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Restituzione prospettica

 

Monti, gli chef à penser e l’Enrico IV
di Walter G. Pozzi
Monti, la stampa connivente e l’uomo nuovo del neoliberismo: eliminazione del concetto di ‘sfruttamento’ e nascita dell’uomo azienda

Difficile non sentirsi presi in giro davanti al teatrino mediatico allestito in occasione della missione di Mario Monti negli States. Di fronte agli occhi da Chow Chow di Mario Monti che guardavano sornioni gli italiani della copertina del Time, e alle immagini televisive di Fred Bergsten che lo presentava con uno squillante: “Ecco a voi Supermario!”, sembrava di ritrovarsi in piena tragedia pirandelliana. La copertina mostrata in televisione era sì, del Time, ma solamente della edizione europea, asiatica e del sud del Pacifico, mentre nell’edizione americana usciva una copertina a sfondo rosa con due cani, uno grande e uno piccolo, a titolo ‘Amicizie animali’. Assai meno lusinghiera, per gli amanti delle simbologie, nei confronti dell’Italia, ma assai più veritiera nei suoi significati.
E vale anche per la pietosa scena del direttore del Petersen Institute – il Bergsten del Supermariooo! – la cui stima per Monti nasce più dalla loro militanza nella Trilateral che non da quei presunti meriti enfatizzati dalle televisioni e dai giornali nostrani.
Ora la domanda è: perché i giornalisti si rendono protagonisti di questa sottrazione di dati? Qual è la ragione di un’informazione tanto selettiva?

Lo spirito di continuità tra il governo precedente e quello di Supermario è determinato dalla sovraesposizione mediatica sorretta dall’uso di una chiave interpretativa agiografica delle sue imprese politiche, e da un culto della personalità degno del miglior Berlusconi.
Il problema è che oggi nessuno sarebbe in grado di governare in Italia senza il supporto della macchina mediatica. Soprattutto adesso sotto il regime dell’Unipolarismo e con la fine dell’opposizione politica Capitale-Lavoro, a tutto vantaggio del primo polo dell’antitesi. Adesso, per i capitani d’industria si tratta solo di costruire il quadro sociale in cui fare muovere la società civile, e di farlo cambiando la mentalità degli italiani – come sostiene di volere fare lo stesso Monti. Il che in soldoni significa spostarli da quei valori sociali che li hanno accompagnati per tutto il dopoguerra fino a oggi, mostrandoli loro come disvalori, nemici del progresso.
Come dicevano i nostri nonni: dipende dai punti di vista.

Un tempo la politica era la trasformazione in ideologia di specifici interessi economici; una dinamica che, per via delle parti sociali in causa, si trasformava in una conflittualità politica tra Capitale e Lavoro. Venuta meno la rappresentanza politica di sinistra a favore dei lavoratori, per sopravvivere sotto l’Unipolarismo reale e mantenere in piedi una finzione parlamentare democratica, e motivare ancora la gente a tenerla in piedi andando a votare, ai vari governi non rimane che trasfigurare gli interessi del Capitale in problemi etico-sociali. Ovvero spostando il fuoco sulla natura umana.
Mai come oggi è diventato centrale per i poteri economici che si spartiscono le proprietà di giornali e televisioni locali, chiudere quell’enorme falla aperta dalla crisi economica nel muro dell’omertà giornalistica, attraverso la quale è filtrata la verità nuda e cruda delle dinamiche distruttive del sistema capitalistico. Nel momento in cui, al cittadino imbufalito, occorre servire il piatto caldo delle giustificazioni plausibili. Il che, detto in pratica, significa indicare al ceto medio un colpevole che gli dia ragione della sua caduta libera.

“Più diventa merda, più bisogna condirla” dicono al bar sottocasa. E gli chef preposti a questo lavoro di aromatizzazione della pietanza siedono nelle redazioni, oltre che in Parlamento. Informazione e politica comunicano costantemente tra loro, senza costruire piani di azione, perché ognuna delle parti sa già che cosa fare. È nelle loro forze imporre alla società civile l’opinione universale su quanto sta accadendo. E così, dai professori che governano a quelli che scrivono sui giornali, dai cabarettisti prestati dalla stampa alla TV, dagli editorialisti, impegnati da trent’anni – grazie alla loro autoreferenziale facoltà di ben giudicare – a negare l’esistenza di un conflitto sociale lanciato dall’alto verso il basso, e, dopo avere cercato di spiegare senza riuscirci le ragione della crisi finanziaria guardando dentro una sfera di cristallo; da questi luminari della razionalità, dicevamo, siamo via via venuti a sapere che la colpa della crisi è da attribuirsi all’avidità dei banchieri, al governo Berlusconi, al debito pubblico dovuto alle spese sociali, all’articolo 18, agli stipendi dei parlamentari, ai costi degli impiegati statali fannulloni, all’evasore e ad altri soggetti appartenenti alla società civile, compresi falsi ciechi e finti zoppi. Abbiamo visto le divise della guardia di finanza passare al pettine i luoghi di vacanza dei ricchi, creare posti di blocco per i Suv, inscenando ai massimi livelli la società dello spettacolo, per fare ciò che avrebbero potuto fare stando seduti in un ufficio.

L’idea che sta alla base di questo scaricabarile delle colpe consiste nel tentativo di risanamento etico di una società civile dichiarata ormai marcia da una classe politica ed economica che per decenni ha contribuito a farla marcire, raggiungendo due obiettivi: spostare il conflitto da verticale in orizzontale, primo. E, secondo, convincere il cittadino comune di essere colpevole ogni volta che non chiede la fattura all’idraulico – che, per altro, secondo il vigente sistema fiscale, non può scaricare – fingendo di non sapere quanto quelle centinaia di euro non sborsate gli permettano di non gravare ulteriormente sulla propria economia familiare già disastrata.
Eppure, una politica che traduce in un problema etico questioni che sono prettamente economiche, non è, come potrebbe sembrare, una forma di antipolitica, bensì il tentativo di ridurre la politica a una specie di vigilantes etico e morale, avulso dalle questioni economiche. Proprio il lavoro che Monti è sceso a fare, agevolato da quell’aura di trascendenza che gli costruiscono intorno i giornali, tacendo sul suo curriculum, facendolo apparire come parte di un qualche Cielo. Garantendogli così un tripudio sudamericano.

Parte fondamentale dell’attuale risanamento in corso d’opera della natura degli italiani è la riforma del lavoro. Una questione centrale che i pensatori del neoliberismo non sono mai riusciti a risolvere, lasciando sul campo, senza rivali, la sola riflessione marxista – l’unica tuttora credibile se analizzata all’atto pratico – e proprio per questa ragione una spina politica piantata nel fianco della loro costruzione ideologica.
Uno dei problemi del Potere economico sta nel rendere i salariati d’accordo con le idee dei padroni. Ma, perché il giochino funzioni fino in fondo, è importante che siano anche felici di esserlo. Ovvero, che accettino di vivere come il protagonista dell’Enrico IV, immersi nella finzione. Se c’è qualcosa che i neoliberisti hanno appreso con successo dai tanto odiati comunisti, questa è proprio l’importanza di costruire utopie e di rendere tangibile, grazie all’industria culturale (film, pubblicità, divertimento...), l’isola che non c’è. Il loro sogno è rendere il neoliberismo un modello di vita buono per ogni cittadino. A partire dal lavoro, snodo centrale della questione sociale.
Una delle frasi pronunciate da Monti, la più sottovalutata per gli impliciti che contiene, è quella sulla monotonia del posto fisso. Marx parlava di alienazione, ma diciamo che più o meno è lo stesso concetto, pur se con presupposti di partenza profondamente diversi.

Monti ci vorrebbe tutti figli del neoliberismo, vuole che ne introiettiamo i canoni di riferimento. Da qui la frase: “Cambierò lo stile di vita degli italiani” alla quale va accostata quest’altra perla: “I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. È più bello cambiare e avere delle sfide, purché siano condizioni accettabili”. E definisce apartheid la divisione del lavoro tra chi, per caso o per età, è già dentro, e chi, giovane, fa una terribile fatica a entrare. Il suo intento, dice, è ridurre il divario da questi due tipi di tutela. Una buona maniera per inclinare in maniera strisciante, nel tessuto culturale di un Paese, il conflitto verticale reale (padrone/lavoratore) fino a renderlo orizzontale (lavoratore a posto fisso/lavoratore precario). Un impianto ideologico già portato in scena con successo dalla Lega Nord, con una trama, leggermente diversa, che proponeva lo scontro tra lavoratore statale e lavoratore privato, e tra lavoratore italiano e lavoratore straniero. Tutti conflitti artificiali costruiti ad arte con il fine di nascondere nel silenzio le responsabilità sociali del padronato.

Le frasi sono state sottovalutate per via di un altro sottinteso che nessuno ha voluto cogliere, appartenente alle profondità dell’impianto ideologico neoliberista. L’intento, cioè, di eliminare l’idea del lavoro come parte di un meccanismo di processi di cui è un ingranaggio: investimento, produzione, lavoro.
Nella riflessione marxiana, il lavoratore vende la propria forza lavoro, che il padrone acquista come se fosse una merce il cui costo viene ricaricato sul prodotto messo sul mercato.
Il problema, espresso qui in forma molto semplificata per ragioni di spazio (storia vecchia che ancora troppi lavoratori dipendenti non conoscono), è a quanto quest’ultimo la compra. Una questione su cui s’innesta quella dello sfruttamento, nata dalla divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e pluslavoro.
Domenico Moro, in un suo libro, fa un esempio pratico di questa dinamica: “Prendiamo la produzione di una singola merce, ad esempio quella di una ipotetica penna stilografica. Supponiamo che il salario giornaliero sia equivalente a 40 euro e che il valore di una penna sia equivalente a 10 euro. Supponiamo che il tempo necessario alla produzione di una penna sia un’ora. Dunque, se nel corso di una giornata lavorativa di otto ore il lavoratore produrrà 8 penne, nelle prime 4 ore avrà prodotto 4 penne pari a 40 euro, che corrisponde al suo salario giornaliero. Nelle rimanenti 4 ore avrà prodotto altre quattro penne, per un valore di altri 40 euro. Questo rappresenta il plusvalore o valore in più. [...] L’aumento della produzione di plusvalore può avvenire in due modi: 1 – mediante l’allungamento della giornata lavorativa e di conseguenza del pluslavoro; 2 – mediante la riduzione del lavoro necessario [tramite l’introduzione di nuovi macchinari o tecnologia, n.d.a], che comporta un aumento del pluslavoro” (1).

In quest’ultimo concetto (che, ripetiamo, qui è riportato senza i necessari approfondimenti) sta l’annoso conflitto tra padronato e lavoratori e la principale costruzione ideologica del pensiero della sinistra italiana fino alla svolta della Bolognina.
Il tentativo, implicito nella frase di Monti sulla monotonia del lavoro, operato da tutte – tutte – le forze politiche presenti oggi in Parlamento è, ormai da oltre un ventennio, quello di eliminare definitivamente il concetto di sfruttamento dalla testa degli italiani, rintracciabile nelle domande: quanto deve costare la forza lavoro? Quanto pluslavoro deve incassare il datore di lavoro e quanto deve essere pagato il lavoro necessario perché il lavoratore possa guadagnare per vivere secondo le esigenze del suo tempo (affitto o mutuo, mangiare, luce, gas, auto, benzina, telefono...)?
Nella frase di Monti e nel pensiero neoliberista, a essere implicito è il tentativo di fare scomparire per sempre dal discorso lavorativo il concetto marxiano di sfruttamento. Il lavoratore (la forza lavoro che il datore di lavoro compra), nel dopo Monti, non dovrà più essere considerato una merce acquistata (le sfide che i giovani devono sapere accettare, come egli stesso spiega), ma dovrà diventare un soggetto economico attivo capace di mettere a profitto se stesso.
Questo significa che il salario, in futuro, potrebbe essere definito reddito – come si dice nel caso del rendimento di un capitale – un profitto dovuto alla messa a frutto di un patrimonio con testa e braccia, costituito dalla totalità di forze fisiche e psicologiche, non più considerate forza lavoro o tempo venduto, bensì qualità. Una macchina da lavoro che cammina.
In fondo, non è proprio quanto diceva Berlusconi – ma con meno sostegno mediatico e politico – quando voleva tutti i lavoratori a partita Iva?

Questa metamorfosi renderà (magari non subito, ma il tempo, si sa, è galantuomo) accettabile che il lavoro non sia più un diritto ma una variabile nella vita di queste società di servizi ambulanti in carne e ossa: tante persone, tante imprese all’interno di un quadro sociale, frutto della nuova razionalità economica. Campo da gioco che il professor Monti, diventato ‘parola di vita’ neoliberista con pretesa di neutralità, è stato inviato a costruire perché la mano invisibile possa tornare ad agire senza intoppi.
Eppure, leggendo in controluce le pagine con sopra impressi gli articoli degli chef à penser, oltre l’omertà si coglie la filigrana delle vere intenzioni del potere economico, grazie alla quale è possibile ricomporre, con criteri di maggior verità, l’uomo montiano del futuro, finalmente liberato dalla morsa del posto fisso e dalla sua monotonia (o alienazione, per dirla con maggiore precisione), costruito come un soggetto/oggetto ottimizzato sulla misura degli interessi di un capitalismo senza più scrupoli. Un individuo buttato sul mercato, a giocarsi la sorte, con il proprio ‘capitale’ a rimorchio, costretto a mettersi a reddito a prezzi sempre più stracciati.

Magari c’è a chi piace. L’acquisto dei giornali di palazzo e la visione dei telegiornali, in effetti è ancora in grado di diffondere una certa serenità e buone dosi di ottimismo riguardo al futuro. Soprattutto dopo i furori bellici dell’epoca berlusconiana e della violenta contrapposizione tra poteri forti. Noi l’avevamo scritto che una volta buttato giù Berlusconi, i vincitori si sarebbero messi in capo la corona del sacro regno unipolare che li avrebbe legittimati a riformare l’Italia.
La tavola è solo apparecchiata e gli chef stanno alacremente condendo le pietanze. Ed è probabile che a molti il cibo sembri commestibile. Forse basterà solo crederci: non è questo il segreto della felicità? Proprio come nel caso del protagonista dell’Enrico IV pirandelliano.

 

Walter G. Pozzi

 


(1) Cit. Nuovo compendio del Capitale, Domenico Moro, Edizioni dell’Orso

 

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