| “Oggi i siciliani non hanno più
bisogno di armi perché per difendere la nostra terra c’è
l’autonomia, ben più efficace della polvere da sparo”.
Raffaele Lombardo, 7 aprile 2008
Oramai è evidente che il passato imprenditoriale
e politico di Silvio Berlusconi sia disseminato di bombe inesplose.
Ed è assai probabile che quella che i pm di Palermo stanno facendo
brillare negli uffici della procura sia ad alto potenziale distruttivo.
Questo spiegherebbe le preoccupazioni del premier e, c’è
da giurarlo, della sua eminenza grigia Marcello Dell’Utri; non
a caso è partito l’attacco preventivo nella forma di una
denuncia mediatica rivolta agli inquirenti di Milano e Palermo. Se i
giudici in questione durante le indagini avevano qualche dubbio, da
ieri sanno con certezza di avere contro lo Stato.
Difficile comunque che le dichiarazioni del presidente del consiglio
abbiano colto di sorpresa Ingroia e colleghi, un po’ perché
il suo modus operandi segue sempre la strada della delegittimazione
pubblica del nemico, ma soprattutto perché i risultati delle
indagini sarebbero di tale portata, da mettere in discussione la legittimità
stessa della nascita della seconda Repubblica. L’inchiesta che
in questi mesi sembra raggiungere grande concretezza non nasce oggi;
di certo, però, deve aver trovato nelle dichiarazioni di Spatuzza
e di Massimo Ciancimino una specie di anello mancante (sotto forma di
riscontri oggettivi), senza il quale, per più di dieci anni,
situazioni, fatti e incontri sono rimasti relegati al rango di semplici
supposizioni.
Arduo dire con certezza che cosa stia bollendo negli incandescenti pentoloni
della procura di Palermo. Si possono però tirare alcune conclusioni
scorrendo i risultati delle inchieste svolte dopo la metà degli
anni Novanta e in seguito archiviate per mancanza di riscontri. Qualora
i giudici dovessero provare alcuni fatti, potrebbe essercene abbastanza
da avere paura al pensiero delle reazioni di quei poteri occulti (massoneria
e servizi segreti) che tra il 1991 e il 1994, gli anni di Mani Pulite
e delle cosiddette stragi corleonesi, hanno maramaldeggiato da nord
a sud, tra attentati, manovre politiche, ricatti e minacce. In un momento
in cui il sistema politico rivela grande debolezza, veramente c’è
da temere esplosivi ricorsi storici e che qualcuno riarmi la falange,
dal momento che sotto accusa sarebbe il recente passato della storia
italiana, figlio di un progetto talmente torbido da mettere in crisi
il presente e, soprattutto il prossimo futuro: in particolar modo il
tanto decantato progetto federalista, mostrato come la riforma delle
riforme.
“Una delle tante volte in cui io mi ritrovai
a conversare con il Miccichè, il Potente e il Monachino, il discorso
cadde sull’on. Bossi della Lega Nord, che poco tempo prima era
andato a Catania. Io, che allora consideravo Bossi ‘un nemico
della Sicilia’, dissi: «Perché un’altra volta
che viene qua non lo ammazziamo?» Al che il Miccichè Borino
esclamò: «Ma che, sei pazzo? Bossi è giusto».
Il Miccichè spiegò quindi che la Lega Nord, e all’interno
di essa non tanto Bossi, che era un ‘pupo’, quanto il senatore
Miglio, era l’espressione di una parte della Democrazia cristiana
e della Massoneria che faceva capo all’on. Andreotti e a Licio
Gelli. Il Miccichè spiegò ancora che dopo la Lega del
Nord sarebbe nata anche una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire
espressione di Cosa nostra, ma in effetti al servizio di Cosa nostra;
e in questo modo, «noi saremmo divenuti Stato»”.
Sono parole di Leonardo Messina, durante un interrogatorio reso ai magistrati
della procura di Palermo nel 1993. L’intento degli inquirenti
consisteva nel tentativo di fare luce sulle ragioni che hanno indotto
la mafia, nel corso di quei due anni, a muovere un pesante attacco armato
contro lo Stato, per avviare un progetto separatista a lunga scadenza,
di cui le forti istanze federaliste attualmente in atto potrebbero apparire
ideale coda politica.
Detto per inciso, malgrado il procedimento penale si sia concluso con
una richiesta di archiviazione, l’inchiesta non induce a serenità.
Dalla lettura delle deposizioni e delle indagini svolte si evince che
in tutti questi anni agli italiani è stato taciuto: che nell’estate
del 1992, la mafia ha messo in atto un colpo di Stato, un vero e proprio
progetto eversivo bloccato, dopo la strage di Capaci, da trattative
segrete tra apparati delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra; che
tali trattative hanno contribuito ad accelerare l’esecuzione della
condanna a morte, già precedentemente decisa dalla cupola, di
Borsellino (giunto a conoscenza dei contatti tra agenti del Ros e i
capi mafia); che a quest’ultima strage non furono estranei i servizi
segreti; che il prezzo di questa trattativa per Provenzano sia stata
la ‘vendita’ di Totò Riina, e per la polizia la ‘dimenticanza’
di perquisire la casa del boss subito dopo l’arresto; che nel
frattempo, in funzione autonomista e separatista, elementi della massoneria
come Licio Gelli (to’, chi si rivede) e dell’estremismo
di destra come Stefano Delle Chiaie (to’...) hanno fondato in
tutto il sud decine di leghe e leghine, per un progetto la cui carica
si è in seguito esaurita alla fine del ’93, in coincidenza
con la nascita di un nuovo soggetto politico, su cui la mafia ha puntato
per risolvere i problemi più immediati; che queste nuove leghe
hanno stabilito dei rapporti con la Lega nord; che all’interno
della Lega nord, soprattutto alle sue origini, vi sono state forti influenze
esercitate da personaggi legati alla massoneria.
Elementi tolti i quali diviene impossibile ricondurre a una trama di
senso gli sviluppi politici del passato che oggi, per una singolare
coincidenza, sembrano destinati a condensarsi nella febbre federalista
che sembra avere colpito il Parlamento in questi ultimi anni.
Dichiarazione dopo dichiarazione, tra le righe dell’inchiesta,
prende forma l’intero progetto mafioso, ben preciso e strutturato,
di cui la componente armata è stata solamente la tappa iniziale.
Per prima cosa chiamare lo Stato a trattare e così prendere tempo.
In seguito mettere in pratica la strategia di Provenzano divenuta celebre
con il nome di ‘sommersione’. Cioè cambiare pelle
in maniera lenta e invisibile adeguandosi ai tempi.
In un illuminante saggio del 2004, Amici come prima,
Francesco Forgione, allora membro della Commissione regionale antimafia,
affronta da una prospettiva prettamente politica questa seconda fase
della rinascita della mafia e della sua trasformazione in Sistema. Sono
gli anni che vanno dal 1994 al 2003 e che segnano un processo che l’autore
definisce di transizione. È una trama che procede parallela alla
nascita della seconda Repubblica e che evidenzia clamorosi intrecci
e legami consequenziali tra le due vicende, spesso al punto di diventare
una; tanto da sollevare il dubbio che la seconda Repubblica, altro non
sia che una storia non ancora conclusa, che un domani potrebbe intitolarsi:
come la mafia arrivò a farsi Stato.
Quella che si muove a garanzia di questo traghettamento da un passato
di stragi a un futuro di autonomia federalista, è la Sicilia
(ma è più giusto dire l’Italia tutta) del Gattopardo,
del trasformismo ai massimi livelli. Scrive Forgione, assumendo il punto
di vista della mafia: “Bisogna raccogliere quell’eredità
politica, di relazioni e di consenso; ridare orgoglio e rappresentanza
a quella trama di potere e, nello stesso tempo, presentarsi come novità,
se non come la vera rottura con quel passato, agli occhi di un’opinione
pubblica ancora colpita dalle vicende di Tangentopoli e dalle stragi
mafiose di Capaci e via D’Amelio. Serve una grande operazione
politica ma anche di marketing e di immagine di cui solo gli uomini
di Publitalia possono esser capaci. Del resto, il loro capo indiscusso
e braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è
siciliano, e sarà lui il regista della nascita del movimento
azzurro nella sua terra”.
Il legame, tuttavia, tra Berlusconi e la mafia, secondo diverse dichiarazioni
di pentiti, tra le quali quella di Salvatore Cancemi, risale ad anni
precedenti: “Nel ’90-’91, il Riina mi ha mandato a
chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi
e Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la vecchia Palermo
[...], che interessava a queste persone [...]. Il Riina Salvatore mi
disse che erano queste persone che lui aveva per le mani per... per
queste cose, diciamo questi benefici, chiamiamoli così, per queste
cose che noi speravamo, diciamo, di avere. E infatti di queste persone
a Riina ci mandavano duecento milioni, un contributo per Cosa nostra.
[...] Quindi io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente;
vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava,
sì, con queste persone”.
Era proprio su questo contatto che Borsellino stava indagando prima
di morire, e alla domanda che il pm Di Matteo rivolge a Cancemi, se
ci fosse un collegamento tra le stragi da una parte e gli obiettivi
politici che Riina voleva raggiungere con i nuovi amici dall’altra,
il collaboratore di giustizia risponde: “... Io le posso dire
con assoluta certezza che Riina, quando parlava di queste cose, metteva
nel mezzo questi nomi, diciamo di persone. Quando lui faceva il ragionamento
che si dovevano cambiare queste leggi (la 41bis, per esempio, entrata
in vigore dopo l’omicidio di Borsellino e la sua scorta, n.d.a),
lui diceva che queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro
di più [...]. Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste
persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci
devono portare bene”.
Quella della sommersione è stata la fase più lunga e complessa,
per via della compromissione che chiedeva alla mafia con elementi esogeni
ai suoi meccanismi interni. La Democrazia cristiana – caduto il
muro di Berlino e terminata la funzione anticomunista affidata a Cosa
nostra nel dopoguerra – le aveva voltato le spalle. Il successivo
attacco da parte dello Stato, concluso nel 1992 con la raffica di ergastoli
piovuta su boss e picciotti messi in carcere dal pool antimafia, l’aveva
costretta alla mossa più azzardata: l’assalto militare
e la contemporanea fondazione di leghe e leghine del sud. Una strategia
binaria con l’obiettivo non dichiarato della conquista dello Stato.
La messa in atto di un meccanismo simile alle istanze separatiste avanzate
dall’Eta nei Paesi Baschi e dall’Ira nell’Irlanda
del Nord, seppure con finalità e ideali molto differenti dai
loro. Una strategia che tuttavia aveva il difetto di prevedere tempi
di sviluppo eccessivamente lunghi. La mafia non era nelle condizioni
di aspettare, e la formazione delle tante leghe nell’ottica di
un’alleanza con Bossi non avrebbe garantito un successo a breve
termine. La 41bis, il regime di carcere duro e gli ergastoli rischiavano
di incentivare il fenomeno del pentitismo.
Sarebbe stata, secondo i pentiti, la nascita del Polo delle Libertà
a sollevare Cosa nostra dall’impasse. E Forgione, in maniera didattica,
dimostra in che modo Forza Italia e l’Udc avrebbero contribuito
alla ricostruzione dei rapporti della mafia con il territorio. “I
partiti del Polo scelgono la strada del radicamento capillare nel territorio.
Sanno che nell’isola il terreno è fertile, che le istanze
dello scambio politico mafioso vivono nel ventre molle della società
e sono decisivi per determinare gli equilibri politici e il consenso
elettorale. Comune per comune, i costruttori di Forza Italia e del Polo
recuperano tutto il vecchio personale politico apparentemente evaporato
allo scoppio delle prime inchieste della magistratura. Riallacciano
rapporti con gli esponenti di quelle classi dirigenti locali e con quella
rete di uomini rappresentativi di un sistema di potere diffuso sul territorio
che da sempre, in Sicilia, rappresentano interessi di frontiera con
quelli di Cosa nostra. [...] Nei club azzurri, dopo poche settimane
si ritrova la società che conta: imprenditori, professionisti,
commercianti, ex assessori e consiglieri comunali della prima Repubblica,
operai e gente del popolo. Sono la rappresentanza in piccolo di un vero
e proprio blocco sociale già egemone nella società siciliana
e soprattutto nel suo ventre molle. Nei quartieri periferici, ad animare
i club azzurri sono spesso i capipopolo; capi di quell’esercito
di precari, sottoproletari, ex carcerati ma anche di lavoratori impegnati
in progetti utili...”.
Un capolavoro di realpolitik, terminato con la conquista di 61 seggi
su 61 alle elezioni del 2001, dietro il quale s’intravedeva il
trionfo di quei poteri forti che da sempre comandano alle spalle della
politica ‘politicata’. L’ennesimo successo di chi
domina senza bisogno di venire eletto e che può essere definito
solamente attraverso astrazioni come ‘la massoneria’, ‘il
mondo imprenditoriale’, ‘i servizi segreti deviati’,
‘la politica’. Parole delegittimate dal linguaggio per la
loro stessa vaghezza. Parole dietro cui si può fare solo della
letteratura, come Dante quando descrive Lucifero, di cui non vede il
volto, immobile, piantato nel ghiaccio mentre sbrana i corpi di Giuda,
Bruto e Cassio. Ancora oggi è la descrizione più efficace
per definire il famoso Terzo livello cui davano la caccia Falcone e
Borsellino.
Quello tra mafia e massoneria è il punto d’incontro
su cui poggia buona parte della storia italiana del secondo Novecento.
Numerosi sono i capi mafia appartenenti anche a quest’ultima,
ed è proprio all’interno dei corpi massonici che nascono
i contatti con gli imprenditori e con le istituzioni che amministrano
il potere.
Secondo quanto emerge dalle varie dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia, in tale centro di raccolta dei poteri forti, alla fine degli
anni Ottanta è stato perfezionato, da una cupola di corleonesi,
esponenti della massoneria e uomini dei servizi segreti, il piano per
ricostruire l’Italia, dopo il crollo dei vecchi partiti, divisa
in una federazione di regioni, che consegnerebbe il meridione nelle
mani di una criminalità organizzata ormai fattasi Sistema; perfettamente
inserita all’interno di un regime democratico, in cui sfumano
i confini tra traffici legali e illegali. E certamente, oggi, a ridosso
dell’entrata in vigore del Trattato dell’area di libero
scambio del Mediterraneo, si può azzardare qualche congettura
su che cosa potrebbe accadere, qualora la mafia, già padrona
militare del meridione, già detentrice di una considerevole ricchezza
finanziaria e imprenditoriale, riuscisse a mettere la mani sul potere
amministrativo di un ipotetico Stato federale del sud e farsi essa stessa,
in tal modo, Stato. Ed è facile ipotizzare quali vantaggi e,
soprattutto, quali effetti comporterebbe per la popolazione meridionale,
già oppressa e impoverita sotto un sistema nazionale centralizzato.
Potrebbe trasformare il meridione in una zona franca del Mediterraneo.
E proprio in quest’ultima congettura, in questa logica affaristica,
l’impresa di Cosa nostra rivela per intero la propria portata.
La deregulation che ne seguirebbe, sull’onda dell’inerzia
normativa in tema di mercato del lavoro in atto da anni nell’economia
globalizzata, renderebbe il Sistema medesimo, crocevia di un immane
traffico commerciale. Polo attrattivo, cioè, di insediamenti
produttivi per le industrie continentali, nord Italia compreso, oltre
che centro di richiamo dall’estero di capitali di investimento
e di speculazioni. Il che accrediterebbe il sud dell’Italia come
una sorta di paradiso fiscale e porterebbe a compimento una dinamica
propria al capitalismo, che vuole che, a una iniziale forma di anarchia
commerciale, segua inevitabilmente, in là nel tempo, una successiva
integrazione all’interno dei vecchi equilibri del mercato. Nell’adempimento
di una delle più stringenti esigenze del capitalismo, perennemente
bisognoso di nuove piattaforme off-shore che riconducano alla legalità
la parte consistente del capitale guadagnato illegalmente.
Un progetto politico in cui, al solito, Cosa nostra può permettersi
di restare nell’ombra. Perché, tanto, ci penseranno Bossi
e i suoi scherani, per sublime ‘paradosso’, insieme a Tremonti
e al Parlamento tutto, a servirle lo Stato su un piatto d’argento.
Walter G. Pozzi
9 settembre 2009 |