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La storia: cosa e quando
Il 1956 è un anno citato nei libri di storia contemporanea
per la rivolta ungherese o per l’eccezionale nevicata che ne
caratterizzò l’inverno. Nessun libro di storia racconta
però che quello stesso anno venne inaugurato uno dei poligoni
militari più grandi d’Europa, forse il maggiore per estensione,
considerando la parte sul mare: il poligono di addestramento e sperimentazione
interforze del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo, in Ogliastra, Sardegna.
Il nome – Salto di Quirra – è una maldestra traduzione
all’impronta del toponimo originale (come accade regolarmente,
in Sardegna, per toponimi e antroponimi), peraltro reso ancora oggi
con la grafia spagnola. Il nome sardo sarebbe Sartu de Kirra:
su sartu, in lingua sarda, è la porzione di territorio
di una bidda (villaggio) destinato al pascolo brado, non
coltivato dunque. Una zona per sua vocazione ancestrale poco antropizzata,
ma non per questo irrilevante nell’economia di un territorio,
specie se a prevalente vocazione pastorale. O a recente vocazione
turistica.
Nel secondo dopoguerra l’isola fu scelta dalla
Nato come sede strategica di basi militari e centri addestrativi,
nell’ambito di accordi spesso segreti, come quelli bilaterali
del 1952 (Mutual security act) e del 1954 (Bilateral infrastructure
agreement), tra Stati aderenti alla Alleanza Atlantica e con gli Usa
in particolare.
L’Italia aveva allora un ruolo passivo, diplomaticamente debole,
dato il suo status ambiguo di ex nemico sconfitto. In quegli anni
dunque, per necessità strategiche, vaste aree della Sardegna
furono sottoposte a servitù militare. Era la guerra fredda.
Poche possibili obiezioni, sulla questione. Certo, non da parte dei
sardi, poco informati, nella loro generalità, o del tutto subalterni
a logiche di potere più grandi di loro, nel caso della classe
politica e dirigente.
A distanza di quasi sessant’anni, la Sardegna
offre ancora oggi allo Stato italiano circa il 60% dell’intero
territorio statale destinato ad attività militari. E, a detta
delle autorità politiche preposte, tale situazione si protrarrà
almeno per un altro quinquennio.
Oltre al poligono del Salto di Quirra-Capo San Lorenzo esistono quello
di Capo Teulada (provincia Carbonia-Iglesias) e quello di Capo Frasca
(Oristano), l’aeroporto militare di Decimomannu e ancora una
serie di basi e infrastrutture militari e civili legate per vicinanza
o per funzione ai centri maggiori. Esistono basi militari statunitensi
(Monte Limbara, Tempio; Isola di Tavolara, Olbia), mentre da pochi
anni è stata chiusa la base della Maddalena, a lungo operativa
(dal 1972), destinata ai sommergibili nucleari e ora ceduta alla Marina
militare italiana (base di S. Stefano).
Tutte le basi e i poligoni militari rispondono alla
Difesa italiana e ai comandi Nato e statunitensi. Le autorità
locali non hanno alcuna possibilità reale di intervento né
di negoziazione: tutto passa attraverso i canali governativi centrali.
Questo, nonostante la concessione di tavoli Stato-Regione sulle servitù
militari e i reiterati incontri e accordi a livello istituzionale
sul tema, specie negli ultimi dieci anni.
Nelle basi, dunque, si svolgono da più di mezzo secolo diverse
attività, legate all’addestramento delle truppe, alle
esercitazioni, alla sperimentazione degli armamenti e alla ricerca.
In particolare il poligono del Salto di Quirra ospita regolarmente
sia la sperimentazione di armamenti, sia le dimostrazioni da parte
delle aziende produttrici ai potenziali clienti. Il 40% dell’attività
che vi si svolge, infatti, è privata, non pubblica. Il poligono
viene affittato a chi ne fa richiesta per 50.000 euro l’ora.
Gran parte delle attività è protetta
da vari livelli di segretezza o riservatezza. A quelli relativi alla
sfera strettamente militare e governativa si somma, con il suo non
indifferente peso, il segreto industriale e aziendale, data la prassi
di affittare la struttura a privati, appunto.
In questa condizione, risulta dunque difficile raccogliere informazioni
e/o verificarle. Nondimeno, come vedremo, alcune indagini sono state
svolte e, sia pure in termini non esaustivi, danno un quadro della
situazione abbastanza coerente, soprattutto sul versante socio-sanitario.
La militarizzazione della Sardegna si completa con la grande pressione
sul territorio del demanio militare in generale (caserme, depositi
ecc.) e con la rilevante presenza delle forze dell’ordine.
Questo, nonostante la Sardegna sia statisticamente una regione a basso
tasso di criminalità, sempre al di sotto della media italiana
negli ultimi quindici anni (1).
Meno esplorati, ma non meno rilevanti, sono gli
altri aspetti della vicenda, spesso condannati a rimanere in secondo
piano. Le ricadute sul tessuto produttivo e sulle reti di relazioni
e interessi nei territori coinvolti dalla maggiore presenza militare
sono palesi. A livello occupativo, come si evince facilmente anche
solo da una ricognizione in loco, le servitù militari hanno
orientato le opportunità di lavoro verso i servizi accessori
e l’indotto della presenza militare. Tanto che spesso sono gli
amministratori locali a pretendere che non vi sia alcun ridimensionamento
di tale presenza. Ogni riduzione di servizi o di personale all’interno
delle aree militari o nell’indotto diventa un trauma per il
tessuto sociale locale.
La presenza militare ha infatti inevitabilmente frustrato le possibili
alternative economiche. Problema affrontato esplicitamente solo dal
2005, dalla giunta regionale guidata da Renato Soru, ma abbandonato
nel corso degli anni e non riproposto dalla presente giunta sarda.
Al danno emergente del mancato reddito e della forzosa rinuncia alle
attività generalmente praticate in quelle aree, si somma quello
relativo all’impossibilità di programmare investimenti,
di progettare un futuro produttivo in qualsiasi settore alternativo.
Pastorizia, agricoltura e pesca non possono essere integrate dal potenziale
turistico, in zone quasi sempre di gran pregio dal punto di vista
paesaggistico, naturalistico e archeologico. Frustrando così
la possibilità di un’economia locale più articolata,
non assistita e basata su un approccio bottom-up, dal basso,
che valorizzi le risorse e le competenze locali.
La politica sarda nel suo complesso, a prescindere
dagli schieramenti partitici, tranne poche eccezioni, è sempre
stata tiepida sul problema, oppure favorevole alla presenza militare
in Sardegna. A favore dell’incremento delle attività
militari si sono spesi, per esempio, alcuni parlamentari sardi del
Pd, firmatari nel 2008 di una richiesta di ampliamento del poligono
del Salto di Quirra. Nel 2010, altri senatori sardi sempre del Pd
hanno sollevato la questione degli accertamenti sanitari, “al
fine di dissipare dubbi e angosce presenti tra la popolazione ed evitare
eventuali strumentalizzazioni allarmistiche”. Dall’altra
parte, esponenti di partito o di governo del fronte del centrodestra
hanno decisamente promosso, in varie sedi e in varie circostanze,
la presenza delle servitù militari sull’isola.
In più va aggiunto l’elemento degli stanziamenti previsti
a livello statale per le aree interessate da servitù militari.
Stanziamenti di cui alla Sardegna spetterebbe circa il 60%. Il condizionale
è d’obbligo, data l’inadempienza dello Stato nei
versamenti di tali somme così come di quelle destinate alle
bonifiche.
Gli effetti culturali di tale situazione sono evidenti.
Essa ha generato una sorta di interiorizzazione di quel complesso
di subalternità storicamente già molto forte e radicato
in Sardegna, specialmente in seguito alla unificazione italiana. Una
sorta di sindrome da dipendenza e da assistenzialismo che corre parallela
a quella più nota alle cronache, detta ‘sindrome di Quirra’,
relativa al manifestarsi tra i militari di un quadro patologico tipico
di chi ha prestato servizio in quest’area. Alle patologie cliniche
si associa dunque una patologia socio-culturale forse più difficile
da estirpare.
Studi, rilievi, dati statistici socio-sanitari:
spiegazioni ufficiali
L’aspetto più evidente e maggiormente seguito dai mass-media
è senz’altro quello socio-sanitario. Una delle fonti
principali in tale ambito rimane il ‘Rapporto sullo stato di
salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali,
minerari o militari’. Commissionato dalla giunta regionale Soru
(2004-2009), il Rapporto, redatto dall’Atesa (Associazione temporanea
d’impresa epidemiologia, sviluppo e ambiente), mettendo insieme
competenze mediche e statistiche di diversi centri italiani, presenta
una valutazione epidemiologica sullo stato di salute delle popolazioni
residenti in aree interessate da attività industriali, minerarie
o militari.
I risultati mostrano una indubbia maggiore incidenza di certe patologie
nelle aree interessate da attività militari. In particolare
nel Salto di Quirra è riscontrabile una percentuale di mielomi
e leucemie superiore alle attese statistiche e, nell’insieme,
un quadro di maggiore esposizione relativa ad alcune particolari patologie
riconducibili a fattori ambientali. Alla Maddalena incidono di più
i linfomi ‘non Hodgkin’. A Teulada altre malattie analoghe.
Nel complesso, il quadro si presenta al contempo
chiaro (per le risultanze statistiche) e del tutto incerto (quanto
al riconoscimento di una relazione di causa-effetto). Come sottolineato
già a suo tempo dal coordinatore del progetto Annibale Biggeri,
le rilevazioni del Rapporto commissionato dall’assessorato regionale
alla Sanità attestano sì dei dati statistici, ma senza
correlarli in un nesso di causa-effetto con le attività umane
pure presenti sul territorio interessato.
Lacuna dovuta alla difficoltà scientifica di correlare esiti
statistici e cause dirette, se non in un nesso probabilistico, nesso
però non considerato rilevante nell’ordinamento italiano
da alcuna norma in materia.
Altri studi sul tema delle ricadute ambientali e sanitarie sono stati
svolti in via ufficiale per conto del ministero della Difesa e delle
autorità italiane o regionali. Le indagini più significative
sono quelle svolte dalla dottoressa Antonietta Gatti. I loro esiti,
presentati pubblicamente come allarmanti, hanno avuto un percorso
istituzionale tormentato, vuoi perché secretati (su richiesta
iniziale della stessa dottoressa Gatti) in sede parlamentare, vuoi
perché mai formalizzati in un rapporto definitivo in sede regionale.
Tali indagini mostrerebbero una connessione almeno probabilistica
tra maggiore incidenza di certe patologie e presenza nelle catene
alimentari di nanoparticelle, generate da esplosioni di ordigni. Non
mancano però opinioni contrarie (come quella di Falco Accame,
presidente di ANAVAFAF: Associazione Nazionale Assistenza Vittime
Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti).
In generale, comunque, si è puntata l’attenzione
sulla presenza di uranio impoverito negli armamenti sperimentati nei
vari poligoni sardi. Senza però che emergessero quantità
tali da far dedurre un coinvolgimento diretto del materiale nel maggior
tasso di patologie riscontrate.
I risultati delle analisi effettuate sono stati variamente commentati
dalle autorità militari e istituzionali, di solito con intenti
riduttivi. È sempre stata negata la presenza di uranio impoverito
nelle aree dei poligoni e in quelle circostanti. Si è sottolineata
piuttosto la presenza naturale di arsenico, come possibile causa delle
patologie riscontrate, ovvero altre cause naturali, legate all’ambiente
o a caratteristiche genetiche della popolazione. D’altra parte,
quelle stesse autorità in passato hanno già mentito
circa questioni militari e strategiche. Per esempio, a proposito della
presenza di sommergibili nucleari americani alla Maddalena (Andreotti,
Spadolini).
Chi sostiene le tesi riduttiviste, tuttavia, non
sa spiegare come mai tale maggiore incidenza statistica di patologie
anche molto gravi si riscontri in aree altrimenti note e studiate
per la longevità degli abitanti (2).
Le autorità italiane hanno comunque disposto che siano riconosciuti
dei risarcimenti in sede civile agli abitanti delle zone limitrofe
alle aree militari, ammettendo quindi implicitamente un nesso almeno
probabile tra le attività che vi si svolgono e la diffusione
di malattie.
Nessuna posizione decisiva sulla legittimità della presenza
militare in Sardegna, a prescindere dagli interessi italiani o internazionali,
è mai stata formulata dalle istituzioni sarde o da rappresentanti
sardi in Parlamento, in alcuna sede istituzionale o giurisdizionale.
Al massimo è stata discussa l’opportunità di gravare
ancora la Sardegna di un vincolo tanto sproporzionato. La questione,
perciò, ai livelli istituzionali è rimasta in termini
problematici solo circa il suo aspetto quantitativo e cronologico
(troppo e da troppo tempo), non per quello generale e politico.
Spiegazioni alternative
Alla totale rimozione del problema da parte delle autorità
militari e del governo italiano (a parte i risarcimenti civili per
le popolazioni locali), rispondono i soggetti interessati con studi
alternativi.
In particolare, come visto, la dottoressa Antonietta Gatti, una dei
maggiori studiosi internazionali nel campo, dopo aver effettuato ricerche
nella zona intorno a Perdas de Fogu, nel Salto di Quirra e presso
la popolazione del vicino paese di Vilaputzu, ha riscontrato dati
significativi, secondo i quali le patologie e i problemi all’ecosistema
riscontrati nelle zone interessate sarebbero dovuti non all’uranio
impoverito quanto alle nanoparticelle prodotte dalle esplosioni di
ordigni di vario genere. Nanoparticelle che per propria natura si
inserirebbero nelle catene alimentari, entrando così direttamente
e profondamente nei cicli dell’alimentazione e della riproduzione
dei tessuti biologici, e generando di conseguenza la congerie di patologie,
in particolare neoplastiche, riscontrate. Tuttavia la stessa dottoressa
Gatti, all’atto di trasmettere tali risultati al Parlamento
italiano, ne ha richiesto la secretazione, e solo successivamente
si è risolta a parlarne pubblicamente. Le autorità sarde
dal canto loro (in specie l’ex assessore alla Sanità
Nerina Dirindin) hanno negato di aver mai ricevuto un rapporto formale
con tali risultati.
Il quadro insomma rimane ancora poco chiaro, benché l’attenzione
della pubblica opinione continui periodicamente a essere sollecitata
da articoli, saggi, romanzi, opere video e dall’azione dei gruppi
politici o di opinione attivi a vario titolo contro le servitù
militari.
Attivismo contro le basi
Esistono da anni ormai diversi soggetti coinvolti nel contrasto politico
e civile della presenza militare in Sardegna. Tra i comitati e le
associazioni di cittadini spicca in particolare Gettiamo le Basi,
la cui portavoce Mariella Cao è da tempo molto presente nel
dibattito pubblico sardo.
Vari amministratori locali, in carica e non, anche coinvolti a livello
istituzionale (per esempio nel Comitato paritetico sulle servitù
militari della Regione) hanno preso posizione ripetutamente e in varie
sedi sulla questione. A volte con divergenze radicali sulla stessa
interpretazione della presenza militare nei loro territori o con posizioni
apertamente favorevoli.
Altri soggetti attivi sono i partiti e i movimenti di matrice indipendentista
(Sardigna Natzione, a Manca pro s’Indipendentzia,
iRS – indipendèntzia Repùbrica de Sardigna
e ora anche Doddore Meloni e la sua autoproclamata Repubblica
di Maluentu). Con peso e prassi diversi, contestano non solo
l’eccesso quantitativo e le limitazioni imposte dai vincoli
militari sul territorio sardo, ma ne disconoscono la stessa legittimità,
contestando tutto l’impianto giuridico delle servitù
militari, fondato su basi giuridiche e applicato nei fatti al di sopra
e al di fuori di qualsiasi sfera di sovranità totale o parziale
dei sardi.
Molte istanze dei comitati e dei movimenti politici
indipendentisti, nonché il materiale raccolto da studiosi e
comitati di cittadini, sono stati utili nella campagna avviata nel
2005 dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru per rivendicare
la chiusura o il ridimensionamento delle basi militari e delle aree
sottoposte a servitù. A parte l’abbandono della base
della Maddalena da parte degli Stati Uniti – avvenuto probabilmente
per scelte strategiche già precedentemente prese – tale
azione politica non ha però avuto alcun riscontro, infrangendosi
sulla cogenza prioritaria dell’interesse nazionale italiano,
sopraordinato rispetto a qualsiasi esigenza o interesse di una semplice
regione, sia pure a statuto speciale come la Sardegna. Tanto più
facile, questa reazione dello Stato centrale, in quanto rivolta verso
una regione che non solo equivale al 3% circa del territorio e della
popolazione italiani (perciò con un peso politico non determinante),
ma la cui classe dirigente ha da sempre interiorizzato la sindrome
della subalternità verso l’Italia come propria fonte
di sopravvivenza, sia materiale, sia politica.
Conclusioni
Il problema della presenza militare in Sardegna assume diverse proporzioni
e diversi significati a seconda della prospettiva sotto cui lo si
affronta. Limitazione alla libera fruizione del territorio da parte
delle popolazioni; ricadute economiche e sociali; conseguenze sull’ambiente
e sulla salute.
Tuttavia, su un piano più generale, quel che non viene mai
messo in discussione è il principio secondo cui uno Stato possa
legittimamente sottrarre una porzione di territorio ai suoi abitanti.
Ossia, non le dimensioni e l’opportunità di tale sottrazione,
o il suo prolungamento nel tempo, quanto precisamente il suo significato
politico profondo. Significato che investe in pieno il concetto di
sovranità e la sua applicazione pratica, nella caratteristica
accezione di ‘sovranità’ di stampo romantico e
nazionalista ottocentesco, giustificativa dell’approccio esclusivo
di tipo top-down nelle scelte politiche di fondo. In tal senso, solo
pochi in Sardegna, e segnatamente nell’ambito indipendentista,
pongono la questione in questi termini. Eppure dovrebbe essere il
nodo principale della questione.
Chi deve decidere se, come e quanto limitare l’accesso
e la fruizione del territorio sardo? Il fatto di appartenere politicamente
all’Italia è un problema, un dato non suscettibile di
indagine e discussione o una condizione storica analizzabile e nel
caso sostituibile con condizioni diverse? Si tiene poco conto, per
esempio, del fattore geografico, quasi mai menzionato nei dibattiti
in merito, e anche di quello storico. Ambiti di discussione problematici,
che potrebbero rimettere radicalmente in forse la scontata adesione
della Sardegna all’ordinamento giuridico italiano.
A che titolo infatti la Sardegna può essere identificata come
una porzione del territorio italiano, dunque assoggettata agli interessi
collettivi (posto che questi di cui si parla lo siano) rappresentati
dallo Stato italiano, o addirittura a interessi diversi, internazionali,
o di altri Stati, o addirittura privati? I sardi dovrebbero avere
voce in capitolo nella questione?
Questi interrogativi investono una sfera di significati che sta al
di sopra del tema socio-sanitario specifico e ne investe ovviamente
altri. Ma è ineludibile, specialmente in un momento di crisi
in cui risulta più evidente che in passato, come i problemi
strutturali della Sardegna non abbiano né possano avere la
sede della loro risoluzione presso le istituzioni rappresentative
della sovranità statale italiana.
Franciscu Sedda
e Omar Onnis
(1) Cfr. http://www.sardegnastatistiche.it/index.php?xsl=672&s=12&v=9&c=5042&subnodo=326&refp=&id=433&mod=&ss=
1&modalita=tutte&tt=4
(2) Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Genetica_dei_
sardi
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Poligono
interforze del Salto di Quirra: servitù militari e questione
sarda di Omar Onnis, Paginauno n. 23/2011
Magistratura e Asl indagano finalmente sull’uranio impoverito.
Storia di una terra di speculazioni, di esperimenti, di disastri ambientali
e crisi economica endemica. La Sardegna tra precarietà e deprivazione
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