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(Dis)Orientamenti

 

Venezuela: la destra clerico-liberista anti-Maduro
di Matteo Luca Andriola

Chi combatte Maduro: la destra clerico-liberista e i collegamenti con gli Stati Uniti

L’ingresso alla Casa Bianca del repubblicano ‘populista’ Donald J. Trump ha segnato la storia americana, sorprendendo non di poco gli analisti politici. Le ragioni del successo trumpiano sono molteplici (1), ma colpisce soprattutto la promessa elettorale sull’archiviazione dell’interventismo estero che da sempre caratterizza la politica statunitense, soprattutto dalla fine della guerra fredda, indipendentemente che alla presidenza vi siano i ‘falchi’ repubblicani o le ‘colombe’ democratiche. Peccato che la narrativa trumpiana del non-interventismo, agitata come una bandiera in campagna elettorale, altro non è che la maschera di un presidente che non si discosta affatto dalle orme dei predecessori, viste l’escalation in Siria, la relativa messa a bilancio di 54 miliardi di dollari (+10%) per spese militari e la retorica roboante in relazione alla Corea del Nord, al Medio Oriente, all’Est europeo – con l’archiviazione di ogni disgelo con la Russia di Putin, specie per l’Ucraina – e al Sud America, nello specifico nel caso del Venezuela bolivarista, dov’è in atto, in continuità con la precedente gestione democratica, il piano per destabilizzare il governo bolivariano del legittimo presidente Nicolas Maduro: si tratta dell’Operazione Freedom-2, implementata in Venezuela dagli agenti Cia durante il governo di Barak Obama. Anche qui, come per l’Ucraina e il conflitto armato, l’imperialismo statunitense non si è fatto scrupoli di appoggiare settori golpisti legati all’estrema destra locale.


L’attacco: Trump, dall’isolazionismo all’interventismo
Il cambio di rotta in politica estera, da un formale e iniziale isolazionismo a un interventismo verbale e non (si pensi al bombardamento in Siria), si è notato nell’aprile scorso, dopo pochi mesi dall’inizio della presidenza trumpista e dopo il licenziamento dal Consiglio di Sicurezza Nazionale di Steve Bannon, direttore esecutivo di Breitbart News, sito web di opinioni, notizie e commenti, accusato di essere di estrema destra e di posizioni politiche Alt-right, ossia Alternative right, o Destra alternativa.

Questo movimento politico d’opinione promuove ideologie di destra alternative a quelle tradizionali, al conservatorismo classico in auge nel partito Repubblicano (un conservatorismo a sua volta rinnovato con la presenza dei cosiddetti neo-con e coi teo-con, tramite fra la destra politica e l’evangelismo fondamentalista), e ha sdoganato temi che in Europa sono presenti nell’estrema destra o nel nazional-populismo; nel marzo 2016 il New Yorker lo ha definito “un movimento eterogeneo di estrema destra che esiste soprattutto su internet”, in assenza di soggetti solidi, visto il forte bipolarismo Usa.

L’ex ‘guru ideologico’ di Trump, favorevole all’isolazionismo e a una convivenza pacifica con la Russia, secondo il New York Times si rifarebbe all’ideologo tradizionalista italiano Julius Evola – e la cosa colpisce vista la differenza abissale fra la destra del vecchio continente e quella statunitense – uno dei vati del radicalismo di destra europeo e, spiegano alcune inchieste americane, ad Aleksandr Dugin, il teorico antiliberale dell’eurasiatismo russo e della cosiddetta Quarta Teoria Politica, sostenitore da destra di Vladimir Putin, traduttore di Evola e vicinissimo ad Alain de Benoist, il teorico della nouvelle droite (2).

All’estromissione di Bannon – dovuta, secondo gli osservatori, alla vittoria della corrente moderata guidata da Ivanka Trump, figlia del presidente, entrata a far parte dello staff della Casa Bianca la settimana precedente all’estromissione di Bannon – le cui posizioni politiche erano apprezzate dagli ambienti populisti europei, compresa la Lega Nord (3), è seguito un riallineamento della politica estera trumpista con le precedenti incarnazioni. O meglio: il neo-interventismo di Trump in Sud America non sembra neppure contraddire l’isolazionismo predicato, dato che pare una riproduzione della Dottrina Monroe del 1823, che esprimeva la supremazia statunitense su tutto il continentale americano, non tollerando alcuna intromissione straniera negli affari interni, sancendo la volontà degli Usa da una parte di non intromettersi nelle dispute fra le potenze europee, fra ciascuna potenza e le rispettive colonie d’oltremare, e dall’altra di farsi garante dell’ordine del continente.

La fine della guerra fredda ha portato ai vittoriosi Stati Uniti il vantaggio dell’egemonia; si è così creata una super potenza che si regge sull’intreccio a tutti i livelli finanziari fra capitalismo europeo occidentale e statunitense, un capitalismo transnazionale a trazione americana, e sulla potenza militare. Un blocco capital-imperialista ora in difficoltà ma che non intende cedere all’esplosione dello sviluppo cinese, anche se visti i tassi di crescita attuali il centro del mondo è destinato a spostarsi dall’Occidente all’Asia.

Le sanzioni alla Russia per la questione ucraina hanno riavvicinato i due colossi, Cina e Russia, creando panico fra gli americani, spingendoli a colpire quei Paesi con cui Russia e Cina, pur con le loro contraddizioni, intrattengono rapporti commerciali e di collaborazione, e anche gli Stati che fanno propria l’idea della sovranità nazionale e della difesa delle risorse naturali. Ed è in relazione al petrolio che l’attenzione americana si è rivolta al Venezuela, lo Stato con la più grande riserva petrolifera mondiale, immense riserve d’acqua e il cui sottosuolo è ricco di metalli, tra cui non manca l’oro.

Nell’era pre-Chavez le grandi compagnie petrolifere straniere entravano senza problemi nel Paese, facendo le loro esplorazioni, estraendo il petrolio e detenendo la maggioranza azionaria dei contratti con lo Stato e l’industria petrolifera venezuelana, pagando delle royalty tutte a loro vantaggio e a totale discapito del popolo venezuelano. I proventi dell’oro nero erano spartiti tra le multinazionali e l’oligarchia venezuelana: nella cosiddetta IV Repubblica, soltanto 34 milioni di dollari della ricchezza prodotta dal petrolio furono investiti nel sociale. Hugo Chàvez, animatore del Movimento Quinta Repubblica, confluito nel Partito Socialista Unito del Venezuela, il più grande partito di sinistra dell’America Latina, con l’emanazione della Ley Organica de Hidrocarburos del 13 novembre 2001 inizia la graduale nazionalizzazione delle industrie petrolifere: da quel momento le compagnie estere, che non potevano detenere più del 49% delle azioni, dovevano pagare royalty e tasse, e la Pdvsa, l’industria nazionale petrolifera, non andava privatizzata essendo la centrale per la redistribuzione della ricchezza nazionale.

Atto ovviamente non gradito dalla vecchia classe dirigente sconfitta, l’Acción Democratica (centrosinistra) e il Copei (centrodestra), che dal 1958 al 1998, grazie al Pacto de punto fijo, si erano spartiti il potere politico governando in alternanza, portando avanti i dettami del neoliberismo, stringendo patti con le varie multinazionali, lasciando la stragrande maggioranza del popolo senza una seria rappresentanza e, come avvenuto nel 1989 durante la presidenza di Carlos Andres Pérez, attuando “el Caracazo”, una violenta repressione militare ai danni dei manifestanti scesi in piazza contro le ricette del Fondo monetario internazionale, il cosiddetto “paquetazo neo liberal” (4).

Durante gli anni di Chàvez – intervallati da un tentato golpe ai suoi danni nel 2002 e nel 2003, quest’ultimo sotto forma di serrata delle imprese private petrolifere passata per ‘sciopero’ e durata due mesi e mezzo, che provocò perdite allo Stato di circa 20 miliardi di dollari – (5) vi è stato senz’altro un aumento delle entrate pubbliche relative all’estrazione del petrolio (si calcola che dal 2002 al 2010 siano state ben 289 miliardi di dollari e solo da Pdvsa ne siano entrati 25 miliardi passati direttamente ai programmi sociali), utilizzate nella redistribuzione: l’indice di povertà, che nel 1995 era al 54%, nel 2012 è al 23,9%, la mortalità infantile è dimezzata, la spesa per la sanità e la sicurezza sociale arriva al 21% del totale, le matricole universitarie passano da 800 mila a 2 milioni e 600 mila, le università pubbliche salgono a 75 e vi è il completo sradicamento dell’analfabetismo popolare; senza contare il boicottaggio, grazie a Chàvez, dell’Alca (Area di libero commercio delle Americhe) a favore dell’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe), che non si fonda sul libero mercato come la prima ma sullo scambio di materie prime (per esempio petrolio) con altri beni (cibo, medicinali, personale medico, tecnici ecc.) in base alle necessità dei vari Paesi, e che permette al Venezuela di aggirare l’embargo ai danni di Cuba, senza indebitamenti di alcun tipo.

Dopo la morte di Chàvez il suo successore, Nicolas Maduro, ha iniziato a subire la stessa controffensiva da parte del vecchio entourage prechavista, degli imprenditori venezuelani che non si sono fatti scrupolo di usare l’estrema destra come bassa manovalanza, in maniera del tutto simile all’Ucraina e col benestare dell’Occidente. Nel 2014 l’opposizione ha scatenato “Las Guarimbas”, proteste violente come quelle che si sono viste anche negli ultimi mesi e che hanno provocato 43 morti, molti danni materiali e in parte la sconfitta del governo Maduro nel 2015 all’elezione dell’Asamblea National (Assemblea Legislativa).

Poi atti di terrorismo contro l’industria alimentare: “Alcuni membri di gruppi violenti al servizio dei settori estremisti dell’opposizione hanno lanciato bombe molotov in un magazzino della rete Mercal, nell’area metropolitana di Anzoátegui, provocando l’incendio di 40 tonnellate di alimenti stoccati nel centro di raccolta”, rivela il governatore Nelson Moreno al canale venezuelano Vtv nel giugno scorso, denunciando che tali “azioni di tipo terroristico formano parte del piano ordito dai settori estremisti dell’opposizione per sabotare il processo Costituente” (6); una serie di azioni non dissimili alla strategia della tensione portata avanti dalla destra cilena per destabilizzare il governo socialista di Allende e che ha preparato la strada al golpe militare di Pinochet dell’11 settembre 1973 (7).

Si aggiunga poi il mercato nero, fatto per favorire l’aumento dei prezzi e il malcontento popolare, sostenuto dagli imprenditori privati dell’industria alimentare venezuelana che si sono arricchiti con i fondi assegnati dallo Stato per comperare materie prime di importazione: l’80% delle importazioni, infatti, è pagato in ‘dollaro preferenziale’, un cambio fisso stabilito dal governo di Caracas pari a circa 700 bolivar, mentre i prezzi dei prodotti finiti sono in ‘dollaro parallelo’, un cambio in nero che vale dieci volte tanto. Anche l’opposizione venezuelana – che ha l’appoggio dei Paesi sud americani della Oea (Organizzazione degli Stati Americani), cioè Messico, Colombia, il Brasile di Temer (dopo il golpe giudiziario contro il governo di sinistra) e Argentina – i servizi segreti americani e i governi vicini filo-statunitensi, come quello colombiano, sostengono il mercato nero, con il contrabbando di benzina e di altri beni sussidiati dal governo e rivenduti nella vicina Colombia a prezzi maggiorati, per favorire la speculazione ai danni della moneta venezuelana (8).

Fra Cia ed estrema destra clericale: il fronte anti-chavista
Questa destabilizzazione ai danni del governo Maduro – con tutta la stampa schierata con le opposizione, compresa quella di ‘sinistra’, eccezion fatta per siti e blog che fanno controinformazione – è portata avanti con l’appoggio dell’intelligence americana, che supporta un’opposizione che vede i suoi interessi fortemente minati dall’allontanamento da Washington e che, coi fondi fornitigli dal Congresso, si dedica a “raccogliere e analizzare informazioni e, soprattutto, intervenire attivamente nei diversi scenari nazionali con una gamma di azioni che vanno dalla manipolazione dell’informazione e il controllo dei mass media fino al reclutamento di leader sociali, funzionari e politici, la creazione di organizzazioni schermo (dissimulate come innocenti e insospettabili Ong dedite a non obiettabili cause umanitarie) fino all’assassinio di leader sociali e politici fastidiosi, compresa l’infiltrazione e la distruzione di ogni tipo di organizzazione popolare” (9); una pratica descritta da molti ex agenti della Cia in libri e memoriali e che usa sia organi teoricamente progressiti o liberal che mass media reazionari, e manovalanza di estrema destra; azioni, ieri come oggi, portate avanti ai danni della sovranità dell’America Meridionale (10) o in altri teatri (dall’ex Jugoslavia fino all’Ucraina).

In Venezuela si è creata una liaison fra tali ambienti, i servizi segreti e la destra cattolica, un legame, quest’ultimo, fra Chiesa cattolica e padronato, che in Venezuela e in tutta l’America Latina nasce durante il colonialismo spagnolo, trasformando vasti settori del cattolicesimo sudamericano – esclusi quelli socialmente avanzati vicini alle tesi della Teologia della Liberazione – in una sorta di agenzia dell’imperialismo occidentale contro i movimenti di liberazione nazionale; alleati alle varie sette evangeliche, svolgono da secoli un ruolo di addomesticamento delle minoranze indios, sempre pronti a scomunicare chiunque rivendichi dignità, giustizia sociale e rispetto dell’indipendenza nazionale, nonostante l’elezione al soglio pontificio di papa Francesco (11).

Il peso delle organizzazioni clericofasciste è fortissimo nell’area dissidente anti-chavista; uno dei militanti golpisti arrestati dal governo chavista, il poliziotto Oscar Perez, autore di un tentato colpo di Stato, è affiliato ai Guerreros de Dios (Guerrieri di Dio), mentre diversi esponenti politici della destra antisocialista sono membri di Tradizione, Famiglia e Proprietà, Societade Brasileira de Defesa da Tradiçâo, Família e Proprietade (TFP), uno dei casi più significativi di integralismo cattolico: si tratta di un gruppo ecclesiale animato nel 1960 da Plinio Correa de Oliveira, predicatore brasiliano e sostenitore della dittatura militare che ha insanguinato il Paese dal 1964 alla metà degli anni ‘80, e che affermò che “la Rivoluzione non è frutto della semplice malizia umana. Quest’ultima apre le porte al demonio, dal quale si lascia eccitare, esacerbare e dirigere [...]. La parte del demonio nell’esplosione della Rivoluzione è stata enorme” (12).

Impegnato nella crociata anti-sovversione, Correa de Oliveira creerà nel 1960 tale gruppo, che avrà come testo base il saggio Rivoluzione e Controrivoluzione, scritto l’anno precedente, un’opera sull’analisi della decadenza della civiltà cristiana a mano dell’umanesimo e del Rinascmento. Queste, grazie a dottrine ‘sataniche’ come il protestantesimo, l’illuminismo, la Rivoluzione francese e il marxismo, frutti dei peccati collettivi dell’umanità, avrebbero portato l’uomo ad allontanarsi da Dio.

Nel saggio Correa de Oliveira elogia il feudalesimo, sistema che eleva “l’ordine naturale delle cose”, denunciando una fantomatica rivoluzione in tre fasi: la prima protestante-assolutista, con il Rinascimento paganeggiante che sfocia nella Riforma protestante; la seconda liberal-illuminista, arrivata alla Rivoluzione francese; e la terza, la fase rivoluzionaria culminata nella rivoluzione comunista del 1917. Nell’edizione del 1976 l’autore aggiunge una quarta fase, il Sessantotto francese, oltre a riflessioni contro il Concilio Vaticano II e la nuova liturgia. Secondo Correa de Oliveira “se la Rivoluzione è il disordine, la Controrivoluzione è la restaurazione dell’ordine. E per ordine noi intendiamo la pace di Cristo nel regno di Cristo, ossia la Civiltà Cristiana, austera e gerarchica, fondamentalmente sacra, anti-egualitaria e antiliberale” (13).

Il gruppo TFP ha ricevuto finanziamenti per il Venezuela dall’Usaid e dal clan Clinton, come rivelano le note email della candidata democratica (14), e molti personaggi politici oppositori di Maduro, come Henrique Capriles Radonski – ex governatore dello Stato venezuelano del Miranda, di origini ebraiche sefardite eletto nelle file del centrodestra, proprietario del quotidiano a maggior diffusione nazionale, Últimas Noticias, di stazioni radio, di un canale televisivo e del Circuito Nacional de Exhibiciones (Cinex), seconda catena di distribuzione cinematografica del Paese, e legato alla lobby filoisraeliana – Leopoldo Lopez e Maria Corina Machado, sono legati al TFP. Il giornalista di Aporrea, Oscar Jimenez, lo ribadisce senza mezzi termini: “Capriles Radonski e Leopoldo Lopez erano membri, nella ‘legalità’ del momento, del gruppo fanatico-religiosoterrorista Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP) e rimangono attivi nonostante sia illegale, dal momento in cui il gruppo è stato vietato in Venezuela nel 1984 a causa di un piano fallito per assassinare il papa Giovanni Paolo II durante la sua visita in Venezuela; dove è stato determinato che il leader della trama è stato il cittadino venezuelano Alejandro Peña Esclusa, attualmente membro del gruppo consultivo del candidato Capriles” (15).

Inizialmente – almeno per come ci è stata descritta la situazione dai mass media – ci si è trovati di fronte a grosse manifestazioni: da una parte quelle della destra (in cui vanno inclusi il locale centrosinistra, supportato da quello italiano e da quello europeo), sostenute dai media mainstream mondiali, scese in piazza a fronte di una pesante crisi sociale, con inflazione alle stelle e mancanza dei beni alimentari, dall’altra le manifestazioni altrettanto forti, organizzate e combattive pro-governative; fino a oggi si contano più di 70 vittime, sia dell’opposizione che del fronte pro-Maduro.

Il braccio armato che supporta questa “opposizione di estrema destra, oligarchica e populista, impresentabile che ormai chiama apertamente alla rivolta popolare e militare contro una rivoluzione che Hugo Chavez ha iniziato democraticamente diciotto anni fa”, “un’opposizione sprezzante che, dopo la conquista del Parlamento, non sente ragioni, nemmeno se le propone papa Francesco costretto ad ammettere ora la proprio impotenza”, e che aveva come obiettivo quello di “far fallire le elezioni del [...] 30 luglio per una Assemblea Costituente” (16) – legata in Italia ad Alleanza cattolica, un’associazione di laici cattolici di impronta tradizionalista che si propone lo studio e la diffusione della dottrina sociale della Chiesa e radicata nel centrodestra, specie negli ambienti della destra leghista (non dimentichiamo che attorno a Salvini ci sono due gruppi, uno filorusso e un altro filoamericano, con cui il segretario deve fare i conti) e in quelli della vecchia Alleanza nazionale – sono i citati Guerreros de Dios, di cui fa parte Oscar Rodriguez, agente della Brigata Azioni Speciali della polizia e pilota dell’elicottero della Polizia scientifica venezuelana che il 27 giugno scorso ha sorvolato il centro di Caracas lanciando ben quattro granate sulla sede della Corte Suprema, colpevole di rispettare il governo legittimamente in carica ancora per un anno e democraticamente eletto di Maduro.

Oscar Rodriguez – indicato dalle autorità governative come “in contatto con Miguel Rodriguez Torres, ex ministro degli Interni e della Giustizia di Hugo Chavez” e ora “in contatto con la Cia” – è dunque parte dei Guerreros de Dios, di fatto un gruppo paramilitare di estrema destra. Scrive Geraldina Colotti, citando fonti dell’esercito venezuelano: “Si tratta «di un gruppo violento di opposizione che riceve ordini da fuori». Chi lo pilota in Venezuela? «Il generale Miguel Rodriguez Torres, ex ministro degli Interni e ora uomo della Cia, che subito dopo l’elezione di Nicolas Maduro ha cominciato a fare una campagna per autopromuoversi. Suo padre, sottufficiale dell’esercito, è stato per anni sindaco di Guasdualito, nell’Alto Apure, e ha manifestato divergenze con il governo di Hugo Chavez, soprattutto con il vicepresidente di allora, il colonnello Carrizales Rengifo, attuale governatore di Apure»”; ciò dimostra, continua l’articolo citando sempre la fonte interna all’esercito, che la Cia “«non ha mai smesso di operare in Venezuela, anche se siamo riusciti parzialmente a neutralizzare i suoi piani». Quanto séguito hanno i Guerreros de Dios nelleForze armate? «L’escalation violenta dell’opposizione ha compattato le Fanb con l’Esecutivo, allontanandole dalla Fiscal General che, con il suo comportamento di parte colpisce anche gli effettivi militari che preservano l’ordine pubblico»” (17).


La situazione è incandescente: Trump ha palesemente accantonato la politica di isolamento, promettendo la cacciata di Nicolas Maduro dalla presidenza del Venezuela, nominando l’ex amministratore di ExxonMobil, Rex Tillerson, Segretario di Stato, e non escludendo neppure l’intervento militare (18). La presenza di una destra agguerrita che non si fa scrupoli di organizzare attacchi come quello eseguito dal guerrero de Dios Rodriguez non deve far credere, tuttavia, che l’obiettivo di Washington sia replicare il passato, mettendo al governo una giunta militare reazionaria. Le ‘primavere arabe’, le ‘rivoluzioni colorate’ in Europa dell’Est sono pur sempre un modello, e nei Paesi del vecchio blocco sovietico vige la democrazia neoliberista del libero mercato e delle multinazionali. Oggi le forme sono cambiate.

 

Matteo Luca Andriola

 

 

1) Il successo di Trump va ricercato, oltre nell’aver cavalcato le contraddizioni del sistema americano e la relativa critica all’immigrazione, al suo essersi autodefinito outsider della politica presentandosi come avversario dell’establishment, sia democratico che repubblicano e, in campo economico, nell’aver girato le spalle alla globalizzazione neoliberale con slogan d’effetto (“Make America Great Again” cioè “Rifacciamo grande l’America”) e dichiarando di voler rilanciare l’economia nazionale rallentando le delocalizzazioni e ripristinando forme di protezionismo, soprattutto nei confronti dell’aggressività commerciale cinese. Si veda a riguardo Guido Caldiron, Wasp. L’America razzista dal Ku Klux Klan a Donald Trump, Fandango, 2017
2) Lo spiegano inchieste come quella di Owen Matthew dal tema Aleksander Dugin and Steve Bannon’s Ideological Ties to Vladimir Putin’s Russia, pubblicata su Newsweek il 17 aprile 2017, e l’articolo di Anna Nemtsova, Russia’s Alt-Right Rasputin Says He’s Steve Bannon’s Ideological Soul Mate, uscito sul The Daily Beast il 24 aprile 2017. La Quarta Teoria Politica di Dugin, ex collaboratore delle riviste nazionalbolsceviche italiane Orion ed Eurasia, secondo il suo ideologo altro non sarebbe che una “nouvelle droite 2.0”, che si caratterizza dal “rifiuto di qualsiasi tipo di nazionalismo, sciovinismo, eurocentrismo, universalismo, razzismo o atteggiamento xenofobo” e, respingendo il nazionalismo borghese della vecchia destra neofascista, si rifà, nella cultura, alla lezione metodologica, della nouvelle droite metapolitica, sorta in Francia attorno agli intellettuali radunati nel Grece dalla seconda metà degli anni ‘60. La Quarta Teoria Politica, scrive Dugin, “è contro qualsiasi tipo di universalismo, e respinge ogni tipo di eurocentrismo, sia liberale che nazionalista [...]. La storia europea è stata sempre basata sulla pluralità delle sue culture e sull’unità delle sue autorità spirituali. Questo è stato distrutto, prima dalla riforma protestante e poi dalla modernità. La liquidazione dell’unità spirituale europea è stata parte dell’origine del nazionalismo europeo. Pertanto la 4TP sostiene l’idea di un nuovo impero europeo come impero tradizionale con un fondamento spirituale, e con la coesistenza dialettica di diversi gruppi etnici. Invece degli Stati nazionali in Europa, un impero sacro: indoeuropeo, romano e greco [...]. La 4TP afferma che la geopolitica è lo strumento principale che può essere utilizzato per comprendere il mondo contemporaneo. Quindi l’Europa dovrebbe essere ricostruita come una potenza geopolitica indipendente. Tutti questi punti coincidono con i principi fondamentali della Nuova Destra francese e con il manifesto del Grece di Alain de Benoist. Pertanto dobbiamo considerare la Nuova Destra Europea come una manifestazione della 4TP” (A. Dugin, Alcuni suggerimenti riguardanti le prospettive per la Quarta Teoria Politica in Europa, Geopolitika.ru, 3 luglio 2017). Cfr. a riguardo A. Dugin, La Quarta Teoria Politica, a cura di A. Virga, NovaEuropa Edizioni, 2017
3) Per esempio, il 4 maggio 2017, all’Hotel dei Cavalieri di Milano, si è tenuto, a cura dell’Associazione Culturale Lombardia-Russia, gruppo filorusso leghista presieduto dal giornalista salviniano Gianluca Savoini (vicino a Maurizio Murelli, ex direttore della rivista rossobruna Orion) e tramite fra Cremlino e il Carroccio, il convegno dal tema Tra Sovranità e Globalizzazione nel quale, in occasione della nomina del professor Malloch, indicato da Trump come ambasciatore americano presso l’Ue, attaccato dall’establishment europeista per le sue posizioni critiche nei confronti del Super-Stato Ue, si è discusso del suo pensiero e dei futuri assetti geopolitici nell’era dei populismi di destra, con Thomas Williams, referente in Italia di Bannon e del magazine conservatore Breitbart, i professori Giulio Tremonti e Giuseppe Valditara e i giornalisti Vittorio Feltri e Marcello Foa
4) La psicologa Monica Venegas, intervistata da Geraldina Colotti per Il manifesto in occasione della presentazione a Caracas, il 24 marzo 2017, del Rapporto conclusivo della Commissione per la giustizia e la verità (Cjv) da parte della Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz sui crimini compiuti dalla classe dirigente della IV Repubblica venezuelana, ha sostenuto che “con la declassificazione degli archivi militari e della polizia abbiamo verificato l’esistenza di 1.071 vittime: 1.425 omicidi, 459 sparizioni forzate e 8.187 detenzioni arbitrarie. In gran parte si tratta di studenti e operai non qualificati tra i 24 e i 29 anni di età”, molti uccisi nelle caserme militari, “una delle quali veniva chiamata Teatros de Operaciones. Un vero e proprio campo di concentramento in cui si assassinò e si fece scomparire la maggioranza dei prigionieri politici. La quasi totalità dei componenti la Cjv venne perseguita all’epoca per l’opposizione ai governi di turno”. G. Colotti, Monica Venegas: «Ecco i crimini della IV Repubblica », intervista a M. Venegas, Il manifesto, 26 marzo 2017
5) Riguardo al golpe del 2002, la rivista marxista Marx21 riporta che “già con la vittoria elettorale di Chavez la lotta di classe cambia connotati, contro la Ley de Hidrocarburos partono gli attacchi che culminano l’11 aprile 2002 con il colpo di Stato. Settori imprenditoriali, latifondisti (era infatti stata promulgata anche la Ley de Tierra che contemplava l’esproprio dei latifondi improduttivi e la Ley de pesca che favoriva le cooperative dei pescatori e non la pesca industriale), alti dirigenti di Pdvsa, ex militari, militari di alto rango, politici di destra... l’oligarchia venezuelana con tutto l’appoggio degli Usa e mediatico delle tv private, con una mobilitazione della maggioranza delle classi medie riescono a prendere il potere per un giorno e mezzo, spazzati via da una reazione popolare di massa e dalla posizione pro costituzionale maggioritaria nell’esercito bolivariano”. M. Gentile, Il venezuela: punto caldo dello scontro di classe e snodo geopolitico, relazione in occasione dell’iniziativa in solidarietà al Venezuela tenutasi nel 5° compleanno di Casa Rossa, Marx21.it, 28 giugno 2017
6) F. Verde, Venezuela, terroristi bruciano 40 tonnellate di alimenti. Il Paese non è in crisi umanitaria?, L’Antidiplomatico, 30 giugno 2017
7) “Un gran pericolo aleggia sul nostro Paese. Il sabotaggio economico, l’accaparramento, la speculazione, il mercato nero, il crimine organizzato, gli omicidi, il terrore contro la popolazione, configurano il volto lugubre del fascismo, la nuova faccia della destra, dei monopoli nazionali e stranieri che, feriti a morte, condizionano un clima propizio per il golpe di Stato e per scatenare la guerra civile. Questo cammino, che permetterebbe ai monopoli nazionali e stranieri di recuperare le ricchezze che il Paese ha messo al servizio di tutta la nazione, è già in marcia”. S. Allende alla CUT (Central Unida de Trabajadores), 9 settembre 1972, un anno prima del golpe di Pinochet
8) A. Folliero, La borsa degli alimenti in Venezuela: un vero aiuto per mitigare la scarsità di cibo e la profonda crisi economica?, L’Interferenza, 5 novembre 2016
9) A. A. Borón, La Cia e la controrivoluzione in Venezuela, Contropiano, 26 luglio 2017
10) Cfr. relativi al Sud America, i seguenti libri: J. Perkins, Confesiones de un gángster económico. La cara oculta del imperialismo norteamericano, Barcelona, Ediciones Urano, 2005 (ed. originale Confessions of an Economic Hit Man, First published by Berrett-Koehler Publishers, Inc., San Francisco, CA, USA) o il testo ‘pioniere’ di Philip Agee, del 1975, Inside the company
11) Secondo l’economista marxista Attilio Folliero, “il papa argentino [sta] svolgendo una funzione simile a quella avuta da Karol Woytila in Polonia e nell’Europa dell’Est, negli ultimi decenni dell’Unione sovietica. E per essere più incisivi nella destabilizzazione e nell’azione per cambiare il governo progressista del Venezuela e a seguire gli altri governi progressisti della regione, a Generale dei gesuiti è stato chiamato proprio un venezuelano, Arturo Sosa Abascal, primo non europeo a reggere la Compagnia di Gesù. Tra l’altro, Arturo Sosa Abascal è figlio di Arturo Sosa Fernández, più volte ministro delle Finanze prima dell’arrivo di Chavez, socio di importanti gruppi finanziari, come la banca Mercantil. Per la prima volta nella storia abbiamo un papa latinoamericano e un Generale dei gesuiti venezuelano, membro di una importante famiglia capitalista. Un caso? Difficile da credere”. S. Zecchinelli, Dal Venezuela, intervista ad A. Folliero, L’Interferenza, 4 agosto 2017
12) P. Correa de Oliveira, La devozione mariana e l’apostolato contro-rivoluzionario, in Cristianità, novembre-dicembre 1995, p. 9 ss.
13) P. Correa de Oliveira, Rivoluzione e Controrivoluzione [1959], Piacenza, Cristianità, 1977
14) Clinton Emails Reveal Direct US Sabotage of Venezuela, Telesur, 26 luglio 2016
15) O. Jiménez, La oposición venezolana está conspirando, Aporrea, 10 maggio 2012
16) T. Di Francesco, Prove di golpe a Caracas, Il manifesto, 26 giugno 2017
17) G. Colotti, Ecco chi sono i Guerreros de Dios, Il manifesto, 26 giugno 2017
18) Venezuela, Trump: anche opzione militare, Ansa, 12 agosto 2017


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