È uscito il numero 51
febbraio - marzo 2017

 


La rivista
tutti i numeri
ordina numero
abbonamenti
Contenuti
analisi politica
inchieste
dura lex...
percorsi storici
interviste
critica letteraria
recensioni libri
segnalazioni libri
spunti letterari
racconti
musica
cinema
arte
autori
Contenuti per tema
Europa
NO Expo
privatizzazioni
la sinistra in Italia
la nuova destra in Europa
lavoro e conflitto sociale
politica dell'immigrazione
rapporto cultura, informazione e potere
scontro politica e magistratura
osservatorio sulla mafia
economia criminale
rapporto Stato e Chiesa
politica medioriente
Il progetto Paginauno

la scuola
corsi di giornalismo d'inchiesta, scrittura
creativa e FilmMaking

Comunicazione
newsletter
la stampa
link
contatti
area riservata

 

Pagine contro la tortura

 

 

E se il mostro fosse innocente?
Controcronaca del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita

 

 

 

Davide Steccanella
Le indomabili
saggistica

 

Liam O'Flaherty
Il cecchino
Il Bosco di Latte

 

Frank O'Connor
Ospiti della nazione
Il Bosco di Latte

 

Sabrina Campolongo
Ciò che non siamo
narrativa

 

Paul Dietschy
Storia del calcio
saggistica

 

Giuseppe Ciarallo
Le spade
non bastano mai
narrativa

 

Carmine Mezzacappa
Cinema e
terrorismo
saggistica

 

Massimo Vaggi
Gli apostoli
del ciabattino
narrativa

 

Walter G. Pozzi
Carte scoperte
narrativa

 

William McIlvanney
Il regalo
di Nessus
narrativa

 

William McIlvanney
Docherty
narrativa

 

Fulvio Capezzuoli
Nel nome
della donna
narrativa

 

Matteo Luca Andriola
La Nuova destra
in Europa
libro inchiesta

 

Davide Corbetta
La mela marcia
narrativa

 

Honoré de Balzac
Un tenebroso affare
narrativa

 

Anna Teresa Iaccheo
Alla cerca della Verità
filosofia

 

Massimo Battisaldo
Paolo Margini

Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
novantadue
narrativa

 

Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa

 

Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
narrativa

 

Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria

 

 

 

Creative Commons License
Il contenuto di questo sito

coperto da
Licenza Creative Commons

 

La stampa

 

 

 

 


 

Paginauno sul numero di ottobre di Le Ravi, mensile francese: un articolo di Clément Chassot sulla stampa indipendente in Italia...

 

 

 

Mercoledì 1 ottobre 2015

Il progetto Paginauno
 

Intervista a Giovanna Cracco, cofondatrice della casa editrice Paginauno e della rivista Paginauno, di cui è anche vice direttrice, e docente del corso di giornalismo d’inchiesta della scuola di scrittura Paginauno
di Marino Magliani
Blog collettivo La poesia e lo spirito, 11 gennaio 2011

 

Paginauno è una nuova sigla editoriale. L'impressione che dà il nome è di una specie di: voltiamo la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti che sono il narrare.
Ci può raccontare come è nato questo progetto. La figura di Walter Pozzi, docente di scrittura narrativa e di narratore per Tranchida.

Paginauno, in effetti, è una realtà editoriale che quest’anno festeggia il suo quinto compleanno. Nel 2007 è nata infatti la rivista Paginauno, che si occupa di analisi politica, culturale e sociale, e nel 2010 il progetto si è ampliato divenendo anche casa editrice. Il tutto, poi, affonda le radici in una realtà ancora precedente, quella della scuola di scrittura creativa, nata nel 2003 e che dal 2005 ha preso il nome di Paginauno. È lì che ho incontrato Walter, nel 2004.
Walter Pozzi è dunque una figura molto importante del progetto. Perché se è vero che abbiamo fondato insieme la rivista e la casa editrice, è vero anche che il suo essere scrittore e docente, la sua esperienza nel mondo editoriale e, soprattutto, il suo percorso intellettuale, il suo pensiero, sono stati fondamentali, soprattutto all’inizio, per ragionare e comprendere che cosa volevamo fare. E sono altrettanto fondamentali tuttora, in un confronto continuo che la maggior parte delle volte ci trova in sintonia, in qualche caso su posizioni differenti, ma che sempre arriva a una conclusione costruttiva. È anzi probabile che la differenza di punti di vista, in alcune situazioni, abbia arricchito il progetto.

Paginauno è, come lei dice, un nome dalla forte carica simbolica ed evocativa. Che sia la “prima pagina” di un’opera di narrativa o di un saggio di analisi, è quello spazio in cui convergono l’ispirazione, la documentazione, la riflessione, tutto il lavoro insomma che sta a monte di ogni testo, per iniziare a divenire scrittura: quel momento in cui i personaggi di un romanzo iniziano a prendere vita, o le analisi politiche e sociali, fino a quel momento magari appena abbozzate con la penna su un blocchetto di appunti, sono “costrette” a darsi un filo logico per essere comprese anche al di fuori della testa dello scrittore. Uso il termine scrittore, e non semplicemente autore, non a caso.
Nelle lunghe chiacchierate con Walter Pozzi, tra una birra e una sigaretta, ci interrogavamo sulle ragioni per cui la narrativa italiana, nella sua gran parte, fosse divenuta così “ombelicale”: avesse cioè iniziato a utilizzare uno zoom puntato sul privato, perdendo la capacità di usare come obiettivo un grandangolo che fotografasse certamente il personale e l’animo umano, ma inseriti in un contesto sociale, che è sempre, inevitabilmente, anche politico: un contesto che ha ricadute, che s’insinua, che pesa, nel privato, anche in quello di chi voglia con tutto se stesso disinteressarsi del mondo che lo circonda. Contemporaneamente notavamo come gli scrittori avessero smesso di far sentire la propria voce nella realtà sociale e politica italiana: un tempo le pagine dei grandi quotidiani ospitavano interventi di Pasolini, di Sciascia, di Moravia, di Calvino, di Montale. Scrittori che non solo non si sottraevano a un dibattito pubblico, ma che incidevano in tale dibattito, costringendo la società e la politica a fare i conti con la cultura e così elevando, a mio avviso, il livello delle argomentazioni.

È nata così l’idea del progetto Paginauno, articolato in tutte le sue componenti. Una scuola di scrittura creativa (www.scritturapaginauno.it), che nei suoi corsi “spingesse” l’aspirante scrittore a usare quel grandangolo, per continuare nella metafora cinematografica, e che negli anni ha ampliato la prospettiva con corsi di sceneggiatura e di giornalismo d’inchiesta. Una rivista bimestrale, aperta agli scrittori che volessero riappropriarsi di uno spazio sociale che la cultura ha perduto, sfidandoli, se così possiamo dire, a tornare a interpretare la società e le sue evoluzioni – e non si può dire che siano evoluzioni in positivo, e proprio per questo c’è bisogno di tornare ad analizzare la realtà con quelle chiavi di lettura che Pasolini e Sciascia possedevano e che ora gli scrittori hanno perso. In questi quattro anni di vita, hanno collaborato con la rivista, o continuano tuttora a collaborare, persone come Felice Accame, Giorgio Galli, Giorgio Boatti, Davide Pinardi, Claudio Del Bello, Marco Clementi, Paolo Pozzi, Giorgio Morale, Franco Giannantoni, Paul Dietschy, Adel Jabbar, Carlo Oliva e tanti altri. Ma la rivista è aperta anche a chi non è scrittore: basta la serietà e l’impegno, la passione verso una tematica, la volontà di approfondirla e di inserirsi in una piattaforma di discussione che si pone in alternativa alla cultura cosiddetta ufficiale. E infine, è nata anche la casa editrice (www.edizionipaginauno.it), che si inserisce nella chiave di lettura e nella linea editoriale dell’intero progetto.

Riallacciandomi alla sua impressione, quello che io e Walter Pozzi abbiamo voluto significare scegliendo il nome Paginauno, è stato in effetti un “voltiamo la pagina e ricominciamo a parlare delle cose importanti”: il narrare, certo, inteso come il riappropriarsi di una narrativa che non si estranei dalla società, che non fa dell’intrattenimento il suo principale scopo ma rivendica una partecipazione sociale della scrittura; ma anche l’analisi saggistica, in tutte le sue componenti: la storia, l’economia, la sociologia, la politica. E con politica, non intendo mai partitica.

Il manuale operativo di Davide Pinardi, Narrare. Dall'Odissea al mondo Ikea, è il vostro primo libro. Una specie di rotta.
Narrare è certamente un manuale operativo, ma non solo: è anche una profonda riflessione sul concetto della narrazione.
Il saggio è infatti composto da due parti, tra loro strettamente collegate ma dal diverso taglio. Nella prima, Pinardi riflette sulle narrazioni, abbattendo un muro: quello che comunemente separa le narrazioni di finzione – i romanzi, i film, tutto quello che è definito fiction – dalle narrazioni di realtà – un’analisi giornalistica, sociologica, storica, economica, una teoria scientifica, uno scenario finanziario, un progetto di marketing, lo storytelling politico…

È una riflessione importante, perché la separazione netta tra invenzione e realtà è quella che ha sempre permesso la costruzione di narrazioni sociali, storiche, politiche ed economiche, che vengono assimilate dalla maggior parte delle persone senza alcun esercizio critico; narrazioni che diventano collettive e dominanti proprio perché presentate non come narrazioni ma come descrizioni di dati oggettivi di realtà. E non solo la parola realtà porta con sé una tale forza che rende difficile la sua critica, ma il concetto di realtà oggettiva richiama quello di verità oggettiva. E quando si scomoda addirittura il concetto di verità, ci viene detto a che cosa dobbiamo credere.

Nella seconda parte del saggio, quella che si può definire un manuale operativo, Pinardi mostra quali sono le principali tecniche base del narrare: un percorso che può essere utile sia a chi voglia creare una narrazione, per poterla sviluppare al meglio, sia a chi voglia semplicemente destreggiarsi, valutare, controbattere, se necessario, le narrazioni di realtà che la società ci propone, grazie alla conoscenza dall’interno degli strumenti utilizzati per crearle.

Per questo doppio registro Narrare può, in effetti, essere inteso come una specie di rotta di tutto il progetto Paginauno. Quella rotta che va controcorrente, che spinge a sviluppare un pensiero critico basato sull’approfondimento, l’analisi, la destrutturazione del pensiero dominante, sia nel campo della narrativa che in quello della saggistica.

La casa editrice ha esordito con un libro della collana Saggistica: è l’unica collana in progetto o ne avete anche altre?
Per il momento, abbiamo due collane: Saggistica e Narrativa. Nomi semplici, chiari, che individuano i due ambiti. E ora, a gennaio, è uscito anche il primo libro della collana Narrativa, un romanzo già pubblicato nel 2003 e che abbiamo deciso di riproporre, dandogli una seconda vita: Altri destini. Una storia degli anni Settanta, di Walter Pozzi. È un romanzo che utilizza proprio quel grandangolo di cui parlavamo prima: vicenda personale e contesto sociale e politico. È la storia di un uomo, del ritrovamento di un vecchio maglione sporco di sangue in fondo a un armadio, di ritagli di vecchi giornali che tornano tra le mani e costringono un figlio a fare i conti con la Memoria, personale e storica, e con un padre che è stato direttore di un giornale indipendente negli anni Settanta. Tra presente e passato, lo sfondo si muove tra l’edonismo, il ripiegamento nel privato tipico degli anni Novanta, e le vicende dei cosiddetti anni di piombo: le stragi di Stato, la lotta armata, le manifestazioni, gli scontri con le forze dell’ordine, la repressione politica e giudiziaria culminata nel processo 7 aprile. Sono anni con cui l’Italia non ha ancora fatto bene i conti. È sufficiente vedere che cosa hanno smosso le manifestazioni degli studenti a Roma contro la riforma Gelmini: basta un minimo risveglio di conflitto sociale e si torna subito a sentir parlare di “cattivi maestri”.

Per il futuro, abbiamo in programma la pubblicazione di alcuni autori stranieri, molto importanti nei loro Paesi e non ancora conosciuti o poco conosciuti in Italia, e certamente ancora autori italiani. Pochi titoli l’anno, quattro o cinque, tra narrativa e saggistica, per poterli seguire bene nel tempo e per non farci fagocitare e poi espellere da una realtà dominata dall’industria editoriale, che produce libri come fossero merendine a breve scadenza…

La rivista Paginauno, accanto alla parte dedicata all’analisi politica e sociale, ha anche pagine riservate a importanti recensioni letterarie che vi fanno assomigliare un po' a Stilos.
Senza nulla voler togliere a Stilos, la rivista che avevamo in mente al momento della creazione di Paginauno, e che abbiamo anche oggi sempre presente come modello, se così vogliamo dire – e privi di alcuna pretesa di eguagliarla! – è stata Tempi Moderni di Sartre. Il concetto dello scrittore engagé, impegnato, ben presente nella sua epoca e nel suo tempo e che prende posizione rispetto a quanto accade intorno a lui.
Il rifiuto dell’Arte per l’Arte, perché, come scriveva Sartre nell’editoriale di apertura del primo numero di Tempi Moderni, il silenzio è un’approvazione. Se lo scrittore si rifugia nell’arte pura, che oggi può essere individuata anche in quella narrativa che prima ho definito ombelicale – per quanto ben poca possa essere definita arte – se si estranea dalla società e resta muto, non è affatto vero che non prende posizione: contribuisce a mantenere inalterato lo status quo. Al pari di quei romanzi gialli stabilizzanti e consolatori che puntuali, nel finale, consegnano alla legge l’assassino, facendo trionfare la giustizia; romanzi lontani ere geologiche da un’opera come Todo modo di Sciascia, per esempio, in cui alla fine non vi è colpevole perché tutti sono colpevoli, nelle dinamiche di un sistema di potere tenuto in piedi dal ricatto reciproco.

Questa linea editoriale si riflette anche nelle pagine della rivista dedicate alla letteratura. I racconti da pubblicare, i romanzi e i saggi da recensire, vengono scelti tenendo bene a mente l’idea che la narrativa debba incidere sul tessuto culturale del Paese. La casa editrice, il nome dell’autore, la risonanza mediatica che può avere il libro, i premi che può aver vinto, non hanno alcuna importanza; non incidono nella scelta di recensirlo.

La rivista offre anche la possibilità di essere acquistata come pdf, che mi pare molto intelligente.
Mi sento di dire che, oggi, una rivista non può fare a meno di una versione in PDF. La rete sta assumendo sempre più importanza, e da un certo punto di vista, per fortuna. La realtà italiana è dominata da pochi grandi gruppi, sia nel campo dell’informazione che in quello editoriale. La prima è in mano a imprenditori – non esistono editori puri, i principali quotidiani nazionali appartengono a persone o aziende che hanno interessi in altri settori economici e/o politici, è dunque facile immaginare il livello di libertà e indipendenza di cui può godere la redazione nella scelta delle notizie da diffondere e della linea editoriale politica – e il secondo è un’oligarchia, che controlla ogni singolo passaggio che un libro o una rivista devono superare per arrivare al lettore: distributore, promotore, libreria.

La rete salta tutto questo, e non è poco. Nel campo dell’informazione, dà la possibilità di leggere qualcosa di diverso, analisi alternative a quelle proposte dalla stampa ufficiale o anche semplicemente la stampa estera. Permette insomma di allargare gli orizzonti oltre l’edicola sotto casa. E la stessa cosa vale per il campo dell’editoria. Per quanto la visibilità di un sito non sia un automatismo, ma passi attraverso complicati meccanismi, parole chiave, motori di ricerca, esistere in rete dà comunque molte più probabilità di essere visibili. Il PDF, è il passo immediatamente successivo. Sfruttare la rete non solo come una vetrina in più, oltre alla libreria, ma anche come uno strumento rapido, immediato, un click e via, la rivista è già nel computer del lettore.

Personalmente fatico a leggere a video con attenzione e non so rinunciare alla carta, al suo fascino e alla sua materialità, alla sensazione che mi dà di poter durare nel tempo. Probabilmente un giorno esisterà un archivio nazionale delle pubblicazioni elettronico, al posto di quello cartaceo che c’è oggi, a Roma e Firenze. Ma confesso che l’idea non mi entusiasma. E poi, sale di biblioteche piene di monitor e prive di scaffali? A volte immagino un black-out generale, e mi vedo con un libro in mano e una candela. Ma senza il libro, a che serve la candela?
Ma a parte i miei incubi, la rete è un incredibile medium e va sfruttata. E quindi non solo il PDF: il sito della rivista è tenuto costantemente aggiornato con gli articoli dei numeri precedenti, leggibili gratuitamente, e il Creative Commons, la licenza sui diritti d’autore con cui è pubblicata l’intera rivista, anche nel formato cartaceo, ha nel web lo strumento ideale di diffusione.

Quindi la rivista è pubblicata sotto diritti Creative Commons: come mai questa scelta?
È stata una scelta immediatamente conseguente alla linea editoriale. L’idea che la cultura, la letteratura, debbano tornare a pesare nella società, significa che devono essere liberamente fruibili da tutti. Un articolo deve poter circolare, in un copia-incolla, pubblicato in un altro sito o in una pubblicazione cartacea, ripreso, citato e perché no, anche messo in discussione. Così è più facile che si crei quella piattaforma aperta al confronto e alla riflessione. Le uniche condizioni di utilizzo del Creative Commons sono quelle di riportare la fonte e l’autore, non tagliare o manipolare il testo, e non venderlo: non trarre cioè profitti, da un diritto d’autore che non pretende, al contrario, alcun profitto. Mi sembra equo. E giusto.

 

Torna su

 

Parità e disparità
 

di Felice Accame
Trasmissione La caccia - caccia all'ideologico quodiano
Radio Popolare, Milano, 6 dicembre 2009

 

Secondo Arnaldo Benini, autore di un saggio dal titolo Che cosa sono io (Garzanti, Milano 2009), in America, avrebbero trovato un modo sicuro per individuare quelli di sinistra distinguendoli da quelli di destra. I primi – risonanza magnetica alla mano – reagirebbero a “situazioni nuove o conflittuali con un’attività elettrica molto intensa e variabile nella parte anteriore della corteccia cingolata” – che è una parte della corteccia della fronte. Nei secondi, invece, la risposta elettrica tenderebbe a “rimanere normale, come se essi fossero meno predisposti ad affrontare condizioni di conflitto”.

Io preferisco ancora mezzi più artigianali: l’osservazione dei comportamenti altrui, le argomentazioni che costoro sostengono, i valori che adottano, la funzione sociale che svolgono.
Per esempio: c’è una forma di rispetto delle idee altrui e c’è una sorta di obbligo morale alla critica – a non lasciar andare le cose alla malora per i fatti loro, a non rassegnarsi, a non tacere, a non guardare dall’altra parte – che, a mio avviso, caratterizza il pensiero di sinistra. C’è l’assunzione di responsabilità, c’è l’umiltà di chi è consapevole della disparità nel mondo e c’è, conseguentemente, un’infinita pazienza nell’accettare, per l’appunto, il conflitto implicito in questo stato di cose, di farsene carico. C’è anche una voglia inesausta di fare i conti con se stessi, con la rassegnazione, con la voglia di resa, con la ricerca di un successo qualsiasi purché sia un successo. Allorché individuo caratteristiche del genere nelle persone – con qualsiasi etichetta possano essersi presentate – so da che parte non dico che stanno ma da che parte possono stare. E questo mi basta.

Nelle pagine della rivista PaginaUno, nel numero 12 di aprile e maggio di quest’anno, Erika Gramaglia pubblica Dis-parità scolastica, un articolo molto critico nei confronti delle innovazioni volute dalla signora Gelmini, ministro della Pubblica istruzione, articolo che, il 19 novembre scorso, in concomitanza con la ricomparsa di un movimento studentesco di opposizione in alcune piazze italiane, PaginaUno ripropone sul proprio sito internet.
Il 24 novembre – cinque giorni dopo – Il manifesto sembrerebbe pubblicare un articolo di Giuseppe Caliceti, Il nuovo controllo dell’istruzione, da Gentile a Gelmini. Il dubitativo non concerne né la pubblicazione né il firmatario, quanto piuttosto la legittimità di detto firmatario nell’apporre la propria firma a quell’articolo. È assodato, infatti, che questo articolo è composto soltanto – si noti il soltanto – di frasi che fanno parte, nel medesimo bell’ordine, dell’articolo della Gramaglia. Ci sono parecchie parole in meno, ma non c’è una parola in più. Chi si fosse aspettato che la redazione de Il manifesto – posta di fronte all’evidenza – pubblicasse scuse proprie e, soprattutto, scuse del proprio collaboratore, sarebbe rimasto deluso. Qualcuno ha fatto spallucce – non tocca certo a loro realizzare un mondo migliore – e ha preferito tacere.

L’anno scorso ero rimasto sconcertato dal caso Galimberti – un piccolo vaso di Pandora da intellettuali. Professore qui e professore là, filosofo e psicoanalista, docente di antropologia culturale, di filosofia della storia e fin di filosofia morale – una materia cui deve aver dato giusto non più di una scorsa – osannato autore di libri di successo, Umberto Galimberti fu pubblicamente svergognato per aver copiato pagine di Giulia Sissa, una ricercatrice di storia antica. Provò anche a difendersi con risultati sempre più indecorosi: prima disse che si trattava di una recensione “rielaborata” e inserita nel testo del suo libro, poi ebbe anche la sfacciataggine di sostenere che “in ogni rielaborazione” – categoria che nel suo caso va intesa come mera “copiatura” – ci sarebbe “uno scatto di novità”. Ma in quel caso la novità – l’unica novità – evidente, era l’autore. Tanto fece il Galimberti che, invece di rincuorare i suoi fan zittendo le malelingue, di sue scopiazzature ne saltarono fuori altre – compresa una per la quale il tribunale di Roma, nel maggio del 2006, l’aveva condannato per plagio.
Come vennero svelate al mondo le sue vergogne, tuttavia – e qui il Caliceti può ricominciare a leccarsi i baffi – il suo credito, invece di svanire come un’obbligazione della Parmalat, parve crescere. Le sue comparsate televisive si sono moltiplicate e la sua autorità di guru della paccottiglia psiconazionalpopolare non ha perso un grammo: cattedre universitarie, libri su libri, conferenza su conferenza, premi, champagne e cotillon, non oso pensare il resto. Sempre più spesso, da noi, così vanno le cose: faccia uno l’intellettuale, faccia il presidente del Consiglio, faccia l’industriale o il responsabile di pubbliche istituzioni – da un’eventuale nequizia inequivocabilmente nequizia e inequivocabilmente commessa, anziché esserne penalizzato, rischia di incassare un ricco guiderdone sociale – come se, nel cervello collettivo, si innescasse un’elettrica forma di “tanto di cappello popolare al darwiniano pelo sullo stomaco”.

Paradossalmente, il caso Caliceti induce a riflettere sul senso delle argomentazioni copiate. A nessuno di costoro – lo dico generalizzando, visto che Caliceti entra di diritto in una buona compagnia – può venire in mente che quella cultura del ministro Gelmini cui tanto dicono di volersi opporre – la cultura della passività, del compitino ricopiato, la cultura della rinuncia a un autonomo atteggiamento critico – è esattamente quella praticata da loro stessi?

Ancora secondo Benini, sempre risonanza magnetica alla mano, il cervello degli ottimisti – quelli che considerano il bicchiere mezzo pieno – rivela un’attività molto più intensa sia nella parte anteriore della corteccia cingolata (quella dei progressisti, dunque) sia nell’amigdala rispetto all’attività elettrica rilevata nelle stesse zone nel cervello dei pessimisti – quelli, per intenderci, per i quali il bicchiere è sempre mezzo vuoto e che, bontà degli americanismi, vengono categorizzati come conservatori e che, forse, sarebbe più opportuno classificare come masochisti – se il bicchiere è sempre mezzo vuoto, che conservano?

Anche qui, io preferisco ancora mezzi più artigianali. Ottimista è il ladro – che, ovviamente, spera di non essere scoperto.

 

Nota: in Wikipedia, alla voce “Umberto Galimberti”, c’è tutto quello che occorre sapere sulla vicenda in oggetto. Compresi i link agli articoli che, a suo tempo, sono apparsi in vari quotidiani. Sulla matrice americana delle categorie di destra e sinistra ho steso un velo pietoso.

Torna su

 

Letture da pugno nello stomaco
 

Terre di mezzo street magazine, ottobre 2009


La sfida è impegnativa, mettere nero su bianco la violenza, in tutti i suoi aspetti. Ecco il tema dell’edizione 2009 di “Controracconto”

 

Il talento di andare controcorrente. La capacità di osservare tra le pieghe della realtà e raccontare, attraverso la finzione narrativa, la società così come nessun politico e nessun giornale riuscirà mai a fare. La sfida è impegnativa, da pugno nello stomaco: mettere nero su bianco la violenza, in tutti i suoi aspetti. Quella visibile di omicidi e rapine, quella invisibile cui pochi prestano attenzione (un operaio morto sul luogo di lavoro o il carcere) e quella inerte, generata dai meccanismi delle leggi, dell’economia e della politica.
“Storie di violenza sociale” è il tema dell’edizione 2009 di “Controracconto”, concorso letterario promosso da Pagina Uno, rivista bimestrale di cultura, letteratura e analisi politica. Tutti possono partecipare, ma ad alcune condizioni: il racconto deve essere inedito, in lingua italiana e lunghezza massima di 27mila battute (spazi compresi). Ogni autore potrà inviare un solo racconto, rilasciato con licenza “Creative commons”. Occorre inoltre allegare all’opera la cartolina di partecipazione che è possibile trovare allegata al numero 13 (giugno/settembre 2009) e al numero 14 (ottobre/novembre 2009) di Pagina Uno. Il vincitore verrà premiato con una targa e la pubblicazione della sua opera sul numero di febbraio/marzo della rivista.

http://magazine.specialeterre.it/notizie/rubrica/26/articolo/1143/Letture-da-pugno-nello-stomaco

 

Torna su


Quando il lavoro si fa nero i duri scrivono
 

la Repubblica xL, numero 39, novembre 2008

 

“Nero, flessibile, dislocato e omicida: identikit del lavoro italiano” è il tema della seconda edizione del concorso letterario Controracconto e non dite che neanche una delle declinazioni possibili in tempi di precariato e morti bianche stuzzica la vostra voglia di cimentarvi con la pagina bianca. Allora al lavoro sul computer, avete tempo fino al 20 novembre per partecipare con una vostra composizione di massimo 15 cartelle all’iniziativa della rivista letteraria PaginaUno, che in palio mette un abbonamento alla pubblicazione e, ovviamente, la diffusione del testo sulle sue pagine. Per tutte le altre informazioni su modalità e invio c’è la mail info@rivistapaginauno.it e il sito della rivista, www.rivistapaginauno.it.

Buon lavoro.

Torna su

 

Intervista a Walter G. Pozzi, direttore di Paginauno
 

di Francesco Giubilei
da Good-morning, 20 Ottobre 2008

 

PaginaUno, perché questo nome? Quando è nata la rivista, qual è la sua storia?
Il nome 'PaginaUno' non è una scelta casuale. Indica lo spazio, all’interno di una forma narrativa, in cui avviene l’incontro tra chi legge e chi scrive. Ma non solo: nella prima pagina converge anche quell’indefinibile composizione di elementi creativi che nel caso dello scrittore viene definita ispirazione, e nel lettore assume l’emozione che dà l’aspettativa. Dietro la ‘pagina uno’ c’è quindi una dimensione invisibile, fondamentale nella definizione dell’Umano: tutto quel magma di pensieri, di emozioni e di sensazioni che precede la stesura del romanzo; l’intera fase progettuale che vi sta dietro; il lavoro di documentazione, di riflessione tematica e di impostazione, che in seguito confluiscono in una trama di senso compiuto, che si tratti di romanzo, di saggio o di articolo. In altri termini, la prima pagina è anche la linea di confine tra ciò che della scrittura resta invisibile e il suo risultato. La rivista nasce come idea nel 2006, con l’intento di creare uno spazio aperto a quegli scrittori che sentissero la necessità di parlare di politica e di società. Ancor più in anni come questi, in cui la narrativa ha perso peso e valore sia a livello sociale che letterario. E ci siamo messi al lavoro.

Converrai che gli obiettivi che vi siete posti fin dal primo numero con la presentazione della rivista sono molto ambiziosi anche se in larga parte condivisibili, puoi riassumere ai lettori che non hanno letto la presentazione qual è la vostra linea editoriale e quali i vostri punti fermi?
Per rispondere a questa domanda occorre fare una premessa. Per noi una rivista letteraria non può che essere un progetto politico. Tutto ciò che ha a che vedere con il linguaggio e con il comportamento lo è. L’arte per l’arte per noi è una solenne impostura, il sogno del Principe: l’artista non impegnato. È una locuzione che rientra nella stessa dinamica, di matrice crociana, che teorizza una dicotomia tra un ‘Linguaggio della verità’ e un ‘Linguaggio della finzione’. Il primo è quello della scienza, dei giornali, della storia, mentre il secondo attiene all’arte. Il primo crea paradigmi e il secondo, attraverso un linguaggio più libero, meno monolitico, mira, per l’appunto, a mostrarne il suo carattere d’impostura. Tuttavia, osservato da vicino, il Linguaggio della verità, con la sua pretesa di essere il luogo dei valori, dei dogmi, di stabilire ciò che è importante e ciò che non lo è, chi vale e chi no – e premiando chi si attiene alle sue ricette – presenta una componente di finzione non minore di quanta ne contenga la letteratura. Si tratta di una verità autoreferenziale. Non c’è testo, pubblicato su PaginaUno – dalle analisi alle inchieste, dai racconti inediti alle varie rubriche – che non cerchi di dimostrarlo.

Il sottotitolo della rivista è 'percorsi intellettuali'. Chi sono per voi in questa società gli intellettuali? E come si dovrebbero comportare davanti all’impoverimento culturale progressivo della nostra civiltà?
Parlare di ‘percorsi intellettuali’ significa proprio legare elementi che, secondo una certa cultura accademica dominante, sarebbero incompatibili, e cioè logica a fantasia. Per capirci, potrei citare l’articolo più famoso di Pasolini, Il romanzo delle stragi: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere”. Eccetera eccetera... Ecco: per noi lo scrittore che non fa questo ogni volta che scrive ha drammaticamente (per la società) fallito nel proprio intento. È questa la logica con cui scriviamo gli articoli, con cui scegliamo quali racconti pubblicare tra quelli che i lettori ci spediscono, con cui decidiamo di recensire un romanzo o un saggio. In fondo, cos’è l’impoverimento culturale se non la disabitudine di un popolo a partecipare alla politica del proprio Paese. Se non la passiva accettazione dei modelli che gli vengono imposti dall’alto. Se non l’incapacità di mettere in crisi, attraverso la ragione operante, l’ideologia di regime. Questo vale ancora di più per la società italiana, per gestire la quale la politica da sempre ha instaurato una sorta di perenne strategia della tensione. In base a ciò si può capire quanto sia importante contrapporre una ‘letteratura della tensione’ che operi come controinformazione. In questo ‘gioco’ un ruolo importante potrebbero averlo narrativa e cinema. Il successo del libro Gomorra, da cui è nato anche un film importante, e de Il divo, potrebbero inaugurare un nuovo ciclo virtuoso. Anche se Venezia, con il successo di Pupi Avati, sembra avere mosso un nuovo passo indietro.

Sempre nella presentazione della rivista scrivi: “‘PaginaUno’ nasce anche con l’intenzione di affrontare tale questione e di ricoprire uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo. E non perché in Italia manchino le riviste letterarie. Al contrario, ce ne sono e ne nascono. Bensì perché nella loro impostazione si nota il medesimo vizio delle pagine culturali dei quotidiani: l’adesione totale e mansueta, alle logiche di un mercato proiettato verso la riduzione della letteratura a mero strumento di intrattenimento. Un meccanismo che si riflette nel disimpegno generalizzato di cui si nutre il comune sentire nazionale.” Non sono d’accordo con il tuo giudizio. In Italia esistono centinaia di riviste letterarie ma non ci sono, almeno in questo periodo, uno o due riviste leader, riviste di riferimento e aderenti alle logiche di mercato. In realtà esistono una marea di testate underground che sono tutto fuorché mansuete al mercato editoriale. Riuscire a trovare il format giusto vorrebbe dire pubblicare una rivista con spirito underground ma con una distribuzione capillare e una tiratura notevole, sei d’accordo? E come riuscire nell’intento di costituire una rivista di questo genere?
Qui bisogna nuovamente chiarire che cosa si intende per rivista letteraria. Io non ne ho ancora viste che trattino come complementari argomenti politici e questioni letterarie. Su PaginaUno le due cose si fondono perfettamente. Non basta il rifiuto conclamato di certa narrativa di mercato. Sono d’accordo nel dire che i primi conti vadano regolati all’interno del campo di potere letterario (e, quindi, editoriale). Tuttavia limitarsi a criticare il mercato editoriale non basta, perché questo non è un’isola circondata dal mare. È semmai parte integrante di un sistema culturale di cui la letteratura rappresenta un elemento di sovrastruttura. Cioè uno dei tanti produttori di un’ideologia che serve gli interessi dell’élite dominante. Non a caso le industrie editoriali e le catene di librerie sono in mano alle famiglie più ricche d’Italia; è normale che non abbiano interesse a produrre e a proporre libri che attacchino il sistema che loro stessi hanno interesse a mantenere inalterato. Si chiama Industria culturale ed è solo una parte, per quanto importante, del tutto. Ho l’impressione che in molte riviste, pur non mancando la volontà di abbattere gli attuali modelli editoriali, manchi proprio la consapevolezza del perché sia importante farlo. Stabilito ciò, noi pensiamo che, più che cercare una distribuzione capillare inaccessibile alla piccola editoria, sarebbe già molto importante che le piccole realtà editoriali esistenti si confrontassero a vicenda, che si leggessero, anche polemizzando tra loro. Si creerebbe così un circuito autoreferenziale non diverso da quello ufficiale. In modo da creare un passaparola che contribuirebbe a spostare la curiosità dei propri lettori anche verso le riviste ‘rivali’. Sarebbe salutare per la produzione di opinioni diverse da quelle imposte dal pensiero unico. Il che significa attaccare, per chi crede sia importante farlo, il capitalismo tout cour.

A proposito di distribuzione, PaginaUno non si affida a un distributore vero e proprio ma cura la distribuzione autonomamente, come mai questa scelta? Non credi possa essere limitante per la diffusione della rivista?
Lo è, infatti, ma non dipende dalla nostra volontà. Anche perché avere un distributore ci permetterebbe di ottimizzare gli ingressi quotidiani sul nostro sito. Non tutti i lettori amano acquistare libri o riviste online. Uno dei principali problemi della piccola editoria (e quindi per la controcultura in Italia) è proprio quello della promozione e della distribuzione. Un problema che diventa ancora più oneroso nel caso delle riviste. Oggi se non entri in Feltrinelli sei finito. Peccato che Feltrinelli stia tagliando gli spazi dedicati alle riviste. Questo darà una mazzata ai piccoli distributori e finirà per privilegiare una volta di più le testate più famose le quali, pur vendendo poco, godono di una propria distribuzione o della potenza del loro marchio editoriale.

Per una rivista di nicchia, come sono quelle letterarie, internet rappresenta sicuramente una grande opportunità per farsi conoscere. Qual è il vostro atteggiamento verso questo mezzo?
Noi abbiamo la tendenza a pubblicare online, all’uscita del nuovo numero, articoli tratti dai numeri precedenti. Anche per permettere al lettore di farsi un’idea chiara di chi siamo e di che cosa facciamo. Naturalmente per noi è importante diffondere le nostre analisi e il nostro pensiero riguardo ai modelli sociali imperanti. Crediamo che il web in questo senso sia l’unico spiraglio di libertà rimasto, oltre che l’unica possibilità di ‘incontrarsi’ per chi voglia costruire alternative di lotta. Inoltre, come dicevo prima, il lettore ha la possibilità di acquistare copie per via telematica. Guai se non ci fosse.

Ogni numero della rivista viene presentato in libreria, quale valore date alle presentazioni? Credete possano essere un buon modo per farsi conoscere ai lettori? Ci racconti di una presentazione particolarmente riuscita e di una naufragata.
Crediamo sia una cosa da fare. Le presentazioni in libreria, senza la presenza di personalità note al grande pubblico, non richiamano gente. In una battuta si può dire che il servilismo verso le grandi marche sia congenito agli italiani anche per quanto riguarda la letteratura. Tuttavia non è una buona ragione per non continuare a farle. Ma non ci sono capitate in proposito situazioni memorabili. Nel bene o nel male. Ogni tanto sono nate buone discussioni, altre meno. Tutto qui.

Organizzate anche corsi di scrittura creativa, molti letterati credono che i corsi di scrittura siano solo un modo per fare cassa e che non servano a nulla, credete sia davvero possibile insegnare ai partecipanti a scrivere attraverso corsi ideati a tavolino?
La scuola di scrittura, anche se porta lo stesso nome, non c’entra con la rivista, è il mio lavoro. Ci vivo, non è un modo di fare cassa. Diciamo che è un’attività che svolgo con grande passione, che non mi stanca mai e che mi permette di parlare di ciò che mi piace. Dire che i corsi di scrittura siano inutili, senza creare distinzione, non è esatto. Anch’io credo che in molti casi siano un modo di integrare un altro stipendio, per chi li tiene. Ci sono cicli di seminari che vengono spacciati per corsi di scrittura, ma qui starebbe alla coscienza di chi li organizza definirli con un altro nome. Esistono comunque modi per fiutare l’imbroglio. Per esempio i corsi così, volanti, servono a ben poco. Come anche i corsi troppo affollati. Quindici credo sia il numero massimo di allievi per chi vuole seguirli seriamente. Ecco, già un corso a numero chiuso può essere garanzia di onestà da parte di chi li tiene. Un altro aspetto importante per una scuola consiste nel creare una continuità di rapporto con gli aspiranti scrittori. Che non li abbandoni, cioè, dopo un numero finito di lezioni. Che abbia un programma di lavoro progressivo. I risultati possono arrivare anche dopo qualche anno. Si sa, scrivere non è solo questione di talento. Ci sta dietro il pensiero, una visione matura della società in cui si vive. Senza questo si hanno quegli scrittori che noi non vorremmo mai vedere sugli scaffali e che sono la maggioranza. La rivista è anche, certamente, una possibilità, per chi lo merita (questo oramai ai miei allievi è ben chiaro), di pubblicare racconti. Ritengo sia importante come palestra. In più dà loro un primo obiettivo da raggiungere. Sul fatto che si possa insegnare a qualcuno come si scrive un racconto o un romanzo, da quando dirigo la rivista ne sono ancora più convinto. La maggior parte degli elaborati che arrivano in redazione evidenziano una desolante mancanza di conoscenze delle più elementari forme della narrazione. Anche in soggetti dotati di una certa facilità di scrittura. Niente che non si possa curare con un buon corso. Non so, forse è proprio perché io non sono un letterato che considero indispensabile, per chi vuole scrivere, la partecipazione a una scuola di scrittura.

Qual è il vostro bilancio dopo due anni di vita e 9 numeri pubblicati? Soddisfazioni, delusioni, rimpianti…
Positivo, decisamente. Tra le delusioni, qualche collaboratore perso per strada. In compenso lavoro insieme a persone molto in gamba e umanamente straordinarie; persone che altrimenti non avrei mai conosciuto. E già questo rende la rivista una delle esperienze più importanti della mia vita. Chiudesse anche domani.

 

Link di riferimento: http://www.good-morning.it/index.php?option=com_content&task=blogcategory&id=33&Itemid=68

 

Torna su

Con Paginauno ritorna il fascino delle riviste letterarie
 

di Cristina Bertolini
da Il Giorno, 24 Ottobre 2007

PaginaUno è il titolo della rivista letteraria bimestrale fondata da Walter G. Pozzi, direttore della Scuola di scrittura creativa di Milano e conosciuto a Monza per i suoi corsi sull’argomento, già tenuti alla biblioteca civica. “L’intento del progetto PaginaUno - Percorsi intellettuali,” dice il direttore Pozzi, “è principalmente quello di riscoprire uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo, in una realtà in cui la produzione letteraria è totalmente concentrata nelle mani di grandi gruppi editoriali che individuano nel libro il prodotto di consumo a scapito della complessità del pensiero”. Secondo il direttore l’adesione alla cultura di massa solo come intrattenimento riflette il disimpegno generale e una crisi della cultura senza precedenti. Perciò la rivista letteraria stimola la cursiosità di tornare a essere attori della vita del proprio paese.
A Monza la rivista (prezzo di copertina 8 euro) si trova alla Libreria Ancora e si pone come una voce fuori dal coro, un’alternativa controcorrente al pensiero dominante. Vengono proposti i racconti meno noti di Italo Svevo, Verga e De Roberto; racconti di autori meno gettonati dai canali commerciali, come Giovanna Cracco o Lorenzo Bordogna. Ci sono poi recensioni, dibattiti, inchieste e interviste fuori dal coro.

“Abbiamo stabilito una piattaforma di discussione in alternativa e in polemica rispetto alla cultura cosiddetta ufficiale,” dice Pozzi, “non per puro spirito polemico, ma per amore della letteratura e dei significati di cui essa è portatrice sin dalle sue origini”. Con Pozzi lavorano una decina di collaboratori fra cui scrittori di fama ed emergenti e persone appassionate di letteratura. La cultura si è sempre occupata della società e dei problemi degli individui. Per questo PaginaUno si propone di tornare a puntare gli occhi sul mondo e di partecipare alla vita del proprio paese. Vengono recuperati nomi di politici e personaggi un tempo sulla bocca di tutti e ora dimenticati come Antonio Gramsci, di cui ricorre il 70esimo dalla morte. Il numero di dicembre parlerà di rom, liberismo di sinistra, inchiesta Forleo e tentativi di insabbiarla.

 

Torna su

 

Walter G. Pozzi: un catalizzatore di idee letterarie
 

di Anna Maria Verde
da Locanda Almayer, 16 Febbraio 2007

“Trent’anni della mia vita li ho buttati, per altri cinque ho dormito, e cinque, finalmente li ho vissuti” questo è quanto Walter G. Pozzi, l’autore di “Il corpo e l’abbandono”, de “L’infedeltà” e di “Altri destini”, ripete a chi gli chiede qualcosa sul suo passato. Potremmo definirlo “semplicemente” uno scrittore ma di Walter Pozzi va detto che è un catalizzatore di idee letterarie. Annovera nel suo curriculum interessanti esperienze: una vera e propria scuola di scrittura creativa, 3 romanzi e una rivista culturale appena partorita. Classe 1962 smuove e crea nuovi spazi alla questione letteraria in Italia mettendosi ambiziosamente a caccia di autori esordienti pronti a puntare la loro telecamera verso l'esterno, sul mondo, sulla società e sulla politica. In occasione del debutto editoriale di “Pagina Uno – Percorsi Intellettuali” lo abbiamo incontrato chiedendogli di raccontare a Locanda Almayer di se, dei suoi progetti e delle proposte creative di Pagina Uno.

Allora, nasce il primo febbraio 2007 PaginaUno - Percorsi intellettuali, un bimestrale culturale che raccoglie racconti e inchieste sul mondo letterario. Che ha il proposito di...
Non è una risposta facile da dare, per cui, se me lo permetti, mi prendo un po’ di spazio. Innanzi tutto la nostra attenzione non si concentra unicamente sul mondo letterario. La letteratura si è da sempre occupata (se si escludono gli ultimi vent’anni) della società e dei problemi degli individui. Perché una nuova rivista di cultura e politica abbia un senso, oggi, non può che progettare se stessa in maniera polemica rispetto alla cultura ufficiale. E, bada, non per mero spirito polemico, ma per amore della letteratura e dei significati di cui essa è portatrice sin dalle sue origini. Negli anni settanta, la cultura ufficiale, pur non includendo l’intera gamma di pensatori presenti in Italia (pensa a persone come Toni Negri, a un’intera categoria di intellettuali definiti indistintamente “Cattivi maestri” e messi in carcere per ciò che pensavano), era comunque composta da intellettuali del calibro di Sciascia, Pasolini, Moravia, Calvino… Scrittori che nei loro romanzi esprimevano un’analisi spietata della società; autori decisamente in veemente opposizione a certe logiche di potere messe in atto dai politici del loro tempo. Al contrario, oggi, gli scrittori sembrano sempre più disinteressarsi a ciò che accade a una spanna del loro ombelico; il che potrebbe non essere così grave se un simile disinteresse fosse il frutto di una scelta. Ma purtroppo non è così. Ho raggiunto la convinzione che si tratti proprio di un’incapacità endemica. Una sorta di deficit nella loro formazione che li ha condotti ad avere opinioni politiche superficiali, non dissimili da quelle che percorrono il comune sentire nazionale. Il problema è che la narrativa di oggi è un orrendo mostro creato dal mercato, dalla ricerca del più ampio consenso e del profitto messo in moto a partire dalla metà degli anni ottanta dalle grandi industrie editoriali. Una dinamica che ha via via degradato il pensiero a puro intrattenimento, parificandolo al calcio e alla televisione. Ergo, la stessa cultura ufficiale non può che essere il prodotto del mercato, e non il risultato di un lavoro qualitativo in grado di elevare il pensiero per divenire portatore di una coscienza che si contrapponga allo status quo. Tuttavia questa non è l’unica realtà presente in Italia; esistono molti scrittori in grado di formulare analisi e interpretazioni della società serie e importanti che vadano oltre la superficialità messa in mostra (oserei dire ostentata, come sempre lo è l’ignoranza) da quotidiani e riviste. Mi sento di dire che PaginaUno ne è la dimostrazione pratica. La nostra è una realtà indipendente che si mantiene con le proprie forze, e questo permette a chi vi scrive di esprimersi in totale libertà. Ciò naturalmente non vuole dire che la rivista non abbia una linea di pensiero.

Quali sono i criteri con cui scegliete i racconti da pubblicare?
Lo stesso criterio che adotteremmo nella scelta di un romanzo da leggere. I racconti devono narrare una storia con il chiaro obiettivo di volere raccontare, attraverso di essa, il mondo, la società e la vita. Noi pubblichiamo a ogni numero un racconto di uno scrittore italiano fuori diritti. La scelta, per esempio, di De Roberto sul primo numero non è casuale, vista la dimenticanza cui è relegata la sua illuminante opera nella scuola italiana. In più pubblichiamo un paio di racconti di aspiranti scrittori. Prendiamo in considerazione racconti che non siano d’amore, introspettivi o fantasy.

Come mai la decisione di escludere queste categorie di racconti?
Perché il nostro obiettivo consiste nell'incoraggiare quel tipo di scrittura che oggi trova difficilmente spazio nell'editoria. I romanzi d'amore non mancano, così come anche non mancano i libri pieni di introspezioni o i Fantasy. Ho l'impressione che gli scrittori abbiano smesso di puntare la telecamera verso l'esterno, sul mondo, sulla società e sulla politica. Con la nostra scelta, al contrario, lo incoraggiamo a farlo. Significa chiedere allo scrittore di tornare a partecipare alla vita del proprio paese. E' l'unico modo, per il campo di potere della letteratura, di tornare a incidere positivamente sulla vita sociale italiana. Ah, a proposito, anche i gialli, soprattutto quelli il cui fine è la trama (chi è l'assassino?), lo splatter o una ricerca di uno pseudorealismo stile csi, tendiamo a non prenderli in considerazione. Proprio non ci interessano.

Dove verrà distribuita la rivista?
Per il momento gestiamo la distribuzione autonomamente. Per una scelta strategica: preferiamo farci le ossa con la vendita diretta e via internet, oltre che alle presentazioni di PaginaUno organizzate in biblioteche e circoli culturali. Naturalmente intendiamo adottare punti vendita su Milano che segnaliamo sul sito. Più avanti, quando il nome comincerà ad affermarsi, entreremo in libreria. I librai non sono propriamente i migliori alleati dei piccoli editori e delle piccole realtà editoriali; per cui, aspettiamo a compiere questo salto.

Tu organizzi e coordini anche corsi di scrittura creativa. Ci aggiorni sulle novità e sui laboratori da voi proposti?
Innanzi tutto non si tratta di corsi, bensì di una vera e propria scuola. Un’esperienza progressiva che parte da un Laboratorio base di dieci lezioni e, per chi sceglie di proseguire, di ulteriori corsi di approfondimento per altri due anni (cinque mesi il primo e nove mesi il secondo) in cui l’atto dello scrivere viene visto, analizzato e vissuto nella sua complessità. Una complessità che va oltre l’idea che comunemente si ha dell’attività dello scrittore.

Un giovane o anche un non giovane, che decide di scegliere un laboratorio organizzato da Pagina Uno, cosa trova che non troverebbe mai in altri corsi?
Sicuramente trova nel sottoscritto un unico e costante riferimento, e la possibilità, al termine delle dieci lezioni, di proseguire il proprio percorso. Non viene abbandonato alla fine di dieci lezioni, che certo non sono sufficienti a rendere tale uno scrittore. Scrivere non significa soltanto imparare le tecniche per costruire una storia. Per diventare scrittori occorre acquisire conoscenze ben più consistenti che spesso esulano dalla semplice scrittura. Scrivere ha a che fare con il pensiero. Scrivere significa anche saper leggere; significa memoria storica, memoria letteraria. Significa studio e aggiornamento continuo. Scrivere è la lenta costruzione di una personale e solida chiave di lettura della società. Ecco perché la Scuola di Scrittura PaginaUno prevede un progressivo e duraturo programma di lavoro, di cui il Laboratorio di Scrittura è soltanto la porta d’ingresso; giunto al termine, lo studente può scegliere di non proseguire, portando con sé un insieme di insegnamenti che comunque lo aiuteranno di lì in avanti a coltivare con maggior piacere la propria passione, oppure può decidere di intraprendere un ulteriore e più impegnativo percorso di approfondimento, per coloro che intendano la scrittura non soltanto come un semplice passatempo, bensì come qualcosa di realmente importante. I corsi sono a numero chiuso. La mia aula non accoglie mai più di dieci/quindici persone. Una volta raggiunto questa quota, seppur con rammarico, rinvio le persone al successivo Laboratorio. Credo sia una questione di serietà e di rispetto degli obiettivi che, aprendo la mia scuola, mi sono posto sin dal principio. Una scommessa il cui proposito consiste nel trasformare degli aspiranti scrittori in colleghi; qualcuno con cui potermi confrontare alla pari. E mi sento di dire che è proprio ciò che sta accadendo con le persone che in questo momento stanno frequentando l’ultimo anno. Chissà?, forse significa che il programma funziona.

Nel tuo editoriale leggo: PaginaUno nasce anche con l’intenzione di affrontare tale questione e di ricoprire uno spazio critico e culturale rimasto vuoto ormai da tempo. E non perché in Italia manchino le riviste letterarie. Al contrario, ce ne sono e ne nascono. Bensì perché nella loro impostazione si nota il medesimo vizio delle pagine culturali dei quotidiani: l’adesione totale e mansueta, alle logiche di un mercato proiettato verso la riduzione della letteratura a mero strumento di intrattenimento. Un meccanismo che si riflette nel disimpegno generalizzato di cui si nutre il comune sentire nazionale. Quando una critica letteraria può definirsi "buona" in termini qualitativi, quando non è più semplicemente il filo conduttore di un intrattenimento alternativo?
In Italia si pubblicano cifre spaventose di romanzi; adesso non saprei dirti quanti libri finiscono sugli scaffali ogni mese. È il mercato, bellezza!, direbbe qualche ignorante. Poi, però, se guardi bene le critiche letterarie e gli scrittori che vengono citati o invitati a fare passerella in televisione, l’impressione che ne ricavi è che in realtà non vengano pubblicati più di un centinaio di autori. Gente, tra l’altro, i cui scritti sono assolutamente innocui, e che i critici si impegnano a far sembrare importanti. Mi è capitato di leggere la recensione che D’Orrico ha scritto sull’ultimo romanzo di Ammaniti. Nel disperato tentativo di dargli un qualche significato è stato costretto a inventare l’impossibile. Il risultato è di una comicità travolgente. Ormai non chiedo più a una critica di essere buona, ma almeno di essere onesta, non dettata da direttive commerciali. D’altronde i critici, soprattutto quelli più accreditati, vanno capiti. Per essere letti sono costretti a recensire nomi noti al grande pubblico.

Il print on demand oggi dà a chiunque la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa sia stato dattilografato, senza alcun filtro editoriale, potremmo definirla la panacea di tutti coloro che hanno ricevuto almeno un rifiuto editoriale. Tu cosa ne pensi? Una lotta al mondo editoriale troppo chiuso nei canoni commerciali o un vero e proprio sfruttamento di coloro che aspirano a tutti i costi a una pubblicazione?
Se c’è un criterio adottato dalle industrie editoriali nella scelta dei romanzi, questo sicuramente non è più quello della qualità. Tuttavia non ho l’impressione che i print on demand si propongano come valida alternativa. Sia la grande editoria che questi ultimi perseguono il profitto, ognuno con i mezzi di cui dispone. Il resto non conta. Quando due tra le più importanti industrie editoriali italiane si battono per avere Moccia in catalogo, neanche fosse Faulkner, è chiaro che entrambe hanno deciso di abdicare alla cultura. Non li vedremo mai scannarsi alla stessa maniera per pubblicare, che so, Wole Soynka o Chinua Achebe, due autori che davvero sarebbero fiori all’occhiello per qualsiasi editore in qualunque altra parte del mondo. E bada, potrei ancora capire se l’intento di pubblicare romanzi commerciali fosse una strada per editare, grazie ai loro proventi, libri di alta qualità. Romanzi che abbisognano di tempi lunghi per costruirsi un proprio pubblico. Purtroppo non funziona così. Non vedo grande differenza, quindi, tra le due realtà.

Che cosa fa di un libro un buon libro?
La capacità di illuminare la mente del lettore e di fare sorgere in lui il Dubbio, in assenza del quale non si può parlare di coscienza; il coraggio di attaccare e demolire lo status quo. Quando un romanzo non fa questo, be’, ha tragicamente fallito.

 

Link di riferimento: http://www.locanda-almayer.it/content/view/600/99

Torna su