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dicembre 2011- gennaio 2012
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Polemos |
| Misura per misura, a misura
di Stato di Giovanna Cracco |
| Magistratura,
economia e politica in difesa dello Stato: dall'amnistia del '46 a
Tangentopoli, dal processo 7 aprile 1979 a quello per i fatti di Genova
2001 |
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“È evidente.
C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia.
Si chiama strategia della tensione. Le intimidazioni istituzionali,
le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro,
e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la
fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati,
tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata”.
“Poteri occulti. Massoneria, soprattutto.
Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in
questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale”, afferma
ancora il pm nella stessa intervista; “Perché con questa
avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista,
forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti
non sono uguali come tutti gli altri. […] Dopo un’avocazione
di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi
le pallottole e il tritolo. […] Quei proiettili inviati a me
e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello
Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni
e oggi cercano di riprodurre quel clima”. Nella sua teoria della struttura-sovrastruttura Marx
identificava lo Stato – nel sistema capitalistico – come
l’elemento principale della seconda. Lo Stato non è una
cosa, un leviatano freddo e distante, un mero apparato tecnico e burocratico;
i suoi interventi non sono mai neutrali. Lo Stato è un rapporto
sociale. È uno strumento della classe dominante attraverso
il quale essa perpetua la conservazione del proprio potere e quindi
la salvaguardia dei rapporti economici esistenti. Il 22 giugno 1946 fu emanata l’amnistia che prese il nome da Togliatti, all’epoca ministro di Giustizia; l’intento del decreto era certamente quello di pacificare una nazione che una vera e propria guerra civile aveva lacerato (1), ma la stesura del testo non fu curata nei minimi dettagli, al contrario; venne formulata in modo generico e senza una scrittura corretta della norma. Forse Togliatti pensava di restare al ministero di Grazia e Giustizia più a lungo dell’anno che in realtà ci rimase, tra il governo Parri e il De Gaspari I, e da lì di poter influenzare e controllare la magistratura nell’applicazione del decreto. Le cose andarono diversamente. “Quesiti qui posti et incidenti provocati in località periferiche da scarcerazioni per amnistia di criminali fascisti mi inducono ad attirare l’attenzione delle signorie loro su necessità che amnistia venga applicata secondo spirito legislatore che volle continuasse azione punitiva contro responsabili fascisti così come dicesi chiaramente in relazione introduttiva. Qualora sorgano in loro dubbi circa estensione applicazione termini decreto, si orientino secondo categorie per cui in decreto legge luogotenenziale 22 aprile 1945 numero 142, venne stabilita presunzione di collaborazionismo” scrive Togliatti stesso nella circolare telegrafica n. 9796/110 del 2 luglio 1946; un richiamo all’ordine che poteva sortire ben poco effetto – e difatti non ne sortì alcuno – su una magistratura di estrazione borghese, formatasi nel ventennio e che al regime fascista doveva i propri avanzamenti di carriera. Il Pci non era certo quella protesi politica che necessitava ai padroni del vapore – che il fascismo avevano sostenuto entusiasti – e difatti nel maggio 1947 finì all’opposizione e lì vi rimase per trent’anni, fino all’appoggio esterno al 'governo della non-sfiducia' - monocolore a guida Andreotti - del 1976. Politicamente sovrana, la Dc rappresentò il perfetto prolungamento politico della struttura economica della classe dominante e la magistratura ne divenne il naturale prolungamento giudiziario. L’amnistia finì per essere lo strumento per perseguire i partigiani e liberare i fascisti e i collaborazionisti. Alla fine del luglio 1947 le diciotto corti d’assise straordinarie istituite avevano concluso l’istruttoria di 37.335 casi su un totale di 37.800, e dei circa 12.000 fascisti detenuti, quasi 10.000 erano tornati immediatamente a piede libero. Nel frattempo, un altro decreto legge del 4 settembre 1946 che vietava l’emissione di mandati di cattura “contro partigiani e patrioti per fatti compiuti durante la occupazione salvo che risulti, in modo certo, che i fatti suddetti scaturiscano da reati comuni” veniva bellamente ignorato dalla magistratura, che non si faceva scrupolo di emettere mandati di arresto di massa e di abusare dello strumento della carcerazione preventiva, eliminando in tal modo dalla vita pubblica, politica e sociale, quella parte di popolazione che aveva combattuto non una guerra di Liberazione ma una lotta di classe. La ‘struttura economica’ alias ‘ragion di stato’ alias ‘rispetto per le istituzioni e la legge’ - quest’ultima un po’ tirata per i capelli, ma nessuna alzata di scudi si levò dalla magistratura a difendere la propria indipendenza dal potere politico - riprese saldamente in mano le redini della società italiana (2). Dello strumento della carcerazione preventiva fu
fatto largo uso anche nel corso dei processi istituiti negli anni
Settanta contro il Movimento. In modo completamente differente, lungo
il ventennio che va dai primi anni Sessanta alla crisi della Fiat
del 1980, lo Stato rischiò nuovamente di vacillare e ancora
una volta, la struttura ordinò, la politica dispose, la magistratura
eseguì e aggiunse del proprio. Lo Stato di diritto venne sospeso.
Al pari del Vicario in Shakespeare, nel corso degli
anni Settanta la magistratura italiana riesuma vecchie leggi mai applicate
(“insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, art.284
c.p.), emette un nuovo proclama (il Teorema Calogero del processo
7 Aprile) e dà l’avvio a una pratica giudiziaria (la
“sostituzione” dei mandati di cattura) più volte
denunciata dalla stessa Amnesty International in quanto procedura
in aperta violazione dell’articolo della Convenzione Europea
per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali, che sancisce il diritto a “un processo in tempi
ragionevoli”; alla scadenza dei termini di custodia preventiva
i magistrati, modificando i capi d’accusa già esistenti
senza l’apporto di nuove prove e senza una contestuale sentenza
istruttoria di proscioglimento a carico delle vecchie imputazioni,
provvedono a emettere nuovi mandati di cattura con la dicitura “il
presente mandato sostituisce i precedenti”, giustificando in
tal modo il rinnovo della carcerazione preventiva. Grazie all’uso
di questa inedita procedura, sconosciuta al codice legislativo italiano,
quando il 12 giugno 1984, davanti alla Corte d’Assise di Roma,
si conclude il primo grado di giudizio del processo noto come 7 Aprile
– durato due anni – molti degli imputati sono in carcere
dal 1979; cinque anni di carcerazione preventiva. Parecchie accuse - le più gravi, una su tutte quella di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato” su cui si basava il Teorema Calogero - caddero nel corso dei tre gradi di giudizio del processo 7 Aprile e molti indagati furono riconosciuti non colpevoli dei reati a loro ascritti; quel procedimento giudiziario non fu l’unico avviato negli anni Settanta contro il Movimento, ma fu senza dubbio il più mirato e devastante, quello che annientò definitivamente la carica antagonista della società civile incarcerando per anni, preventivamente, intellettuali e giornalisti – e quindi chiudendo testate indipendenti – che di quella società civile erano il riferimento politico e culturale. Poté molto più questo processo che le ripetute, sistematiche, violente, cariche della polizia nelle strade. “La legge non è morta, anche se dormiva” afferma Angelo il Vicario, “quei molti non avrebbero osato trasgredire se il primo a infrangere il decreto avesse pagato di persona. Ora è desta, prende nota delle azioni e, come un profeta, vede nel magico cristallo quei mali futuri – nuovi o per indulgenza di nuovo concepiti, quindi in incubazione e destinati a nascere – a cui ora è tolta prospettiva di sviluppo, stroncati sul nascere”. Lo Stato - e insieme a esso il sistema economico capitalistico - nuovamente è salvo, e anche in questo caso nessuna voce si è levata dal potere giudiziario in difesa dello Stato di diritto. Identico meccanismo è messo in atto oggi nel
processo a carico di 25 manifestanti a Genova durante il G8 del 2001:
la procura ha richiesto pene esemplari a monito di quei molti che
ancora osano trasgredire: 225 anni di pena totali per l’imputazione
di “devastazione e saccheggio”, art. 419 c.p. Totalmente dissimile la situazione del 1992. Tangentopoli
esplode nelle mani della magistratura e finisce per trasformarsi in
un’azione di pulizia della classe politica e in un processo
salvifico per la struttura economica. L’intera economia mondiale è in crisi,
nel 1992, figuriamoci l’imprenditoria nostrana, incapace di
rapportarsi a un libero mercato, nata, cresciuta e ben pasciuta, da
uno Stato a misura di un capitalismo straccione. Gli avvisi di garanzia
fioccano, le carceri si riempiono. Ma non di sovversivi; di imprenditori
ed esponenti politici. Un’anomalia, per uno Stato. In luglio, Gherardo Colombo avanza la proposta di
una sorta di condono: niente pena carceraria per chi confessa e restituisce
il denaro incassato da tangenti, solo interdizione dai pubblici uffici
“per un tempo ragionevole, né tanto breve, né
tanto lungo”. “[…] una proposta da approfondire
perché secondo me questo è un processo destinato ad
andare avanti per anni. […] Il fenomeno ha una diffusione spaventosa,
la corruzione è una piramide infinita” afferma Colombo,
manifestando la propria preoccupazione per le conseguenze dell’inchiesta
sulla società: “Una situazione di incertezza, di difficoltà
nei rapporti tra privati e pubblica amministrazione. Bisogna trovare
una soluzione, non tanto per quel che riguarda la materia processuale,
ma per quel che riguarda i riflessi indiretti, ma importantissimi,
esterni al processo”. La struttura economica. “A muoverci è la preoccupazione per
le sorti di questo Paese” afferma nuovamente il pm il 14 settembre
nell’aula magna della Statale, davanti a magistrati, imprenditori,
cattedratici, studenti, giornalisti e cittadini comuni; “se
le nostre proposte non sono sufficienti o percorribili per combattere
la corruzione, trovatene altre, ma datevi da fare, perché non
si può attendere oltre. Altrimenti, a furia di discutere, il
Paese, come Sagunto, viene espugnato” (3). Tangentopoli segna una cesura: inizia qui il conflitto
tra magistratura e politica che si protrae ancora oggi e di cui fanno
le spese le inchieste Toghe lucane, Poseidone e Why not; singole e
circoscritte inchieste le quali, per ora, nulla hanno a che vedere
con la “dazione ambientale” di Mani pulite. Al più,
il contesto specifico rivela quanto la politica abbia imparato a difendersi
anche dalla magistratura, sua storica alleata prima del '92, con il
potere che gli è proprio: l’emissione di leggi. La riforma
dell’ordinamento giudiziario tentata dall’ex guardasigilli
Castelli e portata a termine dall’attuale Mastella, è
l’arma che ha permesso al ministro di richiedere al Csm il trasferimento
del pm De Magistris. Come in Misura per misura il Duca, alla fine,
è tornato, per ricordare – e dimostrare – ad Angelo,
il suo semplice ruolo di Vicario; del Duca sono le leggi, Angelo,
semplicemente, le amministra. Ed è esclusivo potere del Duca
emetterle e modificarle. “Un Angelo per Claudio; morte per morte.
Tregua per tregua, e premura per premura; simile per simile, e sempre
Misura per Misura”. Ma è il Duca, a stabilire la misura.
E la misura è la conservazione dello Stato e, al suo interno,
il rapporto privilegiato tra politica e struttura economica.
Leggi anche: Potestà
punitiva, mondi e sottomondi di Yuri Cano, Paginauno
n. 21/2011 Carcere e (mancata) rieducazione di
Yuri Cano, Paginauno n. 23/2011
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