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dicembre 2011- gennaio 2012
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Revisionismo
storico sulla Resistenza, la negazione della guerra civile |
| Lo scorso 2 novembre,
il sindaco di Milano Letizia Moratti si è raccolta in preghiera
al Campo della Gloria di fronte ai caduti della Resistenza e al Campo
10 davanti ai morti della Repubblica di Salò. Un rito congiunto
che ha suscitato inevitabili polemiche, ma che non è stato
colto secondo i suoi impliciti significati; senza cioè andare
oltre la pantomima dello spoglio dalla fascia tricolore davanti ai
giornalisti, e alle parole che la ‘provocazione’ automaticamente
evoca, quali revisionismo, parificazione (dei morti), riconciliazione,
memoria, valori (della Resistenza). In mezzo al solito corteo di parole
astratte, nessuno si chiede perché questa riconciliazione negli
ultimi anni sia diventata tanto importante. Una domanda che avrebbe
almeno il merito di proporre la questione secondo la prospettiva di
chi ha compiuto l’azione. Gli apparati di sinistra che si scagliano contro
la Moratti, sbagliano (ammesso che siano in buona fede) quando impostano
il dibattito sulla stessa piattaforma dei partiti revisionisti di
destra e di sinistra, rivendicando, da un lato, la paternità
comunista della Resistenza, e, dall’altra, la sua negazione,
adottando le definizioni di Guerra di Liberazione o, più astrattamente,
di Antifascismo, per puntare sugli alti valori, puramente retorici,
e sulla loro vuota grandezza destoricizzata. Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, il concetto di rivalità di classe in Italia è stato totalmente debellato, anche solo come ipotesi remota, grazie a un lungo processo di rimozione storica e a un massiccio bombardamento politico mediatico. Ed è un peccato, perché il solo osservare la storia di allora secondo l’antinomia ‘guerra di liberazione/guerra civile’, cercando di comprendere le ragioni di coloro che politicamente hanno bisogno di negare quest’ultima, aiuterebbe a comprendere con maggiore facilità gli sviluppi storici di tutto il dopoguerra, il risorgere della mafia e le sue connivenze con politica e altri apparati statali, l’amnistia a vantaggio dei fascisti (nei fatti, se non nelle intenzioni) a opera di Togliatti (1), gli eccidi perpetuati dal ministro degli interni Scelba dal ’45 al ’50, la nascita di associazioni segrete come Gladio e la loggia massonica P2, i tre tentativi di colpo di stato del ’64, del ’70 e del ’72, il ricorso al terrorismo nero nel decennio che va dal 1969 al 1979 da parte degli industriali (attraverso cospicui finanziamenti), la responsabilità di componenti dello Stato nell’organizzazione di varie stragi, piazza Fontana compresa, il compromesso storico e l’autoannullamento della sinistra sfociato nella formazione del Partito democratico, venduta come moderna evoluzione del socialismo. Nella copertura del significato più profondo
di quanto appena elencato, e nella necessaria imposizione di una lettura
acritica della Resistenza come guerra di liberazione, si spiega ogni
tentativo di revisionismo posto in atto sin dall’immediato dopoguerra,
e che, inevitabilmente, è approdato alla rapida escalation
di oggi, culminata nell’affermazione culturale dei libri alla
Pansa, catalogati sotto la dicitura ‘Storia’, nelle spedizioni
punitive di ‘squadristi’ contro rom e moschee, nel fiorire
di un esercito di tifosi coltivati e cresciuti, sotto il credo neofascista,
negli stadi di tutta Italia, e nella nascita indisturbata del nuovo
partito fascista di Francesco Storace. Quasi a dimostrare come la
storia colleghi tra loro, elementi apparentemente distanti. Il primo risale alla famosa svolta di Fiuggi del ’95, quando il vecchio partito fascista si è autoassolto cambiando abito e nome. Un cambiamento solo formale e poco sostanziale (a tale proposito, basti leggere l’atto costitutivo, denominato Tesi politiche, per verificare l’entità della farsa), ma che ha posto le basi di una svalorizzazione dell’antifascismo nella sua attualità. In sostanza chiedendo di consegnarlo alla storia, riconoscendolo sì come valore, ma relegandolo a episodio ormai chiuso nel passato. Una richiesta accolta a braccia aperte in forma ufficiale da Violante (secondo episodio) un anno più tardi, nel giorno dell’insediamento del governo di centro-sinistra, allorquando egli ha posto la necessità di potenziare i valori della Resistenza – estendendoli oggi a quella parte del paese che non è stata coinvolta nella guerra di liberazione – nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide e di emancipazione dei popoli. Non più proprietà esclusiva di chi l’aveva concepita come momento di rottura con il vecchio sistema politico, bensì astratto valore nazionale: guerra di liberazione, per l’appunto. Il desiderio di Fini, quindi, di consegnare quegli anni alla storia, nasce impuro nelle intenzioni, per il semplice fatto che egli sa bene quanto quella storia cui si appella, non sia stata ancora scritta ufficialmente e consegnata agli italiani per intero; e per lo stesso motivo, diventano volutamente ambigue le parole di Violante. Di certo resta il fatto che dalla Sinistra è stata tesa una mano allo ‘sdoganamento’ del vecchio partito fascista per accreditarlo come partito popolare e credibile alleato di Berlusconi; un’operazione che implicitamente, le ha permesso di ripulire se stessa dalle scorie comuniste. Manovra fondamentale, nel momento in cui ha scelto di abbandonare il pensiero marxista, in profonda contraddizione con l’abbraccio delle politiche neoliberiste, divenute in breve la linfa politica italiana, palesemente improntata su un falso bipolarismo di facciata. Una spinta alla riconciliazione che dietro a nobili concetti nasconde lo spirito di corpo tipico delle consorterie. La politica dovrebbe essere la traduzione degli interessi
di classe in principi politici. Da questo punto di vista, il fascismo
non è stato una malattia da cui l’Italia si è
curata con la Resistenza, bensì la forma politica repressiva,
adottata all’epoca dai capitalisti per difendere i propri interessi.
La svolta di Fiuggi è stata una scelta necessaria,
dettata dalla logica politica, pur con tutte le ambiguità e
gli addentellati con il passato che la nuova veste formale tiene in
vita per non perdere l’elettorato più retrivo e nel contempo
estendere i confini al centro. Non a caso, la necessità politica, espressa da Violante, di affrontare la storia della Resistenza secondo criteri di unità nazionale, è da leggersi nell’ottica di un tradimento dei principi che difendono la classe storicamente sottomessa da chi detiene i mezzi di produzione. Un tradimento consumato grazie all’uso oculato di parole nobili, con cui la Sinistra maggioritaria, oggi, può rimuovere definitivamente l’antagonismo di classe (per quanto disconosciuto a livello sociale, ineludibile dalle logiche di produzione capitaliste – come dimostrano gli scioperi e le lotte di fine novembre in Francia), affossare la storia e, soprattutto, negare l’attuale situazione del mercato del lavoro, in cui le esigenze del capitale pretendono un accentuarsi dello sfruttamento del lavoratore per fare crescere il saggio di profitto, in un momento in cui la sovrabbondanza di merci non viene riassorbita in tempi stretti dal mercato. Per questa ragione fanno pena le polemiche della
sinistra radicale sollevate contro l’atto della Moratti. E non
perché non siano doverose, bensì perché ancora
una volta sollevate nel tripudio di parole come Libertà e Democrazia,
con una pesante e surreale sottolineatura del sostantivo Memoria.
Termini che appaiono tristemente vuoti se nessuno solleva il velo
sulla verità, tutta, riguardo a quanto è accaduto dal
1943 al 1950. Se ancora le associazioni partigiane insistono a condurre
il discorso parlando vagamente di antifascismo e di lotta di liberazione,
senza porre luce sulla rimozione più grave che l’atto
della Moratti pretende di consolidare per allungare nuove ombre sul
presente. E la Moratti, che commemora in uno stesso abbraccio
i caduti partigiani e repubblichini, è l’inevitabile
risultato di tanta fatica: quella stessa classe dirigente che nel
’21 ha consegnato l’Italia chiavi in mano a Mussolini,
e che da allora non ha mai perduto la guida economica del paese, oggi,
proprio grazie all’oblio della storia, può presentarsi
davanti alle tombe dei caduti a parlare di riconciliazione, quasi
fosse il perdono concesso dalle vittime ai propri carnefici. Una riconciliazione
che non viene proposta nei fatti, ma solo a parole, e tutta a vantaggio
del potere economico reale del paese, per dare via libera alla morte
della politica e degli antagonismi ideologici. La negazione di una larga porzione della storia, la sua rimozione, la necessità che essa non esca dall’oblio, è quanto rimane implicito nella commemorazione congiunta dei caduti fatta dalla Moratti e nelle poco credibili proteste della Sinistra radicale. Non l’ignoranza della storia, quindi, ma la difesa di un padronato che oggi adotta la medesima logica di quando, in passato, ha abbracciato il fascismo per difendere la propria sopravvivenza e il proprio potere e che, sessant’anni più tardi, per fare crescere i propri profitti in un momento di crisi del mercato, costringe i lavoratori a vendere la loro forza lavoro senza la tutela di contratti che ne garantiscano i diritti, a lavorare di più per guadagnare di meno, a rinunciare all’assistenza sociale. Una riconciliazione conflittuale, di cui l’approvazione del protocollo del Welfare di fine novembre – con cui i capitalisti hanno fatto strame di qualunque diritto sociale e civile – è l’ultimo sigillo.
Leggi anche: Il
giorno della memoria per dimenticare, Walter G. Pozzi,
Paginauno n. 11/2009 Il
ruolo americano nella Resistenza italiana, Franco Giannantoni
Paginauno n. 18/2010 La memoria del calcio e il
fascismo, Paul Dietschy, Paginauno n. 20/2010 Ridere, obbedire, combattere!,
Giuseppe Ciarallo, Paginauno n. 20/2010
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