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Presentazione della rivista (pag. 4 di 4)
(febbraio 2007)

 

L’incipit de L’affaire Moro con cui Sciascia richiamava, con una lunga citazione virgolettata, l’articolo di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole; Calvino che rispondeva alle polemiche politiche di Moravia in risposta a una provocazione di Parise; l’allora ministro degli interni Cossiga che si agganciava alla polemica Sciascia, Montale e Amendola; il fatto che gli scrittori entrassero nel dialogo politico assicurando in questo modo un alto profilo al contenuto del dibattito, testimoniava la piena autonomia del campo di potere letterario, tale da permettere agli scrittori di incidere sulla cultura del paese. Da quel momento in poi l’Italia si è culturalmente chiusa. È come se gli scrittori italiani moderni non riuscissero più a capire che per raccontare la 'realtà reale' occorre trasfigurarla, toglierla dal pattume dominante. Perché? Perché nella situazione attuale non è accettata l’idea dell’immaginazione, del diverso, del guardare aldilà dei paletti che la società periodicamente mette per muoversi. Ecco perché hanno molto successo libri che strutturalmente non hanno nulla. Perché sono perfettamente incasellati, non distruggono, non incidono la palizzata, non creano buchi e quindi sono facili da digerire. A monte di questo è chiaro che è venuto meno un vero progetto letterario che aiuti gli scrittori a interpretare la società. Prima ancora della capacità, manca la consapevolezza di potere raccontare una storia che non abbia come unico tema la semplice trama (chi è l’assassino?).

L’attuale crisi culturale, a nostro avviso, è senza precedenti; e in questo panorama, una nuova rivista ha senso solamente se pone alcuni rigidi punti fermi: a cominciare dalla ricostruzione dell’autonomia dello scrittore dal mercato. Solamente chi è indipendente è libero di esprimersi.

E per arrivare a esserlo è indispensabile che vi sia prima una sincera presa di coscienza della odierna realtà editoriale, e dei vincoli che essa impone a chi scrive; e, di conseguenza, una ricostruzione dell’intero campo letterario riconoscendo alcuni problemi legati al ruolo dello scrittore. E se per fare questo occorre trovare qualche riferimento da cui ripartire, per noi altro non può essere che il recupero dalle buone esperienze culturali e storiche di un passato nemmeno tanto remoto.

Il nostro programma di lavoro è semplice. Proporremo una diversa chiave critica dell’opera, magari anche recuperando alcuni nomi un tempo sulla bocca di tutti, la cui pronuncia oggi è diventata tabù tanto in politica (soprattutto in politica!) quanto in letteratura. Stabiliremo una piattaforma di discussione che si ponga in alternativa alla cultura cosiddetta ufficiale. La nostra scelta consisterà nell’avvalorare, attraverso la proposta di racconti (anche scritti da aspiranti scrittori), di recensioni, di dibattiti, di reportage e di interviste, un ritorno alla partecipazione sociale e politica della scrittura, senza per questo rinunciare alla letteratura.

Si tratterà di riconquistare uno spazio perduto. Purtroppo, uno spazio sulla carta geografica dell’editoria non è una zona vuota. E’ un territorio occupato a colpi di denaro e di alta produttività a scapito del pensiero. Consiste nella visibilità, per ottenere la quale occorrono mezzi adeguati. Di questo siamo consapevoli e malgrado i problemi pesantemente reali, nel nostro immaginario campeggia la speranza di vedere crescere tante realtà autonome, simili, nelle intenzioni, alla nostra rivista. Identità indipendenti con un fine comune. Identità con le quali magari poterci confrontare facendo correre il pensiero a tutto vantaggio dei lettori che ci seguiranno. In fondo, la libertà esiste solamente quando viene data possibilità di scelta. Ma la scelta è possibile se esiste alternativa. E quando non esiste, non ce n’è: occorre crearla.

 

Walter G. Pozzi e Giovanna Cracco
febbraio 2007

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