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Misura per misura, a misura di Stato
di Giovanna Cracco
Magistratura, economia e politica in difesa dello Stato: dall'amnistia del '46 a Tangentopoli, dal processo 7 aprile 1979 a quello per i fatti di Genova 2001

“È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione. Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata”.
Sono parole del pm Luigi De Magistris, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata al Corsera lo scorso 21 ottobre. Le dichiarazioni entrano nel merito di quello che è divenuto il “caso De Magistris”, vicenda che prende il nome dal pubblico ministero di Catanzaro (ex) titolare delle inchieste Toghe Lucane (sui rapporti tra politica e magistratura a Matera e Potenza), Poseidone (sui finanziamenti per depuratori in Calabria) e Why not (sulla distrazione di fondi europei da parte di società collegate alla Compagnia delle Opere); pm il quale nel corso delle indagini ha iscritto nel registro degli indagati il presidente del Consiglio Romano Prodi per abuso d’ufficio, il ministro della Giustizia Clemente Mastella per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, concorso in truffa all’Unione europea e allo Stato italiano, e un nutrito gruppo di politici, imprenditori, militari e generali della Guardia di Finanza.

“Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale”, afferma ancora il pm nella stessa intervista; “Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. […] Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo. […] Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima”.
Appaiono quantomeno sorprendenti simili dichiarazioni in bocca a un esponente della magistratura, soprattutto se ascrive il tutto, come punto di partenza per ciò che considera un attacco da parte del potere politico al potere giudiziario, alla strategia della tensione. Eppure, non un pensiero si è distinto, negli organi d’informazione che hanno dato gran risalto alla vicenda, nell’analisi degli eventi in una chiave di lettura che andasse oltre lo schierarsi da una parte o dall’altra. Analisi che non si poteva certo pretendere dall’industria mediatica costruttrice di consenso, ma la cui mancanza nel mondo dell’informazione che si colloca dichiaratamente a sinistra, è desolante; l’intellighenzia, non solo la politica, ha da tempo buttato la teoria di Marx alle ortiche, senza la quale ogni riflessione sul sistema capitalistico diviene inevitabilmente lacunosa.
La domanda da porsi non è chi, tra potere politico e potere giudiziario, non abbia rispettato l’etica deontologica che dovrebbe appartenergli, ma di che natura sia il rapporto che lega i due domini – in teoria indipendenti l’uno dall’altro - all’interno dello Stato e perché la conflittualità esploda solo in determinate circostanze.

Nella sua teoria della struttura-sovrastruttura Marx identificava lo Stato – nel sistema capitalistico – come l’elemento principale della seconda. Lo Stato non è una cosa, un leviatano freddo e distante, un mero apparato tecnico e burocratico; i suoi interventi non sono mai neutrali. Lo Stato è un rapporto sociale. È uno strumento della classe dominante attraverso il quale essa perpetua la conservazione del proprio potere e quindi la salvaguardia dei rapporti economici esistenti.
All’interno di uno Stato di diritto, politica e magistratura devono essere poteri indipendenti l’uno dall’altro; tuttavia, in diverse occasioni essi vanno innegabilmente a braccetto, accomunati dal fine ultimo che è la difesa del sistema economico di cui sono prolungamento e strumento legislativo (il parlamento) e giudiziario (la magistratura); quella ‘struttura’ che nel vocabolario politico diviene ‘ragion di Stato’ e nel campo giudiziario muta ancora di nome divenendo ‘rispetto per le istituzioni e la legge’.
Oggi De Magistris denuncia la fine dello Stato di diritto: il potere politico ha tracimato i propri argini e invaso l’alveo del potere giudiziario per cercare di controllarlo. È certamente vero, ma non è la prima volta che ciò accade in Italia, e l’alzata di scudi da parte della magistratura a difesa della propria indipendenza appare quanto meno ipocrita e fuori luogo, se si analizza il rapporto tra i due poteri nel corso della Storia italiana dal dopoguerra a oggi.
A braccetto, politica e magistratura sono andate nel 1946 e nel corso di tutti gli anni Settanta, nel 1979 in particolare; a braccetto vanno oggi, nel caso che riguarda il processo a 25 manifestanti del G8 del 2001 a Genova; un’alleanza diversa, invece, vide il 1992, quando a braccetto finirono per ritrovarsi struttura economica e magistratura, in una stretta quasi mortale per la politica.

Il 22 giugno 1946 fu emanata l’amnistia che prese il nome da Togliatti, all’epoca ministro di Giustizia; l’intento del decreto era certamente quello di pacificare una nazione che una vera e propria guerra civile aveva lacerato (1), ma la stesura del testo non fu curata nei minimi dettagli, al contrario; venne formulata in modo generico e senza una scrittura corretta della norma. Forse Togliatti pensava di restare al ministero di Grazia e Giustizia più a lungo dell’anno che in realtà ci rimase, tra il governo Parri e il De Gaspari I, e da lì di poter influenzare e controllare la magistratura nell’applicazione del decreto. Le cose andarono diversamente. “Quesiti qui posti et incidenti provocati in località periferiche da scarcerazioni per amnistia di criminali fascisti mi inducono ad attirare l’attenzione delle signorie loro su necessità che amnistia venga applicata secondo spirito legislatore che volle continuasse azione punitiva contro responsabili fascisti così come dicesi chiaramente in relazione introduttiva. Qualora sorgano in loro dubbi circa estensione applicazione termini decreto, si orientino secondo categorie per cui in decreto legge luogotenenziale 22 aprile 1945 numero 142, venne stabilita presunzione di collaborazionismo” scrive Togliatti stesso nella circolare telegrafica n. 9796/110 del 2 luglio 1946; un richiamo all’ordine che poteva sortire ben poco effetto – e difatti non ne sortì alcuno – su una magistratura di estrazione borghese, formatasi nel ventennio e che al regime fascista doveva i propri avanzamenti di carriera. Il Pci non era certo quella protesi politica che necessitava ai padroni del vapore – che il fascismo avevano sostenuto entusiasti – e difatti nel maggio 1947 finì all’opposizione e lì vi rimase per trent’anni, fino all’appoggio esterno al 'governo della non-sfiducia' - monocolore a guida Andreotti - del 1976. Politicamente sovrana, la Dc rappresentò il perfetto prolungamento politico della struttura economica della classe dominante e la magistratura ne divenne il naturale prolungamento giudiziario. L’amnistia finì per essere lo strumento per perseguire i partigiani e liberare i fascisti e i collaborazionisti. Alla fine del luglio 1947 le diciotto corti d’assise straordinarie istituite avevano concluso l’istruttoria di 37.335 casi su un totale di 37.800, e dei circa 12.000 fascisti detenuti, quasi 10.000 erano tornati immediatamente a piede libero. Nel frattempo, un altro decreto legge del 4 settembre 1946 che vietava l’emissione di mandati di cattura “contro partigiani e patrioti per fatti compiuti durante la occupazione salvo che risulti, in modo certo, che i fatti suddetti scaturiscano da reati comuni” veniva bellamente ignorato dalla magistratura, che non si faceva scrupolo di emettere mandati di arresto di massa e di abusare dello strumento della carcerazione preventiva, eliminando in tal modo dalla vita pubblica, politica e sociale, quella parte di popolazione che aveva combattuto non una guerra di Liberazione ma una lotta di classe. La ‘struttura economica’ alias ‘ragion di stato’ alias ‘rispetto per le istituzioni e la legge’ - quest’ultima un po’ tirata per i capelli, ma nessuna alzata di scudi si levò dalla magistratura a difendere la propria indipendenza dal potere politico - riprese saldamente in mano le redini della società italiana (2).

Dello strumento della carcerazione preventiva fu fatto largo uso anche nel corso dei processi istituiti negli anni Settanta contro il Movimento. In modo completamente differente, lungo il ventennio che va dai primi anni Sessanta alla crisi della Fiat del 1980, lo Stato rischiò nuovamente di vacillare e ancora una volta, la struttura ordinò, la politica dispose, la magistratura eseguì e aggiunse del proprio. Lo Stato di diritto venne sospeso.
Le lotte, soprattutto operaie, il forte antagonismo di classe e la pressione della piazza, avevano costretto lo Stato a concedere lo Statuto dei lavoratori e numerose altre leggi, civili e politiche; tutto questo minava il profitto del capitale, la struttura stessa. Si decise di mettere un freno una volta per tutte, visto che perfino la repressione nelle strade, legittimata dalla strategia della tensione, non riusciva a tappare la bocca alla società civile. È prassi istituzionale consolidata infatti, la delega in bianco che il potere politico firma alla magistratura quando una delle armi proprie al potere esecutivo – l’uso della forza militare – non riesce a far rientrare quella che viene considerata una situazione di emergenza. Così come il Duca in Misura per Misura di Shakespeare, che in tutta fretta lascia Vienna nelle mani del Vicario Angelo - “[…] in piena coscienza, lo abbiamo scelto a supplir la nostra assenza; prestandogli il terrore e rivestendolo dell’amore che ispiriamo, conferendo ogni attributo del potere al suo mandato. […] In nostra assenza, sii noi stessi in tutto. Vita e morte a Vienna dipendono dalla tua parola e dal tuo cuore” – la politica lascia la scena alla fidata magistratura. L’impostura della democrazia non può infatti essere svelata come tale: lo Stato non può trasformarsi apertamente in un regime di polizia. Allo stesso modo il Duca: “Poiché fu colpa mia aver lasciato tanta libertà alla gente, sarei un tiranno a colpirli a sangue per ciò che gli ho ordinato io: è infatti dare un ordine quando le male azioni, non le pene, hanno via libera. Per questo, padre, conferii il potere ad Angelo, che al riparo del mio nome può colpire senza che la mia persona sia coinvolta in alcun biasimo”. E Angelo colpisce.

Al pari del Vicario in Shakespeare, nel corso degli anni Settanta la magistratura italiana riesuma vecchie leggi mai applicate (“insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, art.284 c.p.), emette un nuovo proclama (il Teorema Calogero del processo 7 Aprile) e dà l’avvio a una pratica giudiziaria (la “sostituzione” dei mandati di cattura) più volte denunciata dalla stessa Amnesty International in quanto procedura in aperta violazione dell’articolo della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che sancisce il diritto a “un processo in tempi ragionevoli”; alla scadenza dei termini di custodia preventiva i magistrati, modificando i capi d’accusa già esistenti senza l’apporto di nuove prove e senza una contestuale sentenza istruttoria di proscioglimento a carico delle vecchie imputazioni, provvedono a emettere nuovi mandati di cattura con la dicitura “il presente mandato sostituisce i precedenti”, giustificando in tal modo il rinnovo della carcerazione preventiva. Grazie all’uso di questa inedita procedura, sconosciuta al codice legislativo italiano, quando il 12 giugno 1984, davanti alla Corte d’Assise di Roma, si conclude il primo grado di giudizio del processo noto come 7 Aprile – durato due anni – molti degli imputati sono in carcere dal 1979; cinque anni di carcerazione preventiva.
L’assenza del potere politico in tale contesto è solo apparente, così come il Duca non ha in realtà abbandonato Vienna ma continua ad aggirarvisi celato sotto il cappuccio di un abito da frate; il parlamento in quegli anni lavora alacremente per contribuire con uno dei compiti che gli è proprio: emana senza tregua leggi speciali. “Di fronte a una situazione d’emergenza […] parlamento e governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il preciso e indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita legislazione d’emergenza” sancisce la sentenza n.15/1982 della Corte Costituzionale, di fatto proclamando, in nome della tanto preziosa ragion di Stato, un regime d’eccezione che legittima la prevaricazione della stessa Costituzione.

Parecchie accuse - le più gravi, una su tutte quella di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato” su cui si basava il Teorema Calogero - caddero nel corso dei tre gradi di giudizio del processo 7 Aprile e molti indagati furono riconosciuti non colpevoli dei reati a loro ascritti; quel procedimento giudiziario non fu l’unico avviato negli anni Settanta contro il Movimento, ma fu senza dubbio il più mirato e devastante, quello che annientò definitivamente la carica antagonista della società civile incarcerando per anni, preventivamente, intellettuali e giornalisti – e quindi chiudendo testate indipendenti – che di quella società civile erano il riferimento politico e culturale. Poté molto più questo processo che le ripetute, sistematiche, violente, cariche della polizia nelle strade. “La legge non è morta, anche se dormiva” afferma Angelo il Vicario, “quei molti non avrebbero osato trasgredire se il primo a infrangere il decreto avesse pagato di persona. Ora è desta, prende nota delle azioni e, come un profeta, vede nel magico cristallo quei mali futuri – nuovi o per indulgenza di nuovo concepiti, quindi in incubazione e destinati a nascere – a cui ora è tolta prospettiva di sviluppo, stroncati sul nascere”. Lo Stato - e insieme a esso il sistema economico capitalistico - nuovamente è salvo, e anche in questo caso nessuna voce si è levata dal potere giudiziario in difesa dello Stato di diritto.

Identico meccanismo è messo in atto oggi nel processo a carico di 25 manifestanti a Genova durante il G8 del 2001: la procura ha richiesto pene esemplari a monito di quei molti che ancora osano trasgredire: 225 anni di pena totali per l’imputazione di “devastazione e saccheggio”, art. 419 c.p.
Sappiamo che cosa è stato il G8 del 2001: le cariche e i pestaggi delle forze dell’ordine nelle strade, l’irruzione nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto; la totale sospensione dei principi democratici. Dopo il riflusso degli anni Ottanta e gli incerti anni Novanta, nel 2001 la società civile rialza la testa e scende in piazza per protestare contro il nuovo assetto economico mondiale, la globalizzazione neoliberista; una struttura ben più complessa e sovranazionale, che di certo non trema davanti alle manifestazioni (non sono più le pressioni della piazza a poterla mettere in crisi) ma che reagisce perché necessita, per continuare ad alimentare il proprio profitto nell’era della civiltà consumistica, di una società pacificata e addormentata e ad arte manipolata, attraverso la costruzione mediatica del consenso. L’art. 419 non è mai stato contestato nella storia italiana del dopoguerra a manifestanti politici, nemmeno nelle aspre proteste di piazza degli anni Settanta. La magistratura dunque ancora una volta ci mette del proprio, e crea un pericoloso (per il cittadino) e utile (per la ragion di Stato) precedente. Il reato di “devastazione e saccheggio” presuppone infatti che dalle azioni poste in atto derivi un pericolo di crisi per l’ordine pubblico; danneggiamento, furto aggravato, violenza e resistenza, sarebbero altrimenti i reati imputati ai 25 manifestanti. La decisione del potere giudiziario di contestare l’art. 419 è evidentemente una scelta politica in difesa della ragion di Stato, un monito alla società civile. E la grave pena che il reato prevede – da otto a quindici anni – e quindi richiesta dal pm contro i 25 manifestanti, funge da contraltare preventivo (mediatico) ai processi paralleli, Diaz e Bolzaneto, che vedono imputati esponenti delle forze dell’ordine fino ad arrivare a coinvolgere l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, per i quali le possibili condanne future – di due processi che non vedranno mai una sentenza definitiva, e men che meno delle pene, perché cadranno in prescrizione appena dopo il procedimento di primo grado – saranno, per la tipologia dei reati contestati (abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, lesioni personali, ingiurie, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario), infinitamente più lievi.
Ancora una volta la magistratura diviene la longa manus della classe dominante.
E ancora una volta il potere politico non si limita a nascondersi sotto il cappuccio da frate del Duca: ricompensa molti dei funzionari delle forze dell’ordine imputati ai processi Diaz e Bolzaneto con promozioni di carriera, e in parlamento respinge, il 30 ottobre scorso, la richiesta di istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare le responsabilità politiche e istituzionali – al di là, quindi, di quelle giudiziarie – di ciò che accadde in quei giorni a Genova.

Totalmente dissimile la situazione del 1992. Tangentopoli esplode nelle mani della magistratura e finisce per trasformarsi in un’azione di pulizia della classe politica e in un processo salvifico per la struttura economica.
L’avvio, giuridicamente parlando, non è immune da abusi; anche in questo contesto la magistratura vi mette del proprio. Il pm Di Pietro dimentica – più probabilmente finge di dimenticare – di depositare gli atti relativi all’arresto di Mario Chiesa nei termini previsti per la celebrazione del processo per direttissima che avrebbe chiuso, e quindi circoscritto, il caso di corruzione. I media accendono i riflettori sull’inchiesta e il caso monta. Il pm lascia intendere, alla stampa e agli imprenditori che hanno avuto rapporti con il Pio Albergo Trivulzio, di sapere più di quanto non sappia in realtà. Il panico si diffonde negli ambienti economici e politici. Mario Chiesa, nel frattempo in carcere, parla. Scattano gli arresti dei primi imprenditori, che confessano a loro volta, e si innesca l’’effetto domino’: il caso Chiesa diviene l’inchiesta Mani pulite. Come affermerà lo stesso Di Pietro, “più che di corruzione e di concussione, si deve parlare di dazione ambientale”: nessun partito ne è escluso, tangentopoli è il Sistema. Ma qual era il contesto economico di allora?
La pratica della corruzione annientava la libera concorrenza e dilatava il costo delle opere pubbliche. Nel 1992 l’economista Mario Deaglio ipotizza il peso economico della corruzione sullo Stato italiano: 10.000 miliardi di lire l’anno, che provocano un indebitamento pubblico tra i 150.000 e i 250.000 miliardi, con 15-25.000 miliardi di relativi interessi annui sul debito. Il rapporto debito pubblico/Pil, nel 1992, tocca quota 118 per cento (60 per cento nel 1980, 70 per cento nel 1983, 92 per cento nel 1987), il tasso d’inflazione è al 6,9 per cento, il deficit di bilancio all’11 per cento; i parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht per l’ingresso nell’Unione europea sono lontani anni luce. Il 13 agosto l’agenzia Moody’s abbassa il rating dell’Italia di due punti; il 16 settembre il valore della lira negli scambi con le altre monete europee crolla al punto da costringerla a uscire dal Sistema monetario europeo; lo Stato italiano rischia la bancarotta.

L’intera economia mondiale è in crisi, nel 1992, figuriamoci l’imprenditoria nostrana, incapace di rapportarsi a un libero mercato, nata, cresciuta e ben pasciuta, da uno Stato a misura di un capitalismo straccione. Gli avvisi di garanzia fioccano, le carceri si riempiono. Ma non di sovversivi; di imprenditori ed esponenti politici. Un’anomalia, per uno Stato.
“Se decapitate e impiccate tutti quelli che peccano a quel modo per dieci anni, dovrete ordinare una fornitura di teste nuove” afferma Pompeo, servo di Madama Sfondata, tenutaria di una casa chiusa a Vienna; il vicario Angelo sembra intenzionato a far rispettare la legge, costi quel che costi. Ma nell’opera di Shakespeare, a essere ossessivamente colpiti sono i privati comportamenti sessuali, considerati licenziosi; la moralità di Vienna, non la sua struttura economica. Al contrario Mani pulite, bloccando il sistema delle tangenti, blocca l’economia nazionale, in un momento già di per sé catastrofico; e la magistratura non impiega molto tempo a comprenderlo.
L’esistenza della sovrastruttura, politica e giuridica, è legata a filo stretto all’esistenza della struttura economica; se crolla la seconda, crollano le prime due. Ai magistrati tremano i polsi.
Di Pietro, invitato il 5 giugno 1992 al convegno annuale dei giovani della Confindustria a Santa Margherita Ligure, afferma, più volte interrotto dagli applausi: “Ho accettato l’invito perché credo in una sana imprenditoria e per testimoniare, nel mio piccolo, che è ancora sana ed è bene che tale resti. [...] Sono consapevole che la democrazia si regge anche sul sistema delle imprese, e che quindi è necessaria un’iniezione di fiducia e non una criminalizzazione generalizzata: prima che sia troppo tardi, fate una scelta di campo, isolando e denunciando i casi di malcostume”.

In luglio, Gherardo Colombo avanza la proposta di una sorta di condono: niente pena carceraria per chi confessa e restituisce il denaro incassato da tangenti, solo interdizione dai pubblici uffici “per un tempo ragionevole, né tanto breve, né tanto lungo”. “[…] una proposta da approfondire perché secondo me questo è un processo destinato ad andare avanti per anni. […] Il fenomeno ha una diffusione spaventosa, la corruzione è una piramide infinita” afferma Colombo, manifestando la propria preoccupazione per le conseguenze dell’inchiesta sulla società: “Una situazione di incertezza, di difficoltà nei rapporti tra privati e pubblica amministrazione. Bisogna trovare una soluzione, non tanto per quel che riguarda la materia processuale, ma per quel che riguarda i riflessi indiretti, ma importantissimi, esterni al processo”. La struttura economica.
Di Pietro incalza, nel febbraio 1993, dichiarando: “Non se ne può più, qui ci vuole una soluzione, non possiamo fare la guerra al sistema”.
Ai primi di settembre del 1994, appare la proposta del pool per “uscire da Tangentopoli”, portavoce lo stesso Di Pietro al seminario di Cernobbio che riunisce classe imprenditoriale e politica: “Stiamo preparando, magistrati, avvocati e rettori, una proposta. Non volevo dirlo, ma qui sento molti imprenditori parlare delle incertezze che la nostra inchiesta crea all’economia”. Il magistrato lancia un salvagente al potere politico ed economico: “Lavorare insieme per produrre benessere e moralità, passando dalla fase della repressione a quella della collaborazione, affinché ciò che è successo non si ripeta più […] senza colpi di spugna né khomeinismi”; una soluzione legislativa promossa da governo, parlamento, “dalla società civile e da noi magistrati e avvocati, che volenti o nolenti ci siamo trovati a operare in questa realtà, come accusa e come difesa”.

“A muoverci è la preoccupazione per le sorti di questo Paese” afferma nuovamente il pm il 14 settembre nell’aula magna della Statale, davanti a magistrati, imprenditori, cattedratici, studenti, giornalisti e cittadini comuni; “se le nostre proposte non sono sufficienti o percorribili per combattere la corruzione, trovatene altre, ma datevi da fare, perché non si può attendere oltre. Altrimenti, a furia di discutere, il Paese, come Sagunto, viene espugnato” (3).
Come sappiamo – Tangentopoli ormai è Storia – il Paese non venne espugnato. Mani pulite, al contrario, aprì le porte – indirettamente e senza intenzionalità – al sistema delle privatizzazioni delle imprese statali (Iri, Eni, Enel e Ina le prime a divenire società per azioni) che traghettò l’economica italiana nell’era del neoliberismo, portando nuova linfa al profitto del capitale.
L’inchiesta Mani pulite fu certamente mossa da una magistratura con intenti di giustizia, ma è altrettanto indubbio che il potere giudiziario fece propria la preoccupazione di un crollo della struttura economica del Paese, proponendo a più riprese un modo per uscire dalla crisi; e nemmeno in questa occasione da parte sua vi fu un’alzata di scudi in nome della propria indipendenza. Mani pulite falcidiò la classe dirigente della sovrastruttura politica (facilmente sostituibile, come si è visto), e lo fece anche grazie all’atmosfera da ghigliottina, alimentata dalla stampa (allora come oggi in mano ai grandi imprenditori), che si respirava nella società civile, mentre la struttura del capitale, complice del sistema corrotto, rimase intatta e si rinvigorì.

Tangentopoli segna una cesura: inizia qui il conflitto tra magistratura e politica che si protrae ancora oggi e di cui fanno le spese le inchieste Toghe lucane, Poseidone e Why not; singole e circoscritte inchieste le quali, per ora, nulla hanno a che vedere con la “dazione ambientale” di Mani pulite. Al più, il contesto specifico rivela quanto la politica abbia imparato a difendersi anche dalla magistratura, sua storica alleata prima del '92, con il potere che gli è proprio: l’emissione di leggi. La riforma dell’ordinamento giudiziario tentata dall’ex guardasigilli Castelli e portata a termine dall’attuale Mastella, è l’arma che ha permesso al ministro di richiedere al Csm il trasferimento del pm De Magistris. Come in Misura per misura il Duca, alla fine, è tornato, per ricordare – e dimostrare – ad Angelo, il suo semplice ruolo di Vicario; del Duca sono le leggi, Angelo, semplicemente, le amministra. Ed è esclusivo potere del Duca emetterle e modificarle. “Un Angelo per Claudio; morte per morte. Tregua per tregua, e premura per premura; simile per simile, e sempre Misura per Misura”. Ma è il Duca, a stabilire la misura. E la misura è la conservazione dello Stato e, al suo interno, il rapporto privilegiato tra politica e struttura economica.
Limitata nei propri poteri, la magistratura urla alla fine della propria indipendenza; peccato il suo silenzio quando, al contrario, del proprio potere ha potuto abusare e della sua stessa mancanza di indipendenza si è fatta, e ancora si fa, complice.

 

Giovanna Cracco

 


(1) Letizia nel paese delle convergenze parallele di Walter G. Pozzi, PaginaUno n. 6/2008
(2) citazioni e dati da Il nemico interno – Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Cesare Bermani, Odradek 2003
(3) citazioni e dati da Mani Pulite – La vera storia, Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori Riuniti 2002

 

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