È uscito il numero
32
aprile - maggio 2013
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Intervista a Giovanna Cracco, cofondatrice
della casa editrice Paginauno e della rivista Paginauno, di cui è
anche vice direttrice, e docente del corso di giornalismo d’inchiesta
della scuola di scrittura Paginauno
Paginauno è una nuova sigla editoriale.
L'impressione che dà il nome è di una specie di: voltiamo
la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti che sono
il narrare. Paginauno è, come lei dice, un nome dalla
forte carica simbolica ed evocativa. Che sia la “prima pagina”
di un’opera di narrativa o di un saggio di analisi, è
quello spazio in cui convergono l’ispirazione, la documentazione,
la riflessione, tutto il lavoro insomma che sta a monte di ogni testo,
per iniziare a divenire scrittura: quel momento in cui i personaggi
di un romanzo iniziano a prendere vita, o le analisi politiche e sociali,
fino a quel momento magari appena abbozzate con la penna su un blocchetto
di appunti, sono “costrette” a darsi un filo logico per
essere comprese anche al di fuori della testa dello scrittore. Uso
il termine scrittore, e non semplicemente autore, non a caso. È nata così l’idea del progetto Paginauno, articolato in tutte le sue componenti. Una scuola di scrittura creativa (www.scritturapaginauno.it), che nei suoi corsi “spingesse” l’aspirante scrittore a usare quel grandangolo, per continuare nella metafora cinematografica, e che negli anni ha ampliato la prospettiva con corsi di sceneggiatura e di giornalismo d’inchiesta. Una rivista bimestrale, aperta agli scrittori che volessero riappropriarsi di uno spazio sociale che la cultura ha perduto, sfidandoli, se così possiamo dire, a tornare a interpretare la società e le sue evoluzioni – e non si può dire che siano evoluzioni in positivo, e proprio per questo c’è bisogno di tornare ad analizzare la realtà con quelle chiavi di lettura che Pasolini e Sciascia possedevano e che ora gli scrittori hanno perso. In questi quattro anni di vita, hanno collaborato con la rivista, o continuano tuttora a collaborare, persone come Felice Accame, Giorgio Galli, Giorgio Boatti, Davide Pinardi, Claudio Del Bello, Marco Clementi, Paolo Pozzi, Giorgio Morale, Franco Giannantoni, Paul Dietschy, Adel Jabbar, Carlo Oliva e tanti altri. Ma la rivista è aperta anche a chi non è scrittore: basta la serietà e l’impegno, la passione verso una tematica, la volontà di approfondirla e di inserirsi in una piattaforma di discussione che si pone in alternativa alla cultura cosiddetta ufficiale. E infine, è nata anche la casa editrice (www.edizionipaginauno.it), che si inserisce nella chiave di lettura e nella linea editoriale dell’intero progetto. Riallacciandomi alla sua impressione, quello che io e Walter Pozzi abbiamo voluto significare scegliendo il nome Paginauno, è stato in effetti un “voltiamo la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti”: il narrare, certo, inteso come il riappropriarsi di una narrativa che non si estranei dalla società, che non fa dell’intrattenimento il suo principale scopo ma rivendica una partecipazione sociale della scrittura; ma anche l’analisi saggistica, in tutte le sue componenti: la storia, l’economia, la sociologia, la politica. E con politica, non intendo mai partitica. Il manuale operativo di Davide Pinardi, Narrare.
Dall'Odissea al mondo Ikea, è il vostro primo libro. Una
specie di rotta. È una riflessione importante, perché la separazione netta tra invenzione e realtà è quella che ha sempre permesso la costruzione di narrazioni sociali, storiche, politiche ed economiche, che vengono assimilate dalla maggior parte delle persone senza alcun esercizio critico; narrazioni che diventano collettive e dominanti proprio perché presentate non come narrazioni ma come descrizioni di dati oggettivi di realtà. E non solo la parola realtà porta con sé una tale forza che rende difficile la sua critica, ma il concetto di realtà oggettiva richiama quello di verità oggettiva. E quando si scomoda addirittura il concetto di verità, ci viene detto a che cosa dobbiamo credere. Nella seconda parte del saggio, quella che si può definire un manuale operativo, Pinardi mostra quali sono le principali tecniche base del narrare: un percorso che può essere utile sia a chi voglia creare una narrazione, per poterla sviluppare al meglio, sia a chi voglia semplicemente destreggiarsi, valutare, controbattere, se necessario, le narrazioni di realtà che la società ci propone, grazie alla conoscenza dall’interno degli strumenti utilizzati per crearle. Per questo doppio registro Narrare può, in effetti, essere inteso come una specie di rotta di tutto il progetto Paginauno. Quella rotta che va controcorrente, che spinge a sviluppare un pensiero critico basato sull’approfondimento, l’analisi, la destrutturazione del pensiero dominante, sia nel campo della narrativa che in quello della saggistica. La casa editrice ha esordito con un libro
della collana Saggistica: è l’unica collana in progetto
o ne avete anche altre? Per il futuro, abbiamo in programma la pubblicazione
di alcuni autori stranieri, molto importanti nei loro Paesi e non
ancora conosciuti o poco conosciuti in Italia, e certamente ancora
autori italiani. Pochi titoli l’anno, quattro o cinque, tra
narrativa e saggistica, per poterli seguire bene nel tempo e per non
farci fagocitare e poi espellere da una realtà dominata dall’industria
editoriale, che produce libri come fossero merendine a breve scadenza… Questa linea editoriale si riflette anche nelle pagine della rivista dedicate alla letteratura. I racconti da pubblicare, i romanzi e i saggi da recensire, vengono scelti tenendo bene a mente l’idea che la narrativa debba incidere sul tessuto culturale del Paese. La casa editrice, il nome dell’autore, la risonanza mediatica che può avere il libro, i premi che può aver vinto, non hanno alcuna importanza; non incidono nella scelta di recensirlo. La rivista offre anche la possibilità
di essere acquistata come pdf, che mi pare molto intelligente. La rete salta tutto questo, e non è poco. Nel campo dell’informazione, dà la possibilità di leggere qualcosa di diverso, analisi alternative a quelle proposte dalla stampa ufficiale o anche semplicemente la stampa estera. Permette insomma di allargare gli orizzonti oltre l’edicola sotto casa. E la stessa cosa vale per il campo dell’editoria. Per quanto la visibilità di un sito non sia un automatismo, ma passi attraverso complicati meccanismi, parole chiave, motori di ricerca, esistere in rete dà comunque molte più probabilità di essere visibili. Il PDF, è il passo immediatamente successivo. Sfruttare la rete non solo come una vetrina in più, oltre alla libreria, ma anche come uno strumento rapido, immediato, un click e via, la rivista è già nel computer del lettore. Personalmente fatico a leggere a video con attenzione
e non so rinunciare alla carta, al suo fascino e alla sua materialità,
alla sensazione che mi dà di poter durare nel tempo. Probabilmente
un giorno esisterà un archivio nazionale delle pubblicazioni
elettronico, al posto di quello cartaceo che c’è oggi,
a Roma e Firenze. Ma confesso che l’idea non mi entusiasma.
E poi, sale di biblioteche piene di monitor e prive di scaffali? A
volte immagino un black-out generale, e mi vedo con un libro in mano
e una candela. Ma senza il libro, a che serve la candela? Quindi la rivista è pubblicata sotto
diritti Creative Commons: come mai questa scelta?
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| Parità
e disparità |
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di Felice Accame
Secondo Arnaldo Benini, autore di un saggio dal titolo Che cosa sono io (Garzanti, Milano 2009), in America, avrebbero trovato un modo sicuro per individuare quelli di sinistra distinguendoli da quelli di destra. I primi – risonanza magnetica alla mano – reagirebbero a “situazioni nuove o conflittuali con un’attività elettrica molto intensa e variabile nella parte anteriore della corteccia cingolata” – che è una parte della corteccia della fronte. Nei secondi, invece, la risposta elettrica tenderebbe a “rimanere normale, come se essi fossero meno predisposti ad affrontare condizioni di conflitto”. Io preferisco ancora mezzi più artigianali:
l’osservazione dei comportamenti altrui, le argomentazioni che
costoro sostengono, i valori che adottano, la funzione sociale che
svolgono. Nelle pagine della rivista PaginaUno, nel numero
12 di aprile e maggio di quest’anno, Erika Gramaglia pubblica
Dis-parità scolastica,
un articolo molto critico nei confronti delle innovazioni volute dalla
signora Gelmini, ministro della Pubblica istruzione, articolo che,
il 19 novembre scorso, in concomitanza con la ricomparsa di un movimento
studentesco di opposizione in alcune piazze italiane, PaginaUno ripropone
sul proprio sito internet. L’anno scorso ero rimasto sconcertato dal caso
Galimberti – un piccolo vaso di Pandora da intellettuali. Professore
qui e professore là, filosofo e psicoanalista, docente di antropologia
culturale, di filosofia della storia e fin di filosofia morale –
una materia cui deve aver dato giusto non più di una scorsa
– osannato autore di libri di successo, Umberto Galimberti fu
pubblicamente svergognato per aver copiato pagine di Giulia Sissa,
una ricercatrice di storia antica. Provò anche a difendersi
con risultati sempre più indecorosi: prima disse che si trattava
di una recensione “rielaborata” e inserita nel testo del
suo libro, poi ebbe anche la sfacciataggine di sostenere che “in
ogni rielaborazione” – categoria che nel suo caso va intesa
come mera “copiatura” – ci sarebbe “uno scatto
di novità”. Ma in quel caso la novità –
l’unica novità – evidente, era l’autore.
Tanto fece il Galimberti che, invece di rincuorare i suoi fan zittendo
le malelingue, di sue scopiazzature ne saltarono fuori altre –
compresa una per la quale il tribunale di Roma, nel maggio del 2006,
l’aveva condannato per plagio. Paradossalmente, il caso Caliceti induce a riflettere sul senso delle argomentazioni copiate. A nessuno di costoro – lo dico generalizzando, visto che Caliceti entra di diritto in una buona compagnia – può venire in mente che quella cultura del ministro Gelmini cui tanto dicono di volersi opporre – la cultura della passività, del compitino ricopiato, la cultura della rinuncia a un autonomo atteggiamento critico – è esattamente quella praticata da loro stessi? Ancora secondo Benini, sempre risonanza magnetica alla mano, il cervello degli ottimisti – quelli che considerano il bicchiere mezzo pieno – rivela un’attività molto più intensa sia nella parte anteriore della corteccia cingolata (quella dei progressisti, dunque) sia nell’amigdala rispetto all’attività elettrica rilevata nelle stesse zone nel cervello dei pessimisti – quelli, per intenderci, per i quali il bicchiere è sempre mezzo vuoto e che, bontà degli americanismi, vengono categorizzati come conservatori e che, forse, sarebbe più opportuno classificare come masochisti – se il bicchiere è sempre mezzo vuoto, che conservano? Anche qui, io preferisco ancora mezzi più artigianali. Ottimista è il ladro – che, ovviamente, spera di non essere scoperto.
Nota: in Wikipedia, alla voce “Umberto
Galimberti”, c’è tutto quello che occorre sapere
sulla vicenda in oggetto. Compresi i link agli articoli che, a suo
tempo, sono apparsi in vari quotidiani. Sulla matrice americana delle
categorie di destra e sinistra ho steso un velo pietoso.
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| Letture
da pugno nello stomaco |
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Terre di mezzo street magazine, ottobre 2009
Il talento di andare controcorrente. La capacità
di osservare tra le pieghe della realtà e raccontare, attraverso
la finzione narrativa, la società così come nessun politico
e nessun giornale riuscirà mai a fare. La sfida è impegnativa,
da pugno nello stomaco: mettere nero su bianco la violenza, in tutti
i suoi aspetti. Quella visibile di omicidi e rapine, quella invisibile
cui pochi prestano attenzione (un operaio morto sul luogo di lavoro
o il carcere) e quella inerte, generata dai meccanismi delle leggi,
dell’economia e della politica. http://magazine.specialeterre.it/notizie/rubrica/26/articolo/1143/Letture-da-pugno-nello-stomaco
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| Quando
il lavoro si fa nero i duri scrivono |
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la Repubblica xL, numero 39, novembre 2008
“Nero, flessibile, dislocato e omicida: identikit del lavoro italiano” è il tema della seconda edizione del concorso letterario Controracconto e non dite che neanche una delle declinazioni possibili in tempi di precariato e morti bianche stuzzica la vostra voglia di cimentarvi con la pagina bianca. Allora al lavoro sul computer, avete tempo fino al 20 novembre per partecipare con una vostra composizione di massimo 15 cartelle all’iniziativa della rivista letteraria PaginaUno, che in palio mette un abbonamento alla pubblicazione e, ovviamente, la diffusione del testo sulle sue pagine. Per tutte le altre informazioni su modalità e invio c’è la mail info@rivistapaginauno.it e il sito della rivista, www.rivistapaginauno.it. Buon lavoro.
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| Intervista
a Walter G. Pozzi, direttore di Paginauno |
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di Francesco Giubilei
PaginaUno, perché questo nome? Quando
è nata la rivista, qual è la sua storia? Converrai che gli obiettivi che vi siete
posti fin dal primo numero con la presentazione della rivista sono
molto ambiziosi anche se in larga parte condivisibili, puoi riassumere
ai lettori che non hanno letto la presentazione qual è la vostra
linea editoriale e quali i vostri punti fermi? Il sottotitolo della rivista è 'percorsi
intellettuali'. Chi sono per voi in questa società gli intellettuali?
E come si dovrebbero comportare davanti all’impoverimento culturale
progressivo della nostra civiltà? Sempre nella presentazione della rivista
scrivi: “‘PaginaUno’ nasce anche con l’intenzione
di affrontare tale questione e di ricoprire uno spazio critico e culturale
rimasto vuoto ormai da tempo. E non perché in Italia manchino
le riviste letterarie. Al contrario, ce ne sono e ne nascono. Bensì
perché nella loro impostazione si nota il medesimo vizio delle
pagine culturali dei quotidiani: l’adesione totale e mansueta,
alle logiche di un mercato proiettato verso la riduzione della letteratura
a mero strumento di intrattenimento. Un meccanismo che si riflette
nel disimpegno generalizzato di cui si nutre il comune sentire nazionale.”
Non sono d’accordo con il tuo giudizio. In Italia esistono centinaia
di riviste letterarie ma non ci sono, almeno in questo periodo, uno
o due riviste leader, riviste di riferimento e aderenti alle logiche
di mercato. In realtà esistono una marea di testate underground
che sono tutto fuorché mansuete al mercato editoriale. Riuscire
a trovare il format giusto vorrebbe dire pubblicare una rivista con
spirito underground ma con una distribuzione capillare e una tiratura
notevole, sei d’accordo? E come riuscire nell’intento
di costituire una rivista di questo genere? A proposito di distribuzione, PaginaUno non
si affida a un distributore vero e proprio ma cura la distribuzione
autonomamente, come mai questa scelta? Non credi possa essere limitante
per la diffusione della rivista? Per una rivista di nicchia, come sono quelle
letterarie, internet rappresenta sicuramente una grande opportunità
per farsi conoscere. Qual è il vostro atteggiamento verso questo
mezzo? Ogni numero della rivista viene presentato
in libreria, quale valore date alle presentazioni? Credete possano
essere un buon modo per farsi conoscere ai lettori? Ci racconti di
una presentazione particolarmente riuscita e di una naufragata. Organizzate anche corsi di scrittura creativa,
molti letterati credono che i corsi di scrittura siano solo un modo
per fare cassa e che non servano a nulla, credete sia davvero possibile
insegnare ai partecipanti a scrivere attraverso corsi ideati a tavolino?
Qual è il vostro bilancio dopo due
anni di vita e 9 numeri pubblicati? Soddisfazioni, delusioni, rimpianti…
Link di riferimento: http://www.good-morning.it/index.php?option=com_content&task=blogcategory&id=33&Itemid=68
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| Con
Paginauno ritorna il fascino delle riviste letterarie |
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di Cristina Bertolini PaginaUno è il titolo della rivista letteraria
bimestrale fondata da Walter G. Pozzi, direttore della Scuola di scrittura
creativa di Milano e conosciuto a Monza per i suoi corsi sull’argomento,
già tenuti alla biblioteca civica. “L’intento del
progetto PaginaUno - Percorsi intellettuali,” dice il direttore
Pozzi, “è principalmente quello di riscoprire uno spazio
critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo, in una realtà
in cui la produzione letteraria è totalmente concentrata nelle
mani di grandi gruppi editoriali che individuano nel libro il prodotto
di consumo a scapito della complessità del pensiero”.
Secondo il direttore l’adesione alla cultura di massa solo come
intrattenimento riflette il disimpegno generale e una crisi della
cultura senza precedenti. Perciò la rivista letteraria stimola
la cursiosità di tornare a essere attori della vita del proprio
paese. “Abbiamo stabilito una piattaforma di discussione in alternativa e in polemica rispetto alla cultura cosiddetta ufficiale,” dice Pozzi, “non per puro spirito polemico, ma per amore della letteratura e dei significati di cui essa è portatrice sin dalle sue origini”. Con Pozzi lavorano una decina di collaboratori fra cui scrittori di fama ed emergenti e persone appassionate di letteratura. La cultura si è sempre occupata della società e dei problemi degli individui. Per questo PaginaUno si propone di tornare a puntare gli occhi sul mondo e di partecipare alla vita del proprio paese. Vengono recuperati nomi di politici e personaggi un tempo sulla bocca di tutti e ora dimenticati come Antonio Gramsci, di cui ricorre il 70esimo dalla morte. Il numero di dicembre parlerà di rom, liberismo di sinistra, inchiesta Forleo e tentativi di insabbiarla.
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| Walter
G. Pozzi: un catalizzatore di idee letterarie |
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di Anna Maria Verde “Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e cinque, finalmente li ho vissuti” questo è quanto Walter G. Pozzi, l’autore di “Il corpo e l’abbandono”, de “L’infedeltà” e di “Altri destini”, ripete a chi gli chiede qualcosa sul suo passato. Potremmo definirlo “semplicemente” uno scrittore ma di Walter Pozzi va detto che è un catalizzatore di idee letterarie. Annovera nel suo curriculum interessanti esperienze: una vera e propria scuola di scrittura creativa, 3 romanzi e una rivista culturale appena partorita. Classe 1962 smuove e crea nuovi spazi alla questione letteraria in Italia mettendosi ambiziosamente a caccia di autori esordienti pronti a puntare la loro telecamera verso l'esterno, sul mondo, sulla società e sulla politica. In occasione del debutto editoriale di “Pagina Uno – Percorsi Intellettuali” lo abbiamo incontrato chiedendogli di raccontare a Locanda Almayer di se, dei suoi progetti e delle proposte creative di Pagina Uno. Allora, nasce il primo febbraio 2007 PaginaUno
- Percorsi intellettuali, un bimestrale culturale che raccoglie racconti
e inchieste sul mondo letterario. Che ha il proposito di... Quali sono i criteri con cui scegliete i
racconti da pubblicare? Come mai la decisione di escludere queste
categorie di racconti? Dove verrà distribuita la rivista? Tu organizzi e coordini anche corsi di scrittura
creativa. Ci aggiorni sulle novità e sui laboratori da voi
proposti? Un giovane o anche un non giovane, che decide
di scegliere un laboratorio organizzato da Pagina Uno, cosa trova
che non troverebbe mai in altri corsi? Nel tuo editoriale leggo: PaginaUno nasce
anche con l’intenzione di affrontare tale questione e di ricoprire
uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo. E non
perché in Italia manchino le riviste letterarie. Al contrario,
ce ne sono e ne nascono. Bensì perché nella loro impostazione
si nota il medesimo vizio delle pagine culturali dei quotidiani: l’adesione
totale e mansueta, alle logiche di un mercato proiettato verso la
riduzione della letteratura a mero strumento di intrattenimento. Un
meccanismo che si riflette nel disimpegno generalizzato di cui si
nutre il comune sentire nazionale. Quando una critica letteraria può
definirsi "buona" in termini qualitativi, quando non è
più semplicemente il filo conduttore di un intrattenimento
alternativo? Il print on demand oggi dà a chiunque
la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa sia stato dattilografato,
senza alcun filtro editoriale, potremmo definirla la panacea di tutti
coloro che hanno ricevuto almeno un rifiuto editoriale. Tu cosa ne
pensi? Una lotta al mondo editoriale troppo chiuso nei canoni commerciali
o un vero e proprio sfruttamento di coloro che aspirano a tutti i
costi a una pubblicazione? Che cosa fa di un libro un buon libro?
Link di riferimento: http://www.locanda-almayer.it/content/view/600/99 |