| Sta passando sotto silenzio l’anno
gramsciano. Segno dei tempi; di giorni in cui qualunque pensiero che
sappia di comunismo diventa tabù.
Sin dalla sua nascita, PaginaUno ha segnalato la necessità di
recuperare, come fondamentale chiave di lettura della società
italiana e, perché no, del mondo post 11 settembre, il pensiero
di alcuni autori scomodi e oramai dimenticati dalla politica. Inutile
negare che tra questi figurino Karl Marx (soprattutto l’analisi
dei fatti e della storia secondo struttura/sovrastruttura), il pensiero
della Scuola di Francoforte e, va da sé, Antonio Gramsci.
In questo numero, abbiamo scelto di pubblicare un saggio apparso su
Ordine Nuovo nel 1921 intitolato Il popolo delle scimmie.
Leggendolo sarà curioso constatare quanto il pensiero di Antonio
Gramsci grondi attualità; e quanto triste, di conseguenza, sia
l’oblio, nel quale il nascituro Partito Democratico, il nuovo
schieramento di centrosinistra (finalmente si potrà eliminare
l’ambiguo trattino d’unione che tanta confusione ha generato
nell’elettorato di sinistra), oggi seppellisce tale pensiero,
e diventa un povero orfanello. Una drammatica operazione-dimenticanza
in atto sin dagli anni Ottanta che, se da un lato ha condotto il pensiero
politico alla morte, dall’altro ha contribuito al selvaggio impoverimento
del mondo della letteratura (critica inclusa), dell’informazione
e dell’editoria. Anche perché il materialismo storico e
la chiave di lettura della società consegnataci da Marx –
grazie ai quali, piaccia o meno, i conti sono sempre tornati –
non sono stati sostituiti da alcun pensiero, a meno di considerare tale
l’ideologia neoliberista.
Oggi non si capisce più secondo quale criterio un giornalista
legga i fatti, in base a quale chiave di lettura un critico analizzi
un romanzo, né il punto di vista attraverso cui gli scrittori
costruiscano lo sfondo delle loro storie.
Una mancanza di riferimenti culturali che ha creato un ribaltamento
delle logiche narrative: mentre una volta i romanzieri inventavano una
vicenda per raccontare il mondo, oggi si limitano a inventare (nemmeno
con molta fantasia) una storia e basta. Così, la letteratura
è diventata inutile. Sono infatti rimasti in pochi gli scrittori
che considerano la letteratura una forma di conoscenza, e pochi sono
i lettori che chiedono al romanzo di insegnare loro qualcosa del mondo
in cui vivono.
Detto questo, parlare della crisi della sinistra è comunque attività
oziosa, nel momento in cui questa, scientemente, decide di sbarazzarsi
dei propri riferimenti intellettuali. Non si tratta dello spirito dei
tempi o di chissà quale negativa congiunzione astrale. Ciò
che sta accadendo in Italia – l’ondata di ritorno dell’ignoranza,
nel tessuto sociale italiano, che impedisce agli individui di comprendere
le logiche nascoste dietro le scelte politiche che li relegano a un
destino sempre più precario – è in realtà
un atto fortemente voluto dalle forze che dovrebbero costituire un’antitesi
parlamentare; è lampante rivelatore dell’esistenza di impellenti
interessi superiori, per realizzare i quali è indispensabile
annientare il dissenso politico e che la sinistra (unica forza politica
storicamente in grado di creare coscienza critica in ampi strati della
popolazione) non sia più tale.
Da un punto di vista culturale, le responsabilità dei partiti
della sinistra sono di gran lunga maggiori di quelle attribuibili a
Berlusconi, al suo odio per l’intelligenza e per la cultura. La
destra italiana (tradizionalmente più fascista che conservatrice)
ha un alibi nel non avere mai creato un vero pensiero cui fare riferimento,
che non fosse la presa del potere e la conservazione dei privilegi di
pochi. Come avrebbero altrimenti potuto convivere, se così non
fosse, i biechi interessi personali di un affarista come Berlusconi,
il nazionalismo fascistoide di Alleanza Nazionale, e il federalismo
razzista della Lega?
L’articolo di Antonio Gramsci, qui sotto, parla di tutto questo.
Basta cambiare i protagonisti della sua riflessione, assumere gli attori
dell’attuale panorama sociale, e il gioco è fatto.
da "L'Ordine Nuovo", 2 gennaio 1921
Il fascismo è stata l'ultima rappresentazione offerta dalla piccola
borghesia urbana nel teatro della vita politica nazionale. La miserevole
fine dell'avventura fiumana è l'ultima scena della rappresentazione.
Essa può assumersi come l'episodio più importante del
processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione italiana.
Il processo di sfacelo della piccola borghesia si inizia nell'ultimo
decennio del secolo scorso. La piccola borghesia perde ogni importanza
e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo
della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura
classe politica e si specializza nel cretinismo parlamentare.
Questo fenomeno che occupa una gran parte della storia contemporanea
italiana, prende diversi nomi nelle sue varie fasi: si chiama originalmente
avvento della sinistra al potere, diventa giolittismo, è lotta
contro i tentativi kaiseristici di Umberto I, dilaga nel riformismo
socialista. La piccola borghesia si incrosta nell'istituto parlamentare:
da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona
e sull'Amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di
chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo.
Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo,
il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse
popolari si persuadono che l'unico strumento di controllo e di opposizione
agli arbitrii del potere amministrativo è l'azione diretta, è
la pressione dall'esterno. La settimana rossa del giugno 1914 contro
gli eccidi, è il primo grandioso intervento delle masse popolari
nella scena politica, per opporsi direttamente agli arbitrii del potere,
per esercitare realmente la sovranità popolare, che non trova
più una qualsiasi espressione nella Camera rappresentativa: si
può dire che nel giugno 1914 il parlamentarismo è, in
Italia, entrato nella via della sua organica dissoluzione e col parlamentarismo
la funzione politica della piccola borghesia.
La piccola borghesia, che ha definitivamente perduto ogni speranza di
riacquistare una funzione produttiva (solo oggi una speranza di questo
genere si riaffaccia, coi tentativi del Partito popolare per ridare
importanza alla piccola proprietà agricola e coi tentativi dei
funzionari della Confederazione generale del Lavoro per galvanizzare
il morticino-controllo sindacale) cerca in ogni modo di conservare una
posizione di iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia,
scende in piazza.
Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una
classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti: lo svolgimento dei
fatti che ha preso il nome di radiose giornate di maggio, con tutti
i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante
la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella
della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle
scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli
della jungla, di possedere tutta l'intelligenza, tutta l'intuizione
storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo
ecc… ecc…
Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere
governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della
sua prestazione d'opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere
la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente:
la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si
illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la
direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l'idea
socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio
ideologico di imperialismo nazionalista, di vero rivoluzionarismo, di
sindacalismo nazionale. L'azione diretta delle masse nei giorni 2-3
dicembre, dopo le violenze verificatesi a Roma da parte degli ufficiali
contro i deputati socialisti, pone un freno all'attività politica
della piccola borghesia, che da quel momento cerca di organizzarsi e
di sistemarsi intorno a padroni più ricchi e più sicuri
che non sia il potere di Stato ufficiale, indebolito e esaurito dalla
guerra.
L'avventura fiumana è il motivo sentimentale e il meccanismo
pratico di questa organizzazione sistematica, ma appare subito evidente
che la base solida dell'organizzazione è la diretta difesa della
proprietà industriale e agricola dagli assalti della classe rivoluzionaria
degli operai e dei contadini poveri. Questa attività della piccola
borghesia, divenuta ufficialmente il fascismo, non è senza conseguenza
per la compagine dello Stato. Dopo aver corrotto e rovinato l'istituto
parlamentare, la piccola borghesia corrompe e rovina gli altri istituti,
i fondamentali sostegni dello Stato: l'esercito, la polizia, la magistratura.
Corruzione e rovina condotte in pura perdita, senza alcun fine preciso
(l'unico fine preciso avrebbe dovuto essere la creazione di un nuovo
Stato: ma il popolo delle scimmie è caratterizzato appunto dall'incapacità
organica a darsi una legge, a fondare uno Stato): il proprietario, per
difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata, la quale
per mascherare la sua reale natura, deve assumere atteggiamenti politici
rivoluzionari e disgregare la più potente difesa della proprietà,
lo Stato. La classe proprietaria ripete, nei riguardi del potere esecutivo,
lo stesso errore che aveva commesso nei riguardi del Parlamento: crede
di potersi meglio difendere dagli assalti della classe rivoluzionaria,
abbandonando gli istituti del suo Stato ai capricci isterici del popolo
delle scimmie, della piccola borghesia.
La piccola borghesia, anche in questa ultima incarnazione politica del
fascismo, si è definitivamente mostrata nella sua vera natura
di serva del capitalismo e della proprietà terriera, di agente
della controrivoluzione. Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente
incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie
riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non
offre materiali per scrivere libri. La piccola borghesia, dopo aver
rovinato il Parlamento, sta rovinando lo Stato borghese: essa sostituisce,
in sempre più larga scala, la violenza privata all'autorità
della legge, esercita (e non può fare altrimenti) questa violenza
caoticamente, brutalmente, e fa sollevare contro lo Stato, contro il
capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione.
Antonio Gramsci
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