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Ei purtava i scarp del tennis
La povertà in Italia

di Giovanna Baer
Fenomeno socialmente condizionato, l’8% della popolazione vive nell’indigenza assoluta e il 14% in povertà relativa: ultimi della classifica, gli homeless

Milano, Porta Ticinese, mezzanotte. A due passi dai Navigli, dalla nuova Darsena, dalla Milano dell’Expo. Sotto i portici dove una volta c’era una banca, cumuli di stracci e cartone, perpendicolari al muro, ben distanziati come tombe. Che sono esseri umani e non rifiuti in attesa della raccolta differenziata te lo dice soltanto l’istinto, e a volte il rantolo di un respiro, perché di loro non vedi nulla, né testa, né braccia, né gambe. Sono tanti, troppi, un cimitero di vivi, che non si parlano e non si toccano, nemmeno per scaldarsi. Di giorno scompaiono chissà dove, non ce n’è traccia fra le vetrine scintillanti, sulle rive dei canali, e nemmeno nei dibattiti televisivi. Ma ogni notte ricompaiono, col tempo bello e con quello brutto, discretamente, quando la gente perbene già dorme. Li chiamano homeless, clochard, barboni, e sono i più poveri fra i poveri: quelli che una casa non ce l’hanno.


Povertà assoluta, povertà relativa e disuguaglianza
La povertà corrisponde a una condizione di vulnerabilità economico-sociale in ragione della quale un individuo può accedere in modo limitato a beni e servizi sociali d’importanza vitale, e costituisce la principale causa di esclusione sociale e di emarginazione. Le scienze sociali utilizzano diverse definizioni di povertà: la povertà assoluta consiste nella mancanza di risorse sufficienti al consumo di un certo insieme di beni e servizi (inseriti in uno specifico paniere) che soddisfano le necessità essenziali (per esempio cibo, alloggio, abbigliamento, assistenza medica, ecc.): di conseguenza, vengono definite ‘povere’ le famiglie le cui disponibilità economiche non raggiungono questa soglia minima, che varia a seconda della numerosità del nucleo.

Tuttavia, per valutare la condizione di un singolo individuo, o di una singola famiglia, si deve tener conto anche del livello generale di benessere della comunità nella quale il singolo (o la famiglia) è inserito, perché la povertà è quel che si dice un fenomeno ‘socialmente condizionato’; il concetto di povertà relativa tiene conto di questo aspetto utilizzando un indice statistico di posizione (solitamente la media o la mediana), al di sotto del quale ricadono i redditi dei ‘relativamente poveri’, ossia di coloro che conducono uno stile di vita peggiore dello standard della collettività cui appartengono.

La povertà relativa è strettamente legata alla definizione di disuguaglianza, nel senso che la condizione di un individuo povero inserito in una comunità in cui nessuno dispone delle risorse per soddisfare i bisogni essenziali è molto diversa da quella di un individuo che ha il necessario per vivere, ma si trova all’interno di una società in cui alcuni consumano molto e altri pochissimo. Nel primo caso, dove tutti sono poveri in senso assoluto, nessuno lo è in senso relativo, perciò non vi sono condizioni di disuguaglianza; nel secondo caso, pur non essendoci povertà in senso assoluto (poiché i bisogni essenziali sono soddisfatti), vi è un’elevata povertà relativa, e di conseguenza un alto tasso di disuguaglianza sociale.

Secondo gli ultimi numeri distribuiti dall’Istat (1), oggi in Italia 4,6 milioni di persone (1,58 milioni di famiglie), corrispondenti a circa l’8% della popolazione, vivono nell’indigenza assoluta. Il dato è il peggiore dal 2005, e mentre l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative, cresce invece quella misurata in termini di persone. Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con quattro componenti (da 6,7% del 2014 a 9,5), soprattutto tra le coppie con due figli (da 5,9% a 8,6) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4% a 28,3).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%), soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24 a 32,1%), ma i segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nelle aree metropolitane (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6 a 7,5%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce invece all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4%, è quello delle famiglie con persona di riferimento più vecchia di 64 anni) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).

La probabilità di essere poveri è cresciuta soprattutto tra chi si trova ai margini del mercato del lavoro, come i giovani e coloro che sono in cerca di occupazione, ma sempre più spesso anche chi un impiego ce l’ha non è al sicuro da ristrettezze e immiserimenti: l’incidenza della povertà assoluta si è ampliata infatti tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%), perché i pensionati in genere possono contare su un reddito dignitoso e certo.

Anche la povertà relativa risulta stabile in termini di famiglie, mentre aumenta in termini di persone: il problema della disuguaglianza riguarda oggi 8,3 milioni di individui, pari al 13,7% dei residenti (erano il 12,9% nel 2014). Analogamente a quanto segnalato per l’indigenza assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, tra le famiglie con persona di riferimento operaio (18,1% dal 15,5 del 2014) o di età compresa fra i 45 e i 54 anni (11,9% dal 10,2 del 2014). Peggiorano le condizioni delle famiglie con membri aggregati (23,4% contro il 19,2 del 2014) e di quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (29% dal 23,9 del 2014), soprattutto nel Mezzogiorno (38,2% dal 29,5 del 2014), dove risultano relativamente povere quasi quattro famiglie su dieci.

E se il confronto fra i nuovi dati e quelli del 2014 è negativo, quello con i dati del 2005 ha del terrificante, perché non solo le persone in povertà assoluta sul territorio nazionale sono cresciute del 141% (al Nord addirittura del 300%), ma la condizione di indigenza, secondo altri indicatori, potrebbe coinvolgere ancora più persone: per esempio il 38,6% delle famiglie, che non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005), o quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione (in aumento del 65%), oppure quelle che non consumano pasti proteici almeno tre volte a settimana (in rialzo dell’81%).


La homelessness
All’interno di chi si trova in condizioni di povertà assoluta, la situazione più grave è quella che nei Paesi anglosassoni viene definita homelessness e che rappresenta un fenomeno sociale complesso, dinamico e multiforme, “che non si esaurisce nella sola sfera dei bisogni primari ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo” (2).

La traduzione italiana più diffusa per homeless è il termine persona senza dimora, dove per dimora si intende “un luogo stabile, personale, riservato e intimo, nel quale la persona possa esprimere liberamente e in condizioni di dignità e sicurezza il proprio sé, fisico ed esistenziale” (3). L’espressione differisce da un termine di uso abituale per definire il medesimo fenomeno, persona senza fissa dimora, la quale ha una specifica connotazione burocratico-amministrativa e indica la condizione di una persona che, non potendo dichiarare un domicilio abituale, è priva di iscrizione anagrafica o ne possiede soltanto una fittizia.

La fattispecie, per legge, si applica principalmente a categorie come nomadi, girovaghi, commercianti ambulanti e giostrai, che condividono con le persone senza dimora la mancanza di una residenza e di un domicilio stabili, ma non necessariamente vivono la condizione di deprivazione tipica delle persone senza dimora. Ciò che connota le persone senza dimora è infatti una situazione di disagio abitativo, più o meno grave, che è parte determinante di una più ampia situazione di povertà estrema. Dal punto di vista delle politiche e dell’intervento sociale, in tale situazione è presente “un bisogno indifferibile e urgente, tale da compromettere, se non soddisfatto, la sopravvivenza della persona secondo standard di dignità minimi” (4).

Definire la homelessness in modo omogeneo, uniforme e convincente è sempre stato un problema per i Paesi occidentali. FEANTSA (la federazione europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora) ha sviluppato negli ultimi anni la classificazione ETHOS (European Typology on Homelessness and Housing Exclusion), acronimo inglese traducibile con “Tipologia europea sulla condizione di senza dimora e sull’esclusione abitativa”, che rappresenta il punto di riferimento maggiormente condiviso a livello internazionale (5) e che si basa sull’elemento oggettivo della disponibilità o meno di un alloggio e del tipo di alloggio di cui si dispone.

Attraverso l’assunzione dell’abitare come condizione imprescindibile per l’inclusione sociale, ETHOS si pone dal un lato l’obiettivo di chiarire i percorsi e i processi che conducono all’esclusione abitativa, dall’altra di offrire una definizione concettuale misurabile, comune ai vari Paesi europei, e che può essere aggiornata annualmente per tenere conto delle evoluzioni del fenomeno. La griglia definitoria di ETHOS individua diverse situazioni di disagio abitativo, raggruppate per intensità, in quattro macro-categorie concettuali (senza tetto, senza casa, sistemazione insicura, sistemazione inadeguata), dettagliate poi attraverso le categorie operative che classificano le persone senza dimora e in grave marginalità in riferimento alla loro condizione abitativa.


Chi sono le persone senza dimora
Secondo le Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, le persone senza dimora sono riconducibili a uno dei seguenti profili. Persone senza un valido titolo di soggiorno sul territorio nazionale: sebbene in Italia esista il reato di clandestinità (le persone senza permesso di soggiorno dovrebbero essere arrestate), il diritto internazionale umanitario e le convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese portano Governo e Regioni ad affermare che è dovere delle istituzioni farsi carico anche di queste situazioni. Inoltre, “ignorare queste situazioni crea gravi problematiche di salute e di sicurezza pubblica producendo un aggravio dei costi degli interventi e acuendo la percezione sociale diffusa di insicurezza e disordine”.

Profughi e richiedenti asilo: in linea teorica, profughi e richiedenti asilo non dovrebbero far parte del popolo degli homeless. Durante l’attesa per il riconoscimento dello status giuridico di rifugiato, è possibile ottenere un permesso di soggiorno valido per attività lavorativa ed essere accolto nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), o nello Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati). Nel caso di un avvenuto diniego della richiesta di asilo, lo straniero può presentare ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale.

Donne senza dimora: per le donne la vita di strada è particolarmente drammatica, innanzitutto perché questa condizione le espone alla violenza, e secondariamente per i problemi igienico-sanitari specifici della fisiologia femminile (sia l’igiene quotidiana che l’igiene specifica durante il periodo mestruale diventano problemi insormontabili che esitano in problemi ginecologici importanti): “Tutto questo senza considerare gli aspetti di stigmatizzazione per la rottura con un sé sociale che porta le donne a vivere come una devastante sofferenza la perdita di una situazione alloggiativa, la perdita del riconoscimento del ruolo che da sempre le è riconosciuto di garante della tenuta di una situazione famigliare stabile, rispetto in particolare alla cura della casa e dei figli, ruolo che è ancestralmente ancorato alla donna” (6).

La condizione di homelessness è particolarmente drammatica per le madri: la separazione dai figli è una delle esperienze più frequenti, e al contempo una delle più laceranti per queste donne, e costituisce un trauma che non trova possibilità di recupero.

Giovani senza dimora: l’aumento della grave emarginazione in questa categoria (soprattutto nei grandi centri urbani) è un fenomeno che preoccupa seriamente gli operatori sociali. “Un numero sempre maggiore di giovani in età compresa fra i 18 e i 25 anni si trova privo di un sostegno familiare e di una rete sociale solida, privo di mezzi di sostentamento (per la difficoltà a reperire un impiego dovuta alla congiuntura economica attuale e anche a un livello di istruzione mediamente basso), in un isolamento che li conduce a vivere l’esperienza della strada. Quale che sia la motivazione che li ha portati alla vita in strada, non è pensabile inserire ragazzi, che pur si trovano in una situazione di grave marginalità, in circuiti legati all’homelessness, e nel momento in cui vi si trovano loro malgrado inseriti, diventa importante farli uscire quanto prima” (7).

Infatti, con la permanenza in strutture dedicate alle persone senza dimora e nel contatto stretto e quotidiano con chi ne usufruisce, i ragazzi tendono ad attivare meccanismi adattivi che li portano ad assumere i comportamenti tipici dell’esclusione sociale. Di conseguenza “l’ambiente
dedicato alla grave marginalità può disincentivare l’attivazione delle proprie risorse, che, per la giovane età e per quanto compromesse, sono comunque vitali e riattivabili più facilmente che in soggetti in cui il periodo prolungato di vita sulla strada ha stratificato abitudini e schemi mentali tipici della stessa” (8).

All’interno di questa categoria la situazione peggiore è quella dei giovani immigrati, per i quali la condizione di isolamento, solitudine, mancanza di possibilità di reinserimento in una situazione famigliare o amicale positiva assume una particolare rilevanza.

Le persone senza dimora con più di 65 anni: il problema per gli anziani che vivono in strada e che non possono più soggiornare nei dormitori (per raggiunti limiti di età), ricade in quello più generale delle persone anziane che non possono continuare a vivere sole presso il proprio domicilio, e prevede l’utilizzo di forme abitative stabili e in vario grado assistite.

Le persone senza dimora con problemi di salute fisica, psichica e di dipendenza: l’incidenza della malattia fisica e mentale e dell’abuso di sostanze – fino alla dipendenza grave – nella popolazione homeless è quasi doppia rispetto alla popolazione generale, come evidenziano molti studi attuati a livello nazionale e internazionale. Una ricerca effettuata nel 2014 in Gran Bretagna e che ha coinvolto 2.590 soggetti senza dimora (9) ha rilevato che il 73% degli intervistati riferisce sintomi di natura fisica e il 41% li accusa da diverso tempo; che il 35% di loro è stato portato almeno una volta in pronto soccorso negli ultimi sei mesi e che, nello stesso periodo, il 26% è stato ricoverato in ospedale per un periodo più o meno lungo.

Inoltre, l’80% del campione riferisce qualche forma di disturbo mentale, il 45% ha ricevuto la diagnosi di malattia mentale da parte di uno specialista, il 39% assume sostanze stupefacenti o è stato ricoverato per le conseguenze di un abuso, e infine il 27% è stato ricoverato almeno una volta per cause legate all’abuso alcolico. D’altra parte, il sondaggio ha evidenziato anche come questi soggetti non ricevano l’aiuto di cui hanno disperatamente bisogno: il 15% di coloro che soffrono di problemi di salute di natura fisica non riceve le cure necessarie, mentre il 17,5% di quanti soffrono di malattie mentali e il 16,7% degli alcolizzati ha dichiarato di desiderare qualche forma di supporto, ma di non riceverne nessuna.

Di fatto non vengono quasi mai attuati interventi sulle determinanti sociali (per esempio le condizioni igieniche e ambientali, il contesto relazionale, la casa, il lavoro, l’accesso ai servizi, la disponibilità di denaro, ecc.) della malattia fisica e mentale che potrebbero evitare nei soggetti vulnerabili nuovi esordi della malattia, un aggravamento dei disturbi esistenti o l’insorgere di nuove patologie. Inoltre la condizione di homelessness aumenta i tassi di malattia respiratoria nonché il rischio di malattie infettive, mentre la ricca disponibilità di droghe e alcolici scadenti che la vita di strada e la vita ai limiti della legalità offrono a coloro che non hanno dimora aumenta la pericolosità del consumo delle sostanze psicotrope.

“Tra gli italiani si rilevano maggiormente i casi di soggetti con patologie psicotiche molto gravi che durano da anni e che spesso non sono mai state trattate da specialisti. Per quanto riguarda gli immigrati (specie richiedenti asilo) è conosciuta la situazione di soggetti gravemente traumatizzati da condizione di tortura subita, di guerra vissuta o di esperienza drammatica dell’uccisione dei propri familiari davanti agli occhi in modo brutale – è il caso dei numerosi soggetti che sbarcano sulle coste della nostra penisola – che possono sviluppare importanti reazioni psichiche (che la psichiatria definisce Disturbo Post Traumatico da Stress o DPTS) che si aggravano ulteriormente quando si presentano occasioni, anche lievi, di riedizione del trauma subito. Così può capitare che un soggetto che ha resistito per anni a una condizione di tortura abbia poi un crollo psichico nel nostro Paese se viene guardato con sospetto da soggetti in divisa o se viene strattonato, o se si sente isolato e soffre la lontananza dei familiari. Traumi apparentemente banali fungono da detonatore e ‘risvegliano’ la sofferenza relativa a fatti ben più gravi” (10).

Persone senza dimora che subiscono discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere: in Italia il genere e l’orientamento sessuale delle persone senza dimora sono variabili ancora poco studiate, ma appaiono fortemente significative in tutte le ricerche nazionali e internazionali svolte (negli Usa si stima che tra i giovani homeless una percentuale almeno del 30% sia costituita da lesbiche, gay, bi o transessuali). Le problematiche specifiche sono ovviamente collegate alla discriminazione e allo stigma (aggressioni verbali o fisiche, rifiuti nelle richieste di lavoro, senso di inferiorità, difficoltà a formulare richieste d’aiuto). Se molto spesso già la povertà in sé è oggetto di stigma, il vivere in un contesto culturale che discrimina genere o orientamento sessuale moltiplica il problema.


I numeri
Nel dicembre 2015 l’Istat, il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (Fio.PSD) e la Caritas italiana hanno presentato la Seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema (11). L’analisi, condotta nel 2014 (e che intende aggiornare i dati della prima indagine, condotta nel 2011), stima siano più di 50.000 le persone che nei mesi di novembre e dicembre hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine.

La cifra corrisponde al 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati e il valore è in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (circa 48.000 persone). Il gruppo osservato include tuttavia anche individui non iscritti in anagrafe e/o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare: in particolare circa i due terzi delle persone senza dimora (il 68,7%) hanno dichiarato di essere iscritte all’anagrafe di un comune italiano, ma il valore scende al 48,1% tra i cittadini stranieri e sale al 97,2% tra i cittadini italiani. La quota di persone senza dimora che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7 al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7 all’11,1%).

Rispetto al 2011, vengono confermate anche le principali caratteristiche delle persone senza dimora: si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%) – anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44%) – o con basso titolo di studio (solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore). Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo (da
72,9 a 76,5%), e diminuisce quella di chi vive con un partner o un figlio (dall’8 al 6%); poco più della metà (il 51%) dichiara di non essersi mai sposato.

Anche la durata della condizione di senza dimora si allunga rispetto al 2011: diminuiscono, dal 28,5 al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi (si dimezzano quanti lo sono da meno di un mese), mentre aumentano le percentuali di chi lo è da più di due anni (dal 27,4 al 41,1%) e di chi lo è da oltre quattro anni (dal 16 sale al 21,4%).

Analogamente a quanto già osservato con la precedente indagine, la maggior parte delle persone senza dimora che usano i servizi a loro dedicati vive nel nord del Paese (38% nel Nord-ovest e 18% nel Nord-est), oltre un quinto (23,7%) al Centro e solo il 20,3% vive nel Mezzogiorno (11,1% nel Sud e 9,2% nelle Isole). Il risultato è fortemente legato all’offerta dei servizi sul territorio e alla concentrazione della popolazione nei grandi centri. Più di un terzo dei servizi (35,2%) ha sede nel Nord-ovest, un quarto (24,1%) nel Nord-est, mentre il 19,1% è localizzato al Centro. La parte rimanente opera nel Sud e nelle Isole, rispettivamente con quote pari al 15,1% e al 6,5%.Milano e Roma accolgono ben il 38,9% delle persone senza dimora: 23,7% nel capoluogo lombardo, una quota in leggera flessione (da 27,5 del 2011 a 23,7% del 2014) e 15,2% nella capitale. Palermo è il terzo comune dove vive il maggior numero di persone senza dimora (il 5,7%, in calo rispetto all’8% del 2011), seguono Firenze (3,9%), Torino (3,4%), Napoli (3,1%, in aumento rispetto all’1,9% del 2011) e Bologna (2%).

Nel 2014, sono stati 768 i servizi di mensa e accoglienza notturna per le persone senza dimora nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta la rilevazione. Rispetto al 2011, il numero è diminuito del 4,2%: i servizi di mensa passano da 328 a 315 e le accoglienze notturne da 474 a 453. Tuttavia, se si considerano le prestazioni (pranzi, cene, posti letto) mensilmente erogate si osserva un aumento del 15,4% (da 749.676 a 864.772), soprattutto per le mense, dove l’aumento è stato pari a circa il 22% (da 402.006 a 489.255). Ne deriva che, complessivamente, i servizi attivi nel 2014 erogano, in media, più prestazioni di quelli che erano attivi nel 2011: da 1.226 pasti a 1.553 per le mense e da 733 posti letto a 829 per le accoglienze notturne.


I diritti delle persone senza dimora
Le persone senza dimora hanno i medesimi diritti, doveri e potestà di ogni altro cittadino, e l’ordinamento italiano non prevede diritti o interessi legittimi o doveri specifici per chi si trovi in condizioni di homelessness. In effetti il problema principale non è definire quali siano i diritti delle persone senza dimora, ma rimuovere le barriere specifiche che impediscono loro l’accesso ai diritti fondamentali garantiti a tutti, e in primo luogo al diritto alla residenza.

L’iscrizione anagrafica in un comune italiano, che è la chiave per accedere a ogni altro diritto, servizio e prestazione pubblica sul territorio nazionale, è stata in passato negata alle persone senza dimora in moltissimi comuni italiani. Tuttavia oggi il diritto alla residenza è pienamente esercitabile anche per gli homeless, a patto di applicare correttamente le norme e le prassi relative. Il concetto giuridico di residenza trova le sue basi nell’art. 43 del Codice Civile, che recita: “Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi. La residenza è nel luogo in cui la persona ha la dimora abituale”. La Corte di Cassazione (12) ha stabilito che per “affari e interessi” si devono intendere “tutti i rapporti e tutte le relazioni di qualsiasi natura, personali, sociali, familiari, economiche e morali, aventi per oggetto interessi di ogni genere”. Questa definizione molto ampia include anche le situazioni estreme, come quelle delle persone senza dimora, che spesso hanno relazioni deboli con il luogo nel quale eleggono il domicilio.

L’ordinamento giuridico prevede una norma specifica per la residenza anagrafica delle persone senza dimora (13), la quale stabilisce che “la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel Comune ove ha il domicilio, e in mancanza di questo nel Comune di nascita”. L’elezione del domicilio, nell’accezione ampia prevista dalla Cassazione, è dunque un elemento sufficiente perché una persona senza dimora possa ottenere dal comune in cui ‘gravita’ la residenza anagrafica: “Il non riconoscimento di questo diritto da parte di molti Comuni, in violazione della normativa vigente, oltre a non consentire un diritto di piena cittadinanza alle persone senza dimora, rende complicato o, più spesso, impossibile l’accesso ai servizi assistenziali e sanitari e l’esigibilità degli stessi da parte di questo specifico target di utenza” (14).

Il concetto è stato ulteriormente ribadito da una circolare del Ministero degli Interni (15), che definisce “contraria alla legge e lesiva dei diritti dei cittadini” qualsiasi richiesta di documentazione supplementare, non solo per le ragioni sopra citate, ma anche perché essa costituirebbe una chiara violazione dell’art. 16 della Costituzione, limitando la libertà, riconosciuta a qualsiasi cittadino, di spostamento e stabilimento sul territorio nazionale.

Fra i diritti negati alle persone senza dimora (e spesso anche a molte altre categorie di persone), ricadono inoltre il diritto all’alloggio, cui sono collegati altri diritti, per esempio il diritto alla salute (basti pensare com’è difficile curare malattie anche banali – una comune influenza invernale – dormendo per strada), e il diritto alla vita, alla sopravvivenza e all’integrità fisica: “Essendo accertato che la vita in strada conduce in molti casi alla morte prematura, elementari ragioni di diritto umanitario rendono evidente, anche sotto il profilo giuridico, che anche tali persone dovrebbero poter accedere, a prescindere dal loro status legale, a servizi di base per la protezione della vita e la sopravvivenza, specie quando quest’ultima sia messa particolarmente a rischio da obiettive condizioni esterne di pericolo (freddo, catastrofi ecc.)” (16).


L’approccio housing first
Storicamente la gestione del problema homelessness in Italia è consistita nella ricerca di un percorso a gradini che, a partire dal tamponamento dell’emergenza, avrebbe dovuto portare le persone gravemente emarginate a conquistare un reddito decoroso e stabile e – di conseguenza – un alloggio adeguato. Tuttavia, sulla scia delle sperimentazioni avvenute nei Paesi anglosassoni a partire dal progetto Pathways to housing (un modello d’intervento creato da Sam Tsemberis negli anni Novanta a New York), si sono diffusi i modelli housing first (i cui protocolli scientifici sono ormai validati a livello internazionale) che capovolgono l’approccio al problema, teorizzando che solo l’accesso a una abitazione stabile, sicura e confortevole possa generare benessere nelle persone che hanno vissuto a lungo un grave disagio, e di conseguenza che per le persone senza dimora la casa sia il primo passo da cui partire nel percorso di integrazione.

Il modello si basa su due principi fondamentali: il rapid re-housing (la casa prima di tutto, come diritto umano di base) e il case management (la presa in carico della persona da parte dei servizi socio-sanitari): il sistema di intervento prevede dunque l’ingresso diretto della persona (o del nucleo familiare) in un appartamento e il supporto di una équipe multidisciplinare che permetta un percorso di riconquista dell’autonomia e del benessere psicofisico.

In questo paradigma la ricerca e la scelta degli alloggi riveste un’importanza fondamentale: reinserire le persone senza dimora in una dimensione sociale sana non significa ghettizzarle in conglomerati destinati alla loro accoglienza. Non solo è necessario che gli appartamenti selezionati siano disseminati sul territorio, ma anche che le équipe dei programmi di housing first si attivino per gestire le relazioni con i proprietari degli immobili, facilitare i rapporti con i vicini e sostenere i partecipanti nella conoscenza del quartiere, accompagnandoli quando escono dalle proprie case e aiutandoli a identificare i possibili luoghi di relazione presenti in zona (per esempio le associazioni di volontariato, le palestre e i luoghi deputati al tempo libero), affinché essi riescano a creare nuove reti sociali, trasformandosi da utenti in veri e propri cittadini.

L’adozione del modello housing first implica tuttavia “la necessità di fare delle politiche sociali un
nodo di collegamento per una più ampia strategia di contrasto alla grave emarginazione e, più in generale, alla povertà che integri in rete le diverse competenze sia a livello nazionale che a livello locale ma soprattutto fra i diversi settori che compongono le politiche (salute, casa, istruzione, formazione, lavoro, ordine pubblico, amministrazione della giustizia, ecc.)” (17). Il che, quando non si riesce nemmeno a esprimere chiare politiche individuali, sembra francamente solo un altro bel sogno.


Giovanna Baer

 

 

1) Cfr. La povertà in Italia, anno 2015, pubblicazione del 14 luglio 2016, https://www.istat.it/it/archivio/189188
2) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, accordo tra il Governo, le Regioni, le Province Autonome e le Autonomie locali in sede di Conferenza Unificata del 5 novembre 2015, disponibile all’indirizzo http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2016/04/linee_indirizzo.pdf
3) Ibidem
4) Ibidem
5) Si veda per esempio Kate Amore, Michael Baker e Philippa Howden-Chapman, The ETHOS Definition and Classification of Homelessness: An Analysis, all’indirizzo http://www.feantsaresearch.org/IMG/pdf/article-1-3.pdf
6) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, cit.
7) Ibidem
8) Ibidem
9) The unhealthy state of homelessness. Health audit results, disponibile all’indirizzo http://www.homeless.org.uk/facts/our-research/homelessness-and-health-research
10) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, cit.
11) http://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2015/12/Lepersone-senza-dimora-10_dic_2015-Testo-integrale.pdf
12) Sentenza 7750 del 20 luglio 1999, Corte di Cassazione, Sezione II
13) Articolo 2, comma 3 della legge 1228 del 24 dicembre 1954, nota come ‘Legge anagrafica’
14) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, cit.
15) Circolare n. 8 del 29 maggio 1995
16) Linee di Indirizzo per il Contrasto alla Grave Emarginazione Adulta in Italia, cit.
17 ) Ibidem

 

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