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dicembre 2011- gennaio 2012
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Parole sulla tela |
| Questo è un quadro: breve viaggio |
“Che cos'è questo?”. “Un
quadro”. La mia risposta, per nulla originale e anzi figlia
di illustri artisti che su questa tautologia hanno lavorato, non ha
chiaramente soddisfatto la sua domanda, quella che lui avrebbe voluto,
o dovuto, pormi per avere la risposta che desiderava. Quel ragazzo
avrebbe voluto sapere che cosa quell'opera astratta significasse,
e ancor prima, che cosa fosse rappresentato in essa. Ma la sua domanda
è stata: “Che cos'è questo?” A nessuno, io credo, verrebbe mai in mente di porre la stessa domanda di fronte a un qualsiasi altro oggetto. Nessuno ha mai chiesto “che cos'è questo?” di fronte a un bicchiere, o a una scarpa, o a un martello, perché un bicchiere, una scarpa e un martello non sono nulla di più di quello che appaiono: un bicchiere, una scarpa, un martello; oggetti, utensili, ‘cose’ di uso comune senza un significato altro oltre a quello del loro uso (mettendo da parte la componente artigianale, di design, di identificazione socio-culturale che tutti questi elementi conservano in sé). Fatto sta che un bicchiere è un bicchiere. Allo stesso modo, un'opera è un'opera, nulla di più. Sarebbe bastato quest'unico strumento nelle mani del nostro studente (di cui ora mi piacerebbe tanto sapere il nome, per poterlo ringraziare per avermi dato la possibilità di arzigogolare questi pensieri) perché potesse porsi di fronte all'opera in tutt'altra maniera. Nella maniera giusta. In quella stessa maniera attraverso la quale un bicchiere, non subendo alcun tipo di aspettativa, tabù, retaggio culturale o preconcetto, può essere apprezzato per il suo design particolarmente ergonomico, e quindi comodo per chi si appresta a bere, per la sua forma originale, per il materiale innovativo e via dicendo. Certo, con una differenza (forse) sostanziale: un'opera d'arte non serve a niente, come non servono a niente le sinfonie di Johan Sebastian Bach o la Divina Commedia di Dante Alighieri. Un bicchiere serve per bere. E senza addentrarsi nel campo infinito delle riflessioni senza senso (“che cosa serve e che cosa no?” Potrei vivere senza la Composizione VII di Kandinskij. Ma anche senza un bicchiere, a ben rifletterci), sarebbe bello poter pensare a un'opera d'arte come a un oggetto. Un suggerimento espresso in maniera un po' asciutta forse, ma che regala all'arte la sua piena e dovuta autonomia. Certamente un bicchiere, seppur nel suo continuare a essere tale, perderebbe di senso se non venisse usato. In maniera similare, un'opera d'arte continua a essere tale anche nel caso in cui non venga ‘colta’ da uno spettatore. Che sia un quadro appeso a un salotto, un affresco in una cattedrale, un monumento in mezzo a una piazza o un'installazione in un museo, nessuno può toglierle quello che continua a essere. Ma perché nessuno si chiede mai “che
cos'è questo?” di fronte all'opera di un maestro rinascimentale?
Di fronte, per esempio, alla Gioconda di Leonardo Da Vinci? O di fronte
al Giudizio universale di Michelangelo? I motivi, in realtà,
sono molteplici, alcuni dei quali di valutazione troppo soggettiva.
Altri, però, raccontano la storia della deviazione del nostro
vedere, che nel corso dei secoli si è trasformato in un pre-vedere. Un'opera d'arte (qualsiasi opera d'arte) trova senso
di essere creata nel momento stesso in cui nasce. Parlo, non a caso,
del ‘senso di essere creata’, e non del senso di esistere:
come in qualsiasi altro campo d'azione, anche nelle arti visive esistono
opere che superano il tempo. Il fatto che il Giudizio universale di
Michelangelo sia stato dipinto nel 1536, non significa che oggi non
abbia senso. Il fatto che la Divina Commedia sia stata scritta nel
Trecento, non significa che oggi non abbia più motivo di essere
letta. Ma che senso avrebbe scrivere la Divina Commedia oggi? Lo stesso
che avrebbe dipingere oggi il Giudizio universale. Ma se il primo
esempio salta a tutti all'occhio come modello di assurdità
letteraria, il secondo, io credo, fatica a essere preso come esempio
di inutilità di contributo artistico. Posto che ognuno di noi
può continuare a scrivere come Dante Alighieri o dipingere
come Michelangelo, il nostro contributo non verrebbe in alcun modo
annoverato nell'evoluzione della storia della letteratura, nel primo
caso, e nella storia dell'arte, nel secondo. Perché? Perché
quel modo non ci appartiene più. Michelangelo nel dipingere
le pareti e le volte della Cappella Sistina, oltre che adempiere a
un suo lavoro (non dimentichiamo, infatti, che l'artista come lo intendiamo
noi oggi non nasce prima del Settecento), ricercava e scopriva cose
che l'uomo (e l'artista) non conosceva. Nella Creazione di Adamo,
l'artista romano non solo dà vita a un capolavoro di intensità,
energia e fama universali, ma mette a punto un modello di uomo nuovo.
Un uomo di cui finalmente si conosce l'anatomia (fu il collega fiorentino
da Vinci a iniziare lo studio dell'anatomia umana sui cadaveri), un
uomo che è l'uomo del Rinascimento: un uomo statuario (Michelangelo,
in effetti, non amava dipingere: quella fu la sua prima opera pittorica,
intrisa delle sua abilità scultoree). Un uomo ‘vero’
diremmo noi. Ma un uomo vero rispetto a cosa? Possiamo immaginare
che l'uomo ‘x’ nella Roma del Cinquecento avesse il corpo
statuario degli uomini michelangioleschi? Che l'uomo ‘x”’si
identificasse nei corpi perfetti del pennello di Michelangelo? La
risposta mi sembra alquanto ovvia: no. Quell'uomo, però, era
l'uomo giusto, perché era l'uomo che meglio poteva rappresentare
visivamente la centralità del pensiero di un uomo che pensa
di essere centro dell'universo. Non è un caso, quindi, che
pochi decenni prima nascesse la prospettiva, invenzione disegnativa
che in qualche modo è entrata nel nostro modo di vedere e,
quindi, di pensare. “Sembra vero!”, esclamiamo di fronte
a un'immagine che rispetti i canoni di tridimensionalità, di
sfondamento nello spazio, di, diciamo, veridicità. Qualcuno,
secoli dopo e grazie ai tanti predecessori che nel tempo hanno costruito
la storia dell'arte, ha distrutto la prospettiva rivelandoci che si
trattava di una grande bugia. Per sua impostazione, infatti, la prospettiva
prevede che un essere umano, o meglio, un occhio, sia fermo immobile
in un punto e guardi dritto di fronte a sé, senza mai scostare
lo sguardo di un millimetro. Senza voler per questo rovinare a nessuno
la meravigliosa visione della Scuola di Atene di Raffaello, a tutti
appare chiaro come tale condizione sia del tutto impossibile. Concettualmente?
No, o comunque non in prima analisi. Rimanere immobili con lo sguardo
è assolutamente impossibile. Ma anche supponendo di poterlo
fare, è impossibile eliminare dal nostro campo visivo tutto
quello che involontariamente vediamo con la coda dell'occhio, strascichi
di immagini del tutto banditi dalla verissima prospettiva, strumento
d'eccezione in un contesto umanista nel quale l'individuo si pone,
per l'appunto, al centro del mondo e quindi della conoscenza. Difficile,
quindi, pensare a simili impostazioni sul nascere del Novecento, quando,
per dirne una, Sigmund Freud si inventò una strutturazione
dell'uomo ben più complessa e molto meno gestibile dell'uomo
‘tutto d'un pezzo’ delle corti quattrocentesche. Nascono
così le Demoiselles d'Avignon di Picasso, trasfigurate da uno
sguardo frammentario, le composizioni di Kandinsky, dove la superficie
diventa l'unico luogo di esistenza della Pittura, e una serie infinita
di testimonianze che il mondo, e quindi l'uomo, prendevano un'altra
direzione. L'arte, insomma, è sempre stata, ed è
tuttora, anche uno strumento di conoscenza: oggi, però, ciò
che sentiamo la necessità di conoscere, non è sapere
come è fatto un corpo umano, né come si misura uno spazio:
queste e molte altre risposte ci vengono date in maniera esaustiva
dalle scienze. L'arte non è più una finestra sul mondo.
Non lo è, quantomeno, nei suoi caratteri di rappresentatività
e referenzialità. L'arte non ha più bisogno di rappresentare.
Si presenta. I sistemi costruttivi dell'arte, quindi, non scimmiottano
quelli del mondo esterno. Ne creano degli altri che sono propri e
interni. Un'opera d'arte è, proprio come un bicchiere, un oggetto
che si presenta nella sua autonomia, senza bisogno di stampelle. Composizione
VII di Kandinskij è un quadro. Questa non è una pipa,
scriveva nel 1926 l'artista surrealista René Magritte su una
sua famosissima opera (prima di una serie) nella quale aveva rappresentato
una pipa, giocando, certamente, ma cercando di portarci fuori da quel
meccanismo di continuo rimando opera-mondo che distrugge il pensiero
dell'opera stessa. Altri grandi maestri del contemporaneo hanno portato
avanti solide riflessioni sul rapporto opera-mondo: uno fra tutti
l'americano Joseph Kosuth, che nel 1965 diede vita a una delle opere
più famose di tutta l'arte Concettuale: Una e tre sedie, un'installazione
composta da una sedia vera, la foto della sedia stessa e il rimando
alla parola ‘sedia’ del dizionario. |