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Ordoliberismo. Il piano biopolitico
di Giovanna Cracco

Mutare l’ambiente per modificare il comportamento dell’individuo: la forma ‘impresa’ come modello universalmente valido di regolazione sociale di un cittadino pacificato

L’ordoliberismo tedesco è sotto accusa. Non più, ormai, solo da parte del ‘populismo’ – calderone in cui il pensiero mainstream infila ogni forma di opposizione allo status quo – ma anche per bocca di quella politica che si presenta come argine alla stessa deriva populista. Le politiche di austerity imposte ai Paesi dall’Europa si sommano all’impoverimento causato dalla globalizzazione, e i cittadini iniziano a sentirsi rappresentati da forze politiche che propongono un cambiamento in senso nazionalista; per tutta risposta, anche i partiti favorevoli all’Unione europea hanno iniziato a criticarla. Renzi, per restare nell’ambito italiano, da presidente del Consiglio lanciava strali un giorno sì e l’altro pure contro le rigide regole di Bruxelles, che a suo dire bloccavano la già timida crescita economica che iniziava a far capolino, e contro una Germania che continuava a imporre la sua visione ordoliberista a tutti i Paesi della Ue.

Che l’ordoliberismo sia la teoria economica alla base della costruzione dell’Europa, non c’è dubbio, e in casa nostra perfino i grandi media sono arrivati a riconoscerlo e a criticarlo, dopo aver evitato il tema per anni e santificato l’inflessibile schema normativo europeo che, finalmente, metteva fine alla politica di espansione del debito pubblico tipicamente italiana.

Con una sintesi estrema, l’ordoliberismo tedesco, che affonda le radici nella scuola austriaca di von Hayek, ritiene che la competizione sia l’unico principio ordinatore degli scambi economici, ma a differenza del liberismo classico crede che il libero mercato non si formi in modo naturale, lasciando agire al suo interno le forze che lo compongono, ma che abbia bisogno, per esistere, di uno Stato, che attraverso leggi e regole deve garantire il suo pieno e corretto funzionamento. Lo Stato quindi non è affatto fuori dall’economia, è al contrario uno ‘Stato forte’, che deve depoliticizzare le relazioni socio-economiche e i rapporti di potere capitalistici, perché le norme che consentono al libero mercato di esprimersi devono essere fisse: non possono venire modificate a seconda degli effetti positivi o negativi prodotti nella società – l’inserimento in Costituzione dei vincoli di pareggio del bilancio pubblico ne è un esempio. Ne consegue che è essenziale creare istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), fuori dal campo di battaglia degli interessi particolari – imprese, sindacati, gruppi di pressione ecc. – che agiscono sulla politica.

Quanto questa teoria economica non generi affatto un miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei cittadini e anzi aumenti le diseguaglianze, è ormai evidente. E non l’ha prodotto nemmeno nella società tedesca, il cui successo tanto decantato e portato a esempio della bontà della teoria, e in nome del quale l’ordoliberismo è divenuto base della costruzione dell’Unione europea, ha ben poco di veritiero, come mostra un’analisi approfondita della situazione germanica che vada oltre gli sterili dati economici su Pil, occupazione ecc. (1).

Se restiamo nel campo dell’etica ufficiale quindi, che vuole che il fine ultimo delle politiche economiche di uno Stato sia la crescita del benessere di tutti i cittadini, l’ordoliberismo ha ampiamente dimostrato di essere una teoria sbagliata. Su questa base, per non continuare a perdere consenso elettorale, la classe politica di diversi Paesi europei, Italia in testa, ha iniziato a parlare di un’Unione da rifondare: l’ordoliberismo non funziona, non lo vogliamo. Ma al di là del teatrino, occorre ragionare su un aspetto ben più importante: la posta in gioco del neoliberismo – scuola americana (i Chicago Boys di Milton Friedman) o austriaca – è la sopravvivenza del capitalismo alle sue crisi. Uno dei suoi scopi dunque, soprattutto nell’ambito europeo, che aveva alle spalle qualche decennio di cultura politica socialdemocratica, era modificare la società e i cittadini; e purtroppo, su questo piano, l’ordoliberismo ha già raggiunto il suo obiettivo.

Giuliana Commisso nel suo La genealogia della governance, uscito per i tipi di Asterios nel 2016, analizza l’ordoliberismo tedesco tenendo come filo conduttore gli studi di Foucault sulla governamentalità; un approccio che permette una lettura di questa teoria economica che generalmente sfugge, e dunque un livello di ragionamento più ampio e complessivo.

Con Foucault, l’attuale governance è vista come una strategia di potere e una pratica di governo, che colloca l’azione nel campo biopolitico; agendo attraverso i corpi delle persone, essa mette in atto modalità che funzionano sulla base della tecnica e non del diritto, della normalizzazione e non della legge, e che vengono esercitate a livelli e in forme che vanno al di là dello Stato e dei suoi apparati.

L’ordoliberismo ha trasmesso il concetto della competizione totale dalla sfera economica a quella sociale, sia creando una nuova cultura che istituendo una serie di meccanismi che la impongono e la regolano. La sua forza è stata di agire sull’ambiente, modificandolo, mutando di conseguenza il comportamento dell’individuo. La forma ‘impresa’ e il principio della concorrenza sono divenuti fondanti di ogni relazione, modelli universalmente validi di regolazione sociale: la persona non è più un lavoratore ma un proprietario di ‘capitale umano’, che deve vendere se stesso sul mercato in competizione con gli altri, capitalizzando le competenze acquisite; l’analisi quantitativa ed efficentista tipica della sfera aziendale – rating, benchmark ecc. – è stata estesa a ogni ambito del percorso di vita di un individuo: sociale (il numero di follower, ‘mi piace’ ecc.), scolastico e lavorativo.

È il concetto di empowerment, che porta con sé oltre al darwinismo sociale, una forte colpevolizzazione individuale: se non ce la fai è colpa tua, non vali abbastanza, non ti impegni abbastanza. E dunque, non hai diritto a essere aiutato attraverso il welfare – quel poco che ne è rimasto – sei un peso per la società, ed è giusto che tu sia condannato a restarne ai margini, abbandonato. È questa la realtà che disegnano le politiche scolastiche e lavorative messe in atto nei Paesi europei: se rifiuti l’alternanza scuola/lavoro durante il tuo percorso di studi, e dunque non accetti fin da adolescente di essere sfruttato lavorando gratuitamente, interiorizzando il concetto, vieni bocciato; se terminata la scuola rifiuti di accumulare stage non retribuiti dimostri di non volerti impegnare nella costruzione del tuo curriculum e della tua professionalità; se da disoccupato rifiuti qualsiasi lavoro ti venga offerto per mansione e salario non hai diritto al sussidio pubblico.

È chiaro che riuscire a rendere egemone una simile visione consente anche di eliminare il concetto di ‘classe sociale’ e di costruire un cittadino post ideologico, perché a guidarlo bastano l’etica e la morale, che sono aspetti individuali; e dunque un cittadino pacificato, che al proprio impoverimento risponde sentendosi personalmente responsabile, e non innescando conflitti sociali.

Perché questa visione sia accettata deve essere tuttavia assunta come vera dalle persone. L’ordoliberismo ci è riuscito trasferendo pian piano il potere decisionale dalla sfera politica, che agisce in base a ideali e principi qualitativi, all’ambito economico, che risponde a valori quantitativi. Chi ha qualche anno sulle spalle può rendersi conto del cambiamento culturale che è avvenuto nella società. Oggi è considerato normale, per esempio, che un’impresa abbia diritto a delocalizzare inseguendo il profitto, anche se questo genera disoccupazione; a trasformare la forza lavoro da stabile a flessibile per utilizzarla in base ai picchi di produttività, anche se questo crea una massa di cittadinilavoratori sottopagati e precari; che sia stato trasferito al mercato finanziario il giudizio sulla bontà delle politiche di un Stato – attraverso il rating sui titoli pubblici, la possibilità di farvi agire le dinamiche speculative ecc.

Cambiamenti nel modo di pensare collettivo, trasmessi dall’alto al basso attraverso la diffusione di un nuovo pensiero, che hanno promosso l’idea che il mercato, e non più la politica, sia lo spazio che produce la verità, che distingue il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato.

Qualcosa si sta muovendo: negli Stati Uniti alla primarie Democratiche il 67% dei votanti tra i 18 e i 29 anni ha dato la propria preferenza a Sanders – e vedremo nelle vicine elezioni in Gran Bretagna quanti voti delle giovani generazioni andranno a Corbyn. Sono voti che in qualche modo, difficile sapere quanto profondamente, rifiutano questa visione. Se è l’inizio di un cambiamento, una cosa tuttavia è certa: che l’austerity venga messa da parte dai governi europei, che i diktat economici della Ue divengano meno stringenti, l’ordoliberismo ha già modificato l’ambiente sociale nel quale viviamo; servirà non poco tempo per riuscire a metterlo culturalmente in discussione.

 

Giovanna Cracco

 

 

1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, La Germania incantata, Paginauno n. 53/2017

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