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dicembre 2011- gennaio 2012
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| In occasione delle festività
natalizie del 2005 i cittadini di New York si sono visti recapitare
una cartolina a firma del sindaco Bloomberg: non conteneva sereni
auguri di buon Natale né auspici di felicità per l’anno
nuovo, bensì istruzioni per la propria personale sopravvivenza
in caso di attacco chimico, biologico o batteriologico. Uno spot elettorale del partito Repubblicano per
le elezioni dello scorso sette novembre riprendeva un filmato in cui
i capi di Al Qaeda, Bin Laden e Al Zawahri, si esibivano in dichiarazioni
minacciose contro gli Stati Uniti; a sfondo sonoro il ticchettio angoscioso
di una bomba e la relativa esplosione alla fine dei proclami di guerra;
la dichiarazione elettorale finale citava: “Questa è
la posta in gioco. Voto del sette novembre”. Nel 1964 uno spot elettorale del partito Democratico
entrava nelle case americane, mostrando una dolce bambina che sfogliava
i petali di una margherita contando da uno a dieci; una voce fuori
campo contava da dieci a zero, fino all’esplosione di una bomba
atomica. A concludere, le parole del candidato Lindon Johnson: “La
posta in gioco è un mondo in cui i bambini di Dio possano vivere
o sprofondare nelle tenebre. Dobbiamo scegliere se amarci o morire”. Incaponendosi a seguire gli sviluppi delle notizie
e delle inchieste, attraverso canali di quella che l’etica ufficiale
definisce controinformazione, è possibile arrivare a scoprire
quanti attentati sventati dai vari servizi segreti, quante cellule
in sonno di terroristi islamici scoperte sul territorio italiano,
quante scuole di kamikaze, quanti legami presunti di Imam con la rete
di Al Qaeda, si rivelano essere delle bufale: il fallito attentato
al ricino del gennaio 2003 nella metropolitana londinese, la bomba
chimica denunciata da Aznar il cinque febbraio 2003, l’attacco
missilistico agli Stati Uniti che innalza il livello d’allarme
allo stadio arancione nel febbraio 2003, tre giorni dopo il discorso
di Colin Powel all’ONU sulle prove della presenza di armi di
distruzioni di massa (prove rivelatesi false anch’esse) nell’Iraq
di Saddam Hussein; l’atomica sporca che minaccia gli Stati Uniti,
sempre per bocca di Colin Powel, il dieci febbraio 2003; il rischio
di un attacco aereo terroristico “simile se non peggiore di
quello dell’11 settembre” annunciato dalla Homeland Security
Usa il ventuno dicembre 2003; lo sventato attentato ad alcuni grattacieli
di Los Angeles del 2002, rivelato dal Presidente americano George
Bush nel febbraio 2006. Tutte notizie che a distanza di mesi si sono
rivelate infondate; inesistenti!, dagli stessi servizi che ne hanno
seguito le indagini. Un’inchiesta realizzata dall’università
del Maryland nell’ottobre 2003 ha rivelato: il 60 percento degli
americani (l’80 percento di coloro che guardavano Fox News)
credevano ad almeno una di queste verità: abbiamo scoperto
armi di distruzione di massa in Iraq; esistono prove di una alleanza
tra Iraq e Al Qaeda; l’opinione pubblica mondiale sostiene l’intervento
americano in Iraq. Il diciotto dicembre 2006 si è rappresentata
a Berlino la prima replica dell’Idomeneo di Mozart, dopo le
polemiche che nei mesi precedenti avevano accompagnato la decisione
dell’intendente della Deutsche Oper di cancellare l’ultima
scena dell’opera - in cui Idomeneo estrae da un sacco le teste
insanguinate di Gesù, Buddha, Maometto e Poseidone - per paura
di reazioni violente da parte del mondo islamico; per paura, non a
causa di minacce ricevute. Decisione a cui era seguita una giusta
levata di scudi da parte del mondo culturale in difesa dell’integrità
dell’opera. Il mondo mussulmano censura la cultura, censura
addirittura Mozart!, è stato il messaggio trasmesso dai media
indignati; non un solo ragionamento sul fatto che la reazione era
seguita a nessuna azione, ma a un ormai diffuso senso di paura che
pervade la nostra società. In una società in cui la politica è divenuta biopolitica, in cui il popolo è divenuto popolazione da governare facendo leva sul desiderio, come già evidenziava Foucault nelle sue lezioni al Collège de France nel 1978, la realtà è ciò che ci rimanda la televisione. L’impatto visivo è lo strumento più potente ed efficace per plasmare le menti, e quindi i desideri. Non solo attraverso ciò che viene trasmesso, ma anche e soprattutto attraverso ciò che si sceglie di passare sotto silenzio. Ciò che appare in televisione crea il pensiero collettivo, che non è la somma e il confronto di pensieri individuali dal basso ma è un unico pensiero dall’alto che le singole persone fanno proprio, divulgandolo a propria volta. La televisione diventa il nostro unico referente: ci dice chi siamo e soprattutto, chi dovremmo essere; ci dice cosa è importante e cosa non lo è; ci descrive il mondo in cui viviamo, non solo quello geograficamente lontano da noi e che quindi non possiamo conoscere attraverso la nostra personale percezione, ma anche e soprattutto ci spiega, interpreta per noi, l’universo che quotidianamente viviamo; ci dice chi sono gli altri: analizza e codifica per noi il nostro vicino di casa, il ragazzo nord africano seduto accanto a noi nella metropolitana, la donna velata che incrociamo al supermercato a cui mai ci sogneremmo di rivolgere la parola (a quale scopo, sappiamo già tutto di lei, la televisione ci ha informati!). L’industria cultura cinematografica americana,
egemonica, ha sempre fatto e continua a fare la sua parte. È
perfino imbarazzante scoprire le analogie tra l’attuale guerra
globale al terrorismo e il ciclo di film degli 007 tratti dai romanzi
di Ian Fleming: gruppi terroristici senza nazione incarnanti il male
assoluto cercano di distruggere il nostro mondo civile impossessandosi
di armi di distruzione di massa; a difenderci l’eroe dei servizi
segreti a cui l’industria militare dà in dotazione la
migliore tecnologia offensiva, e a cui lo spettatore perdona l’uso
di metodi illegali e poco ortodossi, dall’omicidio al doppio
gioco; l’ignobile nemico, con cui è impossibile dialogare,
deve morire. Paranoia, nel termine originario greco, napàvoia,
significa autoreferenziale. Emil Kraepelin, a inizio del '900, usò
il termine paranoia pura, in psichiatria, per descrivere una malattia
mentale la cui unica o principale caratteristica era una condizione
allucinatoria senza alcun apparente deterioramento delle facoltà
intellettuali; qualsiasi tipo di allucinazione, non per forza di carattere
persecutorio. Nella scienza psichiatrica il significato del termine
è mutato nel tempo, e ora la definizione di paranoia pura non
è più utilizzata. Nel senso comune il termine è
oggi usato a indicare una convinzione persecutoria nei propri confronti;
il concetto di autoreferenzialità, quindi, è rimasto.
Oedipa Mass, la protagonista del romanzo L’incanto
del lotto 49 di Thomas Pynchon, si scopre nominata esecutrice
testamentaria dei beni di Pierce Inverarity, misterioso miliardario
californiano a capo di un impero economico le cui attività
spaziano nei settori più diversi – dalla speculazione
edilizia all’industria aereospaziale. Cercando un ordine, una
verità, un senso, nascosto nel lascito testamentario, Oedipa
si imbatte in un crescendo allucinatorio nel simbolo del Tristero,
il corno da postiglione che visto per la prima volta disegnato sulle
pareti di un bar – l’Ambito – finisce con il scorgere,
o il cercare, ovunque (quale il soggetto dell’azione? È
lei che cerca il simbolo o è il simbolo che trova lei?): dipinto
su un’insegna, tracciato con il gesso sul marciapiede, impresso
su francobolli non emessi (oppure sì?) da nessun servizio postale
ufficiale, cucito sulle giacchette di un gruppo di delinquenti minorili,
inciso sulla spalliera di un sedile di autobus, tracciato da una giovane
messicana su un vetro appannato, scarabocchiato da un giocatore di
poker sul libriccino accanto al lungo elenco delle cifre che regolarmente
perde al tavolo da gioco. È reale? È allucinazione?
“Sotto il simbolo che aveva ricopiato dalle pareti dei gabinetti
dell’Ambito nel suo promemoria, scrisse: progetterò un
mondo?” Oedipa perde ogni riferimento con la sua precedente
vita – “Dov’era andata a finire l’Oedipa che
era venuta da San Narciso fin lì?” - perde quell’equilibrio
già precario su cui si sforzava di poggiare la propria esistenza
(una casa, un marito, i ricevimenti Tupperware, un analista, i whisky
sour tardopomeridiani) e viene catapultata in un universo in cui tutto
sembra prendere vita e senso intorno al misterioso Tristero, un sistema
di comunicazione segreto e alternativo alle poste governative, risalente
alle lotte medioevali contro il sistema postale dei Thurn und Taxis
del Sacro Romano Impero. Incontra personaggi ambigui e sfuggenti che
anziché aiutarla a fare chiarezza aprono ognuno possibilità,
verità differenti, universi paralleli, tutti, allo stesso modo,
credibili. Sullo sfondo musicale creato da un gruppo di giovani che
si fanno chiamare “I Paranoici”, Oedipa si ostinerà
a cercare un ordine e una verità, incapace di uscire dal vortice
creato dall’ossessione per il corno da postiglione, simbolo
del sistema R.I.F.I.U.T.I. che sembra tenere in contatto reti di persone
tra loro più disparate, apparentemente disadattate, in realtà
il normale prodotto di una società dominata dalla paura. “Il
corno del postiglione non mancava mai di decorare ogni alienazione
e ogni specie di isolamento”: inventori pazzi, reiterati suicidi
per mal d’amore, anarchici, ribelli a un sistema in nome di
non si sa cosa. “Un segno è quello che è,”
dice Oedipa; ognuno ci vede ciò di cui ha bisogno, o ciò
di cui pensa di aver bisogno; ognuno lo riveste della propria personale
verità. “Le è mai venuto di pensare, Oedipa,
che qualcuno la sta prendendo in giro? Che è tutta una farsa,
un’invenzione allestita da Inverarity prima di morire? Ci aveva
pensato, ma come il pensiero che prima o poi sarebbe morta, Oedipa
s’era rifiutata di considerare quella possibilità direttamente
o se non nella più accidentale delle luci. No – disse
– è ridicolo”. Oedipa controlla l’inventario
del patrimonio di Inverarity: di sua proprietà ogni attività
economica, culturale ed educativa con cui è venuta in contatto
inseguendo il simbolo del corno da postiglione. Come una istituzione
onnisciente (lo Stato? “Oedipa si era dedicata, settimane e
settimane fa, a dare un senso al lascito di Inverarity e mai aveva
sospettato che quell’eredità si chiamava America”)
Pierce Inverarity cala dall’alto un intero mondo in cui Oedipa
vive e si dibatte, incapace di stabilire quale sia la verità:
un sogno? Un complotto da lei scoperto per caso, e quindi divenuto
pericoloso per la sua stessa incolumità? Uno scherzo dell’ex
amante? O è semplicemente malata di mente, vittima di una allucinazione,
divenuta paranoica? Incanto: un banditore mette all’incanto un
oggetto in vendita; ma anche fascinazione, rito magico, chi lo esercita
annulla la volontà altrui e di conseguenza la sua capacità
di agire. La guerra globale al terrorismo del XXI secolo giustifica
un sempre più invasivo controllo sulle nostre vite: riconoscibilità,
tracciabilità, sono diventate la parola d’ordine, in
nome della quale accettiamo cose che prima del settembre 2001 avremmo
ritenuto inaccettabili invasioni nella nostra vita privata e nei nostri
diritti civili: telecamere che ci riprendono a ogni angolo di strada,
impronte digitali sui documenti di identità, costituzione di
banche dati del DNA, saremo probabilmente disposti anche a farci impiantare
un chip sotto pelle per sentirci più sicuri! Diteci dove andate
in vacanza, ci chiede a fine luglio l’ufficio della Farnesina,
compilate il questionario che trovate sul sito internet e aiutateci
così a trovarvi in caso di emergenza. Emergenza terroristica,
s’intende. E tutto accettiamo per poter dimostrare di far parte
dei buoni: chi non ha niente da nascondere non deve temere di essere
riconosciuto e trovato, ci dicono. “La libertà è
schiavitù”. Quella dinamica in cui le leggi già esistenti
non bastano più, quelle leggi formulate in rispetto dei diritti
civili e umani sanciti da istituzioni internazionali affinché
brutalità e abusi non potessero mai più accadere in
una società che si definisce civile; occorrono nuove leggi
speciali, che isolando un contesto creano in realtà uno spazio
legale di illegalità, uno spazio, per di più, che un
cittadino che ritiene se stesso normale e non speciale (e quindi tutti
i cittadini), accetta nella più assoluta indifferenza: le leggi
speciali non mi riguardano, pensa. Politici che mai hanno letto il Corano si ergono
dai condiscendenti pulpiti televisivi a spiegarci la violenza dell’islam,
l’incitamento alla Guerra Santa contenuto nel libro sacro dell’Islam,
l’oppressione della donna ivi intesa come dogma. Sui quotidiani,
lunghi editoriali ci illustrano quanto sia un ossimoro in termini
definirsi mussulmano non integralista; il Papa stesso ci insegna cosa
è l’islam, in una Lectio Magistralis da Ratisbona. Ma quello che Orwell aveva immaginato in uno stato autoritario e repressivo necessita di altri mezzi in uno stato democratico. Un sistema democratico impedisce l’assunzione di decisioni politiche impopolari, da parte di chi governa; la democrazia necessita di consenso, ma non lo crea. Perfino un Presidente acclamato e benvoluto come Roosevelt non fu in grado di sviluppare una politica estera antifascista contro l’opinione dell’elettorato: difficilmente, senza Pearl Harbor, gli Stati Uniti sarebbero entrati nella Seconda Guerra Mondiale. In democrazia bisogna agire sui desideri e sulle paure dei cittadini, di modo che siano essi stessi a chiedere un cambiamento; oggi, vittime della paranoia e della paura, le persone svendono libertà in cambio di sicurezza e diritti politici e civili in cambio di pace. Montesquieu, addio! La teoria della separazione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo - fatta propria da ogni Stato moderno repubblicano, che secondo il filosofo francese doveva (e deve) proteggere il cittadino all’interno di uno Stato dal dispotismo dello Stato stesso, e difendere a sua volta lo Stato da una deriva tirannica (“Il potere arresti il potere”, scriveva), rischia di venire meno; in nome della guerra globale al terrorismo, in nome della sicurezza e della salvaguardia del paese, in nome di un perenne stato di emergenza (un ossimoro in termini), il potere esecutivo, agendo per decreti, scalza il potere legislativo, sottraendogli le prerogative che lo rendono garante e controllore del potere esecutivo stesso; mentre il potere giudiziario rischia di essere sempre più indirizzato dal potere esecutivo, un esempio per tutti, il nostro ex Ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, fautore della normativa varata nel luglio 2005 sul contrasto al terrorismo internazionale: in una relazione alla Camera dei Deputati del due dicembre 2005, concludeva facendo riferimento a un caso giudiziario che aveva tenuto banco nell’opinione pubblica, in cui tre presunti terroristi erano prima stati condannati poi, in un successivo grado di giudizio, assolti, dalle accuse di associazione terroristica internazionale: “Come già accaduto più volte in questi ultimi anni, le decisioni dei diversi organi della Magistratura chiamati a pronunciarsi sulle accuse di terrorismo internazionale fanno emergere notevoli disparità di valutazione anche nell’ambito della stessa inchiesta giudiziaria. L’approccio diverso è frutto probabilmente di sensibilità e prassi differenziate, tipiche della cultura occidentale, che ripropongono problematiche almeno in parte già affrontate nel nostro Paese per il terrorismo interno”. Eh già, noi italiani abbiamo già dato al concetto di terrorismo! “Tutto ciò crea non solo sconcerto nell’opinione pubblica, ma viene anche interpretato come un segnale di debolezza negli ambienti dell’islamismo radicale.” E concludeva sottolineando “la necessità di forme sempre più strette di autonomo coordinamento della magistratura, capaci di dare maggiore coerenza all’azione giudiziaria nei confronti del terrorismo internazionale.” Che cosa significa “maggiore coerenza”? L’individuazione di una inappellabile definizione di terrorista, da non confondere con guerrigliero o resistente o ribelle? Qualcosa di simile al nemico combattente di bushiana creazione? Nell’attesa di una maggiore e affidabile coerenza della magistratura (!), il Ministro degli Interni, come autorizzato dalla normativa antiterrorismo, può disporre l’espulsione immediata di un presunto terrorista scavalcando il potere giudiziario (più semplice che accondiscendere alle extraordinary rendition di invenzione statunitense, mettere in campo i Servizi italiani, e poi appellarsi al Segreto di Stato per bloccare qualsiasi indagine degli organi atti a indagare e giudicare). Tutto ciò a dispetto anche di quei principi
che fino a oggi sono stati alla base di ogni liberaldemocrazia - la
definizione di diritti civili sanciti da una costituzione e ritenuti
inviolabili (tra cui l’habeas corpus) che nessuna legge specifica
può scavalcare - in cui lo stato di emergenza può essere
solo una situazione di eccezione tesa a salvaguardare, e non a eliminare,
le norme fondamentali, cioè l’ordine costituzionale dello
Stato stesso. E quale situazione può essere considerata più
di emergenza di una situazione di guerra? Ed è così
che la guerra diviene il fondamento ontologico di una politica, e
quindi di uno Stato. Una guerra che non mira alla vittoria ma a consolidarsi
in una situazione perpetua. Divenuta garante di un’economia capitalista
neoliberista, è dell’economia stessa, l’economia
delle multinazionali e delle lobby, la necessità di avere un
potere coercitivo e autoritario; privo di freni e controllo, sostenuto
dalle stesse istituzioni mondiali – Fondo Monetario Internazionale
e Banca mondiale – il dogma neoliberista viaggia a tutta velocità
su due binari, uno più visibile l’altro più sotterraneo. Sull’altro binario, le enormi risorsi statali
dirottate al sistema Difesa (che coraggio chiamarla Difesa) tolgono
linfa vitale al sistema sociale. Vogliono farci credere che non esista
alternativa, mentre è il caso di rovesciare l’affermazione
ormai divenuta deontologica e chiedersi quale sia l’obiettivo
e quale la conseguenza. Nel momento in cui un cittadino non si sente più
protetto socialmente dallo Stato, cessa di percepirlo come giusto
e legittimo; diventa forte il rischio di tensioni sociali, pericolose
per la politica, per la loro forza disgregante, e per l’economia
capitalista, per la mancata redditività che ne consegue, sia
per il blocco della produzione sia per le concessioni economiche che
sarà costretta a fare per addormentare la protesta; e allora,
l’emergenza, il pericolo, il nemico uno e comune, ha il grande
pregio di compattare la popolazione in un sentimento collettivo nazionalista
e depoliticizzare la società civile. Paranoici, terrorizzati di morire in un attacco
terroristico, moriremo vecchi, ammalati e soli ai bordi di una strada,
abbandonati dallo stesso Stato che abbiamo sostenuto, maledicendo
gli extracomunitari perché quelli che non sono terroristi sono
ladri di lavoro, di posti all’asilo, di sussidi comunali per
gli affitti. Perché oltre a essere terrorizzati, ci sentiamo
invasi. “Due milioni di africani sono pronti a sbarcare sulle
nostre coste,” afferma nell’estate 2004 l’allora
Ministro degli Interni Pisanu; e il cittadino più infastidito
che impietosito guardava alla televisione le carrette del mare stracolme
di disperati. Ma quante carrette del mare ci vogliono per far arrivare
fino alle nostre coste due milioni di africani? L’esodo biblico,
previsto da fonti dei Servizi italiani, non c’è stato.
E non grazie alle contromisure prese dal nostro governo, in accordo
con i governi dell’area mediterranea (accordi bilaterali per
rimpatri coatti, creazione di Campi di identificazione per i richiedenti
asilo nei paesi della sponda sud del Mediterraneo), ma perché
la previsione stessa era una bufala. Le cifre stesse del Viminale
la smentiscono: la grande maggioranza dei clandestini, in Europa e
nel nostro paese, sono overstayers, cioè persone entrate regolarmente
e poi rimaste illegalmente per scadenza dei termini. Persone che il
governo non ha alcun interesse a regolarizzare, al contrario, ha convenienza
a mantenere illegali allo scopo di alimentare un mercato nero del
lavoro che abbassi ulteriormente il costo del lavoro: una lotta tra
poveri, disoccupati e precari italiani da una parte, extracomunitari
clandestini dall’altra. Quale speranza di libertà e consapevolezza
per una società formata da cittadini terrorizzati e paranoici,
convinti che un sistema democratico non possa loro togliere i diritti
civili strappati a un potere oligarchico con le lotte e le rivoluzioni
di oltre due secoli? Nessuna speranza fino a quando demanderemo ad
altri - a politici che di mestiere si esprimono attraverso slogan,
a giornalisti e intellettuali fabbricanti di consenso – il compito
di creare la nostra opinione.
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