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(Dis)Orientamenti

 

L'Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev
di Matteo Luca Andriola

La crisi ucraina: il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell’Euromaidan

Il 2 maggio 2014 passerà alla storia come il giorno del massacro di Odessa. Prima di quella data, se si fosse cercato sulle opere di consultazione o su internet tali parole, il riferimento apparso sarebbe stato quello in relazione allo sterminio della popolazione ebraica della città ucraina di Odessa e delle zone circostanti a opera dei nazisti tra il 22 e il 24 ottobre 1941 quando, come rappresaglia per un’azione partigiana, un numero compreso tra 25.000 e 34.000 ebrei vennero uccisi a colpi di arma da fuoco o bruciati vivi dalle forze di occupazione rumene e tedesche. Per la cronaca recente invece, il 2 maggio scorso, nella stessa città, dopo una serie di duri scontri di piazza tra circa 500 filorussi e oltre 1.000 filo-occidentali, compresi gli ultrà delle squadre di calcio di Chernomorets e Kharkiv, un gruppo di manifestanti filorussi si è rifugiato nel Palazzo dei sindacati.

Ne sono seguiti ulteriori scontri, conclusi con un vero e proprio eccidio. I fautori del massacro, i nazifascisti di Pravy Sektor (Settore Destro), movimento paramilitare che si ispira ai collaborazionisti ucraini che abbandonarono l’Urss per vestire la divisa SS, hanno ucciso 38 persone, devastando i principali luoghi di aggregazione politica e sociale, ossia le sedi dei partiti, delle associazioni e dei sindacati. Con il passare del tempo il bilancio delle vittime è cresciuto, arrivando a 46, man mano che venivano trovati nuovi cadaveri negli scantinati e nei piani alti; 48 altre possibili vittime mancano all’appello. Secondo le stime il reale bilancio della strage potrebbe essere superiore alle 110 vittime (1). Il tutto con il consenso/assenso della polizia dell’illegittimo governo di Kiev, che non ha fatto nulla per impedire la carneficina, lo stesso governo sostenuto dalle cancellerie occidentali, compreso il governo Renzi. È il caso di analizzare le principali forze neofasciste in campo e i loro legami con i relativi ‘camerati’ occidentali.


La fascisteria italiana e la crisi ucraina
La maggioranza dei movimenti politici neofascisti italiani – a partire da Forza nuova e CasaPound Italia – supportano i nazionalisti ucraini che hanno dato una svolta violenta ed eversiva alle rivolte dell’Euromaidan, un golpe esplicitamente supportato non solo dai media occidentali ma anche dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Forza nuova, infatti, era da anni in buoni rapporti con i nazionalrivoluzionari di Svoboda, dando voce sul loro sito web ad Andriy Voloshyn, loro portavoce, mentre Roberto Fiore, leader del partito neofascista, ha espresso sulla sua personale pagina Facebook la vicinanza ai camerati, giustificando l’abbattimento del governo filorusso di Yanukovych, accusato di essere corrotto e criminale (2). Del tutto simili le considerazioni dei ‘fascisti del III millennio’, CasaPound, vicinissimi a Pravy Sektor, la componente militante e armata del nazionalismo ucraino (3), convinti, grazie soprattutto alle tesi dell’intellettuale neofascista Gabriele Adinolfi (4), che i nazionalisti ucraini stiano combattendo per conseguire una “terza via”.

Questi, parlando della politica filoaraba di Aldo Moro, arriva a comparare tale scelta geopolitica ‘terzaforzista’ alla lotta ‘rivoluzionaria’ dei nazionalisti ucraini, bardati, non dimentichiamolo, con le insegne dei gruppi collaborazionisti della seconda guerra mondiale e autori di diverse stragi in questi mesi: “Gli ucraini si sentono minacciati dalle ingerenze russe (o quantomeno da quelle dei partigiani russofoni) e cercano sponda in Occidente. Sicché Soros finanziò la Rivoluzione arancione che era così poco consona allo spirito profondo degli ucraini che riuscì a fallire miseramente fino a far scegliere, anche da una parte dell’elettorato nazionalista, alle elezioni successive un governo russofono che si presentava come moderato ma che presto tradì le promesse. […] In questa guerra mondiale si vuole paralizzare la pipeline naturale che l’Ucraina rappresenta come congiunzione tra Russia ed Europa. […] Si tratta di denunciare le manovre di Soros e dei suoi fratellastri e di scalzarne le ingerenze con opera assidua di sorveglianza e d’inchiesta. Si tratta di rivendicare il nazionalismo ucraino e la non negoziabile indipendenza nazionale ma, al tempo stesso, di accogliere la necessità di un rapporto privilegiato con la Russia, sia per ragioni economiche ed energetiche, sia per prospettiva di divenire storico, sia perché, dal punto di vista dello scontro di civiltà e di cultura che oggi contrappone Mosca e l’Occidente, l’Ucraina è nello stesso campo di Putin e non può cambiarlo in nessun modo senza mutar pelle e anima” (5).

C’è da farsi qualche domanda sulla logica di tali raggruppamenti, dato che è un po’ difficile massacrare cittadini ucraini di etnia russa e successivamente ristabilire “un rapporto privilegiato con la Russia”, specie per la partecipazione dei militanti alle manifestazioni supportate dai media
occidentali per “aprire l’Ucraina alla democrazia”, liberista ovviamente, dato che i primi provvedimenti presi, oltre alla messa al bando del locale partito comunista, uno dei promotori della resistenza del Donbass, è stata la reintroduzione di quelle leggi liberoscambiste adottate dopo la Rivoluzione arancione del 2004 dal duo filoamericano formato da Yulia Tymoshenko e Viktor Yushchenko. Non è la prima volta che il popolo ucraino deve scegliere alle urne se stare con l’Unione europea – e quindi con gli Stati Uniti – o dare il voto a forze politiche favorevoli al mantenimento di una partnership con la vicina Russia: il presidente filorusso Viktor Yanukovich era stato infatti eletto democraticamente il 7 febbraio 2010 sconfiggendo la Tymoshenko al secondo turno con 48,95% di voti contro il 45,47%. L’avversaria mise in discussione il responso delle urne, dato che chi aveva vinto era quello che, secondo il suo punto di vista, era stato delegittimato dalla Rivoluzione arancione del 2004. Non dimentichiamo che le elezioni presidenziali di quell’anno videro come avversari il primo ministro in carica, Yanukovich, e l’ex primo ministro e leader dell’opposizione filo-occidentale Yushchenko. Il secondo turno vide prevalere la fazione filorussa con il 49,46% dei consensi contro il 46,61% ottenuto dall’avversario. Il risultato venne però contestato in quanto, secondo l’opposizione, le elezioni erano fraudolente.

Esplose la Rivoluzione arancione, finanziata dalle Ong occidentali, agenzie non governative vicine alla Rockefeller Foundation e alla Cia, come la Soros Family Fondation (per la promozione della ‘società civile’, che finanzia a sua volta la Open Society Institute di Soros), la Freedom House (a sostegno dei media ‘indipendenti’ – tanto osannata da Beppe Grillo negli spettacoli del 2005 – creata dalla moglie dell’ex presidente Roosevelt), l’International Repubblican Institut (finalizzato alla costruzione di nuovi partiti in linea con i valori liberali, presieduto da John McCain, giunto a Kiev per complimentarsi coi leader golpisti) e la National Democratic Institut for International Affairs (per promuovere ‘elezioni democratiche’), la United States Agency for International Development e l’Albert Einstein Institution, fondazioni ‘benefiche’ nate attorno al proposito di esportare la democrazia, alla base delle rivoluzioni colorate nei Paesi dell’Europa dell’est, come in Serbia (2000), in Georgia (2003) e in Kirghizistan (2005), per penetrare nel territorio post-sovietico e ‘annetterlo’ alla Ue, e quindi al sistema euro-americano (6). Il primo risultato di questa “rivoluzione spontanea” – così fu definita dalla stampa occidentale – fu l’annullamento del secondo turno delle elezioni presidenziali. Venne organizzato un terzo turno e Yushchenko, con il 51,99% contro il 44,19%, viene eletto presidente.

I politici del fronte filo-occidentale presero così la decisione, di fronte a un’opinione pubblica internazionale che avvallava quell’elezione, di ritirare l’invalidamento e il ricorso alla giustizia (7).
Ma subito dopo il rovesciamento del governo filorusso avvenuto quest’anno, le proposte economiche liberiste precedentemente accantonate vengono riproposte a gran voce: l’Ucraina deve allinearsi sempre di più al modello euro-americano. Il presidente filorusso decide di sospendere l’accordo Ucraina-Ue. Secondo David Teutrie: “La proposta fatta (dalla Ue) all’Ucraina è qualcosa che io definirei una strategia perdente. Perché? L’accordo prevedeva l’istituzione di una zona di libero scambio tra la Ue e l’Ucraina. Ma essa era sfavorevole alla seconda perché avrebbe aperto il mercato ucraino ai prodotti europei e solo socchiuso quello europeo ai prodotti ucraini, che per lo più non sono concorrenziali sul mercato occidentale. Vediamo quindi che vi sono assai pochi vantaggi per l’Ucraina. Per semplificare, l’Ucraina avrebbe subìto tutti gli svantaggi di questa liberalizzazione del commercio con la Ue, senza riceverne alcun vantaggio” (8).

Di fronte a tali fatti e al diretto finanziamento statunitense, il ruolo dei movimenti neofascisti sulle barricate dell’Euromaidan non può dirsi funzionale, checché ne dica Adinolfi, a una ‘terza posizione’, ma serve al rafforzamento geopolitico delle posizioni atlantiste e all’espansione dell’eurozona. È evidente la diretta contiguità fra tali gruppi nazionalisti di estrema destra, utilizzati come bassa manovalanza per imporre con le cattive il nuovo corso politico-economico, visto che le buone, le rivoluzioni colorate, non hanno convinto la maggioranza degli ucraini. Come dimenticare poi la presenza di Svoboda nel governo di Kiev, con il leader, il neonazista Oleg Mahnitsky, nominato procuratore generale dell’Ucraina, ruolo di importanza strategica in una situazione di questo tipo, e di tre ministri, Oleksandr Sych, vice primo ministro, Andriy Mokhnyk, ministro dell’Ambiente e Oleksandr Myrnyi, ministro dell’Agricoltura, militanti di Svoboda. Paradossale e ambiguo il loro programma, in teoria una ‘terza via’ o ‘terza posizione’ (una Ucraina equidistante dalla Ue e dalla Russia ed economicamente corporativa), in pratica succube di Kiev. Svoboda si dichiara apertamente disposto a negoziare l’ingresso nella Nato, chiedendo il sostegno agli Usa e all’Inghilterra per difendere l’Ucraina contro i russi e costituire un proprio arsenale nucleare rafforzando militarmente il Paese in chiave antirussa, concedendo addirittura spazi per costruire basi militari Nato e rafforzando i legami economici con la Ue (9).

Pravy Sektor invece – l’ala più violenta e militarista della piazza, diretta responsabile del massacro di Odessa – si presenta come una piccola coalizione guidata da Dmitro Yarosh, a capo di “Trizub” (il Tridente, simbolo utilizzato dall’estrema destra ucraina durante il regime collaborazionista ma anche dai nazional-rivoluzionari francesi di Troisiéme voie, cugini skinhead legati a livello europeo con CasaPound [10]), che ha il sostegno, lo abbiamo già detto, di CasaPound e di Adinolfi. La coalizione neonazista Pravy Sektor – i cui militanti si autoproclamano “soldati della rivoluzione nazionale” – è composta da gruppi come i Patrioti dell’Ucraina, l’Ukrainska natsionalna asambleya-Ukrainska narodna sambooborunu-Una-Unso (Assemblea nazionale ucraina-Autodifesa nazionale ucraina), Bilyi Molot (Martello Bianco) oltre all’ala più estrema e militante di Svoboda, legata a Forza nuova e a Fiamma tricolore.


Mercenario o volontario? Il caso Fontana e la pista croata

Quello che coinvolge l’Italia – escludendo il supporto che il governo Renzi sta dando al governo golpista di Kiev – nelle vicende ucraine è quindi relativo al rapporto fra la fascisteria italiana e quella ucraina, che non si riduce a un semplice supporto teorico, ma anche concreto, per la presenza di volontari armati di origine italiana coinvolti nell’offensiva ai danni della minoranza russofona. Uno di questi è Francesco Saverio Fontana, alias François Xavier Fontaine, nome di battaglia ‘Stan’, ritratto nelle foto con indosso una felpa di CasaPound – nonostante neghi categoricamente di esserne un militante – e la tuta mimetica, e l’avambraccio tatuato dalla scritta “Si vis pacem para bellum” (“Se vuoi la pace prepara la guerra”). Fontana è legato ad Adinolfi, a sua volta vicino a Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia nazionale, in prima fila nelle trame degli anni ‘70 e nella strategia della tensione. Secondo il sito informativo di geopolitica Aurora, diretto da Alessandro Lattanzio, Fontana sarebbe protetto dal servizio segreto estero italiano (Aise) (11).

Fontana, però, non si descrive come un mercenario ma come un volontario, una figura romantica in cerca di avventure tipicamente novecentesca. Sulla sua pagina Facebook scrive: “Mercenario è chi percepisce una paga, io sostengo la rivoluzione nazionale in Ucraina, viaggio a mie spese anche se in verità mi danno molte zuppe e anche ‘salo’ (lardo) a volontà. Almeno lì la rivoluzione la fanno invece di passare le giornate su internet a fare i commissari politici antifascisti credendosi per questo rivoluzionari. Non sono militate di CasaPound, quindi vi prego di non chiamarla in causa se siete onesti. Quella maglietta ha molti anni ed era un regalo destinato a un ucraino a Zaparozhya. L’ho indossata su richiesta del destinatario del regalo per esprimere la mia italianità in occasione di una bella e commuovente celebrazione religiosa precristiana in una foresta a sole 11 ore di bus da Odessa ove sono arrivato solo il 2. In quanto ad Adinolfi e Delle Chiaie non hanno bisogno che qualcuno parli al posto loro. Adinolfi poi mi sembra che abbia capito perfettamente come stanno le cose e chi è contro chi; cosa che ai rivoluzionari da tastiera pare molto difficile. Mi sembra anche che tenga una posizione molto equilibrata e costruttiva. In quanto ai servizi è vero; li abbiamo incontrati spesso, contro le nostre organizzazioni degli anni Settanta si sono mossi parecchio, ci hanno calunniato, hanno provato a costruire prove e che ci hanno sparato addosso. Sì, i servizi li conosciamo, noi; come conosciamo la guerra qui. Non deliriamo, questo lo lasciamo ad altri” (12).

Soffermandosi sempre sugli articoli apparsi sul sito d’informazione geopolitica Aurora, esplicitamente filorusso, un sito aggiornato che riporta i dispacci governativi di Mosca e delle varie repubbliche secessioniste dell’Est ucraino, divenendo così una fonte di controinformazione rispetto ai media occidentali filoatlantisti, noteremo che la situazione è molto diversa: i neofascisti europei, infatti, sono lì non come semplici osservatori, ma come “istruttori militari” al servizio del governo golpista di Turchinov, capace di sostituire la colomba Arsen Avakov, contrario a un’offensiva ai danni della Repubblica popolare di Donetsk, con il falco Valentin Nalivajchencko, che guiderà invece l’assalto ai danni delle regioni russofone.
Chi è costui?

“Aleksandr Jakimenko, ex-capo del servizio di sicurezza dell’Ucraina, ha riferito che Nalivajchencko è un’agente della Cia da diversi anni, da quando era Console generale dell’Ucraina a Washington tra il 2006 e il 2010. L’integralista evangelista Turchinov, la spia della Cia Nalivajchencko e il locale duce neo-nazista Dmitrij Jarosh (leader di Pravy Sektor, n.d.a.) si sono consultati prima di organizzare l’assalto a Donetsk, sull’organizzazione dei commando dei neo-nazisti, inquadrati da istruttori mercenari stranieri travestiti da ufficiali della SBU. Infatti il ministro degli Esteri russo ha detto che nell’operazione contro la città di Slavjansk partecipano elementi armati stranieri. Un aderente alle milizie di autodifesa dichiarava che le comunicazioni radio tra i militari ucraini avvenivano anche in inglese, in ‘diverse occasioni’. Almeno 300 cittadini di Polonia e Stati baltici hanno avuto un passaporto ucraino per partecipare all’aggressione contro l’Ucraina russofona. Il ‘ministro’ degli Interni Arsen Avakov e il capo dell’SBU Valentin Nalivajchencko, il 29 aprile hanno inviato istruzioni al servizio migrazione di consegnare urgentemente passaporti ucraini a 300 cittadini di Polonia e Paesi baltici. I cittadini di questi Paesi agiscono da comandanti di campo e consiglieri delle unità paramilitari nel sud-est dell’Ucraina per combattere le milizie dell’autodifesa.

Sono presenti anche scandinavi, soprattutto mercenari e fascisti svedesi e danesi. Infatti, il mercenario nazi-atlantista John O. G. Christensen è stato catturato dalle forze patriottiche del Donbass” (13).
Fontana, nel descrivere i suoi camerati provenienti da varie regioni d’Europa, fa riferimento alla loro preparazione militare, evidenziando che magari lui è lì solo come “osservatore” per conto di Adinolfi e di Noreporter, la testata online che fa capo a CasaPound e all’area non conforme, confermando così le analisi del ministro degli Esteri russo: “L’apripista di noi volontari non ucraini venuti a Kiev per dare – e non per chiedere o consigliare – è stato un francese, ora anche croato di passaporto e adozione, Gaston Besson che seppur a soli 46 anni vanta ben 5 guerre volontarie alle spalle, tra cui quella Karen e il risorgimento croato. […] Nella Maidan, tra le sue tende, da qualche giorno è sempre più difficile trovare quelle schiere di giovani che costituivano il nucleo forte delle Centurie di Auto Difesa, e dopo aver dismesso gli scudi tolti di forza ai poliziotti sono ormai partiti a centinaia per rinforzare i gruppi paramilitari di Pravy Sektor e dei Patrioti ucraini dell’est e del sud est. Ora si arruolano nella neo costituita Guardia nazionale (responsabile dell’assedio di Slavjansk, composto per lo più da membri di Pravy Sektor e da altri gruppi neofascisti, n.d.a.), individuata come irripetibile occasione di armarsi da parte dei singoli, e così ricevere un addestramento militare e forgiare una truppa di soldati politici” (14).

Il militante citato nell’articolo, il quarantaseienne Gaston Besson, è protagonista di uno degli episodi più interessanti che hanno caratterizzato l’estrema destra europea dopo il crollo del Muro, e cioè il coinvolgimento di questi nel cosiddetto ‘risorgimento croato’, e cioè la secessione della Croazia dalla Jugoslavia nel 1991-1992. Molti estremisti di destra europei si arruolarono nelle milizie croate – la ‘legione nera’ – visto che il regime di Zagabria, guidato dall’ultracattolico Franjo Tudjman, si ispira va alla Croazia indipendente, lo Stato collaborazionista creato dalla Germania nazista e dall’Italia fascista. Anche all’epoca – come oggi con l’Ucraina – la fascisteria si divise in due fazioni, una filo-croata nazional-rivoluzionaria – cioè più vicina al modello dei fascismi storici – e una filoserba socialista nazionale o nazional-bolscevica, a favore della Serbia di Milosevic, ortodosso, socialista, filorusso e contrario all’indipendenza del Kosovo e della Bosnia-Erzegovina, dove erano le milizie jihadiste (rafforzate dalle milizie provenienti da tutto il mondo islamico, in nome della Jihad) appoggiate dagli Usa.

I gruppi mercenari filo-croati (sulle milizie filo-serbe si sa ben poco: vennero supportate per lo più dai settori della destra patriottica slava e russa, come i social-patriottici del Pamjat, a cui era affiliato Aleksandr Dugin, ideologo della nuova destra russa, traduttore dei libri di Evola, Guénon e Alain de Benoist dopo l’89, collaboratore della rivista nazionalcomunista Orion, dal 2000, vicinissimo all’entourage del presidente Putin e ideologo dell’area nazional-comunitarista eurasiatista, favorevole a una alleanza fra Europa e Eurasia) venivano finanziati – secondo Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera – da una “holding nera”, un complesso finanziario messo in piedi dai fuoriusciti italiani di Terza posizione in Gran Bretagna guidati da Roberto Fiore, successivamente leader di Forza nuova, e dall’ex terrorista dei Nar Massimo Morsello, che nel 1997 fonderanno Forza nuova. La più importante fonte di finanziamento è l’agenzia turistica Easy London e i circa 1.300 negozi della catena Meeting Point, tutti legati a Forza nuova.

Tra le attività di tale holding vi è una catena di ristoranti, negozi alimentari di prodotti italiani, una casa discografica e scuole di lingua, come quella di Westminster Bridge Road dove, secondo la magistratura italiana, si tenevano periodicamente congressi di organizzazioni fasciste di tutta Europa e il cui contratto d’affitto era intestato direttamente a Morsello. L’holding era alla base dei finanziamenti da Third Position International – un network neofascista a cui era affiliato il British National Party e l’Npd tedesco – attraverso il “Gruppo dei Quaranta”, una rete che raccoglierebbe, come riporta un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera nel 1997, i resti di varie organizzazioni eversive dell’estrema destra, come il movimento politico Ordine nuovo, i Nuclei armati rivoluzionari e Terza posizione, “le [cui] tracce […] sono state individuate nella ex Jugoslavia, in Italia e ovviamente in Gran Bretagna. Usando come copertura ditte e società (legate a Meeting Point, Easy London ecc., n.d.a.) i neonazisti hanno arruolato lo scorso anno volontari da inquadrare nelle unità paramilitari della milizia croata HOS. Aiuti alla fazione sono stati inviati da Third Position International che ha patrocinato raccolte di denaro ‘in favore dei bambini croati’. […] È probabile che attraverso il centro di reclutamento i neofascisti sono riusciti a raccogliere miliziani dell’ultradestra europea disposti a dar manforte ai camerati croati” (15). È possibile che tale rete, visto che le società legate alla holding nera sono tutt’oggi in auge e sostengono finanziariamente il partito di Roberto Fiore, abbia permesso e favorito l’invio in Ucraina di volontari neofascisti europei?

Se all’inizio delle proteste di piazza questa rete appariva eccessivamente intricata e di difficile comprensione ora, alla luce di questo salto indietro nel tempo nella Croazia nei primi anni ‘90, forse la matassa potrebbe iniziare a sbrigliarsi e la trama apparirci più chiara. Da notare però, che mentre i nazionalisti ucraini neofascisti vengono supportati dai loro camerati di mezza Europa e dal governo di Kiev (ergo, dalla Nato e dall’Unione europea), nell’Ucraina orientale, a maggioranza di etnia russa, la situazione appare diversa e apparentemente molto più intricata: oltre a realtà politiche esplicitamente di estrema sinistra legate all’eredità storica del movimento operaio comunista, come i battaglioni operai o i minatori della Repubblica popolare del Donetsk, alcuni filo-quartinternazionalisti (16), altri vicini al partito comunista ucraino, storicamente filosovietico e stalinista, messo al bando nell’Ucraina ‘libera’ (e liberista) (17), cosa che ha permesso ai vari partiti comunisti e alle diverse reti antifasciste europee di leggere il conflitto ucraino come uno scontro fra fascismo e antifascismo, ci sono invece realtà nazional-patriottiche o nazional-comuniste ed eurasiatiste che non solo collaborano con tali realtà marxiste contro l’invasore filo-americano ma che ricevono il diretto appoggio dall’ala nazional-patriottica del partito di Putin (che come detto ha in Dugin il suo ideologo) e di quelle realtà italiane che vengono denominate dalla stampa nostrana “rosso-brune”, piccoli raggruppamenti eurasiatisti come i socialpatriottici di Stato & Potenza-Socialismo patriottico – simultaneamente filoputiniano e con un programma che ricalca quello del Partito comunista russo, patriota, veterostalinista ma demarxistizzato e favorevole all’alleanza col clero ortodosso – il gruppo Millennivm-Partito comunitarista europeo, vicino ai giovani del partito di Putin e favorevoli a un socialismo comunitario europeista interclassista e patriottico di marca neo-corporativa e il Coordinamento progetto eurasia di Claudio Mutti, editore un tempo vicino a Franco Freda ed ex collaboratore di Orion, vicinissimo e amico di Dugin (è lui ha tradurre i suoi libri in italiano per le Edizioni all’insegna del Veltro), in contatto con l’ala più radicale della nouvelle droite francese (Alain de Benoist è per esempio schierato con l’Ucraina filorussa, visto il suo disprezzo per l’americanismo) e, nello stesso tempo, dato che disconoscono l’etichetta destra/sinistra, traduttore dei saggi di Ghennadij Zjuganov, leader del Partito comunista russo.

Se tali intese al di là della destra e della sinistra – comunque funzionali a una sconfitta dell’avversario liberal-nazista, dato che questi battaglioni collaborano militarmente assieme – appaiono oscure all’osservatore occidentale, così abituato al rispetto dell’incomunicabilità fra opposti estremi, questi tenga presente che nella Russia post-comunista e nel mondo slavo in generale esse sono normali: nel primo caso abbiamo avuto nel 1993 il Fronte di salvezza nazionale, coalizione rosso-bruna anti-eltsiniana che aggregava i nazionalisti nostalgici della Russia zarista, i gruppuscoli neofascisti assieme al citato Partito comunista di Zjuganov (che arriverà a prendere il 30% in diverse tornate elettorali), mentre nella Serbia di Slobodan Milosevic aggredita dall’imperialismo occidentale, sia nei primi anni ‘90 che nel 1999 si aggregarono attorno al presidente i nostalgici del socialismo titino assieme ai monarchici cetnici nostalgici del re e del generale Draza Mihailovic. Ciò ha permesso la presenza nell’Ucraina orientale, al fianco dei comunisti, di gruppi che in Occidente verrebbero catalogati come fascisti, facendo allarmare i giornalisti occidentali e quelli di sinistra che hanno parlato di infiltrazioni rosso-brune: è veramente così? Ne parleremo nel prossimo articolo.

 

Matteo Luca Andriola

 

 

1) Cfr. Quel che è accaduto davvero ad Odessa, Contropiano.org, 7 maggio 2014
2) Cfr. https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10152266768820856&id=88329995855&stream_ref=5
3) Cfr. https://www.facebook.com/votacasapound/posts/10152020686942842
4) Gabriele Adinolfi, punto di riferimento per CasaPound, fondatore negli anni ‘70 del gruppo nazional-rivoluzionario Terza posizione, rifugiatosi in Francia dopo il blitz del 28 agosto 1980 a seguito dell’accusa di coinvolgimento nella strage di Bologna del 2 agosto dello stesso anno
5) G. Adinolfi, Ucraina: lo stretto sentiero per una terza via, Il Primato nazionale, 23 febbraio 2014
6) Cfr. Russia contro America, peggio di prima, supplemento a Limes, n. 4/2008, p. 18
7) Cfr. AFP, Présidentielle en Ukraine: Timochenko retire son recours en justice, in RTL, 20 febbraio 2010 e Id., Élection présidentielle. Ioulia Timochenko refuse de reconnaître sa défaite, in Le Point, 9 febbraio 2010
8) D. Teutrie, L’accord d’association de l’UE avec l’Ukraine est une stratégie perdantperdant, in “Institut de la Démocratie et de la Coopération”, 4 febbraio 2014
9) Cfr. Programma di Svoboda, http://en.svoboda.org.ua/about/program/
10) Cfr. S. A. Bellezza, Il tridente e la svastica. L’occupazione nazista in Ucraina orientale, Franco Angeli, 2010
11) Cfr. F. Fracassi, Fontana, il mercenario italiano che combatte per Pravy Sektor, Popoff Globalist, 7 maggio 2014
12) http://www.facebook.com/francosisxavier.fontaine.90?ref=ts&fref=ts
13) A. Lattanzio, Ucraina, il ritorno di Gladio, Aurora, 3 maggio 2014
14) F. S. Fontana, dichiarazione riportata in U. M. Tassinari, Mercenari in Ucraina, così a marzo Fontana raccontava Pravy Sektor ai lettori di Noreporter, L’Alter-Ugo blog, 7 maggio 2014
15) G. Olimpio, Corriere della Sera, 24 novembre 1997
16) Cfr. I minatori si organizzano per formare i loro battaglioni, Partito comunista dei lavoratori, 22 giugno 2014
17) Cfr. P. Selmi, Sopravvivere nel Donbass: anatomia dell’ennesima catastrofe umanitaria nella ‘civile’ Europa, Associazione Marx21, 12 settembre 2014

 

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