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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Poligono interforze del Salto di Quirra |
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Magistratura e Asl indagano
finalmente sull’uranio impoverito. Storia di una terra di speculazioni,
di esperimenti, di disastri ambientali e crisi economica endemica.
La Sardegna tra precarietà e deprivazione |
| Premessa Ultime dal Poligono Tuttavia, sono anche emerse posizioni meno critiche
o addirittura favorevoli al Poligono, come già in passato.
Amministratori locali e lavoratori impiegati nell’area militare
e nell’indotto contestano i risultati e ripetono l’argomentazione
secondo cui l’attività del Poligono è da salvaguardare,
sia per l’impatto positivo sull’occupazione, sia perché
si tratterebbe di un polo di ricerca di eccellenza internazionale.
A opera del senatore Gallo è stata poi fatta, di recente, la
proposta di usare armi all’uranio impoverito nell’area
del Poligono per verificare se siano realmente patogene: una sorta
di esperimento diretto sulla popolazione. Proposta che ha prontamente
suscitato reazioni indignate. L’altro aspetto rilevante è che per
la prima volta la magistratura ordinaria ha aperto un’inchiesta
sull’intera questione. Il pm Domenico Fiordalisi, della procura
di Lanusei, ha ipotizzato il reato di omicidio colposo e ha disposto
sequestri e accertamenti di vario genere, relativi all’area
del Poligono e alle zone circostanti. Una situazione mai verificatasi
prima, che lascia intravedere la possibilità di conflitti tra
poteri dello Stato, se l’inchiesta dovesse andare avanti. Un po’ di storia Cominciamo in medias res con un esempio concreto. Nel 1887 il giovane Regno d’Italia era impegnato nei tentativi di affermazione internazionale, avventure coloniali comprese. Nel contesto di tale politica di potenza si inserivano le questioni diplomatiche e gli scontri tra interessi nazionali contrapposti. In quell’anno, per esempio, il Regno d’Italia denunciò i trattati commerciali che regolavano i suoi rapporti economici con la Francia. Una misura di ripicca protezionistica allora non inconsueta. Effetto diretto di questa misura fu l’improvvisa chiusura del maggiore sbocco per le esportazioni agroalimentari sarde. Una conseguenza marginale, nei giochi di poteri tra Stati. Per la Sardegna tuttavia significò il brusco ridimensionamento di un settore che stava allora consentendo all’isola di riemergere da decenni difficili. L’ampia disponibilità di manodopera in eccedenza prodotta da tale crisi consentì di ravvivare l’attività estrattivo-mineraria a condizioni competitive, giocando sul minor costo del lavoro. Al contempo, si espanse il settore pastorale, con l’arrivo di investitori da fuori (gli industriali caseari romani, in particolare), determinando la creazione della ‘monocoltura della pecora’, che – esito tutto interno alla logica del capitale in senso moderno – oggi appare così tipica, tradizionale, della Sardegna. E così problematica (Vertenza pastori). Parallelamente ci fu anche una recrudescenza dei fenomeni criminali, in particolare del banditismo. Insomma, l’interesse nazionale (italiano), legittimamente perseguito, aveva causato un trauma economico e sociale in Sardegna. Un caso tipico dell’approccio topdown – prediletto dall’amministrazione sabauda prima e italiana poi – nei rapporti tra Stato centrale e periferia. Per la Sardegna, dal 1720 in mano ai Savoia, una conferma. Già, ma come c’era finita la Sardegna in questa situazione? Nel 1720, dopo la Guerra di Successione spagnola
(una sorta di guerra mondiale dell’epoca), la corona del Regno
di Sardegna (prima facente parte della Corona imperiale iberica) era
stata ceduta ai Savoia, casualmente ritrovatisi dalla parte giusta
del conflitto (dopo un opportuno cambiamento di alleanze). Era l’esaudimento
di un desiderio a lungo coltivato: il titolo monarchico. Unico inconveniente,
oltre al titolo c’era da prendersi anche la Sardegna. Cosa di
cui i Savoia non mancheranno di lamentarsi a lungo (ancora nel 1859
Cavour provò a vendere l’isola alla Francia, in cambio
del consenso a un’espansione territoriale sul continente). Da
lì comincia un rapporto difficile col governo sabaudo, rappresentato
in Sardegna dal viceré e dai funzionari più alti dell’amministrazione,
rigorosamente piemontesi, comunque non sardi. Una ristrutturazione
delle istituzioni in termini centralistici e l’imposizione dell’italiano
come lingua ufficiale (al posto dello spagnolo e in parte del sardo,
1760) si sommarono a condizioni materiali difficili, accentuate dal
rigore tributario. Si arrivò quindi ai fatidici anni tra il
1793 e il 1799. Il XIX secolo si aprì sull’isola con gli ultimi tentativi dei repubblicani sardi di rovesciare il regime monarchico e feudale. Tentativi finiti malissimo, per chi se ne rese protagonista, con episodi di crudeltà repressiva addirittura raccapriccianti (come le torture e l’esecuzione di Francesco Cilocco, nel 1802). Proseguì poi con una stagione di riforme, sempre calate dall’alto e applicate con la massima severità: il famigerato ‘editto delle chiudende’ (ottobre 1820), con cui si permetteva a chiunque di fare propria qualsiasi porzione di terra semplicemente recintandola; l’abrogazione della Carta de Logu di Eleonora d’Arborea (in vigore dal 1392, confermata dai conquistatori iberici nel 1421) per la promulgazione del codice di Carlo Felice; l’abolizione del feudalesimo a spese delle popolazioni (anni ’30); l’Unione Perfetta con gli Stati del continente e rinuncia alle istituzioni proprie della Sardegna (1847). Tutte misure prese per ragioni apparentemente ragionevoli, a volte su sollecitazione delle élite dominanti locali, ma di fatto incuranti della realtà su cui andavano a incidere e con esiti spesso peggiorativi per le condizioni materiali della popolazione. Dopo la crisi di fine anni Ottanta, da cui siamo partiti, il XIX secolo si concludeva con una stagione di rivolte popolari, di disordini sociali e di repressione (culminata con la ‘Caccia Grossa’ del 1899: una spedizione militare nelle zone interne contro i numerosi latitanti). Non si apriva meglio il secolo XX. Nel 1904 l’eccidio
dei minatori in sciopero a Buggerru generò la mobilitazione
dei lavoratori in tutta Italia e il primo sciopero generale. Nel 1906
il rincaro dei generi di prima necessità (del pane in particolare)
provocò vasti disordini e vere e proprie sommosse, partite
da Cagliari ed estese presto ad altre zone dell’isola. In quegli
anni la parola d’ordine che circolava tra simpatizzanti liberali
e democratici era ‘emancipazione’. Ossia, indipendenza
dall’Italia. Come testimonia lo stesso Antonio Gramsci, in quel
periodo nelle piazze e nei ritrovi pubblici o privati si diceva apertamente:
«A mare i continentali!» La politica del regime nell’isola seguì la traccia della precedente politica sabauda: un approccio dall’alto sui problemi strutturali, senza escludere imposizioni autoritarie. Grandi opere infrastrutturali, investimenti consistenti, ma in generale finalizzati a rendere la Sardegna capace di produrre ciò di cui l’Italia aveva bisogno. Dopo le sanzioni internazionali e l’imposizione del regime di autarchia, soprattutto grano e carbone (di qui le bonifiche presso Oristano con la fondazione di Mussolinia, l’attuale Arborea, e la fondazione di Carbonia, nel Sulcis). Una ulteriore riconferma dell’approccio topdown cui la Sardegna era soggetta ormai da duecento anni. Le devastazioni prodotte dalla guerra (specie nelle città, e a Cagliari in particolare) terminarono precocemente con l’abbandono pacifico dell’isola da parte del contingente tedesco, ben prima che la guerra fosse conclusa in Italia e in Europa. Il secondo dopoguerra del Novecento è l’epoca che a livello globale rappresenta uno dei momenti di maggiore progresso nel minor tempo dell’intera storia umana. L’Età dell’oro, la definisce lo storico Eric Hobsbawm. In Sardegna è l’epoca dell’autonomia, della sconfitta della malaria (grazie a cospicue irrorazioni di DDT fornito dalla fondazione Rockefeller), dei Piani di Rinascita, della recrudescenza dell’emigrazione, dell’ultimo banditismo ‘romantico’, dell’alfabetizzazione di massa. E delle servitù militari, ovviamente. In tutto questo, permane una costante: ancora una volta l’approccio top-down. L’autonomia regionale è la foglia di fico per una classe dirigente totalmente subalterna ai centri di potere politico ed economico dominante. Gli interessi che vengono perseguiti hanno sempre una radice e una fonte estranea. Gli stessi Piani di Rinascita sono l’emblema della subordinazione e della tutela cui la Sardegna sembra destinata per propria natura, quasi un destino ineludibile. Per quanto gli scopi dichiarati siano quelli dello sviluppo e della crescita sociale e civile, già dai documenti ufficiali (Relazione di maggioranza della Commissione Medici, 1972) risulta che il vero scopo perseguito era la normalizzazione dell’isola attraverso la disarticolazione culturale e sociale. L’opera di normalizzazione era volta a depotenziare le istanze sociali più problematiche e a risolvere una volta per tutte l’intraducibilità ‘in italiano’ delle peculiarità culturali, linguistiche, sociali, produttive dell’isola. Un disegno scopertamente egemonico, reso più agevole dalla nuova pervasività della scuola dell’obbligo e dei mass media, televisione in primis (Pira, 1978). Mentre si imponeva l’omologazione a modelli
produttivi, culturali e di costume totalmente esogeni, si investiva
il territorio sardo di una massiccia occupazione militare e industriale.
Nel primo ambito, alla rete territoriale delle forze dell’ordine
si aggiungevano basi di addestramento, caserme, poligoni di esercitazione,
ampie aree sottoposte a servitù e a vincoli militari. In questo
contesto, il Poligono interforze del Salto di Quirra è solo
un elemento, a lungo poco considerato. Nell’ambito industriale, sin dagli anni Sessanta, in contemporanea con la nascita del turismo organizzato sull’isola (prima Alghero, poi la Costa Smeralda), venivano impiantate, quasi mai con successo, industrie petrolchimiche e chimiche, industrie di trasformazione di scarti industriali o di materie prime di importazione. L’industrializzazione consentiva di accedere a grandi finanziamenti, in regimi particolarmente agevolati (legge 588/1962, primo Piano di Rinascita, poi rifinanziato con la legge 268 del 1974), di avviare produzioni ad alto impatto ambientale a condizioni vantaggiose, anche per la facilità di reperimento della manodopera. Il tutto entro un sistema per sua natura esposto a gravose diseconomie, accentuate dal fattore geografico e dalla scelta di non basarsi su materie prime locali ma di far transitare sull’isola semilavorati o materie grezze, che poi andavano di nuovo esportati serviper essere trasformati in prodotto finito altrove. A volte tali industrie sorgevano in aree scarsamente o per nulla servite da infrastrutture idonee (come Ottana, NU : al centro della Sardegna, lontana da porti o aeroporti, senza ferrovie). Il nesso tra tutti questi elementi è il circolo
vizioso tra subalternità culturale, impoverimento economico,
precarietà sociale, bisogno di tutela, dipendenza e di nuovo
subalternità. In ambito politico ciò si traduce in forme
patologiche di clientelismo diffuso presso l’elettorato e, a
livello istituzionale, in dipendenza dalle decisioni prese all’esterno.
Basti pensare che solo nel 2006 è stata apertamente riconosciuta
in sede regionale l’inadempienza dello Stato verso la Sardegna
relativa alle entrate fiscali. Stante il regime di compartecipazione
ai tributi erariali della regione autonoma sarda, sancito dagli articoli
8 e 9 dello Statuto speciale, alla Sardegna spetterebbero i sette
decimi dell’irpef e una quota variabile dell’iva versate
in Sardegna, oltre a quote sulle accise e su altri tributi. Già
la Fondazione Agnelli, anni fa, segnalava come lo Stato italiano avesse
mancato di ottemperare al versamento di tali quote per un ammontare
di circa 10.000 miliardi di lire, che secondo altri calcoli (della
regione sarda) arriverebbero in realtà a circa 10 miliardi
di euro. Questo è un esempio stringente e particolarmente significativo della condizione della Sardegna contemporanea. Terra di speculazioni (vedi lo scandalo del G8 della Maddalena o quello delle speculazioni sugli impianti eolici), di esperimenti, di disastri ambientali, di crisi endemica in quasi tutti i settori produttivi e sociali (dall’agroalimentare e dall’allevamento, all’industria, alla scuola, ai trasporti). Il problema delle servitù militari si inserisce come uno degli elementi di questo scenario di precarietà e deprivazione, in una posizione se vogliamo meno rilevante e al contempo più complessa di quanto possa sembrare se preso isolatamente. Conclusioni Solo il rovesciamento della logica top-down potrebbe innescare un mutamento virtuoso, ma a sua volta esso dovrebbe essere preceduto da una radicale inversione di tendenza relativa al grado di istruzione della popolazione e all’aumento del capitale sociale, dalla crescita del grado di consapevolezza diffuso, dalla presa di coscienza collettiva circa la propria soggettività storica, la propria peculiarità geografica e culturale, le proprie necessità primarie. Per dire, una terra a lungo a vocazione agricola oggi consuma alimenti e bevande che per circa l’80% arrivano da fuori. Persino il tanto decantato turismo non è mai riuscito a modificare gli equilibri diseguali di un’economia in perenne affanno. Gli investitori anche in tale settore vengono tradizionalmente da fuori, per di più con idee e progettualità che non nascono dal territorio, né ne tengono conto. La vocazione turistica della Sardegna data appena dagli anni Sessanta del secolo scorso, a differenza di altre aree turistiche italiane e internazionali di ben più longeva tradizione. Inoltre fino a ora non si è mai creato un collegamento virtuoso tra cultura e produzioni locali e flussi turistici, che sono di solito concentrati nel periodo estivo e nelle località di mare. A ciò si aggiunge che anche zone che dal
punto di vista paesaggistico e ambientale e quindi turistico sarebbero
di massimo pregio, come le zone del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo,
o Capo Teulada, hanno a lungo visto solo nelle attività militari
una fonte di reddito e di riscatto dalle forme dell’economia
tradizionale. Una sorta di malintesa emancipazione sociale, indotta
da cause esogene e calata dall’alto, con conseguenze di sradicamento
e disorientamento culturale. Il fenomeno migratorio sardo, solo parzialmente
interrotto tra gli anni Ottanta e Novanta, insieme a uno dei tassi
di natalità più bassi d’Europa (e del mondo),
fanno della Sardegna una terra potenzialmente in via di decrescita
demografica e di rapido invecchiamento della popolazione, con tutti
i problemi del caso. Pensioni, servizi alla persona, reddito imponibile
complessivo da cui trarre le imposte, degrado ambientale, impoverimento,
abbassamento del livello medio di istruzione, sono tutti ambiti problematici
cui è necessario trovare risposte politiche serie. Insieme,
se non prima, al problema ineludibile della incidenza delle servitù
militari sulla vita dei sardi, di cui la questione del Salto di Quirra
è solo una parte.
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Sedda e Omar Onnis, Paginauno n. 22/2011
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