“Che cos'è questo?”. “Un
quadro”.
Con le dovute scuse a Wassilly Kandinskij (il termine ‘quadro’
è senz'altro riduttivo per nominare un suo capolavoro) questa
è stata la risposta che non più di sei mesi fa ho dato
a uno studente di un istituto superiore il quale, di fronte a un'opera
del maestro russo, mi ha posto la fatidica domanda: “Che cos'è
questo?”
Questa breve conversazione, assolutamente nota a chi frequenta gli ambienti
della didattica – o semplicemente a chi si diverte a origliare
le chiacchiere dei visitatori di una mostra d'arte moderna o contemporanea
– seppur nella sua banalità, spalanca una grande finestra
sul ‘problema’ dell'arte. La quale, dal canto suo, neanche
sapeva di avere un problema. Ma un problema c'è, trattandosi
di un sistema di comunicazione dove i rumori sembrano sovrastare sia
il ‘messaggio’ sia, soprattutto, il campo visivo di chi
si pone di fronte all'opera. Ritornando all'esempio di cui mi sono servita,
gli attori di questa comunicazione risultano del tutto esplicativi:
lo studente in questione si è posto di fronte all'opera non con
un punto di domanda, come richiederebbe qualsiasi opera (prendendo il
termine nella sua accezione più generica: sia essa un libro,
un brano musicale, un'architettura, o qualsiasi altro prodotto della
creatività e dell'intelletto umano), ma con una serie di ‘risposte’
che ostacolano il normale flusso che dovrebbe crearsi tra le parti.
Risposte che potremmo meglio chiamare aspettative, ma anche preconcetti,
o semplicemente retaggi culturali. Perché il primo (ma spero
non unico e ultimo) interrogativo che lo studente si è posto
è stato: “Che cos'è questo?”
La mia risposta, per nulla originale e anzi figlia di illustri artisti
che su questa tautologia hanno lavorato, non ha chiaramente soddisfatto
la sua domanda, quella che lui avrebbe voluto, o dovuto, pormi per avere
la risposta che desiderava. Quel ragazzo avrebbe voluto sapere che cosa
quell'opera astratta significasse, e ancor prima, che cosa fosse rappresentato
in essa. Ma la sua domanda è stata: “Che cos'è questo?”
“Siamo parlati dalla lingua”, sostenevano gli strutturalisti:
la lingua, in effetti, ha parlato per il nostro studente, che commettendo
un errore nell'esporre un quesito, ha spalancato un altro elemento fondamentale:
il problema dell'integrità e dell'autonomia dell'opera.
A nessuno, io credo, verrebbe mai in mente di porre la stessa domanda
di fronte a un qualsiasi altro oggetto. Nessuno ha mai chiesto “che
cos'è questo?” di fronte a un bicchiere, o a una scarpa,
o a un martello, perché un bicchiere, una scarpa e un martello
non sono nulla di più di quello che appaiono: un bicchiere, una
scarpa, un martello; oggetti, utensili, ‘cose’ di uso comune
senza un significato altro oltre a quello del loro uso (mettendo da
parte la componente artigianale, di design, di identificazione socio-culturale
che tutti questi elementi conservano in sé). Fatto sta che un
bicchiere è un bicchiere. Allo stesso modo, un'opera è
un'opera, nulla di più. Sarebbe bastato quest'unico strumento
nelle mani del nostro studente (di cui ora mi piacerebbe tanto sapere
il nome, per poterlo ringraziare per avermi dato la possibilità
di arzigogolare questi pensieri) perché potesse porsi di fronte
all'opera in tutt'altra maniera. Nella maniera giusta. In quella stessa
maniera attraverso la quale un bicchiere, non subendo alcun tipo di
aspettativa, tabù, retaggio culturale o preconcetto, può
essere apprezzato per il suo design particolarmente ergonomico, e quindi
comodo per chi si appresta a bere, per la sua forma originale, per il
materiale innovativo e via dicendo. Certo, con una differenza (forse)
sostanziale: un'opera d'arte non serve a niente, come non servono a
niente le sinfonie di Johan Sebastian Bach o la Divina Commedia di Dante
Alighieri. Un bicchiere serve per bere. E senza addentrarsi nel campo
infinito delle riflessioni senza senso (“che cosa serve e che
cosa no?” Potrei vivere senza la Composizione VII di Kandinskij.
Ma anche senza un bicchiere, a ben rifletterci), sarebbe bello poter
pensare a un'opera d'arte come a un oggetto. Un suggerimento espresso
in maniera un po' asciutta forse, ma che regala all'arte la sua piena
e dovuta autonomia. Certamente un bicchiere, seppur nel suo continuare
a essere tale, perderebbe di senso se non venisse usato. In maniera
similare, un'opera d'arte continua a essere tale anche nel caso in cui
non venga ‘colta’ da uno spettatore. Che sia un quadro appeso
a un salotto, un affresco in una cattedrale, un monumento in mezzo a
una piazza o un'installazione in un museo, nessuno può toglierle
quello che continua a essere.
Ma perché nessuno si chiede mai “che cos'è questo?”
di fronte all'opera di un maestro rinascimentale? Di fronte, per esempio,
alla Gioconda di Leonardo Da Vinci? O di fronte al Giudizio universale
di Michelangelo? I motivi, in realtà, sono molteplici, alcuni
dei quali di valutazione troppo soggettiva. Altri, però, raccontano
la storia della deviazione del nostro vedere, che nel corso dei secoli
si è trasformato in un pre-vedere.
A tutti sono ‘noti’ i prodigi dei grandi maestri del Rinascimento:
Leonardo, Michelangelo e Raffaello costituiscono quella triade di meravigliosa
perfezione che accostiamo al momento di massima salute della storia
dell'arte. Inutile dire che, al di là dei più che leciti
gusti personali, non esiste un momento in cui l'arte è migliore,
in una sorta di iperbole che trova il suo punto di massima altezza coi
fasti rinascimentali. Per farla breve, io provo una naturale avversione
per Alessandro Manzoni e per tutte le righe che ha scritto nella sua
lunghissima vita: oltre a non aver potuto esprimere questa mia ‘avversione’
durante gli esami di maturità (ai quali, ovviamente, mi chiesero
proprio del Nostro scrittore), è ovvio che mai potrei dire (supponendo
di averne le competenze) che Manzoni è meno ‘bravo’
di Dante. Qualsiasi persona di buon senso mi farebbe notare che i due
sono vissuti in contesti storici completamente differenti, usando linguaggi
molto diversi tra loro e parlando di mondi tra loro completamente diversi.
Un'opera d'arte (qualsiasi opera d'arte) trova senso di essere creata
nel momento stesso in cui nasce. Parlo, non a caso, del ‘senso
di essere creata’, e non del senso di esistere: come in qualsiasi
altro campo d'azione, anche nelle arti visive esistono opere che superano
il tempo. Il fatto che il Giudizio universale di Michelangelo sia stato
dipinto nel 1536, non significa che oggi non abbia senso. Il fatto che
la Divina Commedia sia stata scritta nel Trecento, non significa che
oggi non abbia più motivo di essere letta. Ma che senso avrebbe
scrivere la Divina Commedia oggi? Lo stesso che avrebbe dipingere oggi
il Giudizio universale. Ma se il primo esempio salta a tutti all'occhio
come modello di assurdità letteraria, il secondo, io credo, fatica
a essere preso come esempio di inutilità di contributo artistico.
Posto che ognuno di noi può continuare a scrivere come Dante
Alighieri o dipingere come Michelangelo, il nostro contributo non verrebbe
in alcun modo annoverato nell'evoluzione della storia della letteratura,
nel primo caso, e nella storia dell'arte, nel secondo. Perché?
Perché quel modo non ci appartiene più. Michelangelo nel
dipingere le pareti e le volte della Cappella Sistina, oltre che adempiere
a un suo lavoro (non dimentichiamo, infatti, che l'artista come lo intendiamo
noi oggi non nasce prima del Settecento), ricercava e scopriva cose
che l'uomo (e l'artista) non conosceva. Nella Creazione di Adamo, l'artista
romano non solo dà vita a un capolavoro di intensità,
energia e fama universali, ma mette a punto un modello di uomo nuovo.
Un uomo di cui finalmente si conosce l'anatomia (fu il collega fiorentino
da Vinci a iniziare lo studio dell'anatomia umana sui cadaveri), un
uomo che è l'uomo del Rinascimento: un uomo statuario (Michelangelo,
in effetti, non amava dipingere: quella fu la sua prima opera pittorica,
intrisa delle sua abilità scultoree). Un uomo ‘vero’
diremmo noi. Ma un uomo vero rispetto a cosa? Possiamo immaginare che
l'uomo ‘x’ nella Roma del Cinquecento avesse il corpo statuario
degli uomini michelangioleschi? Che l'uomo ‘x”’si
identificasse nei corpi perfetti del pennello di Michelangelo? La risposta
mi sembra alquanto ovvia: no. Quell'uomo, però, era l'uomo giusto,
perché era l'uomo che meglio poteva rappresentare visivamente
la centralità del pensiero di un uomo che pensa di essere centro
dell'universo. Non è un caso, quindi, che pochi decenni prima
nascesse la prospettiva, invenzione disegnativa che in qualche modo
è entrata nel nostro modo di vedere e, quindi, di pensare. “Sembra
vero!”, esclamiamo di fronte a un'immagine che rispetti i canoni
di tridimensionalità, di sfondamento nello spazio, di, diciamo,
veridicità. Qualcuno, secoli dopo e grazie ai tanti predecessori
che nel tempo hanno costruito la storia dell'arte, ha distrutto la prospettiva
rivelandoci che si trattava di una grande bugia. Per sua impostazione,
infatti, la prospettiva prevede che un essere umano, o meglio, un occhio,
sia fermo immobile in un punto e guardi dritto di fronte a sé,
senza mai scostare lo sguardo di un millimetro. Senza voler per questo
rovinare a nessuno la meravigliosa visione della Scuola di Atene di
Raffaello, a tutti appare chiaro come tale condizione sia del tutto
impossibile. Concettualmente? No, o comunque non in prima analisi. Rimanere
immobili con lo sguardo è assolutamente impossibile. Ma anche
supponendo di poterlo fare, è impossibile eliminare dal nostro
campo visivo tutto quello che involontariamente vediamo con la coda
dell'occhio, strascichi di immagini del tutto banditi dalla verissima
prospettiva, strumento d'eccezione in un contesto umanista nel quale
l'individuo si pone, per l'appunto, al centro del mondo e quindi della
conoscenza. Difficile, quindi, pensare a simili impostazioni sul nascere
del Novecento, quando, per dirne una, Sigmund Freud si inventò
una strutturazione dell'uomo ben più complessa e molto meno gestibile
dell'uomo ‘tutto d'un pezzo’ delle corti quattrocentesche.
Nascono così le Demoiselles d'Avignon di Picasso, trasfigurate
da uno sguardo frammentario, le composizioni di Kandinsky, dove la superficie
diventa l'unico luogo di esistenza della Pittura, e una serie infinita
di testimonianze che il mondo, e quindi l'uomo, prendevano un'altra
direzione.
A questo non è possibile non aggiungere la nascita di un potentissimo
mezzo d'espressione e rappresentazione: la fotografia. Secoli e secoli
di pittura hanno trovato parte della loro ‘motivazione’
nella necessità insita nell'uomo di rappresentare ciò
che il mondo accoglieva. Si parlava, non a caso, di finestra sul mondo.
La fotografia, nell'Ottocento maturo, elimina questa necessità
primaria: non è un caso se tutta la ritrattistica post-fotografica
regali non tanto, o non solo, i caratteri fisionomici della persona
ritratta, ma soprattutto i caratteri psicologici, quelli, insomma, che
la perfezione dell'obiettivo non poteva cogliere (mi sento qui in dovere
di sottolineare che in questo caso si sta compiendo una grossa generalizzazione:
la fotografia non è solo la macchina fotografica).
L'arte, insomma, è sempre stata, ed è tuttora, anche uno
strumento di conoscenza: oggi, però, ciò che sentiamo
la necessità di conoscere, non è sapere come è
fatto un corpo umano, né come si misura uno spazio: queste e
molte altre risposte ci vengono date in maniera esaustiva dalle scienze.
L'arte non è più una finestra sul mondo. Non lo è,
quantomeno, nei suoi caratteri di rappresentatività e referenzialità.
L'arte non ha più bisogno di rappresentare. Si presenta. I sistemi
costruttivi dell'arte, quindi, non scimmiottano quelli del mondo esterno.
Ne creano degli altri che sono propri e interni. Un'opera d'arte è,
proprio come un bicchiere, un oggetto che si presenta nella sua autonomia,
senza bisogno di stampelle. Composizione VII di Kandinskij è
un quadro. Questa non è una pipa, scriveva nel 1926 l'artista
surrealista René Magritte su una sua famosissima opera (prima
di una serie) nella quale aveva rappresentato una pipa, giocando, certamente,
ma cercando di portarci fuori da quel meccanismo di continuo rimando
opera-mondo che distrugge il pensiero dell'opera stessa. Altri grandi
maestri del contemporaneo hanno portato avanti solide riflessioni sul
rapporto opera-mondo: uno fra tutti l'americano Joseph Kosuth, che nel
1965 diede vita a una delle opere più famose di tutta l'arte
Concettuale: Una e tre sedie, un'installazione composta da una sedia
vera, la foto della sedia stessa e il rimando alla parola ‘sedia’
del dizionario.
Le parole, ne sono convinta, non sostituiranno mai la potenza di un'opera
visiva. Parole sulla tela non vuole rubare spazio a chi, seriamente
e con fatica, prova ogni giorno a dire qualcosa senza parlare, ma al
contrario vorrebbe far parlare gli artisti, per una volta, fuori dalle
immagini. Non perché queste non siano abbastanza esaustive, ma
perché spesso dimentichiamo che dietro a quei quadri, intorno
a quelle sculture, sopra e sotto quelle installazioni, ci sono dei pensieri.
Molte volte vale la pena conoscerli.
“L'arte,” scriveva il critico Harold Rosenberg, “è
un modo speciale di pensare".
Chiara Carolei |