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La nuca rasata – il ricordo
di un corso per ufficiali di pochi anni prima, o un monito scolpito
che “la disciplina viene prima di tutto, ricordatelo, ragazzo”
– sul completo nero, rifinito come si deve (sebbene sia liso
dove finiscono le maniche, prima delle mani chiare), sottolinea il
suo senso di serietà, affidabilità, e assoluta correttezza
senza il quale ora non sarebbe seduto su una poltrona molto imbottita
in una stanza alta forse sette metri, e lunga più di casa sua
– non sarebbe lì, non alla sua età, non con la
sua storia.
Sta, seduto sulla poltrona, semplicemente sta – non
fa nulla. Nell’attesa, liscia con le mani chiare la pagina bianca
del suo quaderno a righe sottili – una pagina nuova –
mentre si sforza di tenere fissi gli occhi davanti a sé, di
fermare lo sguardo, almeno per un istante. Ieri, cosa era successo,
ieri? Cosa aveva registrato – quali dialoghi, quali convergenze?
Giorni convulsi, dicevano; giorni drammatici. La Nostra Repubblica
è sotto assedio. Forze eversive. Mantenere la compattezza.Non
perdere fiducia nelle Istituzioni. Prendere contatti. Seguire le piste.
Chiedere fiducia nelle forze dell’Ordine. Tutto registrato,
sul suo quaderno a righe sottili. Tutte le parole dette.
Uno arriva in aereo, dal Nord. Un altro con il treno – ovviamente
in prima classe. Le scorte armate parcheggiate sotto, che bisbigliano
tra loro, per la prima volta spaventate – forse più nervose,
ora che la morte non è più un dato statistico da citare
sul modulo dell’assicurazione. Le finestre socchiuse su Roma
– ma potrebbe essere Madrid, Stoccolma, come Washington o Mosca
– il tappeto persiano consumato nella penombra, vicino alla
libreria che raccoglie ogni possibile manuale di ogni possibile diritto.
Ci sono quadri, alle pareti – ostentati, ma sotto tono. Il tavolo
è lungo almeno otto metri. Un ragazzo con una giacchetta bianca
e i capelli un po’ troppo lunghi ha appena portato due bottiglie
d’acqua e cinque bicchieri. «Caffè, dottò?»
Lui ringrazia, ma «no grazie, attendo gli Onorevoli».
Sa che aspettare fa parte del suo ruolo – lui è lì
quasi per caso, commesso personale di uno dei potenti. Dentro all’occhio
del ciclone, certo – ma come semplice spettatore.
I primi due Onorevoli arrivano insieme, tenendosi quasi a braccetto,
ridendo tra un colpo di tosse da catrame e nicotina e l’altro.
Odorano di acqua di colonia – sembrerebbe usino la stessa marca.
Varcata la porta, abbassano il tono di voce, ma pare che la storia
che si stanno raccontando non possa essere lasciata a metà.
Riguarda – intuisce il commesso – una donna, ma non capisce
di chi: forse di un collega, forse la loro. Storie private, parallele,
delle quali è saggio non prendere nota. Arriva il terzo, e
appoggia, sul tavolo lungo otto metri, una busta – la lascia
cadere con un gesto secco, e solo dopo inizia a togliersi il cappotto
– il volto teso, i gesti lenti per abitudine. Il commesso si
alza a dare una mano, ma il terzo rifiuta l’aiuto: «Faccio
da me» sussurra dietro gli occhiali spessi, che sembrano due
acquari. Oltre le lenti, si muovono occhi scuri simili a pesci palla
– inespressivi. Infine arriva il quarto, a passi piccoli e veloci.
Si salutano tra loro, con poche formalità per la consuetudine
che li unisce, quindi si siedono. L’inizio non è ufficiale:
prima si parla del più e del meno – chiacchiere politiche,
pettegolezzi, niente di serio. Ma la busta è lì, in
mezzo a loro, che li aspetta. Il commesso con la nuca rasata appoggia
la punta della penna alla prima riga vuota.
«Apra, la prego» dice il terzo, rivolgendosi con ferma
gentilezza al commesso; questo, sorpreso, solleva la mano dal foglio
– era già pronta a scrivere la prima sillaba ufficiale
pronunciata in quella stanza – e si avvicina alla busta, ma
non arriva a toccarla; si alza dalla poltrona molto imbottita, prende
la busta e la porta nella sua porzione di tavolo dove c’è
un tagliacarte un po’ ossidato, con il simbolo del partito in
rilievo sul manico. La apre lungo il lato corto; ne estrae due fogli
pieni di una scrittura fitta e antica. Istintivamente porta la carta
verso il naso, ma non percepisce alcun odore.
«Legga, prego» dice il quarto, che ha la testa tra le
mani, i gomiti appoggiati al tavolo, il busto in avanti. Il commesso
si schiarisce la voce. Fissa il foglio, cercando di controllare il
tremolio del proprio sguardo che ormai lo tormenta, con crescente
intensità, da anni.
Cari colleghi di partito, è a voi direttamente
che mi rivolgo, ma indirettamente intendo rivolgermi a tutti coloro
ai quali vorrete leggere questa lettera e assieme ai quali dovrete
assumere le vostre responsabilità politiche e personali, che
sono allo stesso tempo individuali e collettive.
Non è difficile immaginare in quali condizioni io sia ora.
Tuttavia, prescindo da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti.
Sono sotto processo, come presidente del nostro partito; scopo del
processo è accertare la nostra trentennale responsabilità
alla guida del paese. Non la mia responsabilità: la nostra.
Il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente
qualificato – il più qualificato, oso dire – del
nostro partito nell’insieme della sua gestione politica. In
verità, siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati
in causa, ed è il nostro operato collettivo – non il
mio – che è sotto accusa e del quale devo rispondere.
Il commesso si ferma un istante. Passa la mano chiara
sulla propria nuca. Posa il foglio sul tavolo e si stropiccia gli
occhi. Nistagmo, pensa. Questo è il nome con il quale
il suo dottore, qualche giorno fa, ha chiamato la sua difficoltà
a controllare il movimento degli occhi. Un nome che non ha mai sentito
prima. Come sclerosi multipla, che è l’altro
nome con il quale il dottore ha chiamato la causa. Il commesso chiede,
con ossequio, di poter aprire le imposte della finestra che gli sta
accanto, in modo da fare entrare più luce. Ottiene il consenso.
La luce chiara di Roma entra nella stanza, illuminando il tappeto
persiano – che così sembra ancora più grigio –
e la libreria di legno massiccio dall’altra parte della stanza.
Un quadro ora rivela tutto il dramma di una natura morta quattrocento
anni fa.
Riprende la lettura, nel silenzio religioso della stanza, sotto un
tetto a cassettoni del Seicento. Il primo dei quattro uomini, quello
che era entrato a braccetto del secondo, si massaggia le tempie –
gli occhiali appoggiati sopra una borsa di pelle consumata, a sua
volta appoggiata sopra al tavolo. La camicia bianca, sotto il gilè
e la giacca grigia, mette in risalto i capelli neri e lucidi.
Sono prigioniero di un gruppo di persone intenzionate
a portare avanti con fermezza un processo popolare nei miei confronti.
Io, nelle loro mani, sono sotto un dominio pieno ed incontrollato,
al quale non ho modo di oppormi. Se sono qui, è perché
ho tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla mia
lunga esperienza. Non debba mai essere chiamato o indotto a parlare
in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa in determinate
situazioni.
Tutti e quattro gli uomini si muovono sulle loro
sedie scure, scambiandosi occhiate piene di qualcosa che il commesso
chiamerebbe ‘complicità’, se solo non gli sembrasse
che un termine simile meglio si adatterebbe a un gruppo di banditi
che ha appena compiuto una rapina – non a questi quattro onorevoli,
ministri, presidenti, segretari, gli uomini più in vista del
paese, sui quali grava la responsabilità di governare il paese.
Ma non trova un sinonimo adeguato, a complicità, e rimane con
questa parola sospesa nella testa. Si guardano, gli uomini, ma non
tradiscono alcun timore – solo un lieve fastidio. Hanno schiene
piegate, occhi stanchi, e visi solcati da rughe profonde, ma anche
una compostezza che pare il sintomo di un’eternità senza
limitazioni. Uno ora tiene un foglio bianco in mano, che fa passare
tra le dita; lo appoggia al tavolo e poi lo riprende; un altro si
è tolto la fede e la fa ruotare attorno al proprio asse –
qualche secondo, poi cade, la rilancia, decine di volte, instancabile.
Ascoltano con attenzione. Il tempo scorre paziente, docile, asservito.
Il commesso li guarda come se tutto accadesse per caso, come se lui
non avesse uno sguardo, come se fosse assente; come se lui fosse una
voce e un corpo, e nient’altro.
Non avevo chiesto la carica che ora ricopro –
voi, me la offriste, e piegaste la mia estrema, reiterata e motivata
riluttanza ad assumere un ruolo che mi avrebbe portato lontano dalla
mia adorata famiglia. Moralmente, siete voi al mio posto, dove materialmente
sono io.
Conosco il vostro punto di vista sulla mia situazione. Il principio
della fermezza è inapplicabile, in una situazione come questa,
ed è, con ogni evidenza, assolutamente al di là di ogni
giustizia. Il tempo corre veloce, e non ce n’è abbastanza.
Ogni momento potrebbe essere troppo tardi.
Dalla strada arriva il suono di una sirena, seguito
da un’altra sirena. Si sentono, attutite, le voci di alcuni
uomini delle diverse scorte – pare abbiano fatto amicizia, davanti
al grande portone del palazzo. Hanno accenti meridionali, e timbri
di voce giovani e inesperti; uno sta finendo una barzelletta della
quale si comprende solo l’argomento. Quando la sirena si fa
più vicina, si interrompono anche loro – o forse le voci
sono semplicemente coperte. Il quarto uomo invita il commesso a chiudere
le finestre, lasciando pure aperte le imposte, in modo che possa entrare
la luce ma non quel frastuono; il commesso si avvicina alla finestra,
e avverte un brivido lungo la schiena, un brevissimo brivido di terrore,
come se dalla strada potesse arrivare qualcosa di simile alla morte.
Per un attimo guarda fuori – la luce di una mattina di aprile
fa brillare il pavé, il tettuccio di un’edicola. Gli
ricorda la sua città, ma è solo un attimo. Chiude la
finestra.
Le conseguenze delle vostre decisioni –
lo dico senza animosità – le inevitabili conseguenze
ricadranno sul partito e su di voi. Con me si chiude un ciclo. Poi,
ne comincerà un altro, ma più terribile e allo stesso
modo privo di qualsiasi sbocco. Tutto questo vi dico, in piena lucidità,
senza coercizione alcuna. Sono sconsolato, non posso negarlo, ma fermo
nel mio ragionare.
Questo, vi dovevo: informarvi e richiamarvi al compimento del vostro
dovere di uomini che rendono conto del loro agire non solo di fronte
agli uomini, ma anche a Dio, il quale prego affinché vi illumini,
e affinché lo faccia presto, come necessario.
Affettuosi saluti.
Il commesso appoggia la lettera al tavolo ma uno
degli uomini gli fa un cenno, che gliela porga – lo stesso uomo,
con la carta in mano, appoggia gli occhiali al naso e legge; gira
i fogli qualche volta, li guarda in controluce, li inclina verso la
finestra luminosa, stringe le palpebre. Si gira e dice secco «è
sua». Quindi la passa agli altri, ciascuno dei quali inforca
i propri occhiali, gira i fogli tra le mani, li mette sotto la luce.
Tutti annuiscono: «È sua».
Hanno una lettera del loro Presidente, prigioniero da più di
venti giorni di un gruppo armato. Il commesso sta in disparte, per
dare corpo alla propria assenza. Si specchia per un attimo nell’anta
di vetro dell’enorme libreria, e si vede diverso – diverso
da quegli uomini. Lui, è fatto di carne umana.
Il borbottio degli uomini si trasforma in una discussione che continua
a cambiare la propria intensità. Tuttavia, nonostante gli scambi
accesi, è evidente, al commesso, che essi condividano i medesimi
obiettivi. Si scontrano sui mezzi – ma scegliere con cura quelli
che il fine saprà meglio giustificare sembra essere la regola.
Parlano di vie d’uscita. «Serve una soluzione concreta»;
«Non possiamo permettere che ci mettano sul banco degli imputati»;
«Stanno puntando a noi tramite lui»; «Rischiamo,
rischiamo veramente, sul serio, di perdere ogni possibile credibilità
– politica, morale, umana».
Chiamano il commesso. Lui si avvicina silenzioso. Gli chiedono di
prendere nota delle loro affermazioni. Il commesso si siede sulla
poltrona molto imbottita, liscia il foglio bianco con la mano, appoggia
la punta della penna sul foglio. Trema un po’ – il segno
evidente della malattia della quale sa ancora così poco, ma
che, per l’affettuosa pacca sulla spalla che il dottore gli
ha dato l’ultima volta che si sono visti, immagina sarà
‘dolorosa’ e ‘con prognosi infausta’. Non
ha ancora trovato il coraggio di parlarne con i propri genitori, di
questa morte che sta arrivando da dentro – ai suoi genitori,
orgogliosi di lui per l’importante incarico che ha raggiunto,
così giovane, e senza alcun aiuto. Si siedono tutti. Il più
anziano inizia a dettare.
«Il nostro Presidente è prigioniero di uomini privi di
scrupoli, che ne hanno piegato la lucidità e la capacità
di giudizio. I suoi giudizi sono letteralmente dettati dai carnefici
che lo tengono prigioniero, e mirano a togliere credibilità
all’attuale classe dirigente, a piegarla ai loro indegni ricatti».
Ma uno dei quattro si agita sulla sedia. Si schiarisce la voce e dice
che non basta. È la loro parola contro quella del Presidente,
aggiunge. La parola di quattro uomini che non rischiano la propria
vita contro quella di uno che sta salendo, come un martire annunciato,
sul patibolo. Loro parlano da politici in salute, lui da uomo in punto
di morte. Serve altro. Gli altri annuiscono. Si rialzano tutti in
piedi, tornano verso la finestra e riprendono la discussione di prima.
Il pavimento di legno, dove il tappeto non copre, scricchiola sotto
i loro piedi. Muovono le mani animatamente, come abili commercianti
in un suk. Trattano. Il commesso legge alcune parole nelle loro labbra
sottili, cercando, per semplice curiosità, di interpretarne
il senso, ma non va oltre: pare che tutti oppongano, alla lettura
del pensiero, l’osso bianco e ostinato della fronte. Finalmente
sembra abbiano trovato una soluzione. Chiamano il commesso e lo invitano
a recarsi nell’emeroteca del piano di sotto, per prendere alcune
copie di un quotidiano, nei giorni che gli indicano in un foglietto
quasi trasparente. Il commesso obbedisce.
Ventotto agosto 1973, ventinove agosto 1973,
trenta agosto 1973, dieci aprile 1975, undici aprile 1975, 16 gennaio
1976,
17 gennaio 1976.
Il commesso appoggia i giornali sul tavolo di otto
metri, e i quattro uomini si avvicinano tutti insieme, spartendosi
le copie. Sfogliano le pagine con estrema sicurezza, in piedi, sotto
la luce di aprile che entra dalle finestre. Si fanno cenni con la
testa, come dire «hai visto?». Si somigliano, visti da
dentro. La stessa solidità che mai viene scalfita, la stessa
imperturbabilità, lo stesso distacco dalle cose che accadono
– come se potessero vedere il mondo dall’alto, o in una
sorta di prospettiva eterna. Per certo, hanno risolto decine di situazioni
nelle quali tutto era messo in gioco, e hanno sempre vinto, ogni volta
più forti, e più coesi. Anche ora, dietro ai loro occhiali
più o meno spessi, dentro agli stessi completi neri o grigi,
sanno che ogni cosa troverà un modo per essere opportunamente
trasformata – le minacce, il grave pericolo, il terrore, sono
occasioni che li renderanno più forti, ancora meno vulnerabili,
più saldi nella loro guida. Conoscono il potere delle parole,
e tutte le parole del potere.
Per una qualche forma di orgoglio, o per verificare l’efficacia
delle loro idee su un uomo che potrebbe bene rappresentare il popolo
– quella massa informe che si agita sotto le loro finestre,
priva di qualsiasi consapevolezza di cosa sia realmente il mondo –
chiamano verso di loro il commesso, e iniziano a porgerli alcune domande.
Gli chiedono, per prima cosa, se ricorda, per caso, l’incredibile
rapina di Stoccolma, quella nella quale due uomini tennero in scacco
per cinque giorni la polizia svedese, nel 1973. Se la ricordava? Era
la rapina alla Kreditbanken, una banca che si affacciava sulla centralissima
piazza Norrmalmstrong. Furono presi alcuni ostaggi. Dopo la liberazione,
questi testimoniarono a favore dei sequestratori. Ha presente? La
situazione era gestita direttamente dal Primo ministro Olof Palme,
che si avvalse della consulenza tecnica di uno psicologo con un nome
molto difficile da pronunciare – Nils Bejrot – vuole provare
a ripeterlo? Perfetto. Si ricorda che lo psicologo spiegò che,
in condizioni estreme, può succedere che un uomo, generalmente
retto, in mano a dei banditi si schieri con questi, piuttosto che
con le persone che stanno cercando di liberarlo? Rammenta questo dettaglio?
Si chiede come sia possibile? Ha ragione, è assurdo. Ma si
sieda, prego, che glielo spieghiamo. Questa è scienza.
Il sequestrato viene convinto che il sequestratore avrebbe tutte le
intenzioni di liberarlo, ma che quest’ultimo è impedito
a farlo dall’ostinata intransigenza di chi è fuori: il
prigioniero si convince, per disperazione, per le privazioni alle
quali è sottoposto, per il desiderio di riabbracciare quanto
prima i propri cari, che queste persone – le forze dell’ordine,
o chi ha la pesante responsa-bilità di trovare una via d’uscita,
non la più semplice, comprenda, ma quella capace di
tutelare tutta la comunità, anche dopo, e non solo le persone
in mano ai rapitori in un preciso momento, ma anche quelle che potrebbero
finire nelle loro mani un domani, persone innocenti e per bene come
potremmo essere noi – si convincono, dicevamo, che
queste persone oppongono, per capriccio, ogni sorta di ostacolo alla
felice conclusione di quella drammatica situazione. Capisce? Hanno
preso a chiamarla la Sindrome di Stoccolma. La felice conclusione
che immaginano questi prigionieri è che lo Stato dia giubbotti
antiproiettile, e una macchina piena di benzina, e un arsenale di
fucili e una valigia di soldi ai criminali che stanno deliberatamente
mettendo a rischio la loro vita – quella dei prigionieri!
Secondo lei, è questo ciò che dovremmo fare? Cedere
al più vile dei ricatti?
Il commesso scuote il capo per dire no – sente che è
l’unica risposta che si può dare a quelle domande così
articolate.
Gli dicono, insieme, che ha ragione. Lei è un uomo saggio e
per bene, aggiungono, e si dicono sicuri che il commesso è
in grado di ricordare anche un altro caso. C’era una ragazza,
figlia di un uomo che aveva costruito la propria fortuna con sacrificio
e competenza, e questa ragazza, per bene, come lei – rammenta?
– fu rapita da un gruppo di terroristi. Mesi dopo, lei passò
alla lotta armata. Guardi qui, gli dicono, indicando un giornale,
vede questa ragazza con una pistola in mano? È Patricia Hearst,
dentro ad una banca. Sta facendo una rapina, un anno dopo essere stata
strappata dalle braccia dei suoi familiari.
Il commesso avvicina il proprio viso alla foto in bianco e nero. È
stata scattata da una telecamera interna. Il volto pieno di libero
entusiasmo. Ricorda diversi particolari, di quella storia. Ad esempio,
che il gruppo che l’aveva rapita lottava contro le condizioni
inumane alle quali erano sottoposti i prigionieri politici di colore
nelle carceri americane.
Ha visto? Quando è stata arrestata, ha spiegato che la sua
volontà era stata piegata dai sequestratori. Anche con la droga.
È esattamente quello che stanno facendo al nostro Presidente.
Le sue accuse nei nostri confronti sono il frutto di un lavaggio del
cervello. Ha preso la Sindrome di Stoccolma, ed ora è
convinto che noi non abbiamo a cuore la sua liberazione. Così
lui accusa noi, invece che i suoi aguzzini. Difende loro, anziché
noi. Non direbbe anche lei “povero Presidente”? Non prova
tanta umana compassione per quella creatura che vede nei suoi carnefici
le persone più care?
Non appena il commesso annuisce, i quattro tacciono, riflettendo se
il loro fine potrebbe essere effettivamente raggiunto con questo mezzo;
se la concatenazione di quegli avvenimenti accaduti in Svezia e in
America possieda una sufficiente forza di persuasione per convincere
tutta la nazione che il Presidente stia mentendo; che il processo
che si sta tenendo in una casa del popolo è in realtà
un rapimento a scopo di estorsione, messo in atto da pericolosi criminali
privi di scrupoli, capaci di piegare la volontà di un uomo
retto e onesto, fino a trasformarlo in un bugiardo. Si guardano; poi
guardano il commesso seduto sulla poltrona molto grande (che pare
avvolgerlo e, in qualche modo, proteggerlo da un mondo freddo e minaccioso),
e lo osservano come certi ricercatori studiano le cavie sottoposte
a trattamenti privi di qualsiasi umanità. Sembrano soddisfatti.
Continuano a ripetere, come un mantra, o una formula magica, le parole
“Sindrome di Stoccolma”.
Si siedono. Uno passa le mani sulle proprie cosce, come per scaldarle.
Il più vecchio dei quattro chiede al commesso di riprendere
gentilmente la penna in mano, e di scrivere quanto gli detterà.
Ma mentre scrive, il commesso sente un stanchezza più forte
che lo scuote. La sclerosi multipla, pensa. Una morte a rate, un altro
scalino verso il nulla, o verso l’Eterno – comunque lontano
da quella stanza, da quelle parole, in un luogo inaspettato e nuovo,
dove la paura non serve ormai più – assomiglia, quel
tremore, alla dolorosa vista del sole dopo tanto buio. Alza lo sguardo
incerto e vede i volti di quei quattro uomini illuminati dalla luce
sbieca di aprile, e scorge il senso reale delle loro esistenze, disegnato
con lombrosiana evidenza sui nasi, sulle labbra sottili e nascoste,
negli occhi che si agitano inquieti – una brama insaziabile
e controllata di... di cosa? Di potere? Un potere che non ha altro
scopo se non la propria conservazione, un potere che li possiede più
di quanto loro riusciranno mai a possederlo. Per un attimo, il commesso
con la nuca rasata, le maniche consumate e le mani chiare appoggiate
sopra al foglio che si sta riempiendo dei loro progetti, l’obbediente
e ossequioso commesso, avverte, capisce, comprende, oltre ai suoi
stessi dolorosi limiti, che la Storia si sta trasformando dentro a
quella stanza, si sta confondendo, invertendo, capovolgendo; che presto
le parole schiacceranno i fatti, cancelleranno il presente e il ricordo
di questo passato; e che è rimasto solo un giudice in grado
di dire che le cose non stanno così; e che quel giudice è
lui – un uomo disciplinato in picchiata verso la morte.
Poggia la penna sul foglio. Si alza. Gli Onorevoli lo guardano con
uno stupore che nemmeno loro conoscevano. Il commesso tace, ma fissa
i loro occhi, uno ad uno, come se la Verità esistesse, da qualche
parte, e avesse deciso di passare attraverso quello sguardo insicuro
e semplice per dire il suo bruciante parere. Però non trova
le parole: le hanno prese tutte loro, i quattro potenti. Ogni cosa
che volesse dire, verrebbe catturata dalle loro voci, triturata e
gettata fuori uguale e completamente diversa. Il potere delle parole.
Le parole del potere.
Si siede, riprende a scrivere – ci sono rate da pagare, e
pane da comprare. Ma nella luce di quella stanza, una sirena che
si udiva di lontano morire a poco a poco, già gli stringeva
il cuore.
Paolo Zardi
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