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Lavoro a 5 stelle: il programma del Movimento
di Enrico Duranti
Dalla ricerca Lavoro 2025 commissionata a De Masi all’attacco ai sindacati, dal reddito di inclusione sociale al corporativismo

Gli ultimi dati sul lavoro non sono incoraggianti. Se pur cala il tasso di disoccupazione dello 0,1%, arrivando all’11,1%, con il picco nella fascia di età tra i 15-24 anni (calo del 1,3% e disoccupazione al 32,7%), le nuove assunzioni sono quasi tutte a tempo determinato. Rispetto a novembre 2016 ci sono stati infatti +450.000 occupati a tempo determinato a fronte di 48.000 a tempo indeterminato. Solo tra ottobre e novembre 2017 ci sono stati 68.000 nuovi occupati, di cui 54.000 precari. L’ex premier Renzi esulta: “Il Jobs Act ha fatto aumentare le assunzioni, non i licenziamenti, il tempo è galantuomo lo diciamo sempre”.

Molto fumo negli occhi. A sinistra le opposizioni incalzano e replicano. Per Pippo Civati, di Liberi e uguali, “i precari sfondano ogni record: quasi 3 milioni (2.908.921). Mai così alti dall’inizio della serie storica. Ogni dieci nuovi lavoratori dipendenti, otto sono precari. Il vero record è la precarietà”. Dati che scaldano la campagna elettorale e il tema del lavoro torna al centro dello scontro, tra bugie, propaganda e proposte.

Tra queste ultime, merita attenta analisi quelle del Movimento 5 stelle: perché secondo i sondaggi attuali è il primo partito, e nonostante gli inciuci vari tra partiti e liste apparentate, dovuti al meccanismo della legge elettorale, potrebbe arrivare a governare, ricevendo l’incarico da Mattarella per andare davanti al Parlamento e vedere chi ci sta; perché rifiutando di collocarsi sia a destra che a sinistra, è meno facilmente identificabile nella sua posizione rispetto al conflitto Capitale/lavoro; perché, infine, ne ha fatto uno dei suoi temi principali da mesi.

Le uscite di Di Maio, candidato premier, sul tema lavoro e contro i sindacati, e le passerelle in alcune aziende italiane per dare risalto all’importanza del Made in Italy, già rivelano qualcosa della proposta del Movimento, cinque punti votati online ad aprile scorso da 24.050 iscritti. Ma prima di passare ad analizzare il programma, occorre vedere la posizione dei 5 stelle sul sindacato.


I 5 stelle e il sindacato
A settembre Di Maio dichiara: “Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente. Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli di contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma”. Un’affermazione lanciata durante il Festival del Lavoro di Torino, di fronte a una platea di consulenti del lavoro, tra schiere di imprenditori e difensori delle moderne teorie sul precariato.

I 5 stelle non sono nuovi nella critica al sindacato. Durante la trattativa di Almaviva, sempre Di Maio scrive sui social che “i partiti e i sindacati ormai condividono tutti lo stesso destino. L’epoca della rappresentanza è finita. Ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso”. Dunque nessun sostegno all’unità della vertenza ma appoggio all’individualismo e, di conseguenza, alla cancellazione della contrattazione collettiva.

È di fatti lo stesso pensiero contenuto nella ricerca Lavoro 2025, uscita a gennaio 2017 (e poi pubblicata da Marsilio a maggio), e commissionata dal gruppo parlamentare 5 stelle al sociologo De Masi e a undici studioso chiamati a contribuire. Nel testo si afferma che entro il 2025 tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro spariranno e la contrattazione si muoverà solo a livello aziendale e territoriale.

A questo si deve aggiungere un’altra posizione espressa nel programma: quella sulla rappresentanza e la partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende. Sempre Di Maio ha dichiarato: “Stop ai sindacalisti carrieristi della politica e nei consigli di amministrazione e gestione delle aziende”, e poi: “Vogliamo i rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione per discutere la strategia e le risorse aziendali. Vogliamo che i lavoratori partecipino agli utili dell’azienda e che possano dire la loro su com’è organizzato il lavoro anche attraverso proposte e suggerimenti di cui il management deve tenere conto. Vogliamo avere dei rappresentanti eletti direttamente da tutti i lavoratori per la gestione quotidiana dei problemi organizzativi con l’azienda”.

Se è pur vero che esistono enormi limiti alla rappresentanza dopo la stipula del Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 siglato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, la questione non può essere liquidata proponendo un modello corporativistico. Il problema principale è l’elezione delle Rsu, che
spesso non sono realmente libere e sono fortemente limitative per i sindacati di base.


Il corporativismo
Nel 1919, parlando agli operai della Dalmine che avevano occupato le fabbriche e innalzato le bandiere tricolori anziché quelle rosse, e continuato a lavorare sotto la guida dei tecnici, Mussolini dichiara: “Il lavoro deve essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione”. Nello stesso anno, con il Manifesto di San Sepolcro, il fascismo si costituisce e propone “la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria e l’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie e servizi pubblici”. Il 16 novembre 1922, in un discorso alla Camera, Mussolini afferma che “chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici della città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della nazione”.

Posizioni che vennero riprese nella Carta del Lavoro del 1927, che rappresentò la controriforma corporativista del fascismo, e che prevedeva: il ridimensionamento dello strapotere dei datori di lavoro attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa; la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa; la partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali, per evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che le maestranze ne fossero informate per tempo, visto il loro interesse a trovare soluzioni alternative atte a non perdere il posto di lavoro.

Al punto tre, quattro e sei del programma era scritto: “III. L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito: di tutelarne, di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria; di imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico. IV. Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione.

"VI. Le associazioni professionali legalmente riconosciute assicurano l’uguaglianza giuridica tra i datori di lavoro e i lavoratori, mantengono la disciplina della produzione e del lavoro e ne promuovono il perfezionamento. Le corporazioni costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi. In virtù di questa integrale rappresentanza, essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le corporazioni sono dalla legge riconosciute come organi di Stato. Quali rappresentanti degli interessi unitari della produzione, le corporazioni possono dettare norme obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della produzione tutte le volte che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle associazioni collegate”.

Questi punti furono ripresi nel Manifesto di Verona del 1943, approvato dall’Assemblea dei rappresentanti fascisti il 14 novembre e atto costitutivo della Repubblica Sociale Italiana, come logica successione del processo avviato nel 1919 e che approdò alle Leggi sulla Socializzazione nella RSI. Nell’articolo 12 del Manifesto si legge: “Collaborazione all’interno di ogni azienda tra azienda tecnici e operai per l’equa ripartizione degli utili, l’equa fissazione dei salari; partecipazione degli utili stessi anche da parte degli operai (la cosiddetta ‘socializzazione dell’industria’)”.

Ma già prima, sin dalla seduta del Consiglio dei ministri del 27 Settembre 1943, Mussolini dichiarò che “la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale”, e il 29 settembre affermò che avrebbe avuto “un carattere nettamente socialista stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l’autogoverno degli operai”.


Il programma lavoro
Con i dovuti distinguo – non siamo certo qui a dire che il Movimento 5 stelle è fascista, né che il loro programma lo è – il nucleo centrale della proposta per il lavoro dei grillini richiama il corporativismo, una posizione che nega il conflitto Capitale/lavoro, dovuto allo sfruttamento per estorcere plusvalore, relativo o assoluto. Si legge infatti al punto “Più democrazia sul posto di lavoro”: “La ‘cogestione alla tedesca’ (MitBestimmung) di cui molto si parla è il sistema che, soprattutto in Germania, regola le relazioni industriali e prevede la partecipazione diretta dei dipendenti ai processi decisionali dell’impresa su temi come l’organizzazione, la qualità del lavoro o altre scelte strategiche. Più in generale, per la verità, possono essere diversi gli strumenti di consultazione, codecisione o comunque di disintermediazione e coinvolgimento dei lavoratori nella vita dell’azienda.

"Si può chiedere il loro parere diretto attraverso proposte e suggerimenti in qualche modo vincolanti per il management. Oppure si possono prevedere ‘gruppi di miglioramento’ su temi prettamente organizzativi o legati all’orario di lavoro. O ancora, in maniera più organica, si possono mettere in campo rappresentanze che entrano direttamente nel funzionamento dei consigli di amministrazione, di gestione o comunque di sorveglianza dell’impresa, eventualmente anche prevedendo forme di partecipazione agli utili per i lavoratori, un istituto che si potrebbe quasi definire di carattere contrattuale. L’obiettivo è quello di accrescere le sinergie tra le parti produttive, nell’ottica di un rafforzamento complessivo dell’azienda e del perseguimento di obiettivi sempre più condivisi. Punto programmatico: il M5S favorirà il coinvolgimento dei lavoratori nell’elaborazione delle strategie, nell’organizzazione produttiva e, in generale, nei processi decisionali della loro impresa”.

Il problema è che il consiglio di amministrazione ha come obiettivo la massimizzazione dei profitti, che vengono raggiunti con maggior sfruttamento, flessibilità di orario e precarietà del lavoratore. Nel capitalismo, e affermarlo è come scoprire l’acqua calda, soci, azionisti, proprietà aziendale da una parte e lavoratori dall’altra, hanno interessi antitetici.

Al punto “Sindacati senza privilegi” il titolo dà già l’idea dell’approccio: i sindacati sono attaccati, senza entrare nel merito, senza fare un distinguo nemmeno tra confederali e sindacati di base, che hanno spesso un diverso approccio nella difesa dei lavoratori. Diventano una “casta” da “sburocratizzare”, con “anacronistici privilegi” da smantellare, la cui unica entrata economica deve essere la quota degli iscritti, e “anche Caf e Patronati vanno riportati sotto un reale controllo pubblico, in relazione all’efficienza e alla qualità del servizio erogato”.

È proposta una vaga riforma della rappresentanza sindacale (“Libera rappresentanza sindacale”, “I lavoratori, tutti i lavoratori, devono poter eleggere le loro rappresentanze, in piena libertà e senza vincoli) ma non viene chiarito in che modo, e non è nemmeno citato il Testo Unico di Rappresentanza.

Si parla poi di “Riduzione dell’orario di lavoro”: “Bisogna uscire da un equivoco: lavorare più ore non significa necessariamente essere più produttivi. Anzi. È la qualità del lavoro (da migliorare attraverso investimenti in ricerca, sviluppo e formazione) a far crescere la competitività e il valore aggiunto, ingredienti fondamentali per un’economia come quella italiana. Piuttosto, a fronte di una prossima probabile riduzione complessiva dello stock di ore lavorate in ragione degli impatti sui processi produttivi dell’avanzamento tecnologico, della robotica, dell’informatizzazione e della globalizzazione, andrebbe incentivata una diversa distribuzione, più inclusiva, di questo stesso stock, anche incoraggiando i rapporti in part-time lungo e disincentivando, al contrario, gli straordinari.

"I Paesi europei in cui si lavora meno sono quelli ricchi del Nord Europa, mentre quelli in cui si lavora di più sono i Paesi dell’Est e del Sud. Un greco lavora il 50% in più di un tedesco, tanto per fare un esempio. I costi per lo Stato, per avviare la riduzione degli orari di lavoro, sono in genere molto limitati. In Francia le 35 ore sono costate circa un miliardo l’anno, mentre in Italia stiamo spendendo, per la decontribuzione dei neoassunti col Jobs Act, almeno 18 miliardi in tre anni, con ricadute occupazionali tra le peggiori in tutta Europa. Le tecnologie migliorano la produttività e i margini di bilancio delle imprese che dovranno ripensare la loro organizzazione produttiva. Altrimenti la crisi di domanda e da sovrapproduzione sarà destinata inevitabilmente ad aggravarsi. Punto programmatico: il M5S favorirà processi di riorganizzazione produttiva, riducendo l’orario di lavoro al di sotto delle 40 ore settimanali. Incentiveremo il part-time, faciliteremo anche i contratti di solidarietà difensivi ed espansivi, rafforzando infine il sistema dei congedi”.

Qui il problema è che nella proposta manca la dichiarazione che la riduzione di orario di lavoro sarà fatta a parità di salario. Un aspetto fondamentale che all’interno di un programma non si può né dare per scontato – nel caso che per i 5 stelle lo sia – né eludere. Non è chiaro inoltre cosa si intenda per “rafforzare il sistema dei congedi”, mentre per quanto riguarda l’incentivazione al part-time occorre ricordare che era uno dei punti fondanti del giuslavorista Marco Biagi. Si legge sul sito dell’Inps, alla voce part-time: “L’istituto del part-time è usato come leva di flessibilità dalle aziende, per risolvere situazioni lavorative che non richiedono il pieno impegno del lavoratore, oppure per quei lavori che devono essere svolti solo in alcuni periodi dell’anno. La precedente normativa (Dlgs. 61/2001) viene con la riforma Biagi a essere in parte integrata, e in parte profondamente innovata.

"L’obiettivo è quello di fluidificare attraverso questo strumento contrattuale la prestazione lavorativa, adattando alle esigenze aziendali la disponibilità del lavoratore. Infatti quest’ultimo potrà aderire alle richieste del d.d.l. (datore di lavoro, n.d.a.) di maggior impegno lavorativo lavorando più ore di quelle contrattate e/o facendo slittare temporalmente il monte ore lavorative pattuite. Il rapporto di lavoro a tempo parziale si è rivelato un valido strumento per incrementare l’occupazione di particolari categorie di lavoratori, come giovani, donne, anziani e lavoratori usciti dal mercato del lavoro. Si configura come un rapporto di lavoro stabile, non precario, che permette di soddisfare le esigenze di flessibilità delle imprese da una parte e di adattarsi a particolari esigenze dei lavoratori quali la conciliazione tra lavoro e famiglia”.

Per chi vive nel mondo del lavoro reale sa che il più delle volte il part-time è imposto al lavoratore dall’azienda – altro che conciliare tempi di vita – la quale lo utilizza per aumentare la flessibilità lavorativa su misura delle proprie necessità produttive.

Infine, l’ultimo punto riguarda l’“Accesso più accessibile alla pensione”, e non contiene nulla che non si sia già sentito: staffetta generazionale ed estensione della categoria ‘lavori usuranti’ genericamente “ad altri mestieri gravosi”. Anche in questo caso, senza alcun dettaglio sul come attuarlo. Durante un tour in Lombardia in visita ad aziende nel gennaio 2017, Di Maio ha inoltre dichiarato: “Noi il Jobs Act lo vogliamo abolire. Crediamo che sotto i quindici dipendenti, non serva l’articolo 18 alle imprese, perché in quel caso sono a conduzione familiare. Per il resto vogliamo ripristinarlo […] per me la precarietà è un problema, perché non ci saranno certezze per mettere su famiglia e quindi otterremo un’economia sempre più depressa e ferma. La stabilità lavorativa serve anche a far crescere l’economia e farla sviluppare”.

E ancora: “Bisogna iniziare a parlare di flex security: se una persona viene licenziata, deve essere inserita in un programma di riqualificazione per essere reinserita nel mondo del lavoro. Per noi questo si chiama reddito di cittadinanza: io Stato prendo quel lavoratore e lo formo per le imprese, sgravandole dell’onere di pensare alla formazione”.

In merito all’articolo 18, i 5 stelle vogliono quindi ripristinare la situazione precedente alla sua abolizione, che esclude le imprese sotto i quindici dipendenti – che è la realtà italiana più diffusa, fatta di micro aziende, soprattutto nel commercio e nel terziario, e dove spesso le condizioni di lavoro non sono migliori (è una narrazione con ben poco fondamento quella che racconta che nelle piccole imprese non vi siano condizioni di ricatto e sfruttamento). La precarietà è considerata un problema, ma non basta abolire il Jobs Act per risolverla, occorre andare a scardinare la legislazione che l’ha istituita, il Pacchetto Treu e la Legge 30 (Biagi). Il “reddito di cittadinanza” poi, così come più volte raccontato ai media da esponenti del Movimento, è in realtà
un ‘reddito di inclusione sociale’, del tutto simile al Piano Hartz attuato in Germania, che ha fatto la felicità delle imprese: sussidio in cambio dell’accettazione di un lavoro sottopagato (1).


Le tesi di De Masi
Il programma lavoro grillino si fonda principalmente sulle tesi del sociologo Domenico De Masi, a cui è stata commissionata la ricerca, che nel libro Lavorare gratis per lavorare tutti uscito per Rizzoli nel marzo 2017, ha proposto di risolvere il problema della disoccupazione attraverso il lavoro gratuito dei disoccupati. Lo ha ribadito anche in Lavoro 2025, lo studio consegnato ai 5 stelle: “Questa semplice utopia della riduzione dell’orario, benché sorretta dalla matematica e dal buon senso, non si realizza a livello nazionale perché i lavoratori occupati e i loro sindacati non sono disposti a cedere neppure un decimo del loro lavoro ai disoccupati, ignorando i vantaggi che ne trarrebbero essi stessi (disponendo di maggior tempo libero), l’azienda (guadagnando maggior produttività), la società tutta (evitando emarginazioni e conflitti). Dunque il problema è: cosa possono fare i 3 milioni di disoccupati per convincere i 23 milioni di occupati a cedere un decimo del loro lavoro? A mio avviso l’unica azione possibile, efficace e non violenta, è mettersi in concorrenza con gli occupati lavorando gratis. In tal modo salterebbero le attuali regole protezionistiche del mercato del lavoro e gli occupati sarebbero costretti a scendere a patti. Intanto i disoccupati resterebbero privi di salario ma, per lo meno, potrebbero socializzare e autorealizzarsi. […] Io propongo che, per ottenere il lavoro cui hanno diritto i lavoratori disoccupati ricorrano a loro volta a un atto di forza contemporaneo, offrendo gratuitamente il proprio lavoro fin quando gli occupati e i loro sindacati non accettino l’idea della riduzione dell’orario. La giusta ripartizione del lavoro e del pane si tradurrebbe alla fine in maggiore felicità collettiva”.

A parte il fatto che è inaccettabile, sempre e comunque, lavorare gratuitamente – e sorvoliamo sulla “socializzazione e autorealizzazione” (!) del disoccupato che lavora gratis – è evidente a chiunque mastichi un po’ di storia o anche di semplice logica che la disponibilità delle imprese ad avere lavoro non retribuito produce solo un abbassamento dei diritti e dei salari, con grande gioia degli imprenditori: è il meccanismo dell’esercito di riserva, della competizione fra lavoratori, che abbiamo conosciuto anche negli anni più recenti con le delocalizzazioni e i flussi migratori.

E infatti il sociologo De Masi percorre a passi baldanzosi le varie passerelle e i salotti della borghesia italiana. Se la riduzione dell’orario di lavoro indicata nel programma 5 stelle la si vuole raggiungere seguendo la ricetta De Masi, allora è ancora più evidente la funzione del reddito di inclusione sociale proposta, che viene ad assomigliare, a questo punto, più a quella attuata in Gran Bretagna che in Germania: lavoro coatto gratuito in cambio del sussidio.

In conclusione, i punti del programma sono fumosi e superficiali, come se in realtà più che prendere una posizione i 5 stelle volessero tenerle dentro tutte: basta con i sindacati, l’epoca della rappresentanza è finita, ma poi si parla di libera rappresentanza sindacale; riduzione dell’orario di lavoro ma nessun accenno alla parità di salario; critica alla precarietà ma anziché abolirla si parla di flex security e reddito di inclusione sociale.

L’unico punto del programma ben chiaro è quello che richiama il corporativismo, ed è uno snodo cruciale, perché al conflitto Capitale/lavoro, che il corporativismo mira a pacificare, non si può sfuggire in un’economia capitalistica; e ormai l’ha compreso anche chi rifiuta a priori qualsiasi parola del Novecento che richiami Marx, perché a causa della crisi, lo sfruttamento ha iniziato a viverlo sulla propria pelle in modo molto più violento.

 

Enrico Duranti

 

1) Cfr. G.Commisso e G. Sivini, Reddito di cittadinanza, Asterios; recensione del testo a firma di Giovanna Cracco su Paginauno n. 54/2017

 

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