| “È evidente.
C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia.
Si chiama strategia della tensione. Le intimidazioni istituzionali,
le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro,
e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga
di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto
questo è opera di una manina particolarmente raffinata”.
Sono parole del pm Luigi De Magistris, pronunciate nel corso di un’intervista
rilasciata al Corsera lo scorso 21 ottobre. Le dichiarazioni entrano
nel merito di quello che è divenuto il “caso De Magistris”,
vicenda che prende il nome dal pubblico ministero di Catanzaro (ex)
titolare delle inchieste Toghe Lucane (sui rapporti tra politica e magistratura
a Matera e Potenza), Poseidone (sui finanziamenti per depuratori in
Calabria) e Why not (sulla distrazione di fondi europei da parte di
società collegate alla Compagnia delle Opere); pm il quale nel
corso delle indagini ha iscritto nel registro degli indagati il presidente
del Consiglio Romano Prodi per abuso d’ufficio, il ministro della
Giustizia Clemente Mastella per abuso d’ufficio, finanziamento
illecito ai partiti, concorso in truffa all’Unione europea e allo
Stato italiano, e un nutrito gruppo di politici, imprenditori, militari
e generali della Guardia di Finanza.
“Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi
della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno
svolto un ruolo fondamentale”, afferma ancora il pm nella stessa
intervista; “Perché con questa avocazione, me lo lasci
dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole
con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti
gli altri. […] Dopo un’avocazione di un’inchiesta
del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il
tritolo. […] Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo
provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già
in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di
riprodurre quel clima”.
Appaiono quantomeno sorprendenti simili dichiarazioni in bocca a un
esponente della magistratura, soprattutto se ascrive il tutto, come
punto di partenza per ciò che considera un attacco da parte del
potere politico al potere giudiziario, alla strategia della tensione.
Eppure, non un pensiero si è distinto, negli organi d’informazione
che hanno dato gran risalto alla vicenda, nell’analisi degli eventi
in una chiave di lettura che andasse oltre lo schierarsi da una parte
o dall’altra. Analisi che non si poteva certo pretendere dall’industria
mediatica costruttrice di consenso, ma la cui mancanza nel mondo dell’informazione
che si colloca dichiaratamente a sinistra, è desolante; l’intellighenzia,
non solo la politica, ha da tempo buttato la teoria di Marx alle ortiche,
senza la quale ogni riflessione sul sistema capitalistico diviene inevitabilmente
lacunosa.
La domanda da porsi non è chi, tra potere politico e potere giudiziario,
non abbia rispettato l’etica deontologica che dovrebbe appartenergli,
ma di che natura sia il rapporto che lega i due domini – in teoria
indipendenti l’uno dall’altro - all’interno dello
Stato e perché la conflittualità esploda solo in determinate
circostanze.
Nella sua teoria della struttura-sovrastruttura Marx
identificava lo Stato – nel sistema capitalistico – come
l’elemento principale della seconda. Lo Stato non è una
cosa, un leviatano freddo e distante, un mero apparato tecnico e burocratico;
i suoi interventi non sono mai neutrali. Lo Stato è un rapporto
sociale. È uno strumento della classe dominante attraverso il
quale essa perpetua la conservazione del proprio potere e quindi la
salvaguardia dei rapporti economici esistenti.
All’interno di uno Stato di diritto, politica e magistratura devono
essere poteri indipendenti l’uno dall’altro; tuttavia, in
diverse occasioni essi vanno innegabilmente a braccetto, accomunati
dal fine ultimo che è la difesa del sistema economico di cui
sono prolungamento e strumento legislativo (il parlamento) e giudiziario
(la magistratura); quella ‘struttura’ che nel vocabolario
politico diviene ‘ragion di Stato’ e nel campo giudiziario
muta ancora di nome divenendo ‘rispetto per le istituzioni e la
legge’.
Oggi De Magistris denuncia la fine dello Stato di diritto: il potere
politico ha tracimato i propri argini e invaso l’alveo del potere
giudiziario per cercare di controllarlo. È certamente vero, ma
non è la prima volta che ciò accade in Italia, e l’alzata
di scudi da parte della magistratura a difesa della propria indipendenza
appare quanto meno ipocrita e fuori luogo, se si analizza il rapporto
tra i due poteri nel corso della Storia italiana dal dopoguerra a oggi.
A braccetto, politica e magistratura sono andate nel 1946 e nel corso
di tutti gli anni Settanta, nel 1979 in particolare; a braccetto vanno
oggi, nel caso che riguarda il processo a 25 manifestanti del G8 del
2001 a Genova; un’alleanza diversa, invece, vide il 1992, quando
a braccetto finirono per ritrovarsi struttura economica e magistratura,
in una stretta quasi mortale per la politica.
Il 22 giugno 1946 fu emanata l’amnistia che prese
il nome da Togliatti, all’epoca ministro di Giustizia; l’intento
del decreto era certamente quello di pacificare una nazione che una
vera e propria guerra civile aveva lacerato (1), ma la stesura del testo
non fu curata nei minimi dettagli, al contrario; venne formulata in
modo generico e senza una scrittura corretta della norma. Forse Togliatti
pensava di restare al ministero di Grazia e Giustizia più a lungo
dell’anno che in realtà ci rimase, tra il governo Parri
e il De Gaspari I, e da lì di poter influenzare e controllare
la magistratura nell’applicazione del decreto. Le cose andarono
diversamente. “Quesiti qui posti et incidenti provocati in località
periferiche da scarcerazioni per amnistia di criminali fascisti mi inducono
ad attirare l’attenzione delle signorie loro su necessità
che amnistia venga applicata secondo spirito legislatore che volle continuasse
azione punitiva contro responsabili fascisti così come dicesi
chiaramente in relazione introduttiva. Qualora sorgano in loro dubbi
circa estensione applicazione termini decreto, si orientino secondo
categorie per cui in decreto legge luogotenenziale 22 aprile 1945 numero
142, venne stabilita presunzione di collaborazionismo” scrive
Togliatti stesso nella circolare telegrafica n. 9796/110 del 2 luglio
1946; un richiamo all’ordine che poteva sortire ben poco effetto
– e difatti non ne sortì alcuno – su una magistratura
di estrazione borghese, formatasi nel ventennio e che al regime fascista
doveva i propri avanzamenti di carriera. Il Pci non era certo quella
protesi politica che necessitava ai padroni del vapore –
che il fascismo avevano sostenuto entusiasti – e difatti nel maggio
1947 finì all’opposizione e lì vi rimase per trent’anni,
fino all’appoggio esterno al 'governo della non-sfiducia' - monocolore
a guida Andreotti - del 1976. Politicamente sovrana, la Dc rappresentò
il perfetto prolungamento politico della struttura economica della classe
dominante e la magistratura ne divenne il naturale prolungamento giudiziario.
L’amnistia finì per essere lo strumento per perseguire
i partigiani e liberare i fascisti e i collaborazionisti. Alla fine
del luglio 1947 le diciotto corti d’assise straordinarie istituite
avevano concluso l’istruttoria di 37.335 casi su un totale di
37.800, e dei circa 12.000 fascisti detenuti, quasi 10.000 erano tornati
immediatamente a piede libero. Nel frattempo, un altro decreto legge
del 4 settembre 1946 che vietava l’emissione di mandati di cattura
“contro partigiani e patrioti per fatti compiuti durante la occupazione
salvo che risulti, in modo certo, che i fatti suddetti scaturiscano
da reati comuni” veniva bellamente ignorato dalla magistratura,
che non si faceva scrupolo di emettere mandati di arresto di massa e
di abusare dello strumento della carcerazione preventiva, eliminando
in tal modo dalla vita pubblica, politica e sociale, quella parte di
popolazione che aveva combattuto non una guerra di Liberazione ma una
lotta di classe. La ‘struttura economica’ alias ‘ragion
di stato’ alias ‘rispetto per le istituzioni e la legge’
- quest’ultima un po’ tirata per i capelli, ma nessuna alzata
di scudi si levò dalla magistratura a difendere la propria indipendenza
dal potere politico - riprese saldamente in mano le redini della società
italiana (2).
Dello strumento della carcerazione preventiva fu fatto
largo uso anche nel corso dei processi istituiti negli anni Settanta
contro il Movimento. In modo completamente differente, lungo il ventennio
che va dai primi anni Sessanta alla crisi della Fiat del 1980, lo Stato
rischiò nuovamente di vacillare e ancora una volta, la struttura
ordinò, la politica dispose, la magistratura eseguì e
aggiunse del proprio. Lo Stato di diritto venne sospeso.
Le lotte, soprattutto operaie, il forte antagonismo di classe e la pressione
della piazza, avevano costretto lo Stato a concedere lo Statuto dei
lavoratori e numerose altre leggi, civili e politiche; tutto questo
minava il profitto del capitale, la struttura stessa. Si decise di mettere
un freno una volta per tutte, visto che perfino la repressione nelle
strade, legittimata dalla strategia della tensione, non riusciva a tappare
la bocca alla società civile. È prassi istituzionale consolidata
infatti, la delega in bianco che il potere politico firma alla magistratura
quando una delle armi proprie al potere esecutivo – l’uso
della forza militare – non riesce a far rientrare quella che viene
considerata una situazione di emergenza. Così come il Duca in
Misura per Misura di Shakespeare, che in tutta fretta
lascia Vienna nelle mani del Vicario Angelo - “[…] in piena
coscienza, lo abbiamo scelto a supplir la nostra assenza; prestandogli
il terrore e rivestendolo dell’amore che ispiriamo, conferendo
ogni attributo del potere al suo mandato. […] In nostra assenza,
sii noi stessi in tutto. Vita e morte a Vienna dipendono dalla tua parola
e dal tuo cuore” – la politica lascia la scena alla fidata
magistratura. L’impostura della democrazia non può infatti
essere svelata come tale: lo Stato non può trasformarsi apertamente
in un regime di polizia. Allo stesso modo il Duca: “Poiché
fu colpa mia aver lasciato tanta libertà alla gente, sarei un
tiranno a colpirli a sangue per ciò che gli ho ordinato io: è
infatti dare un ordine quando le male azioni, non le pene, hanno via
libera. Per questo, padre, conferii il potere ad Angelo, che al riparo
del mio nome può colpire senza che la mia persona sia coinvolta
in alcun biasimo”. E Angelo colpisce.
Al pari del Vicario in Shakespeare, nel corso degli anni Settanta la
magistratura italiana riesuma vecchie leggi mai applicate (“insurrezione
armata contro i poteri dello Stato”, art.284 c.p.), emette un
nuovo proclama (il Teorema Calogero del processo 7 Aprile) e dà
l’avvio a una pratica giudiziaria (la “sostituzione”
dei mandati di cattura) più volte denunciata dalla stessa Amnesty
International in quanto procedura in aperta violazione dell’articolo
della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo
e delle libertà fondamentali, che sancisce il diritto a “un
processo in tempi ragionevoli”; alla scadenza dei termini di custodia
preventiva i magistrati, modificando i capi d’accusa già
esistenti senza l’apporto di nuove prove e senza una contestuale
sentenza istruttoria di proscioglimento a carico delle vecchie imputazioni,
provvedono a emettere nuovi mandati di cattura con la dicitura “il
presente mandato sostituisce i precedenti”, giustificando in tal
modo il rinnovo della carcerazione preventiva. Grazie all’uso
di questa inedita procedura, sconosciuta al codice legislativo italiano,
quando il 12 giugno 1984, davanti alla Corte d’Assise di Roma,
si conclude il primo grado di giudizio del processo noto come 7 Aprile
– durato due anni – molti degli imputati sono in carcere
dal 1979; cinque anni di carcerazione preventiva.
L’assenza del potere politico in tale contesto è solo apparente,
così come il Duca non ha in realtà abbandonato Vienna
ma continua ad aggirarvisi celato sotto il cappuccio di un abito da
frate; il parlamento in quegli anni lavora alacremente per contribuire
con uno dei compiti che gli è proprio: emana senza tregua leggi
speciali. “Di fronte a una situazione d’emergenza […]
parlamento e governo hanno non solo il diritto e potere, ma anche il
preciso e indeclinabile dovere di provvedere, adottando una apposita
legislazione d’emergenza” sancisce la sentenza n.15/1982
della Corte Costituzionale, di fatto proclamando, in nome della tanto
preziosa ragion di Stato, un regime d’eccezione che legittima
la prevaricazione della stessa Costituzione.
Parecchie accuse - le più gravi, una su tutte quella di “insurrezione
armata contro i poteri dello Stato” su cui si basava il Teorema
Calogero - caddero nel corso dei tre gradi di giudizio del processo
7 Aprile e molti indagati furono riconosciuti non colpevoli dei reati
a loro ascritti; quel procedimento giudiziario non fu l’unico
avviato negli anni Settanta contro il Movimento, ma fu senza dubbio
il più mirato e devastante, quello che annientò definitivamente
la carica antagonista della società civile incarcerando per anni,
preventivamente, intellettuali e giornalisti – e quindi chiudendo
testate indipendenti – che di quella società civile erano
il riferimento politico e culturale. Poté molto più questo
processo che le ripetute, sistematiche, violente, cariche della polizia
nelle strade. “La legge non è morta, anche se dormiva”
afferma Angelo il Vicario, “quei molti non avrebbero osato trasgredire
se il primo a infrangere il decreto avesse pagato di persona. Ora è
desta, prende nota delle azioni e, come un profeta, vede nel magico
cristallo quei mali futuri – nuovi o per indulgenza di nuovo concepiti,
quindi in incubazione e destinati a nascere – a cui ora è
tolta prospettiva di sviluppo, stroncati sul nascere”. Lo Stato
- e insieme a esso il sistema economico capitalistico - nuovamente è
salvo, e anche in questo caso nessuna voce si è levata dal potere
giudiziario in difesa dello Stato di diritto.
Identico meccanismo è messo in atto oggi nel
processo a carico di 25 manifestanti a Genova durante il G8 del 2001:
la procura ha richiesto pene esemplari a monito di quei molti che ancora
osano trasgredire: 225 anni di pena totali per l’imputazione di
“devastazione e saccheggio”, art.419 c.p..
Sappiamo che cosa è stato il G8 del 2001: le cariche e i pestaggi
delle forze dell’ordine nelle strade, l’irruzione nella
scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto; la totale sospensione
dei principi democratici. Dopo il riflusso degli anni Ottanta e gli
incerti anni Novanta, nel 2001 la società civile rialza la testa
e scende in piazza per protestare contro il nuovo assetto economico
mondiale, la globalizzazione neoliberista; una struttura ben più
complessa e sovranazionale, che di certo non trema davanti alle manifestazioni
(non sono più le pressioni della piazza a poterla mettere in
crisi) ma che reagisce perché necessita, per continuare ad alimentare
il proprio profitto nell’era della civiltà consumistica,
di una società pacificata e addormentata e ad arte manipolata,
attraverso la costruzione mediatica del consenso. L’art. 419 non
è mai stato contestato nella storia italiana del dopoguerra a
manifestanti politici, nemmeno nelle aspre proteste di piazza degli
anni Settanta. La magistratura dunque ancora una volta ci mette del
proprio, e crea un pericoloso (per il cittadino) e utile (per la ragion
di Stato) precedente. Il reato di “devastazione e saccheggio”
presuppone infatti che dalle azioni poste in atto derivi un pericolo
di crisi per l’ordine pubblico; danneggiamento, furto aggravato,
violenza e resistenza, sarebbero altrimenti i reati imputati ai 25 manifestanti.
La decisione del potere giudiziario di contestare l’art. 419 è
evidentemente una scelta politica in difesa della ragion di Stato, un
monito alla società civile. E la grave pena che il reato prevede
– da otto a quindici anni – e quindi richiesta dal pm contro
i 25 manifestanti, funge da contraltare preventivo (mediatico) ai processi
paralleli, Diaz e Bolzaneto, che vedono imputati esponenti delle forze
dell’ordine fino ad arrivare a coinvolgere l’allora capo
della polizia Gianni De Gennaro, per i quali le possibili condanne future
– di due processi che non vedranno mai una sentenza definitiva,
e men che meno delle pene, perché cadranno in prescrizione appena
dopo il procedimento di primo grado – saranno, per la tipologia
dei reati contestati (abuso d’ufficio, violenza privata, falso
ideologico, lesioni personali, ingiurie, abuso di autorità contro
detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario),
infinitamente più lievi.
Ancora una volta la magistratura diviene la longa manus della classe
dominante.
E ancora una volta il potere politico non si limita a nascondersi sotto
il cappuccio da frate del Duca: ricompensa molti dei funzionari delle
forze dell’ordine imputati ai processi Diaz e Bolzaneto con promozioni
di carriera, e in parlamento respinge, il 30 ottobre scorso, la richiesta
di istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per
accertare le responsabilità politiche e istituzionali –
al di là, quindi, di quelle giudiziarie – di ciò
che accadde in quei giorni a Genova.
Totalmente dissimile la situazione del 1992. Tangentopoli
esplode nelle mani della magistratura e finisce per trasformarsi in
un’azione di pulizia della classe politica e in un processo salvifico
per la struttura economica.
L’avvio, giuridicamente parlando, non è immune da abusi;
anche in questo contesto la magistratura vi mette del proprio. Il pm
Di Pietro dimentica – più probabilmente finge di dimenticare
– di depositare gli atti relativi all’arresto di Mario Chiesa
nei termini previsti per la celebrazione del processo per direttissima
che avrebbe chiuso, e quindi circoscritto, il caso di corruzione. I
media accendono i riflettori sull’inchiesta e il caso monta. Il
pm lascia intendere, alla stampa e agli imprenditori che hanno avuto
rapporti con il Pio Albergo Trivulzio, di sapere più di quanto
non sappia in realtà. Il panico si diffonde negli ambienti economici
e politici. Mario Chiesa, nel frattempo in carcere, parla. Scattano
gli arresti dei primi imprenditori, che confessano a loro volta, e si
innesca l’’effetto domino’: il caso Chiesa diviene
l’inchiesta Mani pulite. Come affermerà lo stesso Di Pietro,
“più che di corruzione e di concussione, si deve parlare
di dazione ambientale”: nessun partito ne è escluso, tangentopoli
è il Sistema. Ma qual era il contesto economico di allora?
La pratica della corruzione annientava la libera concorrenza e dilatava
il costo delle opere pubbliche. Nel 1992 l’economista Mario Deaglio
ipotizza il peso economico della corruzione sullo Stato italiano: 10.000
miliardi di lire l’anno, che provocano un indebitamento pubblico
tra i 150.000 e i 250.000 miliardi, con 15-25.000 miliardi di relativi
interessi annui sul debito. Il rapporto debito pubblico/Pil, nel 1992,
tocca quota 118 per cento (60 per cento nel 1980, 70 per cento nel 1983,
92 per cento nel 1987), il tasso d’inflazione è al 6,9
per cento, il deficit di bilancio all’11 per cento; i parametri
stabiliti dal Trattato di Maastricht per l’ingresso nell’Unione
europea sono lontani anni luce. Il 13 agosto l’agenzia Moody’s
abbassa il rating dell’Italia di due punti; il 16 settembre il
valore della lira negli scambi con le altre monete europee crolla al
punto da costringerla a uscire dal Sistema monetario europeo; lo Stato
italiano rischia la bancarotta.
L’intera economia mondiale è in crisi, nel 1992, figuriamoci
l’imprenditoria nostrana, incapace di rapportarsi a un libero
mercato, nata, cresciuta e ben pasciuta, da uno Stato a misura di un
capitalismo straccione. Gli avvisi di garanzia fioccano, le carceri
si riempiono. Ma non di sovversivi; di imprenditori ed esponenti politici.
Un’anomalia, per uno Stato.
“Se decapitate e impiccate tutti quelli che peccano a quel modo
per dieci anni, dovrete ordinare una fornitura di teste nuove”
afferma Pompeo, servo di Madama Sfondata, tenutaria di una casa chiusa
a Vienna; il vicario Angelo sembra intenzionato a far rispettare la
legge, costi quel che costi. Ma nell’opera di Shakespeare, a essere
ossessivamente colpiti sono i privati comportamenti sessuali, considerati
licenziosi; la moralità di Vienna, non la sua struttura economica.
Al contrario Mani pulite, bloccando il sistema delle tangenti, blocca
l’economia nazionale, in un momento già di per sé
catastrofico; e la magistratura non impiega molto tempo a comprenderlo.
L’esistenza della sovrastruttura, politica e giuridica, è
legata a filo stretto all’esistenza della struttura economica;
se crolla la seconda, crollano le prime due. Ai magistrati tremano i
polsi.
Di Pietro, invitato il 5 giugno 1992 al convegno annuale dei giovani
della Confindustria a Santa Margherita Ligure, afferma, più volte
interrotto dagli applausi: “Ho accettato l’invito perché
credo in una sana imprenditoria e per testimoniare, nel mio piccolo,
che è ancora sana ed è bene che tale resti. [...] Sono
consapevole che la democrazia si regge anche sul sistema delle imprese,
e che quindi è necessaria un’iniezione di fiducia e non
una criminalizzazione generalizzata: prima che sia troppo tardi, fate
una scelta di campo, isolando e denunciando i casi di malcostume”.
In luglio, Gherardo Colombo avanza la proposta di una sorta di condono:
niente pena carceraria per chi confessa e restituisce il denaro incassato
da tangenti, solo interdizione dai pubblici uffici “per un tempo
ragionevole, né tanto breve, né tanto lungo”. “[…]
una proposta da approfondire perché secondo me questo è
un processo destinato ad andare avanti per anni. […] Il fenomeno
ha una diffusione spaventosa, la corruzione è una piramide infinita”
afferma Colombo, manifestando la propria preoccupazione per le conseguenze
dell’inchiesta sulla società: “Una situazione di
incertezza, di difficoltà nei rapporti tra privati e pubblica
amministrazione. Bisogna trovare una soluzione, non tanto per quel che
riguarda la materia processuale, ma per quel che riguarda i riflessi
indiretti, ma importantissimi, esterni al processo”. La struttura
economica.
Di Pietro incalza, nel febbraio 1993, dichiarando: “Non se ne
può più, qui ci vuole una soluzione, non possiamo fare
la guerra al sistema”.
Ai primi di settembre del 1994, appare la proposta del pool per “uscire
da Tangentopoli”, portavoce lo stesso Di Pietro al seminario di
Cernobbio che riunisce classe imprenditoriale e politica: “Stiamo
preparando, magistrati, avvocati e rettori, una proposta. Non volevo
dirlo, ma qui sento molti imprenditori parlare delle incertezze che
la nostra inchiesta crea all’economia”. Il magistrato lancia
un salvagente al potere politico ed economico: “Lavorare insieme
per produrre benessere e moralità, passando dalla fase della
repressione a quella della collaborazione, affinché ciò
che è successo non si ripeta più […] senza colpi
di spugna né khomeinismi”; una soluzione legislativa promossa
da governo, parlamento, “dalla società civile e da noi
magistrati e avvocati, che volenti o nolenti ci siamo trovati a operare
in questa realtà, come accusa e come difesa”.
“A muoverci è la preoccupazione per le sorti di questo
Paese” afferma nuovamente il pm il 14 settembre nell’aula
magna della Statale, davanti a magistrati, imprenditori, cattedratici,
studenti, giornalisti e cittadini comuni; “se le nostre proposte
non sono sufficienti o percorribili per combattere la corruzione, trovatene
altre, ma datevi da fare, perché non si può attendere
oltre. Altrimenti, a furia di discutere, il Paese, come Sagunto, viene
espugnato” (3).
Come sappiamo – Tangentopoli ormai è Storia – il
Paese non venne espugnato. Mani pulite, al contrario, aprì le
porte – indirettamente e senza intenzionalità – al
sistema delle privatizzazioni delle imprese statali (Iri, Eni, Enel
e Ina le prime a divenire società per azioni) che traghettò
l’economica italiana nell’era del neoliberismo, portando
nuova linfa al profitto del capitale.
L’inchiesta Mani pulite fu certamente mossa da una magistratura
con intenti di giustizia, ma è altrettanto indubbio che il potere
giudiziario fece propria la preoccupazione di un crollo della struttura
economica del Paese, proponendo a più riprese un modo per uscire
dalla crisi; e nemmeno in questa occasione da parte sua vi fu un’alzata
di scudi in nome della propria indipendenza. Mani pulite falcidiò
la classe dirigente della sovrastruttura politica (facilmente sostituibile,
come si è visto), e lo fece anche grazie all’atmosfera
da ghigliottina, alimentata dalla stampa (allora come oggi in mano ai
grandi imprenditori), che si respirava nella società civile,
mentre la struttura del capitale, complice del sistema corrotto, rimase
intatta e si rinvigorì.
Tangentopoli segna una cesura: inizia qui il conflitto
tra magistratura e politica che si protrae ancora oggi e di cui fanno
le spese le inchieste Toghe lucane, Poseidone e Why not; singole e circoscritte
inchieste le quali, per ora, nulla hanno a che vedere con la “dazione
ambientale” di Mani pulite. Al più, il contesto specifico
rivela quanto la politica abbia imparato a difendersi anche dalla magistratura,
sua storica alleata prima del '92, con il potere che gli è proprio:
l’emissione di leggi. La riforma dell’ordinamento giudiziario
tentata dall’ex guardasigilli Castelli e portata a termine dall’attuale
Mastella, è l’arma che ha permesso al ministro di richiedere
al Csm il trasferimento del pm De Magistris. Come in Misura per misura
il Duca, alla fine, è tornato, per ricordare – e dimostrare
– ad Angelo, il suo semplice ruolo di Vicario; del Duca sono le
leggi, Angelo, semplicemente, le amministra. Ed è esclusivo potere
del Duca emetterle e modificarle. “Un Angelo per Claudio; morte
per morte. Tregua per tregua, e premura per premura; simile per simile,
e sempre Misura per Misura”. Ma è il Duca, a stabilire
la misura. E la misura è la conservazione dello Stato e, al suo
interno, il rapporto privilegiato tra politica e struttura economica.
Limitata nei propri poteri, la magistratura urla alla fine della propria
indipendenza; peccato il suo silenzio quando, al contrario, del proprio
potere ha potuto abusare e della sua stessa mancanza di indipendenza
si è fatta, e ancora si fa, complice.
Giovanna Cracco
(1) Letizia nel paese delle
convergenze parallele di Walter G.
Pozzi, PaginaUno n. 6/2008
(2) citazioni e dati da Il nemico interno – Guerra civile
e lotte di classe in Italia (1943-1976), Cesare Bermani, Odradek
2003
(3) citazioni e dati da Mani Pulite – La vera storia,
Barbacetto, Gomez, Travaglio, Editori Riuniti 2002
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