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Restituzione prospettica |
| L'onorata società
e le inchieste sulle origini della seconda Repubblica di Walter G. Pozzi |
9 settembre 2009 |
| Le
stragi del '92-'93, massoneria, federalismo e Cosa nostra |
| “Oggi i siciliani non hanno
più bisogno di armi perché per difendere la nostra terra
c’è l’autonomia, ben più efficace della
polvere da sparo”. Oramai è evidente che il passato imprenditoriale
e politico di Silvio Berlusconi sia disseminato di bombe inesplose.
Ed è assai probabile che quella che i pm di Palermo stanno
facendo brillare negli uffici della procura sia ad alto potenziale
distruttivo. Questo spiegherebbe le preoccupazioni del premier e,
c’è da giurarlo, della sua eminenza grigia Marcello Dell’Utri;
non a caso è partito l’attacco preventivo nella forma
di una denuncia mediatica rivolta agli inquirenti di Milano e Palermo.
Se i giudici in questione durante le indagini avevano qualche dubbio,
da ieri sanno con certezza di avere contro lo Stato. “Una delle tante volte in cui io mi ritrovai
a conversare con il Miccichè, il Potente e il Monachino, il
discorso cadde sull’on. Bossi della Lega Nord, che poco tempo
prima era andato a Catania. Io, che allora consideravo Bossi ‘un
nemico della Sicilia’, dissi: «Perché un’altra
volta che viene qua non lo ammazziamo?» Al che il Miccichè
Borino esclamò: «Ma che, sei pazzo? Bossi è giusto».
Il Miccichè spiegò quindi che la Lega Nord, e all’interno
di essa non tanto Bossi, che era un ‘pupo’, quanto il
senatore Miglio, era l’espressione di una parte della Democrazia
cristiana e della Massoneria che faceva capo all’on. Andreotti
e a Licio Gelli. Il Miccichè spiegò ancora che dopo
la Lega del Nord sarebbe nata anche una Lega del Sud, in maniera tale
da non apparire espressione di Cosa nostra, ma in effetti al servizio
di Cosa nostra; e in questo modo, «noi saremmo divenuti Stato»”. Detto per inciso, malgrado il procedimento penale
si sia concluso con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta
non induce a serenità. Dalla lettura delle deposizioni e delle
indagini svolte si evince che in tutti questi anni agli italiani è
stato taciuto: che nell’estate del 1992, la mafia ha messo in
atto un colpo di Stato, un vero e proprio progetto eversivo bloccato,
dopo la strage di Capaci, da trattative segrete tra apparati delle
istituzioni e i vertici di Cosa nostra; che tali trattative hanno
contribuito ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte,
già precedentemente decisa dalla cupola, di Borsellino (giunto
a conoscenza dei contatti tra agenti del Ros e i capi mafia); che
a quest’ultima strage non furono estranei i servizi segreti;
che il prezzo di questa trattativa per Provenzano sia stata la ‘vendita’
di Totò Riina, e per la polizia la ‘dimenticanza’
di perquisire la casa del boss subito dopo l’arresto; che nel
frattempo, in funzione autonomista e separatista, elementi della massoneria
come Licio Gelli (to’, chi si rivede) e dell’estremismo
di destra come Stefano Delle Chiaie (to’...) hanno fondato in
tutto il sud decine di leghe e leghine, per un progetto la cui carica
si è in seguito esaurita alla fine del ’93, in coincidenza
con la nascita di un nuovo soggetto politico, su cui la mafia ha puntato
per risolvere i problemi più immediati; che queste nuove leghe
hanno stabilito dei rapporti con la Lega nord; che all’interno
della Lega nord, soprattutto alle sue origini, vi sono state forti
influenze esercitate da personaggi legati alla massoneria. Dichiarazione dopo dichiarazione, tra le righe dell’inchiesta,
prende forma l’intero progetto mafioso, ben preciso e strutturato,
di cui la componente armata è stata solamente la tappa iniziale.
Per prima cosa chiamare lo Stato a trattare e così prendere
tempo. In seguito mettere in pratica la strategia di Provenzano divenuta
celebre con il nome di ‘sommersione’. Cioè cambiare
pelle in maniera lenta e invisibile adeguandosi ai tempi. Quella che si muove a garanzia di questo traghettamento
da un passato di stragi a un futuro di autonomia federalista, è
la Sicilia (ma è più giusto dire l’Italia tutta)
del Gattopardo, del trasformismo ai massimi livelli. Scrive Forgione,
assumendo il punto di vista della mafia: “Bisogna raccogliere
quell’eredità politica, di relazioni e di consenso; ridare
orgoglio e rappresentanza a quella trama di potere e, nello stesso
tempo, presentarsi come novità, se non come la vera rottura
con quel passato, agli occhi di un’opinione pubblica ancora
colpita dalle vicende di Tangentopoli e dalle stragi mafiose di Capaci
e via D’Amelio. Serve una grande operazione politica ma anche
di marketing e di immagine di cui solo gli uomini di Publitalia possono
esser capaci. Del resto, il loro capo indiscusso e braccio destro
di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è siciliano,
e sarà lui il regista della nascita del movimento azzurro nella
sua terra”. Era proprio su questo contatto che Borsellino stava
indagando prima di morire, e alla domanda che il pm Di Matteo rivolge
a Cancemi, se ci fosse un collegamento tra le stragi da una parte
e gli obiettivi politici che Riina voleva raggiungere con i nuovi
amici dall’altra, il collaboratore di giustizia risponde: “...
Io le posso dire con assoluta certezza che Riina, quando parlava di
queste cose, metteva nel mezzo questi nomi, diciamo di persone. Quando
lui faceva il ragionamento che si dovevano cambiare queste leggi (la
41bis, per esempio, entrata in vigore dopo l’omicidio di Borsellino
e la sua scorta, n.d.a), lui diceva che queste persone noi
li dobbiamo garantire ora e nel futuro di più [...]. Noi queste
persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino,
che questi sono quelli che a noi ci devono portare bene”. Sarebbe stata, secondo i pentiti, la nascita del
Polo delle Libertà a sollevare Cosa nostra dall’impasse.
E Forgione, in maniera didattica, dimostra in che modo Forza Italia
e l’Udc avrebbero contribuito alla ricostruzione dei rapporti
della mafia con il territorio. “I partiti del Polo scelgono
la strada del radicamento capillare nel territorio. Sanno che nell’isola
il terreno è fertile, che le istanze dello scambio politico
mafioso vivono nel ventre molle della società e sono decisivi
per determinare gli equilibri politici e il consenso elettorale. Comune
per comune, i costruttori di Forza Italia e del Polo recuperano tutto
il vecchio personale politico apparentemente evaporato allo scoppio
delle prime inchieste della magistratura. Riallacciano rapporti con
gli esponenti di quelle classi dirigenti locali e con quella rete
di uomini rappresentativi di un sistema di potere diffuso sul territorio
che da sempre, in Sicilia, rappresentano interessi di frontiera con
quelli di Cosa nostra. [...] Nei club azzurri, dopo poche settimane
si ritrova la società che conta: imprenditori, professionisti,
commercianti, ex assessori e consiglieri comunali della prima Repubblica,
operai e gente del popolo. Sono la rappresentanza in piccolo di un
vero e proprio blocco sociale già egemone nella società
siciliana e soprattutto nel suo ventre molle. Nei quartieri periferici,
ad animare i club azzurri sono spesso i capipopolo; capi di quell’esercito
di precari, sottoproletari, ex carcerati ma anche di lavoratori impegnati
in progetti utili...”. Quello tra mafia e massoneria è il punto d’incontro
su cui poggia buona parte della storia italiana del secondo Novecento.
Numerosi sono i capi mafia appartenenti anche a quest’ultima,
ed è proprio all’interno dei corpi massonici che nascono
i contatti con gli imprenditori e con le istituzioni che amministrano
il potere. La deregulation che ne seguirebbe, sull’onda
dell’inerzia normativa in tema di mercato del lavoro in atto
da anni nell’economia globalizzata, renderebbe il Sistema medesimo,
crocevia di un immane traffico commerciale. Polo attrattivo, cioè,
di insediamenti produttivi per le industrie continentali, nord Italia
compreso, oltre che centro di richiamo dall’estero di capitali
di investimento e di speculazioni. Il che accrediterebbe il sud dell’Italia
come una sorta di paradiso fiscale e porterebbe a compimento una dinamica
propria al capitalismo, che vuole che, a una iniziale forma di anarchia
commerciale, segua inevitabilmente, in là nel tempo, una successiva
integrazione all’interno dei vecchi equilibri del mercato. Nell’adempimento
di una delle più stringenti esigenze del capitalismo, perennemente
bisognoso di nuove piattaforme off-shore che riconducano alla legalità
la parte consistente del capitale guadagnato illegalmente.
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