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Cronache da Gaza |
| Giovedì 29 gennaio 2009 |
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(intervista del 27 gennaio, Gaza City) |
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«All’inizio non capivamo che cosa stesse succedendo, dalle finestre della redazione vedevamo in tutte le direzioni aerei, fuoco, esplosioni» racconta Bassem Abu Oun, direttore di Radio Voce del Popolo (Radio Saut El Shaab), emittente di riferimento del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. «Ma indipendente, con un palinsesto che si rivolge a tutti gli abitanti della Striscia» precisa Abu Oun. Radio Voce del Popolo rappresenta l’unica alternativa alle radio di Hamas (Al Aqsa) e Jihad (Al Quds). Colti di sorpresa dall’intensità dell’operazione israeliana Piombo fuso, i redattori di Radio Saut El Shaab hanno messo a punto un piano per coprire tutto il territorio, «con giornalisti presenti nella sede centrale 24 ore su 24, a turni, e altri in giro per la Striscia» racconta il direttore. «Non è stato facile, alcuni dei miei ragazzi dormivano in redazione». In realtà, Radio Voce del Popolo non nasce con una vocazione ‘all news’, ma come un’emittente al servizio della comunità, «con un palinsesto vario, fatto di sport, cultura, sociale, e programmi mirati per donne e giovani, cosa che le altre radio non hanno mai fatto». Questo era il progetto iniziale, ormai due anni e mezzo fa, e così è stato fino all’inizio dell’offensiva israeliana. «In tempi di guerra – commenta Oun – quando non ci sono altri punti di riferimento, una radio può e deve diventare il solo punto di riferimento per i civili e per i combattenti». Tutto intorno alla sede dell’emittente, gli aerei militari F16 colpivano altri palazzi sedi di organi di stampa (5 distrutti e 2 danneggiati gravemente, secondo il rapporto del 22 gennaio pubblicato dal Centro palestinese per i diritti umani, Pchr). «A volte abbiamo pensato che i bombardamenti fossero per noi, dalle finestre sono entrate schegge pericolose quanto proiettili. Certe esplosioni sono avvenute a qualche centinaio di metri da qui». Durante i 22 giorni di guerra, Radio Saut El Shaab ha dato informazioni su quanto accadeva nelle diverse zone della Striscia, ha lanciato appelli per gli aiuti, ha segnalato i casi più gravi, ha contribuito a rafforzare i legami fra le diverse anime della società gazawi. «Grazie a un generatore di corrente abbiamo rappresentato per i nostri ascoltatori una voce amica e affidabile». Per tutti, senza distinzioni politiche. Fino a ora l’emittente si è finanziata attraverso introiti pubblicitari e donazioni di privati. I giornalisti sono studenti di comunicazione negli atenei della Striscia o giovani appena laureati, pagati circa 200 dollari al mese: «Hanno rischiato la loro vita girando in lungo e in largo, e tre sono stati feriti, per fortuna non gravemente» racconta Bassem Abu Oun. Ora lentamente si ritorna alla programmazione del tempo di pace, ma con un’attenzione speciale alla ricostruzione, sempre nel segno della solidarietà per le famiglie rimaste senza casa, per i feriti: «Siamo una radio di ispirazione democratica, non religiosa, e per questo ci interessiamo a tutta la comunità in modo continuativo» insiste il direttore, quantificando l’audience della ‘sua’ radio nell’ordine di 100.000 ascoltatori, «circa il 40% dell’audience complessiva fra Striscia di Gaza e Cisgiordania». Ma in tempo di guerra «sono raddoppiati» assicura. E nell’arco di due mesi la qualità delle trasmissioni saranno migliorate, grazie a un investimento in tecnologia di circa 50.000 dollari. Un investimento per il futuro che stride con il pessimismo esibito da Bassem Abu Oun quando è chiamato a fare previsioni sulla pacificazione nella Striscia: «Quello che hanno fatto gli israeliani è un massacro pianificato, non vedo nessuna luce in fondo al tunnel» afferma, e conclude: «Sei mesi dopo le elezioni, mi aspetto un’altra strage come questa». ---------- Mercoledì 28 gennaio 2009 Rotta la tregua di Federica Zoja Attoniti e increduli gli abitanti della Striscia di Gaza accolgono
la notizia della rottura della tregua con Israele da parte di
guerriglieri armati, nella mattina del 27 gennaio, nei pressi
del valico di Kissufim – aggressione rivendicata alcune
ore dopo dai Comitati di resistenza popolare – e dell’immediata
risposta dell’esercito di Tel Aviv. Negli scontri rimangono
uccisi un soldato israeliano, un agricoltore gazawi e un giovane
a bordo di una bicicletta, probabilmente membro dei Comitati.
Tre soldati israeliani rimangono feriti. Ecco alcuni commenti raccolti nel pomeriggio di martedì: Nei negozi e negli uffici pubblici, riaperti da pochi giorni, le opinioni sono discordanti, ma la tensione rimane alta. «Questa guerra ha sorpreso tutti - commenta un giornalista gazawi, dicendosi pronto per la prima volta in vita sua a lasciare la Striscia insieme ai propri cari - è stata sorprendente e imprevista per intensità, durata, strategie militari». Ci si sforza di immaginare le prossime mosse di Tel Aviv, per poi decidere se chiudersi in casa o azzardarsi ad andare a trovare gli amici per cena. «Potrebbero colpire Rafah, ma anche altre aree (la Striscia di Gaza ha una superficie di circa 40 km per 8-10, n.d.r.). Tutto può essere - commenta un operatore umanitario di Jabalia, nel Nord, visibilmente in tensione – e la rottura della tregua offre a Israele un’ottima occasione per riaprire il fuoco». Per questo, il successivo attacco aereo notturno non sorprende
nessuno. È appena passata l’una di notte del 28 gennaio
quando gli aerei F16 israeliani rompono la barriera del suono
e cominciano il loro valzer. Tre raid mirati sulla zona di confine
fra la Striscia di Gaza e l’Egitto, a Rafah - là
dove numerosi tunnel del contrabbando sono ancora in funzione,
nonostante i ripetuti attacchi dell’operazione Piombo fuso
- scuotono il sonno degli abitanti, che scappano dalle proprie
case, a ridosso della barriera del valico e delle ‘serre’
che nascondono l’ingresso dei tunnel. Per ingannare il tempo e non precipitare nella spirale dell’angoscia, c’è chi riaccende la televisione, chi ascolta musica, chi guarda fuori dalla finestra. Ma qualcuno non si accorge di niente e, al risveglio, ammette serenamente: «Ormai mi sono abituato».
Federica Zoja ha lasciato Gaza mercoledì 28 gennaio, sollecitata dall’ambasciata italiana a uscire al più presto dalla Striscia. ---------- Lunedì 26 gennaio 2009 Intervista a Donatella Rovera di Amnesty International di Federica Zoja A Gaza, durante i 22 giorni dell’operazione militare israeliana
denominata ‘Piombo fuso’, «sono state commesse
violazioni massicce del diritto internazionale, incluse violazioni
che costituiscono crimini di guerra in tutti i campi, uccisioni
illegali, distruzioni gratuite di proprietà e ancora uccisioni
illegali come risultato di pratiche diverse, quali l’uso
di armi improprie nei quartieri residenziali». Al centro delle indagini anche «il fattore accesso ai servizi
medici e umanitari, negato non solo in un caso o in alcuni ma
in molti casi e in zone diverse della Striscia di Gaza». «Chiaramente non tutte le azioni delle forze israeliane
condotte in queste tre settimane sono illegali, ma le autorità
israeliane devono mettere a disposizione le prove, perché
quando si colpiscono obbiettivi che sono evidentemente civili
l’onere della prova deve essere a carico di chi colpisce». Rispetto all’uso dell’uranio impoverito, dichiara: «Noi non abbiamo trovato prove, non siamo specialisti su questo quindi non è qualcosa che siamo in grado di individuare. Anche dell’uso di Dime (Dense Inert Metal Explosive) se ne parla ormai da un paio di anni ma è un’arma ancora in stato di sviluppo, molto nuova, c’è ancora poca conoscenza, quindi stiamo cercando di ottenere più informazioni». In termini di diritto internazionale, la responsabile Amnesty
ci tiene a chiarire che «c’è l’obbligo
per le forze armate di proteggere i civili, quindi il fatto che
forze armate o altri combattenti siano in zone civili non autorizza
ad attacchi indiscriminati». E precisa: «Entrambe
le parti hanno combattuto in quartieri residenziali, e non erano
presenti solo i gruppi armati: anche i soldati hanno occupato
case civili per usarle come basi militari, i soldati israeliani
sono entrati a Gaza proprio nelle zone residenziali. Non sono
i gruppi palestinesi che sono entrati nelle città israeliane,
ma il contrario. Quindi entrambe le parti hanno usato case come
protezione, per nascondersi dietro a un muro». Amnesty International rimarrà a Gaza per completare la raccolta di informazioni e dati per altri dieci giorni. Poi «porteremo le nostre conclusioni alle autorità israeliane e infine pubblicheremo un rapporto». Qualsiasi azione legale è ancora prematura, «anche se noi vorremmo un meccanismo di indagine internazionale» conclude Rovera. ---------- Domenica 25 gennaio 2009 Intervista a Almajdalawi del Fplp di Federica Zoja «Il vero cambiamento eravamo noi, non Hamas. Credo che adesso molta gente, più a Gaza che in Cisgiordania, se ne sia accorta». A parlare così è Jamil Almajdalawi, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e membro del comitato politico del partito, il terzo movimento politico palestinese. Alle elezioni del gennaio 2006, il Fplp ha ottenuto il 5% dei voti, un risultato amaramente digerito: «Secondo me non corrisponde al reale bacino dei nostri sostenitori, che dovrebbe aggirarsi intorno all’8-10%» commenta Almajdalawi. Ma allora il desiderio della maggioranza dei palestinesi, urlato al mondo in modo inequivocabile, era voltare pagina, dimenticare la corruzione e l’inettitudine di Fatah. Ora più che mai il Fplp svolge un ruolo di sentinella,
denunciando pericoli e anomalie sia del governo di Salam Fayyad,
in Cisgiordania, sia di quello di Ismail Haniyeh, a Gaza. E rischia
ripercussioni da un momento all’altro: «Se non ci
sarà riconciliazione fra le fazioni politiche — spiega
Almajdalawi — penso che prima o poi si esaurirà anche
la tolleranza nei nostri confronti». Una premessa: «Quello attuale è un modo sbagliato
di intendere il cessate il fuoco perché quando una nazione
è in una situazione di occupazione ha diritto di resistere». Quanto alla seconda questione, quella della riconciliazione nazionale,
il Fplp si attiene al Documento di riconciliazione nazionale,
«che stabilisce di riunire i principi fondamentali della
nazione, un governo nazionale unico, elezioni nuove per il Parlamento
e la presidenza per ricostruire l’Olp». Schiacciato
fra Fatah e Hamas, il terzo incomodo cercherà di facilitare
la riconciliazione, quella di cui si parla sui manifesti voluti
da un comitato civico nelle strade di Gaza. “Fratelli nonostante
le differenze”, recitano. Ecco i punti condivisi con Hamas: «L’interruzione dei sotto-negoziati fra Abu Mazen e Israele; la lotta alla corruzione dell’Autorità nazionale palestinese; la sospensione della collaborazione in fatto di sicurezza. Ma non pensiamo che uno stato retto da Hamas sia migliore. Hanno una gestione della società sbagliata. Sono una forza non democratica, che fa regredire la società, non accettano critiche». E conferma: «Tutto quello che si dice sulle gambizzazioni da parte di Hamas (nei confronti dei nemici politici, all’interno della Striscia negli ultimi giorni, n.d.r.) è vero: la violenza qui, rispetto alla Cisgiordania, è più forte». Rimane il nodo cruciale del valico di Rafah, con doppia gestione:
«Otto mesi fa abbiamo proposto un piano che preveda per
Abu Mazen il ruolo di presidente ufficiale, mentre per Hamas quello
de facto sul campo. E di utilizzare le risorse derivanti dalla
frontiera di Rafah per servizi sanitari e sociali per i cittadini,
non per Abu Mazen né per Haniyeh. Al di là delle
differenze politiche con Abu Mazen, il nostro obbiettivo è
mantenere l'unità nazionale. Fino alle prossime elezioni,
per noi Abu Mazen è ancora presidente, più politicamente
che legalmente». Almajdalawi sa che la liberazione del soldato Gilad Shalit sarà oggetto di contrattazione al Cairo e commenta: «Gli israeliani dicono che la liberazione è vicina, ma non è un paradosso che tutto il mondo si preoccupi di Gilad mentre ci sono 11.500 nostri prigionieri in Israele? Come essere umano, non come palestinese, questo mi offende». ---------- Sabato 24 gennaio 2009 Terzo giorno a Gaza di Federica Zoja Hanno perso tutto, abitazioni (35), animali, terre coltivate e soprattutto 29 membri della loro famiglia (di cui 16 bambini - due piccolissimi, uno di cinque mesi e l'altro di un mese - e 13 adulti). Il clan dei Sammuni, da cui prende il nome l’omonimo villaggio nell’area di Zeitun, sobborgo a Nord della Striscia di Gaza, sul confine con Israele, riceve le condoglianze di amici e vicini, e bivacca nelle tende piantate di lato alle macerie. I bambini giocano in mezzo ai calcinacci di quelle che fino al 16 gennaio scorso erano le loro case e da cui spuntano materassi, vestiti, mobili e stracci, alcuni macchiati visibilmente di sangue. A raccontare la storia del massacro di Sammuni è Yousra
Sammuni, 55 anni, mentre intorno a lei, figlie e nipoti femmine
tacciono sedute per terra. Gli uomini, più lontani, raccolgono
le cifre esatte dei danni subiti nella speranza di ricevere le
compensazioni promesse dal governo di Hamas. Anche la famiglia di Subh Arafat, 25 anni, è stata assediata
dai soldati israeliani: «Dalla sera di venerdì 16
gennaio alla mattina di domenica siamo rimasti chiusi in casa,
una settantina di persone, gli uomini al piano superiore, le donne
sotto. Non potevamo bere, mangiare, usare i servizi». Solo
il terzo giorno è stato loro permesso di uscire di casa,
per riunirsi ad altre centinaia di persone che scappavano dalle
loro case. «Per fortuna mio padre sa un po’ di ebraico
ed è riuscito a parlare con un soldato più disponibile
degli altri - spiega Subh - si è informato al telefono
e dopo qualche ora ci ha detto come tornare a casa senza correre
pericoli». La strage di Sammuni e l'accanimento contro Zeitun forse dovevano essere un monito per tutti i gazawi, prima del cessate il fuoco. ---------- Venerdì 23 gennaio 2009 Secondo giorno a Gaza di Federica Zoja S. ha 24 anni e la consapevolezza che la sua vita, vista da un
aereo da guerra, «è una macchia di colore rosso caldo»
e da un momento all'altro, nel rientrare a casa dopo una serata
con gli amici, può essere scambiato per un miliziano. Ma, allo stesso modo, S. non esita a mettere sullo stesso piano israeliani e miliziani di Hamas: «Immagina che cosa vuol dire sentire le loro voci, fuori al di là del muro di casa tua, mentre bisbigliano nella notte. E pensare che se dall'alto li vedono sei fottuto». E bisbigliare con i famigliari, magari spostarsi in fondo a una stanza, nell'angolo più interno della casa, perché non si accorgano che ci sei e hai paura: «Tanto, per loro ammazzarti che cosa vuoi che cambi? Ti mandano in paradiso...» Gaza del dopo guerra ha il volto di S. e di tutti coloro che vogliono solo vivere e fare progetti, riaprire negozi, scuole e uffici. Andare a fare la spesa senza perdere le gambe, di questi tempi così a rischio. Nel mirino delle rappresaglie di Hamas - si segnalano negli ospedali di Gaza i primi casi di pazienti gambizzati - e degli attacchi aerei israeliani. All'ospedale pubblico di Shifa, non si contano i casi di amputazione di uno o più arti, i letti delle unità di ortopedia e chirurgia sono ancora pieni. Accedervi e parlare con i pazienti, ma ancor di più con i parenti ammassati nei corridoi e nelle stanze, storditi dall'incertezza per il futuro, è semplice e rapido, superata la diffidenza del primo istante con gli amministratori - si dice che Shifa sia saldamente in mano ad Hamas e forse è vero, ma nessuno ostacola il colloquio con medici e pazienti. Per alcuni malati, si tratta di un soggiorno temporaneo perché destinati a strutture estere, dove i loro casi saranno trattati con maggiori risorse tecniche. Gaza stritolata fra due nemici, uno interno e uno esterno, è anche 200.000 studenti che domani, sabato 24, torneranno a scuola. È il ristorante di pesce che riapre le sue cucine. Il valico di Erez che sforna cooperanti internazionali. È il sorriso di S. che lascia la comitiva di amici stranieri e se ne va a casa, nella notte, senza chiedersi chi lo stia osservando dal cielo. ---------- Giovedì 22 gennaio 2009 Primo giorno a Gaza di Federica Zoja Non bastava la sveglia del mattino, al ritmo delle esplosioni
di gioia della marina israeliana al sorgere del sole. Adesso i
gentili saluti si ripetono, con i migliori auguri di buona notte.
Precisione chirurgica a Gaza Città e violenza debordante nei centri più piccoli, specialmente nel Nord della Striscia. Non si può non accorgersene: l'aviazione ha ritagliato obbiettivi strategici con precisione inquietante, sgretolando commissariati di polizia, ministeri, caserme e qualsiasi centro strategico legato al movimento di resistenza. Ed ecco palazzine sbriciolate come crackers affiancare moschee e scuole intatte. La fase terrestre di 'Piombo fuso' non è andata molto per il sottile, invece. All'insegna del "prendi tutto e scappa, che faccio saltare in aria il tuo mondo", l'avanzata ha spianato la vita di migliaia di persone. E pure la morte: il cimitero all'ingresso di Jabalya è scomparso. Quello che un tempo doveva essere il suo custode scava da giorni per riportare alla luce le bare e poi riscava per seppellirle in modo decoroso. Piccoli flash senza senso: 2. Bambini ai bordi della strada che brucano l'erba per colazione. 3. La stazione dei vigili sventrata di fronte ai palazzi Abu Ghalion (in cui vivo), intatti. 4. La scuola Unrwa di Jabalya, trasformata in centro di evacuazione. Poveri stracci appesi alle finestre, bambini in cortile, genitori accasciati per terra, sopraffatti dai pensieri.... Silenzio, i fuochi artificiali sono finiti. Si dorme, a Gaza.
Federica Zoja è una giornalista professionista freelance. Al Cairo dal 2005, ha scelto l'Egitto come base da cui seguire l'attualità araba e mediorientale con trasferte in Libia, Tunisia, Israele, Territori palestinesi, Giordania, Libano, Siria, Cipro, Turchia.
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