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(Dis)Orientamenti

 

Svezia. Immigrazione e crisi del welfare state:
arriva la destra dei Democratici svedesi
di Matteo Luca Andriola

L’ascesa della destra: immigrazione, crisi del welfare state, sicurezza, mutazione della sinistra riformista: i Democratici svedesi al 17%

Se c’era da aspettarsi l’affermazione in Italia del duo Lega-M5s, costretto per motivi di forza maggiore a convergere in un’alleanza di governo di difficile qualificazione – anche perché, se è facile capire l’identità nazional-populista della Lega di Matteo Salvini, è difficile capire quella del Movimento 5 stelle – nessuno si sarebbe (forse) mai aspettato che la Svezia, culla della socialdemocrazia europea, vedesse l’affermazione del partito populista dei Democratici svedesi (Sd). Secondo Patrik Öhberg, politologo dell’Università di Göteborg, “quando parliamo di Svezia e di altri Paesi scandinavi li associamo alla socialdemocrazia [...] Ma sembra che questa èra stia per finire. Siamo piuttosto diventati un Paese come tutti gli altri.

Il baluardo della socialdemocrazia forse sta per crollare. Sta succedendo qualcosa di grande, qui”. Un trend, tuttavia, che allinea la Svezia al resto dell’area scandinava: in Stati come Finlandia, Danimarca e Norvegia, infatti, i populisti partecipano già al governo, così come sono considerati populisti i dirimpettai polacchi e i Paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad, che confinano con l’Austria – amministrata dal centrodestra alleato con i populisti del Fpö.

Colpiscono diverse cose guardando al caso svedese, e in generale al caso scandinavo: in una regione dove vigeva un rigido bipolarismo quasi bipartitico, in cui predominavano i socialdemocratici, i Democratici svedesi sono diventati la terza forza, così come il Partito dei finlandesi e il Partito popolare danese sono oggi al secondo posto nei rispettivi Paesi, e in Norvegia il Fremskrittspartiet, il Partito del progresso, è terzo. La differenza fra la Svezia e gli altri Stati scandinavi, però, sta nel fatto che la prima rimaneva ancora una sorta di baluardo socialdemocratico, ed era l’unico Paese dove i locali conservatori non volevano aver nulla a che fare coi populisti di destra.

I Democratici svedesi, rispetto agli altri nazional-populismi scandinavi, sono abbastanza giovani, nascendo nel 1988, anche se entrano per la prima volta nel Riksdag (il Parlamento) solo nel 2010, ottenendo 20 seggi (su 349). Gli altri Paesi nordici hanno ondate populiste piuttosto antiche: il Partito del progresso norvegese esiste dal 1973, il Partito popolare danese nasce nel 1995 dalla scissione con un altro partito populista che esisteva dal 1972, e il Partito dei finlandesi è erede di una formazione che, con vari nomi, esisteva addirittura dal 1959. Secondo il sociologo Luca Ricolfi, questo fenomeno si sviluppa nel primo periodo della storia del populismo europeo, ovvero “la fase della riapparizione” (1972-84), con la nascita del Front national, della Liga Veneta in Italia e dei Partiti del progresso scandinavi (1).
È il caso di fare una brevissima storia dei Democratici svedesi.

I Democratici svedesi: dall’extraparlamentarismo al terzo polo anti-establishment
Quella di Sd è la vicenda di una formazione che da misere percentuali è passata a far tremare i palazzi del potere nazionale. Una dinamica già vista, basti pensare ad Alba dorata in Grecia o ad AfD in Germania, anche se nel primo caso non possiamo parlare affatto di similitudini, visto che siamo davanti a un partito palesemente neonazista (2). La storia di Sd è più simile a quella del Front national di Jean-Marie Le Pen: una formazione che ha origini neofasciste, nascendo dalla convergenza di piccolissimi gruppi fuoriusciti dall’estrema destra nostalgica, ma che decide di abbandonare certe tematiche e muoversi nella politica ‘seria’ – come nel caso frontista, che vedrà in prima linea il movimento nazional-rivoluzionario Ordre nouveau.

La roccaforte del consenso dei Democratici svedesi è la provincia di Malmö – luogo in cui negli anni ’50 nasce la prima ‘internazionale neofascista’, il Movimento sociale europeo – dove il partito supera il 20%. Nel nord del Paese, invece, le cose sono più difficoltose, dato che resiste una ‘regione rossa’, per usare una categoria tutta italiana. Nella provincia di Malmö, infatti, non esiste solo Sd, ma anche altri piccoli movimenti e partiti di estrema destra, che negli ultimi anni hanno tuttavia registrato una forte crisi di consenso, soprattutto grazie al successo dei Democratici svedesi – si pensi al Partito della Scania, separatista etnonazionalista di estrema destra.

Sd è oggi una forza politica nazionalista ed euroscettica che, oltre alla tradizionale battaglia per uscire dall’Unione europea, si caratterizza per una forte critica da destra all’immigrazione (specie quella islamica) e alla fine di ogni ‘privilegio’ per gli abitanti della Lapponia svedese – un po’ come il Movimento sociale italiano nella Prima repubblica e i suoi eredi di destra (Alleanza nazionale e ora Fratelli d’Italia), che si sono sempre opposti, in quelle regioni a statuto speciale dov’è presente una forte minoranza linguistica, a ogni concessione alle popolazioni autoctone (si pensi alla questione altoatesina o al caso valdostano) proclamandosi alfieri dell’italianità.

Per anni, però, forti delle politiche socialmente avanzate che hanno fatto della Svezia un riferimento per gran parte del progressismo europeo, anche italiano, i cittadini svedesi hanno relegato Sd a essere un micropartito, in grado di raccogliere solo poche migliaia di voti alle varie elezioni nazionali. La svolta avviene nel 1995, quando il nuovo leader, Mikael Jansson, prende le redini della formazione spostandola su posizioni più moderate.

Questo permette al partito di crescere lentamente nei consensi. Gli inizi però, sono tutt’altro che rosei: infatti Sd prende nel 2002 appena l’1,4%, ed è solamente otto anni dopo, nel 2010, che col nuovo segretario, Jimmie Åkesson, capo del partito dal 2005, i Democratici svedesi entrano per la prima volta in Parlamento con il 5,7%. Il salto di qualità europeo arriva nel 2014, quando Sd riesce a eleggere due propri rappresentanti a Strasburgo, sfiorando addirittura il 10%. Pochi mesi più tardi ottiene poco oltre 800.000 preferenze alle elezioni nazionali, diventando con il 12,9% il terzo partito del Paese, dietro al Partito socialdemocratico e al Partito moderato (centrodestra popolare), obbligando i socialdemocratici a coalizzarsi coi Verdi.

Il partito però, a livello internazionale, non intrattiene buoni rapporti con gli altri soggetti euroscettici di destra. Pessimi quelli col Front national di Marine Le Pen, che ha più volte criticato Sd per non aver aderito all’eurogruppo da lei presieduto – nel quale è entrata la Lega Nord di Matteo Salvini e altre formazioni nazional-populiste – preferendo allearsi con l’Ukip di Nigel Farage e il Movimento 5 Stelle nell’eurogruppo “Europa della libertà e della democrazia diretta”. In passato però il Front national e i Democratici svedesi erano alleati dentro Euronat, un gruppo nazionalista, ed è sulle basi di questo soggetto che gli svedesi hanno costituito Nord Nat, un’alleanza fra partiti nazionalisti euroscettici della Scandinavia a cui aderisce anche il Partito dei patriottici finlandesi.

Una cosa, tuttavia, accomuna tutte queste formazioni scandinave ed europee: Sd, Lega, Fratelli d’Italia, Front national e numerosi altri partiti populisti di destra, hanno apertamente dichiarato il loro endorsement a Donald Trump, il repubblicano populista e ‘politicamente scorretto’; caso unico in Svezia, dato che socialdemocratici – com’era prevedibile – ma anche conservatori hanno supportato la candidata del Democratic Party, Hillary Clinton.

Crisi del welfare state, immigrazione, sicurezza, mutazione della sinistra riformista
L’avanzata dei Democratici svedesi ha in realtà sbigottito solo chi non conosce la situazione del Paese. Certo non è stata una vittoria così eclatante come sembrava dai sondaggi: Sd infatti passa dal 12,9 del 2014 al 17,6%, e sale da 42 a 62 deputati, ma non riesce a togliere la palma di secondo toccata al Partito moderato, come invece è avvenuto in Italia con Forza Italia ormai ombra di se stessa – c’è da dire però che Berlusconi resta un’anomalia nel panorama politico internazionale, nell’ascesa, nelle vicissitudini e nella caduta.

I Moderati registrano una flessione, passando dal 23,3% al 19,8% e calando da 83 a 70 deputati, ma si avvantaggiano formazioni minori di centro, come il Partito del centro (sale dal 6,1 all’8,6 e da 22 a 31 seggi) (3), i Democratici cristiani (dal 4,6 al 6,4% e da 16 a 23 seggi) (4) e i Liberali (dal 5,4 al 5,5%, rimanendo stabili sui 19 seggi) (5); l’Alleanza dei quattro partiti del centrodestra cresce dunque nel suo complesso da 140 a 143 seggi, lontano tuttavia dai 175 che servono in Svezia per fare una maggioranza.

La sinistra guadagna giusto un seggio: i Socialdemocratici di Stefan Löfven, pur rimanendo il primo partito, ottengono il loro peggior risultato dal 1908, scendendo dal 31% del 2014 (113 seggi) al 28,4 di oggi (101 seggi). Una batosta per la famiglia politica che, come s’è detto, era presa a riferimento, a livello continentale, per tutti i riformisti e addirittura, in Italia, per la sinistra eurocomunista che cercava altri modelli oltre l’Urss; un risultato che, se non è certamente paragonabile alla crisi dei socialisti francesi – letteralmente estinti a vantaggio del soggetto liberal-centrista En marche! di Emmanuel Macron, simile sotto molti aspetti al Partito democratico di Matteo Renzi – è tuttavia senz’altro segno della crisi che sta attraversando il progressismo europeo – se si esclude, limitandoci alla Svezia, il Vansterpartiet (Partito della Sinistra, di area postcomunista) che passa dal 5,7 al 7,9% (da 21 seggi a 28), ma anche Paesi come Francia e Germania costituiscono nuovi laboratori per novità ideologiche nella sinistra europea (6). È quindi chiaro come vi sia stato un travaso di voti a favore dei Democratici svedesi più a svantaggio della socialdemocrazia che del polo moderato di centrodestra.

Per un governo monocolore socialdemocratico o col sostegno dei Verdi (anch’essi in forte calo) non ci sono i numeri. Bisognerà vedere se i Moderati saranno disposti a convergere coi populisti, come avvenuto negli altri Paesi scandinavi, o se i socialdemocratici riusciranno a convincere i centristi ad allearsi con loro.
In sintesi, la situazione svedese è il ritratto della crisi che sta affliggendo a livello continentale tutta la sinistra.

Il modello svedese si è fondato, per decenni, sul solido compromesso tra il ruolo dello Stato in sostegno all’economia e la costruzione di una fascia di diritti socio-economici garantiti per la popolazione, un compromesso nato dopo la Grande Depressione nel 1934 dall’accordo fra socialdemocratici e il Partito contadino, movimento conservatore se non reazionario. Le cose sono cambiate negli anni ’90, quando con le tre legislature di centrodestra, dal 1991 al 1994 e dal 2006 al 2014, la Svezia si è maggiormente ‘aperta al mercato’, cioè ha introdotto precarizzazione del lavoro, graduale privatizzazione del sistema di welfare, e gentrification urbana, a seguito dei tagli ai fondi tradizionali per l’edilizia popolare e la deregolamentazione del mercato immobiliare, dinamica che ha svuotato i centri delle grandi città, costosissimi, riempiendo le periferie – si veda il sobborgo di Rinkeby, nato negli anni ’60 a seguito di investimenti pubblici, dove la presenza immigrata è schiacciante e le tensioni si sono accese anche violentemente negli ultimi anni (7).

La sinistra, convertita al pensiero unico del mercato come in tutto l’ovest Europa, non ha imposto un cambio di tendenza quando è tornata al potere, negli anni ’90 e nel 2014. Questo ha favorito la crescita dell’insoddisfazione da parte di un ceto medio sempre più proletarizzato e di un proletariato sempre più spinto verso il basso, che vistosi abbandonato ha iniziato a rivolgersi altrove.

L’insofferenza è poi cresciuta con i flussi migratori: la Svezia, di fatto, è stato l’unico Paese in cui le politiche sull’accoglienza non sono state drasticamente limitate nonostante la crisi globale del 2008. Dal 2012 sono stati ben 400.000 i richiedenti asilo accolti (su 10 milioni di abitanti): un numero elevato che, secondo i Democratici svedesi, avrebbe fatto saltare lo storico sistema di welfare.

Nonostante l’economia sia abbastanza florida, infatti, “l’altissimo numero di migranti accolti pesa sul welfare e lo mette in un certo modo a rischio, aprendo un problema sistemico”, notava l’anno scorso Repubblica, perché nessun altro Paese della Ue ne ha accolto così tanti, in proporzione ai cittadini; e molti di loro, senza lavoro, in nome di quella solidarietà alla base del sistema socialdemocratico in vigore dagli anni ’30, sono stati registrati come parte della popolazione non attiva.

Autorevoli economisti come Susanne Wallmann Lundasen o Grete Brochman hanno sollevato la questione, dato che per la prima volta dal 2013 le statistiche dello Arbetsförmedlingen, l’Ufficio di collocamento svedese, hanno registrato una disoccupazione presa in assoluto, cioè comprensiva dei migranti, cresciuta in percentuale, e nell’aprile scorso aumentata di 4.000 unità, fino ad arrivare a un totale di 364 mila. “Vuol dire anche che il lavoro dell’ufficio di collocamento aumenta per la prima volta da allora”, afferma Annika Sundén, dirigente e analista alla sopra nominata authority per la ricerca di posti di lavoro.

Per la popolazione autoctona – cioè per gli svedesi o la seconda/terza generazione di migranti – il tasso di disoccupazione è di appena il 4%, ma sale al 22% per la popolazione immigrata. Diventa infatti difficile integrare nel mercato del lavoro i nuovi arrivati dall’Africa, dall’Afghanistan o dalla Siria, che spesso non parlano svedese e che, notava il quotidiano italiano, “non di rado si chiudono per scelta in ghetti come indirettamente ricordato dal tragico attentato islamista a Stoccolma del 7 aprile 2017”.

Non sono l’economia quindi, né il mercato del lavoro, a essere deboli, come qui in Italia, ma l’integrazione (8). “Aprite i vostri cuori”, diceva Fredrik Reinfeldt, Primo ministro conservatore, invitando la Svezia ad accogliere rifugiati africani e mediorientali in massa. Ma come scrive Mauro Indelicato, “il sistema di welfare svedese, così come quello inerente la mera accoglienza, ha fallito: non ci sono i numeri, nei bilanci, per offrire a tutti i cittadini stranieri le stesse tutele dei cittadini svedesi, così come è difficile la convivenza tra culture diametralmente differenti” (9). Un sistema che se ha mantenuto un’alta protezione sociale rispetto ad altri Paesi, è stato tuttavia tagliato seguendo la strada dei dogmi dell’Unione europea del pensiero neoliberista, finendo per scatenare, anche in Svezia, una guerra fra poveri.

A questa situazione si aggiunge quella relativa alla ‘sicurezza’ – facilmente cavalcata dai Democratici svedesi, come dai partiti di destra in tutti i Paesi. Secondo un recente report commissionato dal governo al Brå, il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione del crimine, si è registrato un forte incremento di violenze sessuali ai danni delle donne: 7.230 stupri nel 2017, 667 in più dell’anno precedente, un aumento del 10%.

Lo stesso dicasi delle molestie sessuali, che nello stesso anno sono arrivate a 21.500 (+8%, 1.600 in più rispetto al 2016). Parliamo solo di reati denunciati: lo stesso rapporto rivela che appena l’11% delle vittime di violenza sessuale decide di sporgere denuncia (10). Un altro studio, redatto da Joakim P Jonasson con l’aiuto dell’economista Tino Sanandaji e del giornalista Peter Springare, documenta 4.142 processi giudiziari per stupri e violenze sessuali svoltisi tra il 2012 e il 2017, arrivando a concludere, dati alla mano, che il 95,6% degli autori di stupri ha origini straniere, così come nel 90% delle violenze di gruppo, e che la maggior parte dei casi si sono registrati nelle città in cui la popolazione immigrata è più alta, come Stoccolma, Hudiksvall e Eskilstuna, con un incremento del 400% dal 1996 a oggi (11). Il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, ha affermato che non è importante rivelare le nazionalità degli stupratori, in quanto sono tutti uomini; dichiarazione non lungimirante, visto che è stata strumentalizzata in chiave xenofoba dall’estrema destra.

A questo tipo di reati si aggiunge la criminalità in quelle periferie trasformate sempre più in banlieu parigine. Le cronache dei giornali parlano chiaro: fra il 2011 e il 2016 sono stati registrati 54 scontri armati fra bande criminali, con decine di sparatorie, mentre nel solo 2017 sarebbero almeno 300 gli scontri con armi da fuoco fra gang rivali. Il governo londinese, sulla pagina web dedicata ai consigli di viaggio per i cittadini britannici, ha addirittura segnalato diverse città svedesi, come Malmö e Goteborg, come pericolose – guarda caso città dove Sd ha preso alte percentuali alle elezioni (12).

Il prof. Henrik Emilsson, ricercatore sull’immigrazione all’Università di Malmö, intervistato nel marzo 2017 dal New York Times, rivela che “gli autori di scontri e violenze nei sobborghi so-no spesso figli di immigrati e persone che sono arrivate nel Paese quando erano giovani” (13). Dunque immigrati di seconda generazione, la cui condizione sancisce il fallimento del modello di accoglienza svedese. Nelle periferie di Malmö il tasso di disoccupazione è al 40%, contro l’1% di altre zone; la disperazione e l’esclusione sociale spinge molti ragazzi verso aggregazioni criminali, e in diversi casi alla radicalizzazione religiosa, lì dove il ramo wahabita dell’Islam pare fare presa – tant’è che in questi sobborghi sono più numerose le donne velate di quelle vestite all’occidentale, e sembra che le forze dell’ordine abbiano difficoltà a entrare.

Giova ben poco, in conclusione, puntare il dito parlando di populismo, razzismo, xenofobia ecc. “La ragione per cui la sinistra non vede le richieste di protezione del popolo” scrive il già citato Luca Ricolfi (14) “è semplicemente che quello non è più il suo popolo. La sinistra che è emersa dalla rivoluzione della Terza via (quella di Anthony Giddens, guru di Tony Blair e del centrosinistra europeo, da Prodi a Schroeder, n.d.a.) non ascolta le richieste e i sentimenti del popolo per l’ottimo motivo che essa [...] è diventata la rappresentante di un nuovo blocco sociale, al cui centro non vi sono più né operai, né ceti deboli, né i cosiddetti ultimi”, ma una nuova costituency della sinistra, cioè “i ceti medi riflessivi, come ebbe a battezzarli lo storico Paul Ginsborg [...] gli strati forti del sistema sociale, quanti cioè posseggono le risorse materiali per poter esperire la globalizzazione come un’opportunità, e le risorse culturali per poter apprezzare i valori della sinistra [...]

"Con milioni di persone che avevano perso il loro lavoro, con quartieri divenuti invivibili per la presenza massiccia di immigrati, con servizi sociali sempre più contesi fra nativi e stranieri, con città e aeroporti presi di mira dal terrorismo islamico, l’attardarsi della cultura progressista sui problemi postmoderni dei raffinati ceti urbani, dai matrimoni gay al linguaggio sessista, dalle quote rosa all’ambiente, è parsa a molti, prima ancora che offensiva, del tutto fuori dalla realtà”. E anche in Svezia, la destra è cresciuta nei consensi.

 

Matteo Luca Andriola

 

 

1) Cfr. Luca Ricolfi, Sinistra e popolo. Il conflitto nell’era dei populismi, Longanesi, 2017. Gli altri due periodi dell’età del populismo sono “la fase della proliferazione” (1984-2008), con la Lega Lombarda di Umberto Bossi nel 1987, il clamoroso ballottaggio in Francia nel 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, e infine “la fase di sfondamento” (2008-2016), quando i partiti populisti sono arrivati ad avere consensi tra il 10 e persino il 20%
2) Cfr. M.L. Andriola, Grecia e Alba Dorata: la svastica sul Partenone. Una nuova o una vecchia destra?, Paginauno n. 52/2017
3) Per i dati cfr. il sito ufficiale http://www.centerpartiet.se/
4) Per i dati cfr. il sito ufficiale http://www.kristdemokraterna.se/
5) Per i dati cfr. il sito ufficiale http://www.liberalerna.se/
6) Mi riferisco alla nascita, in Francia e in Germania, di formazioni o associazioni socialiste o neo-comuniste di matrice sì internazionalista ma al contempo euroscettica e patriottica, favorevoli a un rafforzamento del welfare state, alla governance del fenomeno migratorio – senza l’aspetto xenofobo della destra populista, ma favorendo l’integrazione degli immigrati, curando alla radice le cause delle migrazioni degli ultimi anni – e all’uscita dall’eurozona, proponendo come alternativa un’unione intergovernativa di Stati-nazione costituzionalmente sovrani; una sinistra che ragiona su un cambio radicale dei paradigmi geopolitici oltre che economici, allentando i rapporti con gli Usa e intessendo relazioni economiche e diplomatiche più strette con Paesi come i Brics. Soggetti politici come Die Linke in Germania, con Sahra Wagenknecht, o France insoumise di Jean-Luc Mélenchon in Francia, attaccati dai mass media – e da alcune parti della sinistra – con l’epiteto dispregiativo di ‘rosso-bruni’, ‘sinistra nazionale’ o ‘sinistra nazional-populista’
7) Cfr. Gentrification Stoccolma: il declino dello stato sociale, I Diavoli, 14 aprile 2017
8) Tutti i dati e le citazioni sono prese dall’articolo Svezia, il boom dei migranti mette in crisi il welfare nordico, n. f., Repubblica, i maggio 2017
9) Mauro Indelicato, Il fallimento del modello svedese, Occhi della guerra, 25 febbraio 2017
10) Cfr. Brå, Kriminalstatistik 2017, gennaio 2018
11) Cfr. Joakim P Jonasson, Sexualbrottslighet bland män födda i Sverige och i utlandet, 23 ottobre 2017
12) Aa.Vv., Il pensiero armato. Idee shock per una cultura dell’azione, Roma, Edizioni Quattrocinqueuno, 2000
12) Cfr. C.A. Mauceri, Senza fine l’ondata di criminalità in Svezia, Notiziegeopolitiche.net. 24 gennaio 2018; qui la pagina del governo britannico che segnala la Svezia come “meta pericolosa”: http://www.gov.uk/foreign-travel-advice/sweden/safety-and-security
13) Vikas Bajaj, Are Immigrants Causing a Swedish Crime Wave?, The New York Times, 2 marzo 2017
14) L. Ricolfi, op. cit.


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