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Il Grande Rifiuto
di Giovanna Cracco

La politica mercificata: Renzi promotore e nuovo prodotto della società a una dimensione

“La trasformazione fisica del mondo implica la trasformazione mentale dei simboli, delle immagini e delle idee che a esso si riferiscono.”
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione


Ne L’uomo a una dimensione Marcuse riprende il concetto filosofico di ‘pensiero negativo’ come pensiero critico: è la capacità individuale di sviluppare un discorso che si oppone all’esistente (il ‘pensiero positivo’ della società), che immagina, progetta, crea un’alternativa; che utilizza il potere critico della Ragione, la logica dialettica bidimensionale, per giudicare la realtà, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è da ciò che dovrebbe essere, l’Essere dal Non-Essere.

Per il pensatore della Scuola di Francoforte, perdere la capacità di elaborare il pensiero negativo è inevitabile nella società industriale tecnologica, che crea ‘falsi bisogni’ per sostenere la costante crescita di produzione e consumo di merci; una produzione e distribuzione di massa che reclamano l’individuo intero, e annullano quella dimensione interiore della mente nella quale un tempo prendeva forma il pensiero di opposizione a una realtà che imprigiona l’uomo anziché liberarlo, che lo mercifica, dal processo di sfruttamento lavorativo alla sua trasformazione in consumatore. “I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. E a mano a mano che questi prodotti benefici sono messi alla portata di un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere. E
un buon modo di vivere – assai migliore di un tempo – e come tale milita contro un mutamento qualitativo” (1).

Non si tratta più di alienazione: questa civiltà trasforma gli oggetti in una estensione del corpo e della mente dell’uomo, e l’individuo si riconosce nelle merci che acquista, vi trova la propria soddisfazione e realizzazione. Il dominio sulla persona diventa totale, la separazione tra ‘esterno’ – la struttura sociale e produttiva – e ‘interno’ – la coscienza e l’inconscio, i desideri, le aspirazioni, i bisogni dell’individuo, il suo stesso immaginario – è dissolta. Al punto che non si può parlare nemmeno di introiezione, un processo che presuppone l’esistenza di un Io che trasferisce l’esterno all’interno, perché la dimensione interiore dell’Io non esiste più. Quello che avviene è un processo di mimesi, involontario e inconsapevole, una identificazione totale e immediata dell’individuo con la società.

La trasformazione è legata al progresso tecnologico, applicato al sistema industriale di produzione di massa: la grande quantità di beni prodotti, e il loro crescente livello tecnologico, migliora lo standard di vita a un numero sempre maggiore di persone, e il potere critico della Ragione non sa più sviluppare un pensiero negativo da contrapporre a tale sistema, che appare razionale; la Ragione è quindi identificata con la realtà, la falsa coscienza non permette più la distinzione tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; la capacità individuale di immaginare una alternativa è abortita, percepita come irrazionale. Non esistono più due dimensioni – esterno e interno, pensiero positivo e pensiero negativo – ma una sola, “che si ritrova dappertutto e prende ogni forma”.

Un uomo unidimensionale, una società unidimensionale, totalitaria e repressiva nella falsa libertà che concede. Una società che respinge ogni opposizione mentre concilia le forme di protesta che, non contraddicendo l’esistente, non hanno un reale carattere negativo. Un pensiero unidimensionale che riesce a contenere in sé le contraddizioni, continuando a riconoscere una superiore dignità morale ai valori mentre li sottrae alla realtà per relegarli nel piano ideale. Il loro contenuto concreto e critico svanisce di fronte a una realtà percepita come razionale: ogni uomo è libero e uguale e ha diritto di fuggire dalla fame e dalla guerra cercando una vita dignitosa (valore), ma il Primo Mondo non ha le risorse per accogliere tutti i migranti del Terzo Mondo, sia i ‘rifugiati politici’ che fuggono dai conflitti sia i ‘migranti economici’ che fuggono solo dalla miseria (razionale). Le necessità dell’economia contraddicono il piano ideale dei valori, e l’uomo a una dimensione accetta la contraddizione. Il pensiero negativo che contestualizza la realtà, la storicizza, ne analizza le cause – quella stessa struttura economica che impone le sue necessità – e vi si oppone, appare irrazionale e non riesce a costruirsi.

Il linguaggio è fondamentale nello sviluppo del pensiero: parola, discorso, articolazione. “Il linguaggio funzionalizzato, abbreviato e unificato è il linguaggio del pensiero unidimensionale” scrive Marcuse, “promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa. Il loro universo di discorso è popolato da ipotesi autovalidantisi, le quali, ripetute incessantemente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici”.

Matteo Renzi non è il primo politico ad avere un modello comunicativo unidimensionale, ma il suo salto qualitativo non ha precedenti. Un cambiamento che poteva esprimere solo la generazione nata e cresciuta nella società a una dimensione, per la quale la mimesi non è stata una trasformazione ma il modo di essere fin dal primo vagito. Lo stile pubblicitario di Berlusconi non ha mai raggiunto tali livelli; non era in grado. Berlusconi era un bravo venditore che conosceva le tecniche della comunicazione e le utilizzava a proprio vantaggio, manipolando la realtà; Renzi, drammaticamente, è sincero. Perché non è solo promotore del pensiero unidimensionale, ne è anche il prodotto.

Il suo linguaggio non è solo assertivo, è autoritario, intimidatorio; preposizioni semplici e semanticamente elementari, continuamente riproposte fino a diventare mantra (rottamare la vecchia politica, cambiare l’Italia, fare le riforme…), bloccano l’approfondimento del contenuto del discorso, il processo individuale e critico di distinzione del vero dal falso, spingendo ad accettare
ciò che viene affermato nella forma in cui viene affermato: esso è la Verità. È un linguaggio evocativo, non dimostrativo; che poggia su tautologie, le quali chiudendo il discorso escludono ogni confronto e ogni possibile alternativa. In tal modo ogni opposizione viene presentata, e appare, irrazionale: chi tenta di ostacolare la sua azione è un gufo, le idee politiche che non si allineano alla sua visione sono il frutto di una ideologia ancorata al passato, che non sa aggiornarsi al progresso, alla società che cambia, una speculazione irrealistica.

Renzi è anche la ‘merce Renzi’. “La tecnologia” scrive Marcuse “è diventata il maggior veicolo di reificazione – di reificazione nella sua forma più matura ed efficace”. Twitter è il nonluogo in cui Renzi è diventato merce, nel quale si evidenzia maggiormente il processo di reificazione. Non è lo spazio privilegiato per comunicare le azioni del governo, o per fare propaganda; una simile lettura è riduttiva.

Twitter è un prolungamento del corpo e della mente di Renzi, attraverso il quale egli produce una continua e costante, martellante, auto-promozione della merce Renzi, il prodotto che salverà l’Italia da se stessa. Compra Renzi e sarai felice. Centoquaranta caratteri, struttura ideale per una comunicazione semplificata, nella quale si alternano messaggi a contenuto politico:

“Riforma del Senato. Approvato il testo base del Governo. Molto bene, non era facile. La palude non ci blocca! È proprio la #lavoltabuona”;

“Ieri servizio civile e terzo settore. Oggi scuole partecipate e Expo. Noi vogliamo bene all’Italia: per questo la cambiamo #lavoltabuona”;

“Alle 12 confestampa su questi primi #80giorni. Dieci slide con le cose fatte e i cantieri aperti. E un pensiero affettuoso agli #amicigufi”;

“Porteremo a casa le riforme. Gli italiani con referendum avranno ultima parola. E vedremo se sceglieranno noi o chi non vuole cambiare mai”;


con altri a carattere sportivo (esaltazioni nazionalistiche di vittorie, l’immagine di un’Italia ‘in rimonta’ e di un presidente del Consiglio ‘uomo comune’):

“ Bravissima Tania Cagnotto, uno storico oro mondiale”;

“A Silverstone è trionfo Italia. Orgoglio per il podio. E i nostri omaggi al Dottore: @ValeYellow46 semplicemente strepitoso!”;

cronache delle sue giornate iperattive, in costante movimento e al lavoro, pieno di energie:

“Terminato il G7, sono a Roma per lavorare sui nostri dossier: province, senato, titolo V, CNEL, scuole, patto di stabilità. #buongiorno”;

“Giornata di lavoro su carte e documenti. Era dai tempi del liceo che non studiavo così tanto. Ma bene, molto bene. È proprio #lavoltabuona”;

link alle sue interviste:

“A proposito di coraggio e di paura, qui un’intervista al @Corriereit. Buona domenica a tutti”;

e poi fotografie di scrivanie zeppe di carte, immagini (sempre sorridenti) degli incontri istituzionali internazionali e con il ‘popolo’; il tutto accompagnato dagli hashtag, formule linguistiche contratte, magico-rituali: #italiariparte, #lavoltabuona, #goodnews, e anche: #amicigufi, #allafacciadeigufi, #ciaogufi.

Un modo di fare politica dal quale non si tornerà indietro, anche quando Renzi lascerà il posto a un altro Renzi, un altro uomo politico-merce, un altro brand (è questa la libertà, non-libertà, esistente nel dominio unidimensionale: scegliere tra un marchio e un altro). Travalicando i confini del non-luogo – i tweet scrivono gli articoli dei quotidiani, creano il palinsesto televisivo inserendosi nei telegiornali e nei talk show, rendendo fruibile la merce Renzi anche da coloro che non utilizzano questa tecnologia – è divenuto imposizione, scelta obbligata, per gli esponenti di tutti gli schieramenti politici: non si può non essere su Twitter.

Ciò che gravemente sfugge, sopra ogni cosa, è che la società unidimensionale non rappresenta la fine delle ideologie: “La cultura industriale avanzata è, in senso specifico, più ideologica della precedente, in quanto al presente l’ideologia è inserita nello stesso processo di produzione”. È l’ideologia della mercificazione dell’uomo, che ha trovato la sua massima realizzazione nella struttura economica capitalistica, accettata e promossa anche dai partiti che insistono a collocarsi a sinistra. Per questo oggi, che l’uomo politico-merce si presenti come di destra o di sinistra non fa alcuna differenza; altro è il pensiero di sinistra, ma esso non trova rappresentanza politica da decenni.

Marcuse scrive all’inizio degli anni Sessanta osservando la società statunitense; il suo testo è ben più articolato di quanto qui richiamato, e ciò che analizza è una tendenza delle civiltà industriali tecnologiche in un momento di boom economico. Soprattutto negli Usa, erano gli anni dell’esplosione della produzione di massa e del consumismo.
Oggi ciò che esplode è la crisi economica, la disoccupazione, il lavoro precario, sottoqualificato e sottopagato; ma esplodono anche le vendite di iPhone, smartphone, tablet, iPod – le merci a più alto contenuto tecnologico dell’attuale produzione di massa – e gli account Twitter e Facebook.
Quella di oggi è una società più complessa, schizofrenica, tra alienazione e mimesi.

Marcuse vedeva negli studenti, nel sottoproletariato e nelle minoranze etnico-linguistiche i soggetti esclusi dalla trasformazione tecnologica, e dunque esterni al dominio unidimensionale e per questo potenzialmente rivoluzionari – per quanto privi di coscienza rivoluzionaria: classe in sé ma non per sé.

Oggi le giovani generazioni – la maggior parte, per fortuna ci sono sempre le eccezioni – subiscono a pieno il dominio. Ogni loro sforzo è votato a inserirsi in questa società, che accettano senza porla in discussione. È il soggetto che maggiormente riesce a tenere insieme le contraddizioni: il lavoro è precario e malpagato (reale), dovrebbe permettere all’uomo di realizzarsi in una progettualità di vita libera e dignitosa (valore), ma c’è la globalizzazione, la delocalizzazione, il mercato, la produttività (razionale), è il mondo che cambia e non si può tornare indietro (irrazionale).
Non possiedono nemmeno le parole per sviluppare un pensiero negativo e immaginare una realtà diversa, perché ignorano la cultura che le ha create.

Il sottoproletariato e le minoranze etnico-linguistiche subiscono anch’essi il dominio delle merci, nel miraggio di poter migliorare le proprie condizioni di vita. La maggiore fede religiosa che generalmente li caratterizza, cristianesimo o islam, se pone un baluardo alla mercificazione dell’uomo non si può certo dire che lo liberi, con il suo tentativo di controllo sul corpo e sulla coscienza.

La classe lavoratrice è ormai integrata nella società unidimensionale, e ha quindi perso la possibilità di essere agente di trasformazione storica – il proletariato di Marx – come già Marcuse aveva evidenziato.
Soprattutto le generazioni divenute ceto medio nel corso degli anni, che hanno vissuto il boom economico, il progresso della tecnologia e lo sviluppo della produzione di massa, hanno perso la capacità di opporsi a un sistema che ha migliorato il loro livello di vita. È significativo che alle ultime elezioni europee del 2014, il 48% degli elettori del Partito democratico avesse più di 55 anni (il 18% tra i 55 e i 64 anni, il 30% 65 anni e oltre) (2); una tendenza rimasta invariata a distanza di un anno, durante il quale Renzi si è rivelato nella sua pienezza unidimensionale: ad aprile 2015, il 44,4% delle intenzioni di voto espresse al Pd rientrava nella fascia di età ‘55 anni e oltre’ (3).

Sono le generazioni che hanno vissuto gli anni Settanta della lotta armata e del Movimento, gli anni del Pci, che pur nelle sue ambiguità e contraddizioni rappresentava un pensiero negativo di opposizione al sistema sociale e produttivo; ma vent’anni di tradimento del pensiero di sinistra messo in atto con il percorso Pds-Ds-Pd hanno evidentemente aiutato il processo di mimesi. A differenza delle nuove generazioni, loro possedevano le parole per sviluppare un pensiero critico, ma le hanno perdute. E anche se non credono ai mantra ipnotici (almeno si spera, l’esperienza di vita qualche anticorpo dovrebbe produrlo) ne subiscono il fascino, entusiasti dell’uomo che agisce, del nuovo che spazza via il vecchio – che nella propaganda ha assunto le sembianze della ‘casta politica’ corrotta, ripiegata a difendere i propri interessi personali – e, perché no, del miraggio di una vittoria elettorale e della fine dell’odiato Berlusconi; oppure si turano il naso, e di fronte all’irrazionalità che sembra contenere ogni alternativa (è impossibile combattere la globalizzazione, mantenere il welfare con un debito pubblico elevato ecc.) accettano l’esistente, come se rappresentasse il corso naturale delle cose, le foglie che d’autunno cadono dagli alberi.

“Quindi si deve porre ancora una volta la domanda” concludeva Marcuse: “Come possono gli individui amministrati – che hanno tratto dalla loro mutilazione le loro libertà e soddisfazioni, e così la riproducono su larga scala – liberarsi da se stessi non meno che dai loro padroni?” La storia ha negato le speranze di Marcuse, studenti, sottoproletariato e minoranze etnico-linguistiche non sono, in quanto tali, classi potenzialmente rivoluzionarie; dunque qual è la risposta di oggi?

Se è vero che siamo tutti soggetti al dominio unidimensionale (ed è vero), è altresì vero che esiste una minoranza – ed esisterà sempre – trasversale alle classi sociali e alle generazioni ancora capace di elaborare un pensiero negativo. Spesso gli fa compagnia un senso di impotenza: “La teoria critica della società non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente e il suo futuro; non avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa”.

Ma esistono luoghi fisici in cui incontrarsi, ragionare e confrontarsi; esistono luoghi culturali che tentano di sviluppare un pensiero critico – e Paginauno cerca di essere uno di questi. Perché anche se può apparire impossibile, poiché “davanti all’efficienza onnipresente del sistema dato di vita, le alternative di chi discerne la necessità [di mutamento] sono sempre apparse utopistiche”, non si può rinunciare a porre quello che Marcuse definiva il Grande Rifiuto: il rifiuto assoluto a questo sistema economico, politico, sociale.

 

Giovanna Cracco

 

 

1) Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi. Se non diversamente indicato, le citazioni dell’articolo sono prese dal saggio di Marcuse, e i corsivi sono contenuti nel testo originale
2) Dati Istituto Ipsos, Analisi del voto alle elezioni europee 2014
3) Dati sondaggio Emg per Tg La7 sulle intenzioni di voto, 13 aprile 2015

 

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