| Lo scorso 2 novembre,
il sindaco di Milano Letizia Moratti si è raccolta in preghiera
al Campo della Gloria di fronte ai caduti della Resistenza e al Campo
10 davanti ai morti della Repubblica di Salò. Un rito congiunto
che ha suscitato inevitabili polemiche, ma che non è stato colto
secondo i suoi impliciti significati; senza cioè andare oltre
la pantomima dello spoglio dalla fascia tricolore davanti ai giornalisti,
e alle parole che la ‘provocazione’ automaticamente evoca,
quali revisionismo, parificazione (dei morti), riconciliazione, memoria,
valori (della Resistenza). In mezzo al solito corteo di parole astratte,
nessuno si chiede perché questa riconciliazione negli ultimi
anni sia diventata tanto importante. Una domanda che avrebbe almeno
il merito di proporre la questione secondo la prospettiva di chi ha
compiuto l’azione.
L’importanza morale dei principi che hanno animato la lotta partigiana
è sicuramente un modo di interpretare i due anni che vanno dal
1943 al 1945. Ma sicuramente non è l’unico e nemmeno il
più importante, se vincolato in maniera retorica alle parole
democrazia e libertà. Non a caso, nelle polemiche sorte dopo
la passeggiata in forma privata della Moratti, risulta colpevolmente
assente, sulle bocche di coloro che si sono sollevati contro il sindaco
di Milano, la puntualizzazione doverosa che in quei due anni, in Italia
c’è stata nelle intenzioni di un gran numero di partigiani,
una guerra civile. Un’omissione tutt’altro che casuale (e
quindi, colpevole) che, se contemporaneamente si butta un occhio all’attuale
situazione sociale del paese, spiega la necessità della classe
politica di consegnare definitivamente la Resistenza alla storia, in
un’ottica riconciliatrice, al fine di svalorizzarla oggi da ogni
possibile applicazione politica.
Gli apparati di sinistra che si scagliano contro la Moratti, sbagliano
(ammesso che siano in buona fede) quando impostano il dibattito sulla
stessa piattaforma dei partiti revisionisti di destra e di sinistra,
rivendicando, da un lato, la paternità comunista della Resistenza,
e, dall’altra, la sua negazione, adottando le definizioni di Guerra
di Liberazione o, più astrattamente, di Antifascismo, per puntare
sugli alti valori, puramente retorici, e sulla loro vuota grandezza
destoricizzata.
La parola antifascismo è un minestrone che, sin dal luglio del
’43, include gli ex complici del fascismo, gli antifascisti moderati
e i comunisti. Uomini sicuramente uniti dall’obiettivo della liberazione
dell’Italia dai nazisti, ma divisi dalla concezione politica di
giustizia sociale. E qui sta il punto che rende la parificazione dei
morti, e le considerazioni su quale parte sia stata la più violenta,
una questione da preti. Tanto che, chi parla di riconciliazione, non
ha alcuna intenzione di promuovere una mozione di per sé tanto
sterile, grottesca e ingenua. Semmai, il vero obiettivo dei revisionisti,
tanto di destra che di sinistra, è la definitiva rimozione di
quel vasto fronte della Resistenza riparato sui monti per sparare alla
classe antagonista, della quale il fascismo era ‘solamente’
l’espressione politica. Una buona fetta di storia che resta tuttora
inconfessabile, perché rivelatrice di quanto accaduto nel primo
dopoguerra, allorquando, cacciati i nazisti e battuti i repubblichini,
la nuova classe dirigente ha ricostruito lo stato in continuità
con quello fascista, mantenendo cioè intatte le istituzioni del
vecchio regime, le sue leggi (spesso in contraddizione con la nuova
Costituzione), gli stessi uomini e la stessa polizia, restituendo le
industrie e i campi a quei monopolisti che nel ’21 avevano finanziato
Mussolini e avallato la dittatura per mantenere il proprio dominio e
ulteriormente arricchirsi sotto il fascismo. Quegli stessi dirigenti,
divenuti presto la nuova classe politica, si sono poi preoccupati di
potenziare la forza pubblica (l’invenzione della celere ne è
stato fulgido esempio) e l’esercito, per difendere il nuovo/vecchio
ordine da coloro che avevano combattuto al loro fianco per liberare
l’Italia dall’ingiustizia sociale.
Oggi, all’inizio del ventunesimo secolo, il concetto
di rivalità di classe in Italia è stato totalmente debellato,
anche solo come ipotesi remota, grazie a un lungo processo di rimozione
storica e a un massiccio bombardamento politico mediatico. Ed è
un peccato, perché il solo osservare la storia di allora secondo
l’antinomia ‘guerra di liberazione/guerra civile’,
cercando di comprendere le ragioni di coloro che politicamente hanno
bisogno di negare quest’ultima, aiuterebbe a comprendere con maggiore
facilità gli sviluppi storici di tutto il dopoguerra, il risorgere
della mafia e le sue connivenze con politica e altri apparati statali,
l’amnistia a vantaggio dei fascisti (nei fatti, se non nelle intenzioni)
a opera di Togliatti (1), gli eccidi perpetuati dal ministro degli interni
Scelba dal ’45 al ’50, la nascita di associazioni segrete
come Gladio e la loggia massonica P2, i tre tentativi di colpo di stato
del ’64, del ’70 e del ’72, il ricorso al terrorismo
nero nel decennio che va dal 1969 al 1979 da parte degli industriali
(attraverso cospicui finanziamenti), la responsabilità di componenti
dello Stato nell’organizzazione di varie stragi, piazza Fontana
compresa, il compromesso storico e l’autoannullamento della sinistra
sfociato nella formazione del Partito democratico, venduta come moderna
evoluzione del socialismo.
Nella copertura del significato più profondo di quanto appena
elencato, e nella necessaria imposizione di una lettura acritica della
Resistenza come guerra di liberazione, si spiega ogni tentativo di revisionismo
posto in atto sin dall’immediato dopoguerra, e che, inevitabilmente,
è approdato alla rapida escalation di oggi, culminata nell’affermazione
culturale dei libri alla Pansa, catalogati sotto la dicitura ‘Storia’,
nelle spedizioni punitive di ‘squadristi’ contro rom e moschee,
nel fiorire di un esercito di tifosi coltivati e cresciuti, sotto il
credo neofascista, negli stadi di tutta Italia, e nella nascita indisturbata
del nuovo partito fascista di Francesco Storace. Quasi a dimostrare
come la storia colleghi tra loro, elementi apparentemente distanti.
Non è possibile, per ragioni di spazio, affrontare qui l’intera
cronistoria della censura revisionista (ma i buoni libri in proposito
non mancano nelle biblioteche). Tuttavia, sarà sufficiente soffermarsi
sui due episodi più significativi (perché recenti) per
illuminare i motivi che regolano il rapporto della politica di oggi
con il vecchio fascismo, e la realtà economica che tale contiguità
mira a coprire.
Il primo risale alla famosa svolta di Fiuggi del ’95,
quando il vecchio partito fascista si è autoassolto cambiando
abito e nome. Un cambiamento solo formale e poco sostanziale (a tale
proposito, basti leggere l’atto costitutivo, denominato Tesi politiche,
per verificare l’entità della farsa), ma che ha posto le
basi di una svalorizzazione dell’antifascismo nella sua attualità.
In sostanza chiedendo di consegnarlo alla storia, riconoscendolo sì
come valore, ma relegandolo a episodio ormai chiuso nel passato. Una
richiesta accolta a braccia aperte in forma ufficiale da Violante (secondo
episodio) un anno più tardi, nel giorno dell’insediamento
del governo di centro-sinistra, allorquando egli ha posto la necessità
di potenziare i valori della Resistenza – estendendoli oggi a
quella parte del paese che non è stata coinvolta nella guerra
di liberazione – nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide
e di emancipazione dei popoli. Non più proprietà esclusiva
di chi l’aveva concepita come momento di rottura con il vecchio
sistema politico, bensì astratto valore nazionale: guerra di
liberazione, per l’appunto.
Il desiderio di Fini, quindi, di consegnare quegli anni alla storia,
nasce impuro nelle intenzioni, per il semplice fatto che egli sa bene
quanto quella storia cui si appella, non sia stata ancora scritta ufficialmente
e consegnata agli italiani per intero; e per lo stesso motivo, diventano
volutamente ambigue le parole di Violante. Di certo resta il fatto che
dalla Sinistra è stata tesa una mano allo ‘sdoganamento’
del vecchio partito fascista per accreditarlo come partito popolare
e credibile alleato di Berlusconi; un’operazione che implicitamente,
le ha permesso di ripulire se stessa dalle scorie comuniste. Manovra
fondamentale, nel momento in cui ha scelto di abbandonare il pensiero
marxista, in profonda contraddizione con l’abbraccio delle politiche
neoliberiste, divenute in breve la linfa politica italiana, palesemente
improntata su un falso bipolarismo di facciata. Una spinta alla riconciliazione
che dietro a nobili concetti nasconde lo spirito di corpo tipico delle
consorterie.
La politica dovrebbe essere la traduzione degli interessi
di classe in principi politici. Da questo punto di vista, il fascismo
non è stato una malattia da cui l’Italia si è curata
con la Resistenza, bensì la forma politica repressiva, adottata
all’epoca dai capitalisti per difendere i propri interessi.
La storia italiana del dopoguerra dimostra ampiamente quanto, all’occorrenza,
seppure in piena democrazia, il potere non abbia esitato e ricorrervi
nuovamente (2).
Alleanza nazionale è una delle espressioni degli interessi della
classe dominante, proprio come lo era il vecchio partito fascista nel
’21 e come lo è stata la formazione dell’Msi (alla
faccia della Costituzione) nel primo dopoguerra. E dal momento che le
moderne democrazie capitaliste, impostate sul consenso mediatico e sul
cosiddetto benessere, oggi non hanno più bisogno di usufruire
dei servigi del fascismo, in senso stretto, per imporsi, è perfettamente
normale che il partito sia stato costretto, in un’epoca in cui
la classe perdente ha totalmente rimosso dalla coscienza la consapevolezza
del proprio sfruttamento, un ridimensionamento della componente estremista
del Ventennio.
La svolta di Fiuggi è stata una scelta necessaria, dettata dalla
logica politica, pur con tutte le ambiguità e gli addentellati
con il passato che la nuova veste formale tiene in vita per non perdere
l’elettorato più retrivo e nel contempo estendere i confini
al centro.
Ma soprattutto è normale che il fascismo, nella sua moderna forma-partito,
ammorbidisca i toni, proprio perché, dalla caduta del muro ma
soprattutto dai tempi del Compromesso storico, la Sinistra riformista
è andata via via spostando l’assetto dei principi politici
di cui era portatrice, alleandosi sfacciatamente con il padronato, per
dare il proprio apporto a che il sistema funzioni come conviene alla
Confindustria. Uno spostamento nel corso del quale si è svestita
della propria cultura, ha abbandonato la propria base sociale e, di
conseguenza, i motivi stessi che ne convalidano l’esistenza. Una
svendita totale che, per riuscire completamente, ha richiesto la complicità
del sindacato e della stessa Sinistra cosiddetta radicale, oltre che
una martellante campagna narcotizzante, al canto delle sirene ‘sviluppo’
e ‘modernità’. E tutto questo, in un momento in cui,
se è vero che le condizioni sociali hanno reso il vecchio fascismo
un ferrovecchio politico, sono al contrario assai vive la ragioni sociali
che rendono politicamente indispensabile l’esistenza di un forte
partito di sinistra, in difesa dei lavoratori salariati e di un ceto
medio economicamente in caduta libera.
Non a caso, la necessità politica, espressa da Violante, di affrontare
la storia della Resistenza secondo criteri di unità nazionale,
è da leggersi nell’ottica di un tradimento dei principi
che difendono la classe storicamente sottomessa da chi detiene i mezzi
di produzione. Un tradimento consumato grazie all’uso oculato
di parole nobili, con cui la Sinistra maggioritaria, oggi, può
rimuovere definitivamente l’antagonismo di classe (per quanto
disconosciuto a livello sociale, ineludibile dalle logiche di produzione
capitaliste – come dimostrano gli scioperi e le lotte di fine
novembre in Francia), affossare la storia e, soprattutto, negare l’attuale
situazione del mercato del lavoro, in cui le esigenze del capitale pretendono
un accentuarsi dello sfruttamento del lavoratore per fare crescere il
saggio di profitto, in un momento in cui la sovrabbondanza di merci
non viene riassorbita in tempi stretti dal mercato.
Per questa ragione fanno pena le polemiche della sinistra
radicale sollevate contro l’atto della Moratti. E non perché
non siano doverose, bensì perché ancora una volta sollevate
nel tripudio di parole come Libertà e Democrazia, con una pesante
e surreale sottolineatura del sostantivo Memoria. Termini che appaiono
tristemente vuoti se nessuno solleva il velo sulla verità, tutta,
riguardo a quanto è accaduto dal 1943 al 1950. Se ancora le associazioni
partigiane insistono a condurre il discorso parlando vagamente di antifascismo
e di lotta di liberazione, senza porre luce sulla rimozione più
grave che l’atto della Moratti pretende di consolidare per allungare
nuove ombre sul presente.
Al contrario, ricordare questa inconciliabile conflittualità,
può aiutare a comprendere meglio la cesura ideologica dalla quale
nasce l’antinomia che definisce e distingue la Resistenza secondo
due diverse logiche di guerra. Così come aiuterebbe a comprendere
la funzione storica dello Stato fascista e delle sue origini, e i motivi
per cui una parte predominante dei partigiani voleva abbatterlo. E aiuterebbe
altresì a fare luce sul concetto di ‘classe’, per
analizzare seriamente i moderni sistemi di produzione e di sfruttamento.
Considerazioni oggi volutamente dimenticate (e per questo motivo possono
essere definite, in maniera strumentale, superate) e definitivamente
scomparse dalle riflessioni di buona parte degli osservatori politici
sui quotidiani a tiratura nazionale. Una rimozione politica che mira
a nascondere le differenze sociali, trasmettendo a ciclo continuo, come
nel mito della caverna di Platone, le immagini di una falsa realtà
e che manda in onda l’oblio della coscienza di sé da parte
degli italiani, riguardo alla loro condizione lavorativa e sociale.
Concetti e parole che l’ordine del discorso negli ultimi vent’anni
ha stabilito di mettere al bando in quanto definiti impronunciabili,
indecenti, inaccettabili, secondo un conformismo diffuso ad arte e una
morale che la politica stessa ha assunto in sé, operando una
censura etica a livello di linguaggio e giuridica attraverso il codice
penale.
E la Moratti, che commemora in uno stesso abbraccio i caduti partigiani
e repubblichini, è l’inevitabile risultato di tanta fatica:
quella stessa classe dirigente che nel ’21 ha consegnato l’Italia
chiavi in mano a Mussolini, e che da allora non ha mai perduto la guida
economica del paese, oggi, proprio grazie all’oblio della storia,
può presentarsi davanti alle tombe dei caduti a parlare di riconciliazione,
quasi fosse il perdono concesso dalle vittime ai propri carnefici. Una
riconciliazione che non viene proposta nei fatti, ma solo a parole,
e tutta a vantaggio del potere economico reale del paese, per dare via
libera alla morte della politica e degli antagonismi ideologici.
E proprio nella proposta di riconciliazione sta il paradosso, drammatico
e grottesco a un tempo, dietro cui si nasconde un’ulteriore impostura:
l’immagine salvifica che la classe dirigente vuole consegnare
di sé agli italiani, nel momento in cui si accredita come mediatore
tra fascisti e partigiani, quasi si trattasse di principi obsoleti.
La negazione di una larga porzione della storia, la sua rimozione, la
necessità che essa non esca dall’oblio, è quanto
rimane implicito nella commemorazione congiunta dei caduti fatta dalla
Moratti e nelle poco credibili proteste della Sinistra radicale. Non
l’ignoranza della storia, quindi, ma la difesa di un padronato
che oggi adotta la medesima logica di quando, in passato, ha abbracciato
il fascismo per difendere la propria sopravvivenza e il proprio potere
e che, sessant’anni più tardi, per fare crescere i propri
profitti in un momento di crisi del mercato, costringe i lavoratori
a vendere la loro forza lavoro senza la tutela di contratti che ne garantiscano
i diritti, a lavorare di più per guadagnare di meno, a rinunciare
all’assistenza sociale. Una riconciliazione conflittuale, di cui
l’approvazione del protocollo del Welfare di fine novembre –
con cui i capitalisti hanno fatto strame di qualunque diritto sociale
e civile – è l’ultimo sigillo.
Walter G. Pozzi
(1) Misura per misura,
a misura di Stato di Giovanna Cracco, n. 6/2008
(2) Il romanzo mai scritto sugli anni Settanta
di Walter G. Pozzi, PaginaUno n. 3/2007
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