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La Sardegna sotto tiro
Il poligono del Salto di Quirra
di Franciscu Sedda e Omar Onnis

Interessi economici e segreti industriali e militari proteggono uno dei più grandi poligoni sperimentali d’Europa, quello del Salto di Quirra, che diffonde malattie, morte e inquinamento ambientale

La storia: cosa e quando
Il 1956 è un anno citato nei libri di storia contemporanea per la rivolta ungherese o per l’eccezionale nevicata che ne caratterizzò l’inverno. Nessun libro di storia racconta però che quello stesso anno venne inaugurato uno dei poligoni militari più grandi d’Europa, forse il maggiore per estensione, considerando la parte sul mare: il poligono di addestramento e sperimentazione interforze del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo, in Ogliastra, Sardegna.
Il nome – Salto di Quirra – è una maldestra traduzione all’impronta del toponimo originale (come accade regolarmente, in Sardegna, per toponimi e antroponimi), peraltro reso ancora oggi con la grafia spagnola. Il nome sardo sarebbe Sartu de Kirra: su sartu, in lingua sarda, è la porzione di territorio di una bidda (villaggio) destinato al pascolo brado, non coltivato dunque. Una zona per sua vocazione ancestrale poco antropizzata, ma non per questo irrilevante nell’economia di un territorio, specie se a prevalente vocazione pastorale. O a recente vocazione turistica.

Nel secondo dopoguerra l’isola fu scelta dalla Nato come sede strategica di basi militari e centri addestrativi, nell’ambito di accordi spesso segreti, come quelli bilaterali del 1952 (Mutual security act) e del 1954 (Bilateral infrastructure agreement), tra Stati aderenti alla Alleanza Atlantica e con gli Usa in particolare.
L’Italia aveva allora un ruolo passivo, diplomaticamente debole, dato il suo status ambiguo di ex nemico sconfitto. In quegli anni dunque, per necessità strategiche, vaste aree della Sardegna furono sottoposte a servitù militare. Era la guerra fredda. Poche possibili obiezioni, sulla questione. Certo, non da parte dei sardi, poco informati, nella loro generalità, o del tutto subalterni a logiche di potere più grandi di loro, nel caso della classe politica e dirigente.

A distanza di quasi sessant’anni, la Sardegna offre ancora oggi allo Stato italiano circa il 60% dell’intero territorio statale destinato ad attività militari. E, a detta delle autorità politiche preposte, tale situazione si protrarrà almeno per un altro quinquennio.
Oltre al poligono del Salto di Quirra-Capo San Lorenzo esistono quello di Capo Teulada (provincia Carbonia-Iglesias) e quello di Capo Frasca (Oristano), l’aeroporto militare di Decimomannu e ancora una serie di basi e infrastrutture militari e civili legate per vicinanza o per funzione ai centri maggiori. Esistono basi militari statunitensi (Monte Limbara, Tempio; Isola di Tavolara, Olbia), mentre da pochi anni è stata chiusa la base della Maddalena, a lungo operativa (dal 1972), destinata ai sommergibili nucleari e ora ceduta alla Marina militare italiana (base di S. Stefano).

Tutte le basi e i poligoni militari rispondono alla Difesa italiana e ai comandi Nato e statunitensi. Le autorità locali non hanno alcuna possibilità reale di intervento né di negoziazione: tutto passa attraverso i canali governativi centrali. Questo, nonostante la concessione di tavoli Stato-Regione sulle servitù militari e i reiterati incontri e accordi a livello istituzionale sul tema, specie negli ultimi dieci anni.
Nelle basi, dunque, si svolgono da più di mezzo secolo diverse attività, legate all’addestramento delle truppe, alle esercitazioni, alla sperimentazione degli armamenti e alla ricerca. In particolare il poligono del Salto di Quirra ospita regolarmente sia la sperimentazione di armamenti, sia le dimostrazioni da parte delle aziende produttrici ai potenziali clienti. Il 40% dell’attività che vi si svolge, infatti, è privata, non pubblica. Il poligono viene affittato a chi ne fa richiesta per 50.000 euro l’ora.

Gran parte delle attività è protetta da vari livelli di segretezza o riservatezza. A quelli relativi alla sfera strettamente militare e governativa si somma, con il suo non indifferente peso, il segreto industriale e aziendale, data la prassi di affittare la struttura a privati, appunto.
In questa condizione, risulta dunque difficile raccogliere informazioni e/o verificarle. Nondimeno, come vedremo, alcune indagini sono state svolte e, sia pure in termini non esaustivi, danno un quadro della situazione abbastanza coerente, soprattutto sul versante socio-sanitario.
La militarizzazione della Sardegna si completa con la grande pressione sul territorio del demanio militare in generale (caserme, depositi ecc.) e con la rilevante presenza delle forze dell’ordine.
Questo, nonostante la Sardegna sia statisticamente una regione a basso tasso di criminalità, sempre al di sotto della media italiana negli ultimi quindici anni (1).

Meno esplorati, ma non meno rilevanti, sono gli altri aspetti della vicenda, spesso condannati a rimanere in secondo piano. Le ricadute sul tessuto produttivo e sulle reti di relazioni e interessi nei territori coinvolti dalla maggiore presenza militare sono palesi. A livello occupativo, come si evince facilmente anche solo da una ricognizione in loco, le servitù militari hanno orientato le opportunità di lavoro verso i servizi accessori e l’indotto della presenza militare. Tanto che spesso sono gli amministratori locali a pretendere che non vi sia alcun ridimensionamento di tale presenza. Ogni riduzione di servizi o di personale all’interno delle aree militari o nell’indotto diventa un trauma per il tessuto sociale locale.
La presenza militare ha infatti inevitabilmente frustrato le possibili alternative economiche. Problema affrontato esplicitamente solo dal 2005, dalla giunta regionale guidata da Renato Soru, ma abbandonato nel corso degli anni e non riproposto dalla presente giunta sarda. Al danno emergente del mancato reddito e della forzosa rinuncia alle attività generalmente praticate in quelle aree, si somma quello relativo all’impossibilità di programmare investimenti, di progettare un futuro produttivo in qualsiasi settore alternativo. Pastorizia, agricoltura e pesca non possono essere integrate dal potenziale turistico, in zone quasi sempre di gran pregio dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e archeologico. Frustrando così la possibilità di un’economia locale più articolata, non assistita e basata su un approccio bottom-up, dal basso, che valorizzi le risorse e le competenze locali.

La politica sarda nel suo complesso, a prescindere dagli schieramenti partitici, tranne poche eccezioni, è sempre stata tiepida sul problema, oppure favorevole alla presenza militare in Sardegna. A favore dell’incremento delle attività militari si sono spesi, per esempio, alcuni parlamentari sardi del Pd, firmatari nel 2008 di una richiesta di ampliamento del poligono del Salto di Quirra. Nel 2010, altri senatori sardi sempre del Pd hanno sollevato la questione degli accertamenti sanitari, “al fine di dissipare dubbi e angosce presenti tra la popolazione ed evitare eventuali strumentalizzazioni allarmistiche”. Dall’altra parte, esponenti di partito o di governo del fronte del centrodestra hanno decisamente promosso, in varie sedi e in varie circostanze, la presenza delle servitù militari sull’isola.
In più va aggiunto l’elemento degli stanziamenti previsti a livello statale per le aree interessate da servitù militari. Stanziamenti di cui alla Sardegna spetterebbe circa il 60%. Il condizionale è d’obbligo, data l’inadempienza dello Stato nei versamenti di tali somme così come di quelle destinate alle bonifiche.

Gli effetti culturali di tale situazione sono evidenti. Essa ha generato una sorta di interiorizzazione di quel complesso di subalternità storicamente già molto forte e radicato in Sardegna, specialmente in seguito alla unificazione italiana. Una sorta di sindrome da dipendenza e da assistenzialismo che corre parallela a quella più nota alle cronache, detta ‘sindrome di Quirra’, relativa al manifestarsi tra i militari di un quadro patologico tipico di chi ha prestato servizio in quest’area. Alle patologie cliniche si associa dunque una patologia socio-culturale forse più difficile da estirpare.

 

Studi, rilievi, dati statistici socio-sanitari: spiegazioni ufficiali
L’aspetto più evidente e maggiormente seguito dai mass-media è senz’altro quello socio-sanitario. Una delle fonti principali in tale ambito rimane il ‘Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari o militari’. Commissionato dalla giunta regionale Soru (2004-2009), il Rapporto, redatto dall’Atesa (Associazione temporanea d’impresa epidemiologia, sviluppo e ambiente), mettendo insieme competenze mediche e statistiche di diversi centri italiani, presenta una valutazione epidemiologica sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da attività industriali, minerarie o militari.
I risultati mostrano una indubbia maggiore incidenza di certe patologie nelle aree interessate da attività militari. In particolare nel Salto di Quirra è riscontrabile una percentuale di mielomi e leucemie superiore alle attese statistiche e, nell’insieme, un quadro di maggiore esposizione relativa ad alcune particolari patologie riconducibili a fattori ambientali. Alla Maddalena incidono di più i linfomi ‘non Hodgkin’. A Teulada altre malattie analoghe.

Nel complesso, il quadro si presenta al contempo chiaro (per le risultanze statistiche) e del tutto incerto (quanto al riconoscimento di una relazione di causa-effetto). Come sottolineato già a suo tempo dal coordinatore del progetto Annibale Biggeri, le rilevazioni del Rapporto commissionato dall’assessorato regionale alla Sanità attestano sì dei dati statistici, ma senza correlarli in un nesso di causa-effetto con le attività umane pure presenti sul territorio interessato.
Lacuna dovuta alla difficoltà scientifica di correlare esiti statistici e cause dirette, se non in un nesso probabilistico, nesso però non considerato rilevante nell’ordinamento italiano da alcuna norma in materia.
Altri studi sul tema delle ricadute ambientali e sanitarie sono stati svolti in via ufficiale per conto del ministero della Difesa e delle autorità italiane o regionali. Le indagini più significative sono quelle svolte dalla dottoressa Antonietta Gatti. I loro esiti, presentati pubblicamente come allarmanti, hanno avuto un percorso istituzionale tormentato, vuoi perché secretati (su richiesta iniziale della stessa dottoressa Gatti) in sede parlamentare, vuoi perché mai formalizzati in un rapporto definitivo in sede regionale. Tali indagini mostrerebbero una connessione almeno probabilistica tra maggiore incidenza di certe patologie e presenza nelle catene alimentari di nanoparticelle, generate da esplosioni di ordigni. Non mancano però opinioni contrarie (come quella di Falco Accame, presidente di ANAVAFAF: Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti).

In generale, comunque, si è puntata l’attenzione sulla presenza di uranio impoverito negli armamenti sperimentati nei vari poligoni sardi. Senza però che emergessero quantità tali da far dedurre un coinvolgimento diretto del materiale nel maggior tasso di patologie riscontrate.
I risultati delle analisi effettuate sono stati variamente commentati dalle autorità militari e istituzionali, di solito con intenti riduttivi. È sempre stata negata la presenza di uranio impoverito nelle aree dei poligoni e in quelle circostanti. Si è sottolineata piuttosto la presenza naturale di arsenico, come possibile causa delle patologie riscontrate, ovvero altre cause naturali, legate all’ambiente o a caratteristiche genetiche della popolazione. D’altra parte, quelle stesse autorità in passato hanno già mentito circa questioni militari e strategiche. Per esempio, a proposito della presenza di sommergibili nucleari americani alla Maddalena (Andreotti, Spadolini).

Chi sostiene le tesi riduttiviste, tuttavia, non sa spiegare come mai tale maggiore incidenza statistica di patologie anche molto gravi si riscontri in aree altrimenti note e studiate per la longevità degli abitanti (2).
Le autorità italiane hanno comunque disposto che siano riconosciuti dei risarcimenti in sede civile agli abitanti delle zone limitrofe alle aree militari, ammettendo quindi implicitamente un nesso almeno probabile tra le attività che vi si svolgono e la diffusione di malattie.
Nessuna posizione decisiva sulla legittimità della presenza militare in Sardegna, a prescindere dagli interessi italiani o internazionali, è mai stata formulata dalle istituzioni sarde o da rappresentanti sardi in Parlamento, in alcuna sede istituzionale o giurisdizionale. Al massimo è stata discussa l’opportunità di gravare ancora la Sardegna di un vincolo tanto sproporzionato. La questione, perciò, ai livelli istituzionali è rimasta in termini problematici solo circa il suo aspetto quantitativo e cronologico (troppo e da troppo tempo), non per quello generale e politico.

 

Spiegazioni alternative
Alla totale rimozione del problema da parte delle autorità militari e del governo italiano (a parte i risarcimenti civili per le popolazioni locali), rispondono i soggetti interessati con studi alternativi.
In particolare, come visto, la dottoressa Antonietta Gatti, una dei maggiori studiosi internazionali nel campo, dopo aver effettuato ricerche nella zona intorno a Perdas de Fogu, nel Salto di Quirra e presso la popolazione del vicino paese di Vilaputzu, ha riscontrato dati significativi, secondo i quali le patologie e i problemi all’ecosistema riscontrati nelle zone interessate sarebbero dovuti non all’uranio impoverito quanto alle nanoparticelle prodotte dalle esplosioni di ordigni di vario genere. Nanoparticelle che per propria natura si inserirebbero nelle catene alimentari, entrando così direttamente e profondamente nei cicli dell’alimentazione e della riproduzione dei tessuti biologici, e generando di conseguenza la congerie di patologie, in particolare neoplastiche, riscontrate. Tuttavia la stessa dottoressa Gatti, all’atto di trasmettere tali risultati al Parlamento italiano, ne ha richiesto la secretazione, e solo successivamente si è risolta a parlarne pubblicamente. Le autorità sarde dal canto loro (in specie l’ex assessore alla Sanità Nerina Dirindin) hanno negato di aver mai ricevuto un rapporto formale con tali risultati.
Il quadro insomma rimane ancora poco chiaro, benché l’attenzione della pubblica opinione continui periodicamente a essere sollecitata da articoli, saggi, romanzi, opere video e dall’azione dei gruppi politici o di opinione attivi a vario titolo contro le servitù militari.

 

Attivismo contro le basi
Esistono da anni ormai diversi soggetti coinvolti nel contrasto politico e civile della presenza militare in Sardegna. Tra i comitati e le associazioni di cittadini spicca in particolare Gettiamo le Basi, la cui portavoce Mariella Cao è da tempo molto presente nel dibattito pubblico sardo.
Vari amministratori locali, in carica e non, anche coinvolti a livello istituzionale (per esempio nel Comitato paritetico sulle servitù militari della Regione) hanno preso posizione ripetutamente e in varie sedi sulla questione. A volte con divergenze radicali sulla stessa interpretazione della presenza militare nei loro territori o con posizioni apertamente favorevoli.
Altri soggetti attivi sono i partiti e i movimenti di matrice indipendentista (Sardigna Natzione, a Manca pro s’Indipendentzia, iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna e ora anche Doddore Meloni e la sua autoproclamata Repubblica di Maluentu). Con peso e prassi diversi, contestano non solo l’eccesso quantitativo e le limitazioni imposte dai vincoli militari sul territorio sardo, ma ne disconoscono la stessa legittimità, contestando tutto l’impianto giuridico delle servitù militari, fondato su basi giuridiche e applicato nei fatti al di sopra e al di fuori di qualsiasi sfera di sovranità totale o parziale dei sardi.

Molte istanze dei comitati e dei movimenti politici indipendentisti, nonché il materiale raccolto da studiosi e comitati di cittadini, sono stati utili nella campagna avviata nel 2005 dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru per rivendicare la chiusura o il ridimensionamento delle basi militari e delle aree sottoposte a servitù. A parte l’abbandono della base della Maddalena da parte degli Stati Uniti – avvenuto probabilmente per scelte strategiche già precedentemente prese – tale azione politica non ha però avuto alcun riscontro, infrangendosi sulla cogenza prioritaria dell’interesse nazionale italiano, sopraordinato rispetto a qualsiasi esigenza o interesse di una semplice regione, sia pure a statuto speciale come la Sardegna. Tanto più facile, questa reazione dello Stato centrale, in quanto rivolta verso una regione che non solo equivale al 3% circa del territorio e della popolazione italiani (perciò con un peso politico non determinante), ma la cui classe dirigente ha da sempre interiorizzato la sindrome della subalternità verso l’Italia come propria fonte di sopravvivenza, sia materiale, sia politica.

 

Conclusioni
Il problema della presenza militare in Sardegna assume diverse proporzioni e diversi significati a seconda della prospettiva sotto cui lo si affronta. Limitazione alla libera fruizione del territorio da parte delle popolazioni; ricadute economiche e sociali; conseguenze sull’ambiente e sulla salute.
Tuttavia, su un piano più generale, quel che non viene mai messo in discussione è il principio secondo cui uno Stato possa legittimamente sottrarre una porzione di territorio ai suoi abitanti. Ossia, non le dimensioni e l’opportunità di tale sottrazione, o il suo prolungamento nel tempo, quanto precisamente il suo significato politico profondo. Significato che investe in pieno il concetto di sovranità e la sua applicazione pratica, nella caratteristica accezione di ‘sovranità’ di stampo romantico e nazionalista ottocentesco, giustificativa dell’approccio esclusivo di tipo top-down nelle scelte politiche di fondo. In tal senso, solo pochi in Sardegna, e segnatamente nell’ambito indipendentista, pongono la questione in questi termini. Eppure dovrebbe essere il nodo principale della questione.

Chi deve decidere se, come e quanto limitare l’accesso e la fruizione del territorio sardo? Il fatto di appartenere politicamente all’Italia è un problema, un dato non suscettibile di indagine e discussione o una condizione storica analizzabile e nel caso sostituibile con condizioni diverse? Si tiene poco conto, per esempio, del fattore geografico, quasi mai menzionato nei dibattiti in merito, e anche di quello storico. Ambiti di discussione problematici, che potrebbero rimettere radicalmente in forse la scontata adesione della Sardegna all’ordinamento giuridico italiano.
A che titolo infatti la Sardegna può essere identificata come una porzione del territorio italiano, dunque assoggettata agli interessi collettivi (posto che questi di cui si parla lo siano) rappresentati dallo Stato italiano, o addirittura a interessi diversi, internazionali, o di altri Stati, o addirittura privati? I sardi dovrebbero avere voce in capitolo nella questione?
Questi interrogativi investono una sfera di significati che sta al di sopra del tema socio-sanitario specifico e ne investe ovviamente altri. Ma è ineludibile, specialmente in un momento di crisi in cui risulta più evidente che in passato, come i problemi strutturali della Sardegna non abbiano né possano avere la sede della loro risoluzione presso le istituzioni rappresentative della sovranità statale italiana.

 

Franciscu Sedda e Omar Onnis

 

(1) Cfr. http://www.sardegnastatistiche.it/index.php?xsl=672&s=12&v=9&c=5042&subnodo=326&refp=&id=433&mod=&ss=
1&modalita=tutte&tt=4
(2) Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Genetica_dei_ sardi

 

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