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L'onorata società e le inchieste sulle origini della seconda Repubblica
di Walter G. Pozzi
9 settembre 2009
Le stragi del '92-'93, massoneria, federalismo e Cosa nostra

“Oggi i siciliani non hanno più bisogno di armi perché per difendere la nostra terra c’è l’autonomia, ben più efficace della polvere da sparo”.
Raffaele Lombardo, 7 aprile 2008

Oramai è evidente che il passato imprenditoriale e politico di Silvio Berlusconi sia disseminato di bombe inesplose. Ed è assai probabile che quella che i pm di Palermo stanno facendo brillare negli uffici della procura sia ad alto potenziale distruttivo. Questo spiegherebbe le preoccupazioni del premier e, c’è da giurarlo, della sua eminenza grigia Marcello Dell’Utri; non a caso è partito l’attacco preventivo nella forma di una denuncia mediatica rivolta agli inquirenti di Milano e Palermo. Se i giudici in questione durante le indagini avevano qualche dubbio, da ieri sanno con certezza di avere contro lo Stato.
Difficile comunque che le dichiarazioni del presidente del consiglio abbiano colto di sorpresa Ingroia e colleghi, un po’ perché il suo modus operandi segue sempre la strada della delegittimazione pubblica del nemico, ma soprattutto perché i risultati delle indagini sarebbero di tale portata, da mettere in discussione la legittimità stessa della nascita della seconda Repubblica. L’inchiesta che in questi mesi sembra raggiungere grande concretezza non nasce oggi; di certo, però, deve aver trovato nelle dichiarazioni di Spatuzza e di Massimo Ciancimino una specie di anello mancante (sotto forma di riscontri oggettivi), senza il quale, per più di dieci anni, situazioni, fatti e incontri sono rimasti relegati al rango di semplici supposizioni.
Arduo dire con certezza che cosa stia bollendo negli incandescenti pentoloni della procura di Palermo. Si possono però tirare alcune conclusioni scorrendo i risultati delle inchieste svolte dopo la metà degli anni Novanta e in seguito archiviate per mancanza di riscontri. Qualora i giudici dovessero provare alcuni fatti, potrebbe essercene abbastanza da avere paura al pensiero delle reazioni di quei poteri occulti (massoneria e servizi segreti) che tra il 1991 e il 1994, gli anni di Mani Pulite e delle cosiddette stragi corleonesi, hanno maramaldeggiato da nord a sud, tra attentati, manovre politiche, ricatti e minacce. In un momento in cui il sistema politico rivela grande debolezza, veramente c’è da temere esplosivi ricorsi storici e che qualcuno riarmi la falange, dal momento che sotto accusa sarebbe il recente passato della storia italiana, figlio di un progetto talmente torbido da mettere in crisi il presente e, soprattutto il prossimo futuro: in particolar modo il tanto decantato progetto federalista, mostrato come la riforma delle riforme.

“Una delle tante volte in cui io mi ritrovai a conversare con il Miccichè, il Potente e il Monachino, il discorso cadde sull’on. Bossi della Lega Nord, che poco tempo prima era andato a Catania. Io, che allora consideravo Bossi ‘un nemico della Sicilia’, dissi: «Perché un’altra volta che viene qua non lo ammazziamo?» Al che il Miccichè Borino esclamò: «Ma che, sei pazzo? Bossi è giusto». Il Miccichè spiegò quindi che la Lega Nord, e all’interno di essa non tanto Bossi, che era un ‘pupo’, quanto il senatore Miglio, era l’espressione di una parte della Democrazia cristiana e della Massoneria che faceva capo all’on. Andreotti e a Licio Gelli. Il Miccichè spiegò ancora che dopo la Lega del Nord sarebbe nata anche una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa nostra, ma in effetti al servizio di Cosa nostra; e in questo modo, «noi saremmo divenuti Stato»”.
Sono parole di Leonardo Messina, durante un interrogatorio reso ai magistrati della procura di Palermo nel 1993. L’intento degli inquirenti consisteva nel tentativo di fare luce sulle ragioni che hanno indotto la mafia, nel corso di quei due anni, a muovere un pesante attacco armato contro lo Stato, per avviare un progetto separatista a lunga scadenza, di cui le forti istanze federaliste attualmente in atto potrebbero apparire ideale coda politica.

Detto per inciso, malgrado il procedimento penale si sia concluso con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta non induce a serenità. Dalla lettura delle deposizioni e delle indagini svolte si evince che in tutti questi anni agli italiani è stato taciuto: che nell’estate del 1992, la mafia ha messo in atto un colpo di Stato, un vero e proprio progetto eversivo bloccato, dopo la strage di Capaci, da trattative segrete tra apparati delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra; che tali trattative hanno contribuito ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte, già precedentemente decisa dalla cupola, di Borsellino (giunto a conoscenza dei contatti tra agenti del Ros e i capi mafia); che a quest’ultima strage non furono estranei i servizi segreti; che il prezzo di questa trattativa per Provenzano sia stata la ‘vendita’ di Totò Riina, e per la polizia la ‘dimenticanza’ di perquisire la casa del boss subito dopo l’arresto; che nel frattempo, in funzione autonomista e separatista, elementi della massoneria come Licio Gelli (to’, chi si rivede) e dell’estremismo di destra come Stefano Delle Chiaie (to’...) hanno fondato in tutto il sud decine di leghe e leghine, per un progetto la cui carica si è in seguito esaurita alla fine del ’93, in coincidenza con la nascita di un nuovo soggetto politico, su cui la mafia ha puntato per risolvere i problemi più immediati; che queste nuove leghe hanno stabilito dei rapporti con la Lega nord; che all’interno della Lega nord, soprattutto alle sue origini, vi sono state forti influenze esercitate da personaggi legati alla massoneria.
Elementi tolti i quali diviene impossibile ricondurre a una trama di senso gli sviluppi politici del passato che oggi, per una singolare coincidenza, sembrano destinati a condensarsi nella febbre federalista che sembra avere colpito il Parlamento in questi ultimi anni.

Dichiarazione dopo dichiarazione, tra le righe dell’inchiesta, prende forma l’intero progetto mafioso, ben preciso e strutturato, di cui la componente armata è stata solamente la tappa iniziale. Per prima cosa chiamare lo Stato a trattare e così prendere tempo. In seguito mettere in pratica la strategia di Provenzano divenuta celebre con il nome di ‘sommersione’. Cioè cambiare pelle in maniera lenta e invisibile adeguandosi ai tempi.
In un illuminante saggio del 2004, Amici come prima, Francesco Forgione, allora membro della Commissione regionale antimafia, affronta da una prospettiva prettamente politica questa seconda fase della rinascita della mafia e della sua trasformazione in Sistema. Sono gli anni che vanno dal 1994 al 2003 e che segnano un processo che l’autore definisce di transizione. È una trama che procede parallela alla nascita della seconda Repubblica e che evidenzia clamorosi intrecci e legami consequenziali tra le due vicende, spesso al punto di diventare una; tanto da sollevare il dubbio che la seconda Repubblica, altro non sia che una storia non ancora conclusa, che un domani potrebbe intitolarsi: come la mafia arrivò a farsi Stato.

Quella che si muove a garanzia di questo traghettamento da un passato di stragi a un futuro di autonomia federalista, è la Sicilia (ma è più giusto dire l’Italia tutta) del Gattopardo, del trasformismo ai massimi livelli. Scrive Forgione, assumendo il punto di vista della mafia: “Bisogna raccogliere quell’eredità politica, di relazioni e di consenso; ridare orgoglio e rappresentanza a quella trama di potere e, nello stesso tempo, presentarsi come novità, se non come la vera rottura con quel passato, agli occhi di un’opinione pubblica ancora colpita dalle vicende di Tangentopoli e dalle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Serve una grande operazione politica ma anche di marketing e di immagine di cui solo gli uomini di Publitalia possono esser capaci. Del resto, il loro capo indiscusso e braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è siciliano, e sarà lui il regista della nascita del movimento azzurro nella sua terra”.
Il legame, tuttavia, tra Berlusconi e la mafia, secondo diverse dichiarazioni di pentiti, tra le quali quella di Salvatore Cancemi, risale ad anni precedenti: “Nel ’90-’91, il Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi e Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la vecchia Palermo [...], che interessava a queste persone [...]. Il Riina Salvatore mi disse che erano queste persone che lui aveva per le mani per... per queste cose, diciamo questi benefici, chiamiamoli così, per queste cose che noi speravamo, diciamo, di avere. E infatti di queste persone a Riina ci mandavano duecento milioni, un contributo per Cosa nostra. [...] Quindi io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, sì, con queste persone”.

Era proprio su questo contatto che Borsellino stava indagando prima di morire, e alla domanda che il pm Di Matteo rivolge a Cancemi, se ci fosse un collegamento tra le stragi da una parte e gli obiettivi politici che Riina voleva raggiungere con i nuovi amici dall’altra, il collaboratore di giustizia risponde: “... Io le posso dire con assoluta certezza che Riina, quando parlava di queste cose, metteva nel mezzo questi nomi, diciamo di persone. Quando lui faceva il ragionamento che si dovevano cambiare queste leggi (la 41bis, per esempio, entrata in vigore dopo l’omicidio di Borsellino e la sua scorta, n.d.a), lui diceva che queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro di più [...]. Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare bene”.
Quella della sommersione è stata la fase più lunga e complessa, per via della compromissione che chiedeva alla mafia con elementi esogeni ai suoi meccanismi interni. La Democrazia cristiana – caduto il muro di Berlino e terminata la funzione anticomunista affidata a Cosa nostra nel dopoguerra – le aveva voltato le spalle. Il successivo attacco da parte dello Stato, concluso nel 1992 con la raffica di ergastoli piovuta su boss e picciotti messi in carcere dal pool antimafia, l’aveva costretta alla mossa più azzardata: l’assalto militare e la contemporanea fondazione di leghe e leghine del sud. Una strategia binaria con l’obiettivo non dichiarato della conquista dello Stato. La messa in atto di un meccanismo simile alle istanze separatiste avanzate dall’Eta nei Paesi Baschi e dall’Ira nell’Irlanda del Nord, seppure con finalità e ideali molto differenti dai loro. Una strategia che tuttavia aveva il difetto di prevedere tempi di sviluppo eccessivamente lunghi. La mafia non era nelle condizioni di aspettare, e la formazione delle tante leghe nell’ottica di un’alleanza con Bossi non avrebbe garantito un successo a breve termine. La 41bis, il regime di carcere duro e gli ergastoli rischiavano di incentivare il fenomeno del pentitismo.

Sarebbe stata, secondo i pentiti, la nascita del Polo delle Libertà a sollevare Cosa nostra dall’impasse. E Forgione, in maniera didattica, dimostra in che modo Forza Italia e l’Udc avrebbero contribuito alla ricostruzione dei rapporti della mafia con il territorio. “I partiti del Polo scelgono la strada del radicamento capillare nel territorio. Sanno che nell’isola il terreno è fertile, che le istanze dello scambio politico mafioso vivono nel ventre molle della società e sono decisivi per determinare gli equilibri politici e il consenso elettorale. Comune per comune, i costruttori di Forza Italia e del Polo recuperano tutto il vecchio personale politico apparentemente evaporato allo scoppio delle prime inchieste della magistratura. Riallacciano rapporti con gli esponenti di quelle classi dirigenti locali e con quella rete di uomini rappresentativi di un sistema di potere diffuso sul territorio che da sempre, in Sicilia, rappresentano interessi di frontiera con quelli di Cosa nostra. [...] Nei club azzurri, dopo poche settimane si ritrova la società che conta: imprenditori, professionisti, commercianti, ex assessori e consiglieri comunali della prima Repubblica, operai e gente del popolo. Sono la rappresentanza in piccolo di un vero e proprio blocco sociale già egemone nella società siciliana e soprattutto nel suo ventre molle. Nei quartieri periferici, ad animare i club azzurri sono spesso i capipopolo; capi di quell’esercito di precari, sottoproletari, ex carcerati ma anche di lavoratori impegnati in progetti utili...”.
Un capolavoro di realpolitik, terminato con la conquista di 61 seggi su 61 alle elezioni del 2001, dietro il quale s’intravedeva il trionfo di quei poteri forti che da sempre comandano alle spalle della politica ‘politicata’. L’ennesimo successo di chi domina senza bisogno di venire eletto e che può essere definito solamente attraverso astrazioni come ‘la massoneria’, ‘il mondo imprenditoriale’, ‘i servizi segreti deviati’, ‘la politica’. Parole delegittimate dal linguaggio per la loro stessa vaghezza. Parole dietro cui si può fare solo della letteratura, come Dante quando descrive Lucifero, di cui non vede il volto, immobile, piantato nel ghiaccio mentre sbrana i corpi di Giuda, Bruto e Cassio. Ancora oggi è la descrizione più efficace per definire il famoso Terzo livello cui davano la caccia Falcone e Borsellino.

Quello tra mafia e massoneria è il punto d’incontro su cui poggia buona parte della storia italiana del secondo Novecento. Numerosi sono i capi mafia appartenenti anche a quest’ultima, ed è proprio all’interno dei corpi massonici che nascono i contatti con gli imprenditori e con le istituzioni che amministrano il potere.
Secondo quanto emerge dalle varie dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in tale centro di raccolta dei poteri forti, alla fine degli anni Ottanta è stato perfezionato, da una cupola di corleonesi, esponenti della massoneria e uomini dei servizi segreti, il piano per ricostruire l’Italia, dopo il crollo dei vecchi partiti, divisa in una federazione di regioni, che consegnerebbe il meridione nelle mani di una criminalità organizzata ormai fattasi Sistema; perfettamente inserita all’interno di un regime democratico, in cui sfumano i confini tra traffici legali e illegali. E certamente, oggi, a ridosso dell’entrata in vigore del Trattato dell’area di libero scambio del Mediterraneo, si può azzardare qualche congettura su che cosa potrebbe accadere, qualora la mafia, già padrona militare del meridione, già detentrice di una considerevole ricchezza finanziaria e imprenditoriale, riuscisse a mettere la mani sul potere amministrativo di un ipotetico Stato federale del sud e farsi essa stessa, in tal modo, Stato. Ed è facile ipotizzare quali vantaggi e, soprattutto, quali effetti comporterebbe per la popolazione meridionale, già oppressa e impoverita sotto un sistema nazionale centralizzato.
Potrebbe trasformare il meridione in una zona franca del Mediterraneo. E proprio in quest’ultima congettura, in questa logica affaristica, l’impresa di Cosa nostra rivela per intero la propria portata.

La deregulation che ne seguirebbe, sull’onda dell’inerzia normativa in tema di mercato del lavoro in atto da anni nell’economia globalizzata, renderebbe il Sistema medesimo, crocevia di un immane traffico commerciale. Polo attrattivo, cioè, di insediamenti produttivi per le industrie continentali, nord Italia compreso, oltre che centro di richiamo dall’estero di capitali di investimento e di speculazioni. Il che accrediterebbe il sud dell’Italia come una sorta di paradiso fiscale e porterebbe a compimento una dinamica propria al capitalismo, che vuole che, a una iniziale forma di anarchia commerciale, segua inevitabilmente, in là nel tempo, una successiva integrazione all’interno dei vecchi equilibri del mercato. Nell’adempimento di una delle più stringenti esigenze del capitalismo, perennemente bisognoso di nuove piattaforme off-shore che riconducano alla legalità la parte consistente del capitale guadagnato illegalmente.
Un progetto politico in cui, al solito, Cosa nostra può permettersi di restare nell’ombra. Perché, tanto, ci penseranno Bossi e i suoi scherani, per sublime ‘paradosso’, insieme a Tremonti e al Parlamento tutto, a servirle lo Stato su un piatto d’argento.

 

Walter G. Pozzi

 

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