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Presentazione della rivista (pag. 2 di 4)

Siamo convinti che un progetto editoriale, per il fatto di rientrare nel dominio della parola, è sempre un progetto politico. E lo è sin nei messaggi meno facilmente interpretabili per un occhio estraneo ai sottili meccanismi del sistema editoriale moderno. Come la scelta di bandire un premio letterario per racconti gialli, in un momento in cui il marketing impone il giallo o, per fare un esempio ancora più insospettabile, la scelta del romanzo da recensire in una rubrica letteraria. Da parecchi anni, ormai, la recensione, anche quando a firma dei critici più accreditati, ha smesso di rappresentare una proposta culturale, per assumere una valenza commerciale. Il che non rappresenterebbe un problema, se non venisse spudoratamente inserita nella pagina culturale. In ogni caso l’atto assume un valore politico poiché incide sulla cultura di un paese; assume un valore politico nel momento stesso in cui parifica, nei significati, la letteratura alla televisione o a un evento sportivo.

Sicuramente in Italia non si può più parlare di veri editori; di qualcuno in grado di mediare la necessità di fare andare le rotative e al contempo garantire una buona e continuativa qualità letteraria. I cataloghi delle industrie editoriali sono un povero minestrone, lontano da qualunque criterio di coerenza e distante anni luce per spessore culturale dalle idee fondatrici dei marchi dietro ai quali nascondono la loro pochezza. Esistono, certamente, alcune piccole realtà indipendenti; invisibili, oneste, poco protette e minuscole case editrici, costrette dalla grande industria a un’impari lotta su grandi numeri che le sta lentamente soffocando. Incattivite dalla continua mancanza di soldi e dalla crescente invisibilità cui sono relegate, sovente simili realtà esprimono uno strenuo desiderio di sopravvivenza che talvolta sfiora l’accanimento terapeutico. Ed è un peccato, dal momento che nei loro cataloghi, non di rado si nascondono romanzi di elevato valore culturale.

Oramai la produzione letteraria è totalmente concentrata nelle mani di grandi gruppi editoriali regolati all’interno da logiche manageriali; il che è un problema, perché in campo editoriale, quando si parla di produzione si chiamano in causa le infrastrutture culturali di un popolo.

Si sa che le industrie si muovono sul mercato alla ricerca del profitto, ma nessuno sembra riflettere sul fatto che, nel caso della letteratura, ciò significa delegare la produzione culturale al fatalismo e al contingente; esattamente come una mucca defeca per liberarsi e non per concimare. Senonché, la mucca è inconsapevolmente più onesta perché, lo voglia o meno, finisce inevitabilmente per concimare, mentre, al contrario, la tensione al guadagno attraverso la retorica del largo consenso, va a scapito della complessità del pensiero.

Un tempo la scelta dei romanzi competeva ai redattori, i quali a loro volta erano spesso scrittori pubblicati nel catalogo dell’editore per il quale lavoravano. Di conseguenza, non avevano alcun interesse a mescolare i loro romanzi con opere di discutibile qualità. Che la si chiami orgoglio di appartenenza, snobismo, o, più semplicemente, supponenza, (se non la si vuole definire amore per la letteratura) una simile dinamica garantiva una forza alla narrativa di valore qualitativo. Oggi potremmo dire, con un pizzico di nostalgia, che le garantiva l’esistenza.

È inevitabile che il commercio, nelle mani dei manager, finisca, nella telefonia come nell’arte, per assestarsi nel dominio del superfluo. E in libreria, i consumatori non vengono cercati tra i lettori veri, bensì tra chi acquista un prodotto soltanto perché se ne parla o perché visto in vetrina.

I manager editoriali sostengono essere questa la massima concretezza democratica possibile, dal momento che a scegliere la linea di produzione sarebbe la gente stessa. E, con questo pensiero infantile, dimenticano (o fingono di dimenticare o, peggio, non sanno) che il ricatto implicito in una simile dinamica, finisce per distruggere la creatività. Nel momento in cui l’autore viene mosso dal gusto del lettore, il suo pensiero cade verso il basso e abiura i valori culturali a vantaggio, ancora tutto da dimostrare, di quelli del consumo.

 

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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