Sappiamo
subito, sappiamo tutto. Stampa, notiziari televisivi, accesso collettivo
alla rete, tutto concorre ad alimentare un’illusoria presunzione
di onniscienza. Illusoria davvero perché, a pensarci bene,
il nostro “tutto” spesso non è altro che la solita
visione permessa dall’esiguo pertugio dal quale siamo stati
abituati a guardare da sempre; coordinate sicure entro le quali
muoverci per giudicare gli avvenimenti, separare i buoni dai cattivi,
tollerare, a volte, eventi che civiltà democratiche non dovrebbero
neppure riconoscere come possibili.
Sarebbe utile, per una volta, muovere un primo passo verso direzioni
diverse, magari le stesse intraprese dal “nemico”. Sforzarci,
cioè, di considerare le ragioni dell’altro senza ricorrere
a stereotipi o formule preconfezionate e, per quanto possibile,
usare il suo punto di vista per percepire la realtà in modo
differente da come siamo stati abituati a fare.
A volte questo primo passo può essere fatto da fermi, aprendo
un libro. E’ certamente con l’intento di offrire questa
possibilità che Yasmina Khadra, alias Mohamed Moulessehoul,
ha avviato, con Le rondini di Kabul, una trilogia proseguita con
L’attentatrice e ultimata con Le sirene di Bagdad (al momento
in cui scriviamo uscito solo in Francia).
Il messaggio di Yasmina Khadra sembra specificatamente rivolto al
mondo occidentale, del quale soffre la visione miope e stereotipata,
quando non addirittura la cecità, nei confronti delle realtà
mediorientali e islamiche.
Per questo le storie, ambientate in paesi dilaniati dai conflitti
e segnati dal fondamentalismo, non vengono proposte al lettore ricorrendo
a comode confezioni ideologiche o agli stereotipi delle “opposte
fazioni”; il lettore entra dalla porta del privato, dell’individuale
nel quale è facile riconoscersi, per poi trovarsi nel cuore
della dimensione storica e politica, ormai costretto ad osservarla
attraverso le nuove lenti che Khadra gli sta offrendo; una dimensione
costituita non da nomi, fatti, date, ma dalle lacrime, dalla rabbia
e dal dolore di persone che in questa dimensione vivono e muoiono.
Che si tratti di personaggi letterari poco importa, se aiutano il
lettore a comprendere.
Non a caso, se è vero che il destinatario scelto da Khadra
è il lettore occidentale, l’io-narrante de L’attentatrice
è un palestinese naturalizzato israeliano, stimatissimo chirurgo
e quindi votato alla vita, determinato ad escludere l’orrore
del mondo esterno dal proprio piccolo paradiso privato, e che sulla
realtà palestinese proietta l’ombra di un muro peggiore
di quello che delimita i territori, quello eretto dall’indifferenza:
eccezion fatta per la nazionalità, un ritratto piuttosto
fedele dell’uomo occidentale.
Saremmo quasi tentati di lasciarci convincere da Khadra ad identificarci
con questo sereno e appagato – almeno nelle prime pagine –
dottor Amin Jaafari, se non venisse ogni tanto da chiedersi fino
a che punto ci piaccia davvero questo suo estraniarsi dalla realtà
politica e confondere la mescolanza con l’annullamento di
sé.
Fingersi diversi non serve – prova ne sia che gli eventi
lo riporteranno allo status di “indesiderabile” per
i suoi stessi colleghi e vicini di casa – e chiudere gli occhi
è sbagliato.
Infatti a lui, così come al lettore, Khadra gli occhi li
vuol fare aprire e in questo caso (ma anche ne Le sirene di Bagdad)
persegue l’obiettivo attraverso la figura perturbante per
antonomasia: il kamikaze.
E’ indubbiamente un tentativo audace, da condurre con la precauzione
di un funambolo che abbia sotto di sé il baratro dell’apologia
da un lato e le sabbie mobili della condanna aprioristica dall’altro.
Khadra cammina sulla corda tesa con estrema abilità, nonostante
sia molto palpabile il potere attrattivo dell’orrido al quale
si oppone. Lo fa con un ritmo sostenuto, quasi da romanzo poliziesco,
concedendo ogni tanto momenti poetici e intensi.
Il dottor Amin Jaafari scoprirà, dopo aver passato lunghissime
ore nel tentativo di salvare i superstiti di un ennesimo attentato
suicida avvenuto in un fast food di Tel Aviv, che l’attentatrice
è la sua dolcissima e amatissima moglie Sihem, una giovane
donna cosmopolita, integrata come lui nella realtà israeliana
e apparentemente altrettanto felice e appagata.
Al trauma della sua morte si aggiunge perciò quello della
scoperta, disperatamente negata fino alla resa davanti a una prova
inconfutabile, di una Sihem feroce e disumana a lui sconosciuta.
Ma gli occhi di Amin non sono ancora aperti, e ciò che
lo spinge a intraprendere un viaggio alla ricerca della vita segreta
di Sihem nei luoghi che ne sono stati testimoni, è un bisogno
– ancora strettamente personale – di comprendere la
richiesta di aiuto che Sihem “deve” avergli trasmesso
e che lui non è stato in grado di cogliere. Affronta questo
viaggio, dai colori spesso sulfurei, con la determinazione cieca
di chi vuole sapere, anche a rischio della propria vita, in che
cosa ha sbagliato, che cosa non ha dato alla propria moglie.
Fabula e intreccio vanno di pari passo, se si esclude la prolessi
iniziale, terribile e orrorifica, ripresa nell’epilogo. Quindi
camminiamo con lui nei luoghi dai quali si era allontanato anni
prima, in una sorta di Commedia capovolta, dal suo piccolo paradiso
privato (e definitivamente perduto) di Tel Aviv, al purgatorio di
Betlemme per finire nell’inferno di Jenin.
E lentamente gli occhi si aprono, grazie alla povertà e alla
sofferenza per anni rimosse e che gli si parano prepotentemente
davanti, grazie all’incontro con il fanatismo ma anche, soprattutto,
con le ragioni dell’altro, il capo dei miliziani palestinesi,
il mujahidin che con la sua logica stringente e le sue domande razionali
offre le pagine migliori del romanzo, quelle dalle quali si leva
la tematica forte della dignità umana. “Non c’è
cataclisma peggiore dell’umiliazione”.
Impossibile comprendere che cosa pensi un essere umano nel momento
in cui decide di diventare un arma di distruzione, uno strumento
di morte per altri esseri la cui unica colpa è quella di
appartenere al lato sbagliato del muro, ma aprendo gli occhi è
possibile capire in che modo la ragione si sia addormentata generando
mostri.
“Come morire dopo aver vissuto disperato, cieco e nudo?”
chiede il comandante dei miliziani. “Ci sono due estremi nella
follia degli uomini. L’istante in cui si prende coscienza
della propria impotenza e quello in cui si prende coscienza della
vulnerabilità degli altri. Si tratta di accettare la propria
follia o di subirla”.
Stupisce non poco, dopo tanto spalancarsi di occhi, che in Amin
Jaafari possa sopravvivere un rigurgito di egotismo tale da paventare
una passata relazione extraconiugale della moglie e da sentirsi
salvo (sic) quando il sospetto viene fugato. Questo tratto di possessività
e di individualismo, tanto funzionale al coinvolgimento iniziale
del lettore, forse a questo punto suona inopportuno.
Se lo scopo era quello di rinsaldare l’identificazione con
il personaggio sottolineandone la fragilità umana, il suo
profondo convincimento che nessuna causa dovrebbe valere la vita
di un uomo bastava già ad ottenere lo stesso risultato.
Tuttavia, se siamo concordi con Amin Jaafari nel non riconoscersi
in chi uccide, non possiamo ignorare il profondo valore delle parole
di suo nipote Adel, fedele alla Causa: “ Come accettare di
restare ciechi per essere felici, come voltare le spalle a sé
stessi senza trovarsi di fronte alla propria negazione?”
Amin ha aperto gli occhi, il lettore con lui. Ma non abbastanza.
Khadra pretende di più e l’intento era già insito
nel titolo originale, L’attentat, vanificato poi da una ingiustificabile
traduzione italiana che suggerisce tematiche dalle quali il libro
è invece assolutamente esente.
L’ultima, energica stropicciata d’occhi la riserva nel
finale, quando si è convinti di aver già visto molto.
Khadra, invece, suggerisce di guardare meglio ancora e valutare
quanta differenza ci sia fra l’attentato di un kamikaze palestinese
al quale disperazione, umiliazione, miseria fisica e sociale hanno
tolto il senso della dignità e del valore della vita, sua
e degli altri, e l’attentato di un raid aereo dell’esercito
israeliano che con un drone spara missili sui civili (e non parliamo
solo di finzione letteraria, se pensiamo alla colonna scortata dalle
Nazioni Unite, in fuga dal sud del Libano lo scorso agosto).
Il compito di uno scrittore non è quello di additare colpevoli,
o indicare soluzioni, bensì quello di far vedere “ciò
che sta dietro” e far leva sulle coscienze. Una funzione alla
quale Khadra assolve perfettamente.
Luciana Viarengo