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Polemos

 

Princìpi di economia francescana
di Giovanna Baer
Economia francescana: Jorge Mario Bergoglio: marxista, eretico o semplicemente Papa?

“Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. […] Gli esclusi non sono ‘sfruttati’, ma rifiuti, ‘avanzi’”.

Queste non sono le parole di uno studioso di orientamento marxista, e tanto meno quelle di un rappresentante politico della sinistra radicale: le ha scritte Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, nella prima esortazione apostolica del suo pontificato, dal titolo Evangelii Gaudium, datata 24 novembre 2013. E continua: “In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della ‘ricaduta favorevole’, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare”.

Il gesuita argentino, da sempre ferreo oppositore della Teologia della liberazione, che ha rifiutato molti dei benefit concessi al successore di Pietro, stupisce il mondo cattolico per l’importanza che riconosce ai problemi economici ed ecologici globali, e scandalizza l’Occidente capitalista. L’Economist in un editoriale non firmato – che quindi rappresenta la posizione ufficiale del giornale – insinua che “consciamente o inconsciamente [Francesco] segua Vladimir Lenin nella sua diagnosi del capitalismo e dell’imperialismo” (1), e scomoda, guarda caso, Shumpeter e Popper (e l’ormai vetusta triade capitalismo=democrazia=libertà), per delegittimare, con una punta di scherno, le tesi del pontefice, reo di avere affermato che il nostro sistema economico, come tutti i grandi imperi, per sopravvivere ha bisogno del le guerre, attraverso le quali si ripianano “i bilanci delle economie idolatre, le grandi economie mondiali che
sacrificano l’uomo al dio denaro”.

Ma la diagnosi di Francesco è precisa e puntuale: “La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano a uno solo dei suoi bisogni: il consumo. Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. […] Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un’evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. […] In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta”.

Non bisogna dimenticare che Bergoglio è un figlio del sud del mondo, quell’America latina che nel Novecento (per non parlare di quanto è avvenuto in precedenza) ha visto, e sopportato, di tutto: dalle dittature sanguinarie create e mantenute dai governi occidentali per arginare il diffondersi del comunismo rivoluzionario durante la guerra fredda alle ‘ricette miracolose’ delle istituzioni finanziarie mondiali che hanno messo in ginocchio intere nazioni, dai danni ambientali causati dalla deforestazione dell’Amazzonia (l’ecosistema più importante della Terra) alla privatizzazione dell’acqua potabile. Quando parla di capitalismo globale, e delle conseguenze che esso ha sulla vita dei più fragili, Francesco parla del suo, dei 110 milioni di americani (moltissimi dei quali cattolici) che guadagnano meno di un dollaro al giorno, dei 1.442 milioni di persone in tutto il pianeta che vivono sotto la soglia di povertà.

Per questo non è più possibile confidare “nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo”. Quell’assistenzialismo che Bergoglio definisce “carità à la carte”, e che si riduce a una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza: “I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema”.

Il pontefice si preoccupa di chiarire che il problema si situa alla radice stessa del capitalismo, perché la “funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni” sono “realtà anteriori alla proprietà privata”. Bergoglio afferma così quel che nel nostro mondo (compresi molti ambienti della Chiesa cattolica) è ormai non solo impronunciabile, ma addirittura impensabile, e ne parla come di un dato di fatto, un assioma, che non richiede alcuna dimostrazione. Anche il grande problema della sicurezza, lungi dall’essere frutto di fondamentalismi ideologici o religiosi (ecoterrorismo, Isis), è secondo Francesco conseguenza delle disparità sociali alimentate dal nostro sistema economico: “Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’iniquità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. […] Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. […] Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore”.

All’indomani degli attentati di Parigi queste parole assumono un senso profetico: inutile chiudere i cancelli, costruire muri, aumentare i controlli, perché il male è dentro (o meglio, il male è il nostro), e mentre “alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i Paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una ‘educazione’ che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi”, la rabbia degli esclusi cresce. “La pace sociale non può essere intesa come irenismo o come una mera assenza di violenza ottenuta mediante l’imposizione di una parte sopra le altre. […] Le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’inclusione sociale dei poveri e i diritti umani, non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un’effimera pace per una minoranza felice. La dignità della persona umana e il bene comune stanno al di sopra della tranquillità di alcuni che non vogliono rinunciare ai loro privilegi”.

Non stupisce che, anche all’interno della Chiesa, l’insofferenza verso il pontefice cresca ma, nonostante i tentativi maldestri di farlo passare per marxista o eretico, o addirittura come usurpatore del soglio pontificio (2), Francesco ha dalla sua la dottrina cristiana, che non è ambigua nel difendere i diritti degli emarginati.

“Ricordiamo anche con quanta convinzione l’Apostolo Giacomo riprendeva l’immagine del grido degli oppressi: «Il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente» (5,4). La Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni. […] Ciò implica sia la collaborazione per risolvere le cause strutturali della povertà
e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete che incontriamo. […] Deplorevolmente, persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione di una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei popoli più ricchi. Rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta appartiene a tutta l’umanità e per tutta l’umanità, e che il solo fatto di essere nati in un luogo con minori risorse o minor sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignità”.

Quella che Bergoglio definisce “l’opzione per i poveri” non è dunque un ornamento della dottrina cristiana, né un carisma particolare: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. […] Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa». Questa opzione – insegnava Benedetto XVI – «è implicita nella
fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» […] È un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. […] Senza l’opzione preferenziale per i più poveri, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone”.

Come aveva già affermato il 18 maggio 2013 alla veglia di Pentecoste, “la povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi”. Il Pontefice è consapevole che con la sua esortazione apostolica si alienerà più di qualche simpatia, ma non retrocede di un passo: “Se qualcuno si sente offeso dalle mie parole, gli dico che le esprimo con affetto e con la migliore delle intenzioni, lontano da qualunque interesse personale o ideologia politica. […] Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cfr. Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello ‘di successo’ e ‘privatistico’, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita”.

È chiaro che, diversamente da quanto previsto dal modello marxista (cui quello cristiano è antecedente di 1800 anni circa), qui non si intende parlare a favore della lotta di classe, ma della conversione dei singoli (“Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi”, Mt,19:22): nelle parole di Francesco l’equità è il risultato non della rivoluzione proletaria e dell’abolizione della proprietà privata, ma dell’amore disinteressato verso il prossimo (caritas): “L’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio fino al punto che chi non ama il fratello «cammina nelle tenebre» (1 Gv 2,11), «rimane nella morte» (1 Gv 3,14) e «non ha conosciuto Dio» (1 Gv 4,8)”. Quello che insegna il Papa non è il comunismo, ma la comunione (dei cuori e dei beni), uno dei precetti basilari dell’insegnamento di Cristo.

Bergoglio non si stanca di ripetere questi concetti e, benché non sia ottimista sulle probabilità di essere ascoltato (“Non ignoro che oggi i documenti non destano lo stesso interesse che in altre epoche, e sono rapidamente dimenticati. Ciononostante, sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti”), li ha riproposti più volte in occasione del suo viaggio americano nel settembre scorso, al Congresso degli Stati Uniti (“Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza.

Politica è, invece, espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale” [3]); come pure all’assemblea dell’Onu (“Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza. […] La misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento della nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo, pratico e immediato, per tutti, ai beni materiali e spirituali indispensabili: abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente remunerato, alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà religiosa e, più in generale, libertà dello spirito ed educazione” [4]). Ma si è preoccupato di ribadirli soprattutto il 9 luglio a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, durante il secondo incontro mondiale dei movimenti popolari (5).

“Diciamo NO [in stampatello nel testo, n.d.a.] a una economia di esclusione e iniquità in cui il denaro domina invece di servire. Questa economia uccide. Questa economia è escludente. Questa economia distrugge la Madre Terra. L’economia non dovrebbe essere un meccanismo di accumulazione, ma la buona amministrazione della casa comune. Ciò significa custodire gelosamente la casa e distribuire adeguatamente i beni tra tutti. Il suo scopo non è solo assicurare il cibo o un ‘decoroso sostentamento’. E nemmeno, anche se sarebbe comunque un grande passo avanti, garantire l’accesso alle ‘tre t’ per le quali voi lottate [tierra, techo, trabajo, cioè terra, casa, lavoro, n.d.a.]. Un’economia veramente comunitaria, direi una economia di ispirazione cristiana, deve garantire ai popoli dignità, «prosperità senza escludere alcun bene» (6).

“[…] Un’economia giusta deve creare le condizioni affinché ogni persona possa godere di un’infanzia senza privazioni, sviluppare i propri talenti nella giovinezza, lavorare con pieni diritti durante gli anni di attività e accedere a una pensione dignitosa nell’anzianità. Si tratta di un’economia in cui l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione sociale. […] Questa economia è non solo auspicabile e necessaria, ma anche possibile. Non è un’utopia o una fantasia. È una prospettiva estremamente realistica. Possiamo farlo. Le risorse disponibili nel mondo, frutto del lavoro intergenerazionale dei popoli e dei doni della creazione, sono più che sufficienti per lo sviluppo integrale di «ogni uomo e di tutto l’uomo» (7). Il problema, invece, è un altro. Esiste un sistema con altri obiettivi. Un sistema che oltre ad accelerare in modo irresponsabile i ritmi della produzione, oltre a incrementare nell’industria e nell’agricoltura metodi che danneggiano la Madre Terra in nome della ‘produttività’, continua a negare a miliardi di fratelli i più elementari diritti economici, sociali e culturali. Questo sistema attenta al progetto di Gesù, contro la Buona Notizia che ha portato Gesù.

“L’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è semplice filantropia. È un dovere morale. Per i cristiani, l’impegno è ancora più forte: è un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro. La destinazione universale dei beni non è un ornamento discorsivo della dottrina sociale della Chiesa. È una realtà antecedente alla proprietà privata. La proprietà, in modo particolare quando tocca le risorse naturali, dev’essere sempre in funzione dei bisogni dei popoli. E questi bisogni non si limitano al consumo. […] I piani di assistenza che servono a certe emergenze dovrebbero essere pensati solo come risposte transitorie, occasionali. Non potrebbero mai sostituire la vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale. […] Il colonialismo, vecchio e nuovo, che riduce i Paesi poveri a semplici fornitori di materie prime e manodopera a basso costo, genera violenza, povertà, migrazioni forzate e tutti i mali che abbiamo sotto gli occhi, proprio perché mettendo la periferia in funzione del centro le si nega il diritto a uno sviluppo integrale.

“E questo, fratelli, è iniquità, e l’iniquità genera violenza che nessuna polizia, militari o servizi segreti sono in grado di fermare. […] La casa comune di tutti noi viene saccheggiata, devastata, umiliata impunemente. La codardia nel difenderla è un peccato grave. Vediamo con delusione crescente che si succedono uno dopo l’altro vertici internazionali senza nessun risultato importante. C’è un chiaro, preciso e improrogabile imperativo etico ad agire che non viene soddisfatto. Non si può consentire che certi interessi – che sono globali, ma non universali – si impongano, sottomettano gli Stati e le organizzazioni internazionali e continuino a distruggere il creato. I popoli e i loro movimenti sono chiamati a far sentire la propria voce, a mobilitarsi, a esigere – pacificamente ma tenacemente – l’adozione urgente di misure appropriate. Vi chiedo, in nome di Dio, di difendere la Madre Terra”.

Eppure, a parte le già citate critiche di marxismo e pauperismo nelle poche occasioni in cui le parole del Papa – fuori e dentro la Chiesa – non possono essere del tutto ignorate (come chiosava Hélder Câmara, arcivescovo di Recife: “Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”), di Francesco si parla soprattutto a proposito di controversie dottrinarie ‘interne’ (sì o no all’eucaristia per i divorziati risposati, sì o no all’inclusione dei gay nelle comunità pastorali, e così via), tutto sommato marginali rispetto alle tematiche portanti del suo pontificato. E se è comprensibile che media, imprenditori e politici di destra giochino alle tre scimmiette, resta un mistero perché la sinistra faccia orecchio da mercante quando, fosse solo per opportunismo elettorale, avrebbe tutto da guadagnarci.

 

Giovanna Baer

 

1) Francis, capitalism and war. The pope’s divisions, The Economist, 20 giugno 2014
2) Cfr. Antonio Socci, Non è Francesco, Mondadori, 2015
3) Papa Francesco all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America, Washington D.C., 24 settembre 2015
4) Papa Francesco all’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, New York, 25 settembre 2015
5) Papa Francesco al II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), 9 luglio 2015
6) Giovanni XXIII, lettera enciclica Mater et Magistra, 15 maggio 1961
7) Paolo VI, lettera enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967

 

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