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Numero 4, ottobre - novembre 2007

 

Polemos

 

Il popolo delle scimmie

di Antonio Gramsci

 

Sta passando sotto silenzio l’anno gramsciano. Segno dei tempi; di giorni in cui qualunque pensiero che sappia di comunismo diventa tabù.
Sin dalla sua nascita, PaginaUno ha segnalato la necessità di recuperare, come fondamentale chiave di lettura della società italiana e, perché no, del mondo post 11 settembre, il pensiero di alcuni autori scomodi e oramai dimenticati dalla politica. Inutile negare che tra questi figurino Karl Marx (soprattutto l’analisi dei fatti e della storia secondo struttura/sovrastruttura), il pensiero della Scuola di Francoforte e, va da sé, Antonio Gramsci.
In questo numero, abbiamo scelto di pubblicare un saggio apparso su Ordine Nuovo nel 1921 intitolato Il popolo delle scimmie.
Leggendolo sarà curioso constatare quanto il pensiero di Antonio Gramsci grondi attualità; e quanto triste, di conseguenza, sia l’oblio, nel quale il nascituro Partito Democratico, il nuovo schieramento di centrosinistra (finalmente si potrà eliminare l’ambiguo trattino d’unione che tanta confusione ha generato nell’elettorato di sinistra), oggi seppellisce tale pensiero, e diventa un povero orfanello. Una drammatica operazione-dimenticanza in atto sin dagli anni Ottanta che, se da un lato ha condotto il pensiero politico alla morte, dall’altro ha contribuito al selvaggio impoverimento del mondo della letteratura (critica inclusa), dell’informazione e dell’editoria. Anche perché il materialismo storico e la chiave di lettura della società consegnataci da Marx – grazie ai quali, piaccia o meno, i conti sono sempre tornati – non sono stati sostituiti da alcun pensiero, a meno di considerare tale l’ideologia neoliberista.
Oggi non si capisce più secondo quale criterio un giornalista legga i fatti, in base a quale chiave di lettura un critico analizzi un romanzo, né il punto di vista attraverso cui gli scrittori costruiscano lo sfondo delle loro storie.
Una mancanza di riferimenti culturali che ha creato un ribaltamento delle logiche narrative: mentre una volta i romanzieri inventavano una vicenda per raccontare il mondo, oggi si limitano a inventare (nemmeno con molta fantasia) una storia e basta. Così, la letteratura è diventata inutile. Sono infatti rimasti in pochi gli scrittori che considerano la letteratura una forma di conoscenza, e pochi sono i lettori che chiedono al romanzo di insegnare loro qualcosa del mondo in cui vivono.
Detto questo, parlare della crisi della sinistra è comunque attività oziosa, nel momento in cui questa, scientemente, decide di sbarazzarsi dei propri riferimenti intellettuali. Non si tratta dello spirito dei tempi o di chissà quale negativa congiunzione astrale. Ciò che sta accadendo in Italia – l’ondata di ritorno dell’ignoranza, nel tessuto sociale italiano, che impedisce agli individui di comprendere le logiche nascoste dietro le scelte politiche che li relegano a un destino sempre più precario – è in realtà un atto fortemente voluto dalle forze che dovrebbero costituire un’antitesi parlamentare; è lampante rivelatore dell’esistenza di impellenti interessi superiori, per realizzare i quali è indispensabile annientare il dissenso politico e che la sinistra (unica forza politica storicamente in grado di creare coscienza critica in ampi strati della popolazione) non sia più tale.
Da un punto di vista culturale, le responsabilità dei partiti della sinistra sono di gran lunga maggiori di quelle attribuibili a Berlusconi, al suo odio per l’intelligenza e per la cultura. La destra italiana (tradizionalmente più fascista che conservatrice) ha un alibi nel non avere mai creato un vero pensiero cui fare riferimento, che non fosse la presa del potere e la conservazione dei privilegi di pochi. Come avrebbero altrimenti potuto convivere, se così non fosse, i biechi interessi personali di un affarista come Berlusconi, il nazionalismo fascistoide di Alleanza Nazionale, e il federalismo razzista della Lega?
L’articolo di Antonio Gramsci, qui sotto, parla di tutto questo. Basta cambiare i protagonisti della sua riflessione, assumere gli attori dell’attuale panorama sociale, e il gioco è fatto.

da "L'Ordine Nuovo", 2 gennaio 1921

Il fascismo è stata l'ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole fine dell'avventura fiumana è l'ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l'episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell'ultimo decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo socialista. La piccola borghesia si incrosta nell'istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull'Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.
Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l'unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l'azione diretta, è la pressione dall'esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere, per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza.
Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l'intelligenza, tutta l'intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d'opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l'idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di sindacalismo nazionale. L'azione diretta delle masse nei giorni 2-3 dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali contro i deputati socialisti, pone un freno all'attività politica della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla guerra.
L'avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente che la base solida dell'organizzazione è la diretta difesa della proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l'istituto parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti, i fondamentali sostegni dello Stato: l'esercito, la polizia, la magistratura.
Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso (l'unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall'incapacità organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà, lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo, lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria, abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo delle scimmie, della piccola borghesia.
La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce, in sempre più larga scala, la violenza privata all'autorità della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.

 

Antonio Gramsci


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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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