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Il mondo del lavoro nella poetica di William McIlvanney
di Carmine Mezzacappa

(4ª parte) - Leggi la terza parte qui

Avevamo programmato una serie di articoli che proponevano una panoramica di film e romanzi britannici sul tema del lavoro che si sarebbe conclusa con una presentazione più dettagliata della filmografia di Ken Loach e dell’opera letteraria di William McIlvanney.
Purtroppo, nel frattempo, il 5 dicembre, è mancato lo scrittore scozzese. Paginauno, che aveva appena pubblicato i suoi romanzi
Il regalo di Nessus e Docherty, ha deciso di modificare l’ordine degli articoli per rendere subito omaggio a uno dei più grandi scrittori non solo in Scozia ma in Europa. McIlvanney è stato anche un attento, sensibile ed equilibrato osservatore della società e della politica britannica e mondiale, una figura pubblica i cui articoli di fondo rappresentano una grande testimonianza e un ricchissimo patrimonio di riflessioni che ormai appartengono al mondo intero. Grazie, Willie, a nome di tutti i collaboratori di Paginauno.


L’opera complessiva di William McIlvanney è una galleria di ritratti di donne e uomini del suo tempo che, riprendendo il titolo di una sua raccolta di racconti, potremmo definire Walking Wounded (riferimento ai soldati traumatizzati della prima guerra mondiale). Tutti i suoi personaggi sono, appunto, feriti vaganti che affrontano la propria esistenza con fatica, in cerca di un riscatto o della propria identità o di un equilibrio in famiglia o al lavoro.
Vivono piccoli/grandi drammi che sono invisibili perché, in tempo di pace, le ferite della società democratica occidentale altamente industrializzata vengono percepite come incidenti irrilevanti di cui nessuno si ritiene responsabile.

Le ferite del tempo di pace sono provocate dai rapporti sociali resi difficili dai cinici cambiamenti nelle regole della convivenza civile (in particolare quelle che governano il mondo del lavoro) e, paradossalmente, dall’ideale di democrazia che, se da una parte ha introdotto nuovi valori etici, dall’altra non ha saputo proteggerli da individui che li hanno fatti propri non per sostenere il sistema politico migliore possibile ma perché, in realtà, avevano già escogitato il modo di corromperli e utilizzarli esclusivamente a vantaggio di interessi personali.

A Gift From Nessus (1968, Il regalo di Nessus, 2015, Paginauno), la sua opera seconda, s’ispirava a un aneddoto della mitologia greca (il centauro Nesso regala a Ercole una bellissima tunica che aderisce bene al corpo ma, se si cerca di toglierla, strappa lembi di carne) per alludere alla subdola violenza della democratica società britannica che genera benessere ma assegna arbitrariamente ruoli e compiti e non tollera che le si oppongano rifiuti o le si rivolgano critiche. Il romanzo non contiene espliciti messaggi politici ma, attraverso la crisi di identità di un giovane nella Glasgow degli anni ‘60, Eddie Cameron, incapace di trovare un codice di comportamento alternativo a regole in cui non crede, diventa una riflessione sul passaggio delle società occidentali dalla fase di ricostruzione post seconda guerra mondiale in cui c’era un sincero ideale di democrazia (sappiamo che Eddie ha fatto il servizio militare nei primi anni ‘50 in una Berlino ancora sotto il controllo delle truppe alleate) a una fase in cui questo ideale inizia a degradarsi e, come avvertiva Thomas Hobbes nel suo profetico saggio The Leviathan, il potere politico giunge addirittura a divorare se stesso ed eliminare pezzi del proprio apparato pur di conservare i propri privilegi.

È illuminante la consapevolezza di Eddie sull’ipocrisia di fondo delle democrazie occidentali il cui controllo sulle coscienze non viene esercitato tramite repressione o censura ma attraverso un’astuta inflazione di libertà che crea un marasma incontrollabile di opinioni e decisioni quasi sempre superficiali e, di conseguenza, inaffidabili e inefficaci.

Docherty, pubblicato nel 1975 (Docherty, Paginauno, 2015), è un intenso documento sulla Scozia del primo Novecento che racconta le dolorose vicende di una famiglia operaia in una città mineraria toccata dalla prima guerra mondiale e dagli scioperi degli anni Venti.
Alla luce della crisi globale economica e finanziaria che ha colpito i lavoratori di tutto il mondo nei primissimi anni del terzo millennio, i temi trattati in questo romanzo risultano di grande attualità
per i lettori non solo britannici ma di tutti i Paesi dell’Occidente altamente industrializzato. E se, al momento della sua uscita, Docherty fu letto come un commosso omaggio all’oscuro sacrificio dei minatori scozzesi, oggi dovrebbe essere letto come un monito sui pericoli della new economy, del libero mercato, della globalizzazione.

Docherty esalta i valori della solidarietà e della dignità umana e invita a non ignorare che la società occidentale, nonostante il merito di avere inventato la democrazia moderna, abbia ormai da lungo tempo smesso di rispettare i più elementari principi morali di giustizia e non tuteli (sebbene finga di volerlo fare) le classi meno abbienti spacciando per progresso la retorica del profitto, del libero mercato, della libertà individuale che si fa beffe delle regole della convivenza civile, e permetta alle agenzie internazionali di rating come Standard & Poor’s e Moody’s di emettere ‘sentenze’ sulla presunta capacità di ogni Paese di essere economicamente virtuoso imponendo il principio che il mondo debba essere diviso in Paesi di primo, secondo, terzo, quarto
livello e cancellando per sempre l’etica della solidarietà.

Il terreno più emblematico dei conflitti sociali, in ogni epoca, è il lavoro. Grazie all’impegno politico di uomini e donne illuminati, il lavoro è lo strumento civile per eccellenza (chissà per quanto tempo ancora) che consente a ogni individuo di trovare un proprio ruolo costruttivo nella vita collettiva. Il suo valore etico più alto è di generare un’equa distribuzione della ricchezza ma sappiamo bene che oggi ci sono forti spinte politiche ed economiche affinché si affermino dinamiche sociali secondo le quali il lavoro, sebbene in forme apparentemente meno crudeli, viene usato come arma di ricatto per tenere in condizioni di quasi schiavitù uomini e donne.

Negli ultimi vent’anni il potere economico finto liberista si è riappropriato del primato sulla politica e ha gettato la maschera dimostrando che le democrazie occidentali contemporanee sono una colossale mistificazione e la presunta modernità della globalizzazione sta in realtà riportando i lavoratori a condizioni di vita pre-rivoluzione industriale.

Si tratta di una spietata restaurazione che offende la dignità degli individui e sta provocando danni di immense proporzioni. Ciò accade perché l’Occidente, che ambisce a definirsi avanzato, non sa ascoltare e, di conseguenza, non sa (o non vuole) risolvere le ingiustizie perpetrate nei confronti dei soggetti più vulnerabili.

William McIlvanney conosceva la virtù dell’ascolto e, con la passione civile di chi è nato e si è formato in una comunità operaia, ha dato voce ai minatori scozzesi del primo Novecento. Così facendo, ha indirettamente ascoltato le voci dei lavoratori di tutto il mondo – non solo scozzesi – sempre brutalmente ignorate, e allo stesso tempo ha denunciato il fatto che, soprattutto durante i vari governi della Thatcher, il valore della solidarietà abbia subìto gravissime offese. La sua testimonianza ha impedito che il periodo in questione venisse rimosso dalla Storia della società scozzese del Novecento.
Docherty, infatti, non è solo un romanzo industriale: è anche un saggio storico-sociologico da leggere come documento di un’epoca cruciale. Oppure, se vogliamo, è una sorta di profezia della
desolazione morale in cui sarebbe scivolata la civiltà occidentale.

Docherty – come una moderna Cassandra – racconta dei danni che subisce una società quando vede evaporare i propri valori fondanti. I protagonisti non possiedono nulla sul piano materiale ma si sentono ricchi sul piano umano perché il senso di appartenenza alla loro comunità li rende forti. Lo spirito di solidarietà che anima la comunità di minatori descritta da McIlvanney è lo stesso spirito di mutuo soccorso con cui era nato il sindacalismo in Gran Bretagna e sul quale si era consolidata l’etica della classe operaia britannica.

Negli anni Ottanta, i governi di Margaret Thatcher avevano minato la solidarietà sociale cambiando le regole del mondo del lavoro. In realtà qualcosa di simile era stato vissuto sessant’anni prima anche da Tam Docherty, il minatore protagonista del romanzo di McIlvanney che per tutta la vita aveva creduto nel senso di unione nella sua comunità non solo per difendere il suo misero salario ma perché era l’unico modo per dimostrare ai padroni che i lavoratori non erano esseri umani inferiori da sfruttare impunemente.

Docherty racconta il disgregarsi di una famiglia di minatori negli anni tra la prima guerra mondiale e gli eventi politici e sindacali del 1926, quando ci fu un epico sciopero a livello nazionale, a causa dei contrasti insanabili fra il protagonista, suo padre Conn e i suoi figli Mick e Angus. Mentre gli altri due figli, Kathleen e Conn, rimangono ai margini, alla moglie di Tam Docherty, Jenny, testimone sensibile e di grande forza interiore, viene affidato il delicato ruolo di mantenere i rapporti familiari su un piano di umanità e buon senso.

Mick, il primogenito, è fortemente critico nei confronti del padre. Non si identifica più nel sogno di Tam di una società giusta che non si realizzerà mai perché ha capito che sia la guerra sia la società in tempo di pace riproducono le stesse dinamiche: mentre i soldati vanno al massacro, chi ha potere e ricchezza diventa più potente e più ricco e chi è povero diventa più povero. Il suo intento è di trovare una mediazione tra l’intransigenza morale di Tam legata al valore della solidarietà, la nostalgia del vecchio Conn legata al mondo rurale irlandese, il cinismo del fratello Angus che crede solo nel proprio tornaconto individuale ed è insensibile a qualsiasi valore morale.

È proprio quest’ultimo, infatti, ad avere un effetto dolorosamente destabilizzante nella vita della famiglia Docherty. McIlvanney ammonisce che le minacce non venivano soltanto dai padroni ma purtroppo anche da quei lavoratori che mettevano in discussione la validità dei principî e delle regole non scritte della collettività. Angus non vuole seguire il solco tracciato dal padre e prende
decisioni che provocano una grave frattura tra i due. Il loro scontro viene raccontato secondo il punto di vista di Conn, il figlio a cui non viene chiesto di schierarsi perché è il più giovane. Angus comunica al padre di avere sottoscritto un contratto di appalto con la direzione della miniera e di avere una squadra ai suoi ordini. Tam è apertamente contrario e critica Angus per essere diventato un “padroncino” ma Mick, pur non condividendo la scelta di Angus, giustifica il fratello.

Tam non comprende le argomentazioni dei figli o forse rifiuta di rendersi conto che il mondo del lavoro sta cambiando e si ostina a credere che un giorno ci sarà una rivoluzione e i lavoratori potranno godere di eque condizioni. Mick incalza il padre: “Oh, babbo… Il tuo tempo è passato. […] Fuori di questa stanza le regole sono diverse. […] Nessuno ci darà la libertà. La gente che tu
stai aspettando non sa che sei nato. Se vuoi qualcosa, è meglio se impari a prendertela da solo”.

Tam si è sempre opposto con tutte le sue forze alla percezione che i padroni avevano dei minatori, ossia di individui inferiori, privi di orgoglio personale, indolenti, insensibili. È proprio per questo motivo che lui non vuole che Angus ignori i valori morali della sua classe di origine: “Noi viviamo nelle fogne delle comodità di altri. L’unica cosa che possediamo è noi stessi. Ecco perché non devi vendere mai i tuoi compagni. Perché non c’è niente da comprare con quello che ci guadagni. […] Perché se non ti comporti così, dimostri le loro teorie. Perché quei bastardi non credono che siamo esseri umani! Pensano che siamo qualcosa al di sotto. Ecco, io so in che cosa credo. Siamo solo noi che possiamo dimostrare che siamo esseri umani. […] In qualsiasi Paese del mondo, chi sono le uniche persone che sanno che cosa vuol dire viverci? Sono le persone che vivono nell’indigenza. […] Se noi perdiamo l’idea di ciò che siamo, siamo finiti. […] Per sopravvivere, dobbiamo rispettarci a vicenda. Quando verrà il momento, andremo avanti tutti insieme. Oppure niente. […] Tu sei un bastardo disertore. E io non ospito disertori. O tu stai con tutti noi o vai da un’altra parte.”

Arriva il giorno della sconfitta definitiva di Tam. Lo sciopero che doveva dare ai minatori migliori condizioni di lavoro e una paga più decente (siamo nel 1926) si conclude disastrosamente.
Tam si chiede se riuscirà a continuare a credere negli ideali per cui ha lottato tutta la vita e in figure carismatiche come James Keir Hardie, instancabile sindacalista e uno dei fondatori del partito laburista, il quale aveva avuto il merito non solo di tutelare gli interessi dei lavoratori ma anche di contribuire alla crescita di una cultura operaia orgogliosa della propria identità.

Messo impietosamente di fronte alle proprie disillusioni, Tam si rende conto di essere stato superato dagli eventi e muore (ci si chiede quanto abbia deliberatamente cercato questa fine) in un tragico incidente in miniera per salvare alcuni suoi compagni.
Mick e Conn si trovano a dovere stilare un bilancio del vuoto lasciato dal padre. Conn teme di non riuscire a dare un senso a quello che è successo nella loro famiglia e chiede aiuto al fratello maggiore proprio com’era solito chiederlo al padre.
Mick gli dice di avere uno scopo nella vita: combattere contro la rassegnazione della gente che non ha ancora capito di dover lottare per difendere i propri diritti. L’eredità morale di Tam verrà tenuta viva dai due giovani, nonostante le loro differenze politiche e caratteriali.

... continua...

 

Carmine Mezzacappa

 

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