sono stati feriti, per fortuna
non gravemente» racconta Bassem Abu Oun.
Ora lentamente si ritorna alla programmazione del tempo di pace,
ma con un’attenzione speciale alla ricostruzione, sempre nel
segno della solidarietà per le famiglie rimaste senza casa,
per i feriti: «Siamo una radio di ispirazione democratica, non
religiosa, e per questo ci interessiamo a tutta la comunità
in modo continuativo» insiste il direttore, quantificando l’audience
della ‘sua’ radio nell’ordine di 100.000 ascoltatori,
«circa il 40% dell’audience complessiva fra Striscia di
Gaza e Cisgiordania». Ma in tempo di guerra «sono raddoppiati»
assicura. E nell’arco di due mesi la qualità delle trasmissioni
saranno migliorate, grazie a un investimento in tecnologia di circa
50.000 dollari.
Un investimento per il futuro che stride con il pessimismo esibito
da Bassem Abu Oun quando è chiamato a fare previsioni sulla
pacificazione nella Striscia: «Quello che hanno fatto gli israeliani
è un massacro pianificato, non vedo nessuna luce in fondo al
tunnel» afferma, e conclude: «Sei mesi dopo le elezioni,
mi aspetto un’altra strage come questa».
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Mercoledì 28 gennaio 2009
Rotta la tregua
Attoniti e increduli gli abitanti della Striscia di Gaza accolgono
la notizia della rottura della tregua con Israele da parte di guerriglieri
armati, nella mattina del 27 gennaio, nei pressi del valico di Kissufim
– aggressione rivendicata alcune ore dopo dai Comitati di resistenza
popolare – e dell’immediata risposta dell’esercito
di Tel Aviv. Negli scontri rimangono uccisi un soldato israeliano,
un agricoltore gazawi e un giovane a bordo di una bicicletta, probabilmente
membro dei Comitati. Tre soldati israeliani rimangono feriti.
Per tutta la giornata ci si chiede se l’episodio darà
il via a una nuova escalation di violenza.
Ecco alcuni commenti raccolti nel pomeriggio di martedì:
«Non credo che la guerra riprenderà, non prima delle
elezioni israeliane» sostiene Bassam Abu Oun, direttore di Radio
Voce del popolo, emittente vicina al Fronte popolare per la liberazione
della Palestina. Intorno a lui i giornalisti in redazione si dicono
pronti a lavorare 24 ore su 24, come durante i 22 giorni dell’operazione
Piombo fuso su Gaza, se fosse di nuovo necessario.
Nei negozi e negli uffici pubblici, riaperti da pochi giorni, le
opinioni sono discordanti, ma la tensione rimane alta. «Questa
guerra ha sorpreso tutti - commenta un giornalista gazawi, dicendosi
pronto per la prima volta in vita sua a lasciare la Striscia insieme
ai propri cari - è stata sorprendente e imprevista per intensità,
durata, strategie militari».
Ci si sforza di immaginare le prossime mosse di Tel Aviv, per poi
decidere se chiudersi in casa o azzardarsi ad andare a trovare gli
amici per cena. «Potrebbero colpire Rafah, ma anche altre aree
(la Striscia di Gaza ha una superficie di circa 40 km per 8-10, n.d.r.).
Tutto può essere - commenta un operatore umanitario di Jabalia,
nel Nord, visibilmente in tensione – e la rottura della tregua
offre a Israele un’ottima occasione per riaprire il fuoco».
Per questo, il successivo attacco aereo notturno non sorprende nessuno.
È appena passata l’una di notte del 28 gennaio quando
gli aerei F16 israeliani rompono la barriera del suono e cominciano
il loro valzer. Tre raid mirati sulla zona di confine fra la Striscia
di Gaza e l’Egitto, a Rafah - là dove numerosi tunnel
del contrabbando sono ancora in funzione, nonostante i ripetuti attacchi
dell’operazione Piombo fuso - scuotono il sonno degli abitanti,
che scappano dalle proprie case, a ridosso della barriera del valico
e delle ‘serre’ che nascondono l’ingresso dei tunnel.
Dopo la missione, il cielo di Gaza rimane per ore in balia degli F16
senza requie.
Per ingannare il tempo e non precipitare nella spirale dell’angoscia,
c’è chi riaccende la televisione, chi ascolta musica,
chi guarda fuori dalla finestra. Ma qualcuno non si accorge di niente
e, al risveglio, ammette serenamente: «Ormai mi sono abituato».
Federica Zoja ha lasciato Gaza mercoledì 28 gennaio, sollecitata
dall’ambasciata italiana a uscire al più presto dalla
Striscia.
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Lunedì 26 gennaio 2009
Intervista a Donatella Rovera di Amnesty International
A Gaza, durante i 22 giorni dell’operazione militare israeliana
denominata ‘Piombo fuso’, «sono state commesse violazioni
massicce del diritto internazionale, incluse violazioni che costituiscono
crimini di guerra in tutti i campi, uccisioni illegali, distruzioni
gratuite di proprietà e ancora uccisioni illegali come risultato
di pratiche diverse, quali l’uso di armi improprie nei quartieri
residenziali».
Così Donatella Rovera, responsabile ricerca di Amnesty International
per Israele e Palestina, riferisce quanto riscontrato a Gaza nella
prima settimana di ricerca sul campo della sua équipe, che
si avvale della consulenza di un esperto militare.
E precisa: «Siamo arrivati quando abbiamo potuto, abbiamo chiesto
fin dal primo giorno di entrare, ma le forze armate e il governo israeliani
non ci hanno concesso l’accesso, così come le autorità
egiziane non sono state collaborative».
Ora l’indagine si focalizza sulle violazioni «che rappresentano
uccisioni illegali, distruzione gratuita di proprietà civili,
uso improprio di armi». In proposito, Rovera spiega: «Anche
se non sono puntate direttamente, ormai si sa da parecchi anni che
se si usano un certo tipo di armi e munizioni, per esempio l’artiglieria
in quartieri residenziali, le probabilità di colpire l’obbiettivo
prefissato sono minime, mentre è alta la probabilità
di raggiungere persone e oggetti che non erano previsti».
Al centro delle indagini anche «il fattore accesso ai servizi
medici e umanitari, negato non solo in un caso o in alcuni ma in molti
casi e in zone diverse della Striscia di Gaza».
Ma l’attenzione della comunità internazionale è
puntata soprattutto sulla «questione dell’uso del fosforo
bianco, che le autorità israeliane hanno rifiutato di confermar
per molto tempo; quando però siamo entrati e sono entrati i
giornalisti, è risultato evidente».
Rovera non esita a definire quella israeliana una «ammissione
tardiva, che ha fatto sì che vittime che avrebbero potuto essere
curate in modo più efficace e veloce hanno invece sofferto
un deterioramento delle loro condizioni». E cita alcuni «casi
orribili in cui le ferite dei pazienti fumavano per un giorno perché
erano rimaste particelle di fosforo, che bruciavano ogni volta che
erano a contatto con l’ossigeno».
Aggiunge il responsabile Amnesty: «È stato fatto uso
di fosforo bianco in modo illegale e incomprensibile, anche dal punto
di vista militare. Il fosforo bianco viene utilizzato in due casi:
per illuminare oppure per proteggere i movimenti delle truppe sul
terreno con una cortina di fumo. Ma a Gaza è stato utilizzato
in zone in cui i soldati israeliani non erano presenti: né
intorno e dentro il complesso dell’Unrwa a Gaza City, né
alla scuola di Beit Lahia, né all’ospedale del Quds né
intorno a tutte le case che abbiamo visto a Zeitun e negli altri quartieri».
E soprattutto «il fosforo bianco è stato usato in piena
giornata, quindi non c’era bisogno d’illuminare».
C’è poi il problema del proiettile di artiglieria che
porta il fosforo bianco e che «causa morte, distruzione, ferite
con le proprie schegge».
Rovera chiarisce inoltre: «L’interpretazione delle forze
israeliane — degli avvocati delle forze armate israeliane —
del diritto internazionale, è molto elastica. Noi abbiamo visto
un uso del fosforo bianco improprio dal Nord al Sud, quindi non si
tratta di un solo battaglione (come invece sostiene l’esercito
israeliano, n.d.r.)». Quanto alla decisione di bombardare case
abitate, «perché le forze israeliane pensano o sanno
che quella è la casa di un militante — che magari può
essere un bersaglio legittimo — in realtà le si colpisce
quando dentro ci sono anche altri dieci membri della sua famiglia,
donne, bambini, civili. Questo è un uso sproporzionato della
forza, che non può essere giustificato».
Il volantinaggio sulla Striscia, al fine di avvertire gli abitanti
di un imminente attacco, non ha rispettato il diritto internazionale,
ricorda Donatella Rovera: «Gli avvertimenti devono essere specifici,
mentre qui i volantini lanciati dagli aerei cadevano su aree molto
vaste e i messaggi telefonici pre-registrati hanno solo contribuito
a creare panico perché effettuati a caso».
«Chiaramente non tutte le azioni delle forze israeliane condotte
in queste tre settimane sono illegali, ma le autorità israeliane
devono mettere a disposizione le prove, perché quando si colpiscono
obbiettivi che sono evidentemente civili l’onere della prova
deve essere a carico di chi colpisce».
E cita casi come quelli delle famiglie Sammuni, Daia, Abu Aisha o
Balusha: «Le loro abitazioni sono state distrutte con le persone
ancora all’interno. E poi ci sono molti casi in cui sono state
uccise una, due persone, ma il principio è lo stesso: se sono
state uccise dieci, venti o due persone, questo dipende dal caso».
Per esempio la casa del medico Auni: «Si può dedurre
dal comportamento dei membri della famiglia — spiega Rovera
— che non c’era combattimento intorno alla casa: il medico
era nel suo studio all’interno, sua moglie era in cucina che
preparava il cibo per i bambini, i bambini erano in camera da letto;
la casa è stata bombardata e la madre dei bambini è
stata tagliata in due da proiettili; anche il bambino più piccolo
è stato ucciso».
Rispetto all’uso dell’uranio impoverito, dichiara: «Noi
non abbiamo trovato prove, non siamo specialisti su questo quindi
non è qualcosa che siamo in grado di individuare. Anche dell’uso
di Dime (Dense Inert Metal Explosive) se ne parla ormai da un paio
di anni ma è un’arma ancora in stato di sviluppo, molto
nuova, c’è ancora poca conoscenza, quindi stiamo cercando
di ottenere più informazioni».
In termini di diritto internazionale, la responsabile Amnesty ci
tiene a chiarire che «c’è l’obbligo per le
forze armate di proteggere i civili, quindi il fatto che forze armate
o altri combattenti siano in zone civili non autorizza ad attacchi
indiscriminati». E precisa: «Entrambe le parti hanno combattuto
in quartieri residenziali, e non erano presenti solo i gruppi armati:
anche i soldati hanno occupato case civili per usarle come basi militari,
i soldati israeliani sono entrati a Gaza proprio nelle zone residenziali.
Non sono i gruppi palestinesi che sono entrati nelle città
israeliane, ma il contrario. Quindi entrambe le parti hanno usato
case come protezione, per nascondersi dietro a un muro».
Inoltre, «i casi classici di scudi umani sono quelli in cui
le forze israeliane entrano in una casa, imprigionano la famiglia
in una stanza, al piano terra generalmente, impediscono loro di andare
via e poi usano la casa come base militare, mettendo quindi a rischio
la popolazione civile. La popolazione civile viene messa a rischio
da ambedue le parti con il loro modo di combattere in zone civili».
Amnesty International rimarrà a Gaza per completare la raccolta
di informazioni e dati per altri dieci giorni. Poi «porteremo
le nostre conclusioni alle autorità israeliane e infine pubblicheremo
un rapporto». Qualsiasi azione legale è ancora prematura,
«anche se noi vorremmo un meccanismo di indagine internazionale»
conclude Rovera.
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Domenica 25 gennaio 2009
Intervista a Almajdalawi del Fplp
«Il vero cambiamento eravamo noi, non Hamas. Credo che adesso
molta gente, più a Gaza che in Cisgiordania, se ne sia accorta».
A parlare così è Jamil Almajdalawi, leader del Fronte
popolare per la liberazione della Palestina e membro del comitato
politico del partito, il terzo movimento politico palestinese. Alle
elezioni del gennaio 2006, il Fplp ha ottenuto il 5% dei voti, un
risultato amaramente digerito: «Secondo me non corrisponde al
reale bacino dei nostri sostenitori, che dovrebbe aggirarsi intorno
all’8-10%» commenta Almajdalawi. Ma allora il desiderio
della maggioranza dei palestinesi, urlato al mondo in modo inequivocabile,
era voltare pagina, dimenticare la corruzione e l’inettitudine
di Fatah.
Ora più che mai il Fplp svolge un ruolo di sentinella, denunciando
pericoli e anomalie sia del governo di Salam Fayyad, in Cisgiordania,
sia di quello di Ismail Haniyeh, a Gaza. E rischia ripercussioni da
un momento all’altro: «Se non ci sarà riconciliazione
fra le fazioni politiche — spiega Almajdalawi — penso
che prima o poi si esaurirà anche la tolleranza nei nostri
confronti».
Almajdalawi è in partenza per il Cairo, dove domani (oggi,
n.d.r.) si apriranno due tavoli paralleli di discussione:
uno che vede protagonisti Israele e Hamas, l’altro le diverse
fazioni politiche palestinesi. «Crediamo che questi primi negoziati
rappresentino una preparazione a quelli palestinesi globali. E per
noi del Fronte popolare per la liberazione della Palestina è
importante».
Una premessa: «Quello attuale è un modo sbagliato di
intendere il cessate il fuoco perché quando una nazione è
in una situazione di occupazione ha diritto di resistere».
Da parte di Tel Aviv, Almajdalawi riscontra il tentativo di «dimostrare
al mondo che la sua è ‘guerra contro guerra’, non
guerra contro gente che sta resistendo all’occupazione. E il
conflitto interno fra Hamas e Fatah non fa che aiutare e promuovere
l’azione di Israele». Il Fplp teme il protrarsi della
«pressione sulla popolazione palestinese» e considera
«uno scherzo la tregua su queste basi: insomma, la loro occupazione
senza la nostra resistenza diventa occupazione a cinque stelle».
Quanto alla seconda questione, quella della riconciliazione nazionale,
il Fplp si attiene al Documento di riconciliazione nazionale,
«che stabilisce di riunire i principi fondamentali della nazione,
un governo nazionale unico, elezioni nuove per il Parlamento e la
presidenza per ricostruire l’Olp». Schiacciato fra Fatah
e Hamas, il terzo incomodo cercherà di facilitare la riconciliazione,
quella di cui si parla sui manifesti voluti da un comitato civico
nelle strade di Gaza. “Fratelli nonostante le differenze”,
recitano.
«Le condizioni imposte da Hamas puntano a ritardare la riconciliazione
fra i movimenti e lo stesso vale per Abu Mazen, il quale imponendo
condizioni dure ad Hamas tenta di far passare le proprie linee politiche.
Sarà difficile, ma non impossibile».
Ecco i punti condivisi con Hamas: «L’interruzione dei
sotto-negoziati fra Abu Mazen e Israele; la lotta alla corruzione
dell’Autorità nazionale palestinese; la sospensione della
collaborazione in fatto di sicurezza. Ma non pensiamo che uno stato
retto da Hamas sia migliore. Hanno una gestione della società
sbagliata. Sono una forza non democratica, che fa regredire la società,
non accettano critiche». E conferma: «Tutto quello che
si dice sulle gambizzazioni da parte di Hamas (nei confronti dei nemici
politici, all’interno della Striscia negli ultimi giorni, n.d.r.)
è vero: la violenza qui, rispetto alla Cisgiordania, è
più forte».
Rimane il nodo cruciale del valico di Rafah, con doppia gestione:
«Otto mesi fa abbiamo proposto un piano che preveda per Abu
Mazen il ruolo di presidente ufficiale, mentre per Hamas quello de
facto sul campo. E di utilizzare le risorse derivanti dalla frontiera
di Rafah per servizi sanitari e sociali per i cittadini, non per Abu
Mazen né per Haniyeh. Al di là delle differenze politiche
con Abu Mazen, il nostro obbiettivo è mantenere l'unità
nazionale. Fino alle prossime elezioni, per noi Abu Mazen è
ancora presidente, più politicamente che legalmente».
Altrettanto fondamentale la ricostruzione di Gaza, «possibile
con la creazione di un comitato nazionale che gestisca i fondi e li
convogli alle persone colpite».
Almajdalawi sa che la liberazione del soldato Gilad Shalit sarà
oggetto di contrattazione al Cairo e commenta: «Gli israeliani
dicono che la liberazione è vicina, ma non è un paradosso
che tutto il mondo si preoccupi di Gilad mentre ci sono 11.500 nostri
prigionieri in Israele? Come essere umano, non come palestinese, questo
mi offende».
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Sabato 24 gennaio 2009
Terzo giorno a Gaza
Hanno perso tutto, abitazioni (35), animali, terre coltivate e soprattutto
29 membri della loro famiglia (di cui 16 bambini - due piccolissimi,
uno di cinque mesi e l'altro di un mese - e 13 adulti). Il clan dei
Sammuni, da cui prende il nome l’omonimo villaggio nell’area
di Zeitun, sobborgo a Nord della Striscia di Gaza, sul confine con
Israele, riceve le condoglianze di amici e vicini, e bivacca nelle
tende piantate di lato alle macerie. I bambini giocano in mezzo ai
calcinacci di quelle che fino al 16 gennaio scorso erano le loro case
e da cui spuntano materassi, vestiti, mobili e stracci, alcuni macchiati
visibilmente di sangue.
A raccontare la storia del massacro di Sammuni è Yousra Sammuni,
55 anni, mentre intorno a lei, figlie e nipoti femmine tacciono sedute
per terra. Gli uomini, più lontani, raccolgono le cifre esatte
dei danni subiti nella speranza di ricevere le compensazioni promesse
dal governo di Hamas.
Il 15 gennaio, l’esercito israeliano - entrato nel territorio
di Zeitun poco più in là, spianando con le ruspe uliveti
e aranceti - ha intimato agli abitanti del villaggio di abbandonare
le proprie case e li ha raccolti in un’unica abitazione. Lo
stesso è stato fatto in tutta Zeitun, dove i soldati di Tsahal
hanno lasciato sui muri delle case occupate eloquenti scritte intimidatorie
e di spregio.
Ma le 70 persone raccolte a forza in una sola casa a Sammuni sono
state inspiegabilmente oggetto di bombardamento il giorno seguente,
il 16 gennaio. E ai soccorsi è stato impedito di giungere in
loco per ore, fino alla mattina seguente.
In tutta Zeitun le famiglie colpite dall’offensiva israeliana
negli ultimi giorni della guerra sono undici e le vittime 50, di cui
47 abitanti del posto e 3 di fuori.
«In questa zona non c’è mai stata nessuna resistenza
- grida Yousra - siamo agricoltori, vendiamo frutta e verdura».
Amnesty International e le principali organizzazioni per la difesa
dei diritti umani indagano sull'episodio.
Anche la famiglia di Subh Arafat, 25 anni, è stata assediata
dai soldati israeliani: «Dalla sera di venerdì 16 gennaio
alla mattina di domenica siamo rimasti chiusi in casa, una settantina
di persone, gli uomini al piano superiore, le donne sotto. Non potevamo
bere, mangiare, usare i servizi». Solo il terzo giorno è
stato loro permesso di uscire di casa, per riunirsi ad altre centinaia
di persone che scappavano dalle loro case. «Per fortuna mio
padre sa un po’ di ebraico ed è riuscito a parlare con
un soldato più disponibile degli altri - spiega Subh - si è
informato al telefono e dopo qualche ora ci ha detto come tornare
a casa senza correre pericoli».
Ma i danni all’impresa agricola di famiglia sono pesanti, oltre
i 40.000 dollari.
La strage di Sammuni e l'accanimento contro Zeitun forse dovevano
essere un monito per tutti i gazawi, prima del cessate il fuoco.
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Venerdì 23 gennaio 2009
Secondo giorno a Gaza
S. ha 24 anni e la consapevolezza che la sua vita, vista da un aereo
da guerra, «è una macchia di colore rosso caldo»
e da un momento all'altro, nel rientrare a casa dopo una serata con
gli amici, può essere scambiato per un miliziano.
«Mi dico che magari lassù ci può essere una giovane
ragazza israeliana, chissà, forse se sono fotogenico mi salvo»,
e ride amaramente per stemperare la tensione di tre settimane in bilico
fra vita e morte e di alcuni giorni di incredula tregua. «Questa
volta è stata durissima, mai prima d'ora è stato paragonabile.
Abbiamo davvero avuto paura di non farcela.»
Ma, allo stesso modo, S. non esita a mettere sullo stesso piano israeliani
e miliziani di Hamas: «Immagina che cosa vuol dire sentire le
loro voci, fuori al di là del muro di casa tua, mentre bisbigliano
nella notte. E pensare che se dall'alto li vedono sei fottuto».
E bisbigliare con i famigliari, magari spostarsi in fondo a una stanza,
nell'angolo più interno della casa, perché non si accorgano
che ci sei e hai paura: «Tanto, per loro ammazzarti che cosa
vuoi che cambi? Ti mandano in paradiso...»
Gaza del dopo guerra ha il volto di S. e di tutti coloro che vogliono
solo vivere e fare progetti, riaprire negozi, scuole e uffici. Andare
a fare la spesa senza perdere le gambe, di questi tempi così
a rischio. Nel mirino delle rappresaglie di Hamas - si segnalano negli
ospedali di Gaza i primi casi di pazienti gambizzati - e degli attacchi
aerei israeliani. All'ospedale pubblico di Shifa, non si contano i
casi di amputazione di uno o più arti, i letti delle unità
di ortopedia e chirurgia sono ancora pieni. Accedervi e parlare con
i pazienti, ma ancor di più con i parenti ammassati nei corridoi
e nelle stanze, storditi dall'incertezza per il futuro, è semplice
e rapido, superata la diffidenza del primo istante con gli amministratori
- si dice che Shifa sia saldamente in mano ad Hamas e forse è
vero, ma nessuno ostacola il colloquio con medici e pazienti. Per
alcuni malati, si tratta di un soggiorno temporaneo perché
destinati a strutture estere, dove i loro casi saranno trattati con
maggiori risorse tecniche.
Gaza stritolata fra due nemici, uno interno e uno esterno, è
anche 200.000 studenti che domani, sabato 24, torneranno a scuola.
È il ristorante di pesce che riapre le sue cucine. Il valico
di Erez che sforna cooperanti internazionali. È il sorriso
di S. che lascia la comitiva di amici stranieri e se ne va a casa,
nella notte, senza chiedersi chi lo stia osservando dal cielo.
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Giovedì 22 gennaio 2009
Primo giorno a Gaza
Non bastava la sveglia del mattino, al ritmo delle esplosioni di
gioia della marina israeliana al sorgere del sole. Adesso i gentili
saluti si ripetono, con i migliori auguri di buona notte.
Vorrà dire che è il tempo della riflessione, più
che del sonno ristoratore...
Prime immagini di Gaza nel dopo-guerra e brandelli di conversazioni
da giornalai.
Precisione chirurgica a Gaza Città e violenza
debordante nei centri più piccoli, specialmente nel Nord della
Striscia. Non si può non accorgersene: l'aviazione ha ritagliato
obbiettivi strategici con precisione inquietante, sgretolando commissariati
di polizia, ministeri, caserme e qualsiasi centro strategico legato
al movimento di resistenza. Ed ecco palazzine sbriciolate come crackers
affiancare moschee e scuole intatte.
La fase terrestre di 'Piombo fuso' non è andata molto per
il sottile, invece. All'insegna del "prendi tutto e scappa, che
faccio saltare in aria il tuo mondo", l'avanzata ha spianato
la vita di migliaia di persone. E pure la morte: il cimitero all'ingresso
di Jabalya è scomparso. Quello che un tempo doveva essere il
suo custode scava da giorni per riportare alla luce le bare e poi
riscava per seppellirle in modo decoroso.
Piccoli flash senza senso:
1. Un'ambulanza stritolata fra le macerie di una palazzina. Come ci
è finita? È stata fatta parcheggiare dagli israeliani
prima che la casa fosse rasa al suolo. Ovviamente.
2. Bambini ai bordi della strada che brucano l'erba per colazione.
3. La stazione dei vigili sventrata di fronte ai palazzi Abu Ghalion
(in cui vivo), intatti.
4. La scuola Unrwa di Jabalya, trasformata in centro di evacuazione.
Poveri stracci appesi alle finestre, bambini in cortile, genitori
accasciati per terra, sopraffatti dai pensieri....
Silenzio, i fuochi artificiali sono finiti. Si dorme, a Gaza.